mercoledì 25 gennaio 2012

328 - LA PERCEZIONE DEL TEMPO OGGI

Per una pausa spirituale durante la IIIª Settimana del Tempo ordinario

Il tempo si spiega solo per mezzo del tempo. Sembra impossibile dire che cosa esso sia senza fare uso di una serie di termini (mobilità, continuità, vicende, successione, evoluzione, illimitato, svolgimento, durata, azione...) che ne presuppongono la conoscenza o almeno l’esperienza.
Platone, nella sua prospettiva idealista per cui ciò che cambia è effimero e inferiore, definisce il tempo «l’immagine mobile dell’eternità». Aristotele lo considera invece la misura del movimento articolata secondo il ‘prima’ e il ‘poi’, e così afferma che lo spazio è necessario per definire il tempo: solo Dio, motore immobile, è eterno, cioè fuori del tempo. Einstein lo considerava la quarta dimensione, dopo altezza, larghezza e profondità; oggi anche le neuroscienze cercano di trovarne una possibile definizione sulla base di dati oggettivi, dei processi cerebrali, degli effetti sul comportamento.
La nostra vita è strutturata temporalmente, distesa, talvolta letteralmente portata via nel fluire inquieto del tempo, tanto che riflettere sul senso del tempo non è distinguibile dal riflettere sul senso stesso della vita. Non possiamo fare a meno del tempo, non possiamo uscirne, è quasi impossibile ignorarlo; e tuttavia spesso ci si chiede se esista davvero o se sia solo una sovrastruttura culturale, insomma una creazione degli esseri umani. Dice Agostino nelle Confessiones che il tempo, come l’universo, è stato creato da Dio e riguarda l’uomo, ma ovviamente ciò non basta a definirlo, la sua intima natura resta misteriosa, anche se l’uomo lo sente così inseparabile dal proprio vivere, così familiare: «Se non mi chiedi che cosa sia il tempo lo so; ma se me lo chiedi, non lo so».
Siamo così ‘nel tempo’ per costituzione che forse senza di esso non potremmo più conservare la nostra autocoscienza, la nostra individualità; non potremmo pensare né avere rapporti con gli altri, perché anche la nostra capacità di amare è strutturata nel tempo. Senza le coordinate fondamentali di spazio e tempo noi non sappiamo più parlare né pensare né vivere, forse nemmeno sentire.
E questo farebbe pensare talvolta che anche oltre il tempo nostro qualcosa della nostra temporalità debba essere preservato. Cioè che un qualche divenire nel tempo non possa restare estraneo neppure alla Vita eterna. Certo è che l’immobilità nello spazio e nel tempo che connotava la concezione tradizionale del paradiso non ha aiutato a elaborare una spiritualità cristiana in prospettiva escatologica.
In qualche momento perfetto abbiamo un senso intensificato di noi stessi, degli altri, forse della bellezza del mondo della natura, e allora, come si dice, desidereremmo che il tempo si fermasse. Anche per chi giunge ad averne l’esperienza, la felicità è fatta di momenti: è difficile distenderla nel tempo. Anzi la percezione del tempo che passa può gettare un’ombra sui nostri momenti di gioia, come se portasse con sé il pensiero dell’impossibilità di conservare un momento perfetto (etimologicamente perfetto significa ‘compiuto’: dunque, in un certo senso, come uscito dal tempo, fuori dalla nostra esperienza…). Addirittura, mentre si è ancora nel momento felice, sembra di essere già proiettati in un futuro in cui questo ‘adesso’ sarà ricordo o rimpianto.
In questo senso il tempo, senza cui non solo non potremmo vivere, ma nemmeno pensare la vita, può apparire come un limite alla pienezza umana e alla felicità possibile. Così Orazio in una delle sue odi più famose anche per la fascinosa brevità, esorta a «tagliare via la speranza a lungo termine» dallo spazio della vita che forse sarà breve, forse no, comunque non possiamo esserne sicuri. Quindi, carpe diem! Noi di solito lo traduciamo un po’ liberamente «cogli l’attimo», perché per noi il giorno è già un intervallo di tempo un po’ troppo lungo per poter essere vissuto in pienezza. L’idea del carpe diem ha un suo fascino anche al di fuori della prospettiva epicurea di Orazio, se intesa come invito a caricare di senso ogni momento della vita, a viverlo più intensamente; recepita da una personalità più debole e poco strutturata, può anche indurre a sbriciolare l’esperienza umana senza ricavarne senso né frutto.
Anche ammettendo che questa vita fatta di attimi intensi – ma può davvero ogni attimo essere intenso? – possa essere considerata appagante, sembra priva di un filo conduttore che leghi insieme questi attimi in un tutto coerente; resta una serie di attimi, ma impedisce di vivere la propria esistenza come storia ricca di senso; soprattutto impedisce di pensare una conclusione che sia il vertice di questa storia e ne sveli il senso implicito. In realtà l’essere umano non può fare a meno della speranza a lungo termine, anche se di solito la ignora anche solo come esigenza.
Ma se non può appagarci in pieno l’idea epicurea di Orazio nonostante il suo fascino, nemmeno quella stoica di Seneca, nonostante la sua nobiltà e ragionevolezza, risponde ai nostri bisogni più profondi. Seneca, nel De brevitate vitae e nelle Lettere a Lucilio, disapprova gli atteggiamenti correnti a riguardo della fugacità del tempo e della brevità della vita umana, osservando che la vita non sarebbe poi così breve se non fosse in gran parte sprecata; non dipende da noi aggiungere anni o mesi alla nostra vita, ma dipende da noi usare bene del tempo che ci è dato. Stigmatizza con preoccupazione il nostro perdere tempo, rinviare, lasciar scorrere la vita senza frutto. E di sicuro vi è molta verità nella sua osservazione secondo cui «certi spazi di tempo ci vengono rubati, altri sottratti senza che ce ne accorgiamo, altri ci scorrono via inavvertiti…». Non possiamo fare a meno di rilevare che anche la soluzione di Seneca è sulla linea dell’efficientismo, sia pure nobile e rivolto alla cura dell’interiorità; non appaga fino in fondo lo spirito, non sembra guardare alla vita umana come storia.
È vero che la maggior parte del nostro tempo sembra talvolta un tempo di attesa vuota e ansiosa, di passaggio inevitabile o di preparazione – ‘tecnica’, in prosa – a una vita vera, importante, che però rimane sempre in arrivo e quando arriva non sempre viene riconosciuta, perché si configura già come passaggio a un’altra fase. Il tempo scorre. Anzi, nonostante la lentezza disperante di certi particolari momenti che tutti conosciamo, fugge: «fugit irreparabile tempus». «La vita fugge e non s’arresta un’ora / e la morte vien dietro a gran giornate/ e le cose presenti, e le passate / mi danno guerra, e le future ancora», dice Petrarca in un suo sonetto agitato e struggente.
Sommando il tempo di passaggio, il tempo che abbiamo chiamato ‘in prosa’ e infine quello dell’indispensabile sonno – quasi sempre un po’ meno del necessario –, si resta sospesi e sgomenti al pensiero di quanto poco tempo resta per vivere davvero, per crescere, per scoprire, per amare e anche (possibilmente) per sentirsi felici. È possibile vivere nel tempo senza essere imprigionati in schemi e parcellizzazioni senza senso, oppure imprigionati nella quotidianità fino a sentirsi deprivati di sé, del proprio vivere? Guardandoci intorno abbiamo l’impressione che oggi la percezione del tempo sia nello stesso tempo sminuzzata e immobile.
E non ci è di molto aiuto l’abituale distinzione fra tempo fisico, misurabile, e tempo soggettivo o fenomenico o psicologico. Di solito il bambino piccolo non ha la percezione chiara del tempo: al più una percezione relativa, del tipo «è mattina – è sera». Impara più tardi a distinguere le stagioni, solo più tardi – ma forse allora già non è più bambino – acquisisce la consapevolezza del passato in quanto passato, di un tempo che non torna. I giovanissimi hanno di solito l’impressione che il tempo scorra troppo lentamente perché hanno fretta di crescere, di conquistare autonomia; gli adulti lo sentono scorrere troppo in fretta non solo perché avvertono il disagio dell’età che avanza, la stranezza di ritrovarsi talvolta più vecchi anagraficamente di quanto interiormente si sentono, più vicini alla morte…
La percezione, la coscienza del tempo che si vive non procede sempre secondo orologi e calendari, ma può anche essere in contrasto con le misurazioni oggettive del tempo. Nel nostro mondo di «adulti attivi e impegnati» (ma è una situazione che sempre più coinvolge anche i ragazzi, presi da tanti impegni quotidiani e pressati da obblighi tipo quelli scolastici, non sempre ignorabili; e anche tanti anziani, sempre più attivi fino a un’età avanzata) predomina la sensazione di non poter essere veramente padroni del proprio tempo, che le giornate volino via senza essere state veramente vissute, ma solo sfiorate superficialmente, correndo da un impegno a un altro, correndo sempre senza arrivare realmente da nessuna parte.
Il presente è l’unico tempo veramente ‘nostro’: sia perché è l’unico su cui possiamo influire, sia perché è l’unico che riusciamo realmente a percepire. Possiamo pensare anche il passato, per mezzo della memoria, e il futuro, per mezzo dell’immaginazione; ma il passato è sempre filtrato dalla sensibilità e dai bisogni del presente, e con gli strumenti del presente viene immaginato il futuro. È importante essere consapevoli di questo, perché l’inevitabile schema di passato-futuro non sia per il nostro spirito una prigione, ma un’ispirazione: un ‘più’ e non un ‘meno’ di vita qui e ora.
Il tempo è anche una responsabilità che ci interpella come persone e come credenti; è un luogo teologico, perché è nel fluire feriale del krónos che ci viene incontro, non sempre folgorante o immediatamente riconoscibile, il kairós del nuovo di Dio.

sabato 21 gennaio 2012

327 - IL REGNO SI FA CHIAMATA - 22 Gennaio 2012 – IIIª Domenica ordinaria

(Giona 3,1-5.10 1ª Corinti 7,29-31 Marco 1,14-20)

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (v. 15). Sono le prime parole di Gesù nel vangelo di Marco e può essere considerata la sintesi del Vangelo. Il tempo dell’attesa è compiuto, è arrivato il momento decisivo: Dio inaugura il regno, si fa presente nella storia dell’uomo per liberarlo e salvarlo. Cosa intendeva dire Gesù con l’espressione: «Il regno di Dio è vicino»? La prima impressione è che si tratti di una vicinanza di tempo: oggi, domani, tra pochissimo. Come quando si dice che la primavera è vicina: una vicinanza inevitabile, basta aspettare. Gesù però, con l’avverbio «vicino», voleva dire «possibile subito». Questo è importante: un frutto pende a un metro da me, mi basta un piccolo movimento per prenderlo e mangiarlo. Mi è vicino dal punto di vista dello spazio, ma non è questa vicinanza che me lo fa cadere in bocca. È il mio gesto di impossessarmene. Se non compio questo gesto, il frutto penderà e resterà là, come se fosse lontanissimo da me o addirittura inesistente. Il regno di Dio è già presente in mezzo a noi, è Gesù stesso, basta fargli spazio, farlo entrare nella nostra vita. Il regno di Dio può essere vicino o lontano, tutto dipende da noi, dalla nostra decisione. Per entrare nel regno è necessario convertirsi e credere al vangelo. ‘Convertirsi’ significa fare spazio a Dio e ai suoi progetti, abbandonare un modo di pensare e di agire non conforme alla sua parola. ‘Credere’ significa accogliere e aderire alla persona e all’azione di Gesù, inviato da Dio per annunciare e offrire il perdono, la riconciliazione, la pace e la salvezza; significa aprirsi con fiducia a Gesù e al suo annuncio, mettendo lui a fondamento della propria esistenza. «Convertitevi e credete» non indica un atto momentaneo, transitorio, ma un comportamento costante e continuativo, significa: perseverate nella conversione e nella fede.
La sintesi del messaggio di Gesù è seguita dalla chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (vv. 16-20). Gesù è la figura dominante, il protagonista assoluto, il soggetto dei verbi principali: «vedere, dire, chiamare». Tutto è messo in movimento dalla sua parola autorevole. Non sono i quattro fratelli che scelgono Gesù, ma è Gesù che li sceglie. I discepoli non si presentano di propria iniziativa a Gesù, non fanno domanda per partecipare alla sua opera. D’altra parte Gesù non li assume come collaboratori, con stipendio e vacanze assicurate. Gesù li chiama. La sua chiamata è esigente, ma è anche tale da dare pienezza di senso alla loro vita.
I primi quattro discepoli vengono chiamati mentre stanno svolgendo il loro lavoro: «Passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea mentre gettavano le reti» (v. 16). Sembra un’annotazione accidentale, invece è molto significativa. Gesù fa la sua proposta a partire da ciò che stanno facendo e propone loro di lasciare quel che stanno facendo: «Vi farò diventare pescatori di uomini» (v. 17). La promessa è formulata al futuro («Vi farò diventare»), cioè vocazione e missione non avvengono nello stesso momento, la missione si sviluppa solo dal discepolato, dalla consuetudine di vita e dalla familiarità con Gesù.
L’immagine della pesca, di per sé, non è un’immagine di salvezza; infatti, essere presi nella rete non è un fatto positivo. Ma Gesù usa questa immagine in maniera nuova. Le acque profonde del mare sono simbolo di morte, quindi, applicata agli uomini, la pesca, il prendere nella rete, diventa immagine di riunificazione degli uomini per sottrarli alla morte, per salvarli. La sua chiamata è un invito a prendersi cura degli uomini per far loro conoscere la salvezza e renderli partecipi di essa.
La risposta dei primi discepoli diventa modello esemplare di ogni risposta: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono» (v. 18); «Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui» (v. 20). Comincia l’impegno su un altro fronte, che li porterà a lasciare il lago, la terra, il padre... Quello che è fortemente evidenziato è il seguire Gesù, nella sua stessa missione di annunciare il vangelo agli uomini, ovunque si trovino.
PREGHIERA - Il tuo non è un messaggio qualsiasi. Ogni giorno veniamo bombardati da parole accompagnate da immagini seducenti che si propongono di piegarci a qualche scopo preciso. Vogliono catturare il nostro consenso per costruire il potere di qualcuno o raggiungere il nostro portafoglio per accaparrarsi il denaro che abbiamo. Talvolta si tratta di idee luccicanti lanciate in modo sofisticato per guadagnare seguaci a questo o quel sistema.
Tu ci porti un “Vangelo”, una buona notizia, che può realmente trasformare la nostra esistenza. Ci riveli che Dio è all’opera, agisce in mezzo a noi e offre a tutti la possibilità di una pienezza e di una gioia sconosciute. Non c’è nulla che possa fermarlo, nessuno che possa impedire il realizzarsi dei suoi progetti. Ma egli vuole fare appello alla nostra libertà, alla nostra decisione.
Niente sarà più come prima, Gesù, se accetteremo di metterci nelle tue mani, tu però non ci proponi un’esperienza passeggera, non ti accontenti dello slancio di un momento. Solo se siamo pronti a lasciare tutto per te assaporeremo il gusto di un mondo nuovo.

326 - È POSSIBILE TRASMETTERE L’ESPERIENZA DELLA FEDE?

Per una pausa spirituale durante la IIª Settimana del Tempo ordinario

A dir la verità, la domanda non solo suona un po’ strana, ma la risposta sembra anche altrettanto ovvia, visto che da secoli «si trasmette la fede cristiana». Eppure la questione non è così banale. Infatti, se la fede fosse una questione di ‘contenuti’ da credere (come un libro, un catechismo o la stessa Scrittura) o di azioni da tramandare (come celebrare un sacramento o come vivere nella propria vita alcune indicazioni del vangelo), allora è facile trasmetterla: basta far arrivare dal passato queste ‘cose’ e questi ‘insegnamenti’ in modo da renderli accessibili anche all’oggi e favorire così la decisione delle persone. Ma se la fede è una scelta di libertà per una persona amata, una decisione di vita, prima e ancor più che una questione di ‘cose’ e di ‘insegnamenti’, come è possibile trasmetterla ad un altro? È mai possibile trasmettere una realtà così personale?
La questione, dunque, è degna di essere pensata, perché qui non è solo in gioco la necessità di essere dei credenti che trasmettono non solo a parole ma con i fatti la loro fede, bensì è in gioco il cuore stesso della fede cristiana.
Spieghiamoci. L’esperienza di vita pastorale e catechistica insegna che non è sufficiente semplicemente enunciare i ‘contenuti’ del credere, perché solo dentro una buona testimonianza quegli stessi contenuti possono diventare un’occasione seria per l’interlocutore di incontrare Gesù. Per dirla con la famosa affermazione di papa Paolo VI: «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri… o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi [1975], n. 41). Questa dimensione rimane vera, ma rimane vera per tutte le realtà, non solo per il cristianesimo: l’uomo (non solo d’oggi) cerca nella testimonianza di vita una verifica della credibilità delle parole annunciate con le labbra, per lo meno di quelle che riguardano il senso del vivere (l’esempio, banale, ma spesso ripetuto: come può un figlio ‘credere’, ascoltare un genitore fumatore che gli dice che non deve fumare perché il fumo fa male?).
Ma la questione in gioco con la ‘trasmissione della fede’ è ancor più radicale e investe la singolarità del cristianesimo, che a differenza delle altre grandi religioni monoteistiche, non è una ‘religione del Libro’ (come l’ebraismo e l’islam), bensì la ‘religione della Persona’, cioè di Gesù. Se per trasmettere l’ebraismo e l’islam è sufficiente che almeno il Libro sacro venga trasmesso, per il cristianesimo no: anche se mi fosse trasmesso il vangelo, ma non la persona di Gesù, il compito della trasmissione della fede non sarebbe assolto, perché credere è sempre un incontrare personalmente Gesù presente. Ma come è possibile ‘trasmettere Gesù’? Si può ‘trasmettere’ una persona?
Al tempo della vita terrena di Gesù, raccontataci dal vangelo di Giovanni di oggi, fare tale esperienza era abbastanza facile: a chi cercava di sapere dove «dimorasse» (v. 38) il Maestro, Gesù stesso rispondeva dicendo della necessità di andare con lui e di «vedere» con i propri occhi (v. 39). E i discepoli «andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui» (v. 39). Così, avendo «trovato il Messia» (v. 41), è facile per loro ‘trasmettere’ questo incontro, «conducendo» direttamente da Gesù (v. 42) chi fosse interessato all’incontro. Ma oggi? Come è possibile ‘trasmettere’ Gesù? Come è possibile condurre all’incontro personale proprio con il Maestro, con la sua persona e non solo con i suoi insegnamenti o le sue idee?
Qui ci vengono in aiuto alcune affermazioni del concilio Vaticano II, il quale ha parlato della Chiesa, che «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento» della presenza di Dio nel mondo (Lumen gentium, n. 1). Il «segno» e lo «strumento», che permette l’incontro reale con Gesù Vivente oggi, è la comunità dei credenti che vive della presenza di Gesù. Come ogni sacramento ha bisogno di una ‘materia’ per far agire la grazia (il pane per l’eucaristia, l’acqua per il battesimo, ecc.), così Gesù ha bisogno della ‘materia’ (passi l’espressione) ‘Chiesa’ per rendersi presente nel mondo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Ecco dov’è, oggi, la «dimora», il luogo in cui è possibile incontrare il Maestro: Egli vive dentro la vita di chiunque possa dire: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
La necessità della Chiesa (che è diversa da qualsiasi altro tipo di comunità sia sociale sia religiosa), dunque, deriva direttamente dal fatto che il cristianesimo è incontrare personalmente Gesù. Proprio perché la ‘verità’ che deve essere trasmessa non è semplicemente un’idea, una ‘cosa’ (un ‘contenuto’), ma una ‘vita’, una persona, la ‘via’ che la rende accessibile è data non da un libro, ma da una comunità di persone (la Chiesa) che, vivendo di quella verità-vita, la rendono presente. Per questo è decisivo domandarsi, dalla fede delle nostre comunità, dall’insieme della vita delle nostre comunità, quale immagine di Gesù si stia trasmettendo: Chi incontra le nostre comunità, incontra davvero Gesù? Chi vede le nostre comunità che immagine, che idea può farsi del Dio di Gesù?

sabato 14 gennaio 2012

325 - LA FEDE: INCO0NTRARE CRISTO - 15 Gennaio 2012 – IIª Domenica ordinaria

(1° Samuele 3,3b-10.19 1ª Corinti 6,13-15.17-20 Giovanni 1,35-42)

La radice cristiana della nostra esistenza, ciò che le dà fondamento, è l’incontro con Gesù: essere cristiani non significa aderire a una dottrina, ma incontrare la sua persona. Egli ci trasmette la volontà di Dio: la nostra salvezza! Seguire Gesù, perciò, non è un fatto privato, impegna a costruire il corpo della Chiesa, la famiglia di Dio come segno di salvezza nel e per il mondo.
Il cristianesimo non è una «religione del Libro», ma l’incontro con la stessa persona di Gesù, riconosciuto come il Vivente e presente nella storia dell’umanità. Segno e strumento, che permette l’incontro reale con Gesù vivente oggi, è la comunità dei credenti che vive della presenza di Gesù. Per questo l’ascolto della sua Parola e la disponibilità all’esperienza di comunione sono la condizione per seguirlo. La sua chiamata è personale, ma coinvolge con altri e, idealmente, con tutta la terra, nella reciproca responsabilità e nella lode riconoscente a Dio.
L’evangelista Giovanni nel brano di oggi descrive un passaggio di consegne, racconta la fine di un discepolato e l’inizio di un altro. Il vecchio maestro indica ai discepoli il nuovo maestro: Gesù. Questa pagina fotografa uno sguardo e raccoglie alcune parole importanti pronunciate dal Battista: «Ecco l’agnello di Dio!» (v. 36). Per i due discepoli è stato sufficiente fissare gli occhi rapiti del loro primo maestro e dare credito a queste parole per intraprendere un nuovo cammino. Tra sguardi che si incrociano e parole decisive finisce una storia e ne inizia un’altra. Gesù «passava» (v. 36). Non sappiamo né da dove, né verso dove. Non abbiamo alcuna indicazione di luogo. Sappiamo soltanto che Gesù in quel momento «passava». L’espressione ha tutta l’aria di volerci dire qualcosa di più. Essa descrive l’eterno movimento di Gesù che desidera raggiungere ed entrare nella vita dell’uomo: non c’è vita in cui Gesù non passi, non c’è storia che Gesù non tocchi. Il suo discreto procedere ai margini della nostra vita chiede la risposta della libertà, chiede quell’affidamento rischioso che è la sequela. I due discepoli raccolgono l’appello verbale del Battista e quello silenzioso di Gesù che, semplicemente, passa.
Il primo atto di questo affidamento è rappresentato dal «seguire» Gesù. I due discepoli seguono l’uomo indicato da Giovanni senza conoscerlo. Camminano dietro a lui senza condividere null’altro se non la strada che stanno facendo. Seguono Gesù sullo slancio infuso loro dal Battista, un Gesù ancora muto e anonimo.
Il secondo atto di questo racconto è costituito dalla domanda di Gesù: «Che cosa cercate?» (v. 38). Sono le prime parole di Gesù nel quarto vangelo. Questa domanda è ben più che un atto di cortesia di Gesù verso questi due sconosciuti che lo seguono, è una specie di macigno gettato nel mare della nostra presunta tranquillità. Ogni uomo ha mille risposte per questa domanda, e allo stesso tempo sa che nessuna è quella davvero giusta. Ogni uomo sa che sta cercando. La domanda di Gesù mette i due discepoli, e tutti noi, in contatto con il dinamismo del desiderio umano. Prenderne coscienza è il primo passo verso Dio.
Il terzo atto del racconto è un’altra domanda con cui i due rispondono a Gesù: «Rabbì, dove dimori?» (v. 38). In questa domanda ne è nascosta un’altra molto più profonda. I due hanno chiesto a Gesù di manifestare la sua identità. La replica di Gesù costituisce l’essenza del cristianesimo: «Venite e vedrete» (v. 39). È l’invito ad un’esperienza che ognuno deve compiere in prima persona. Non sono ammesse deleghe, nessuno la può vivere al posto di un altro. «Andarono e videro»: questa esperienza è la radice di tutte le successive, è la radice di quella conoscenza del maestro che fece scrivere all’evangelista l’indimenticabile frase del prologo: «Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (1,14). In quel pomeriggio, i due discepoli iniziarono ad intuire il mistero del «Verbo fatto carne». «E videro dove abitava e rimasero con lui» (v. 39): il verbo «rimanere» è quello che per eccellenza caratterizza il discepolato nel quarto vangelo. È il termine che domina il capitolo 15, nel quale Gesù, «vera vite», esorta i suoi discepoli a rimanere in lui, a restare nel suo amore. Non sappiamo che cosa Gesù disse e fece in quel pomeriggio. Sappiamo solo che, dall’esperienza che fecero con Gesù, nacque nei due discepoli la certezza di avere trovato quello che cercavano. La loro ricerca poteva dirsi conclusa. Andrea, uscito da quell’incontro, trovò suo fratello Simone e con entusiasmo gli annunciò: «Abbiamo trovato il Messia» (v. 41). Chi ha incontrato Cristo, e si è fatto discepolo, diventa uno che a sua volta invita altri a partecipare a questa importante scoperta.
PREGHIERA - È Giovanni il Battista, Gesù, a fornire l’indicazione attesa perché è lui che riconosce in te «l’agnello di Dio». Ed è sulla sua parola che i due discepoli si mettono per strada e ti seguono. La storia della fede comincia proprio così: muovendo i nostri passi sulle tue orme, accettando di venirti dietro, mossi da un desiderio importante, quello di conoscerti e di stare con te.
No, non c’è nulla di magico, di istantaneo. Una relazione non si improvvisa: ci vuole tempo se si vuole entrare nel mistero di una persona e poi bisogna essere pronti ad accogliere un dono insperato.
Le domande, a questo punto, si incrociano tra loro. Tu ti accorgi quando qualcuno vuole veramente incontrarti ed è disposto a lasciare ogni cosa pur di trovare il tesoro più prezioso. Sì, perché sei proprio tu il destinatario della nostra attesa, tu il Maestro che pronuncia parole che scandagliano l’esistenza, tu la Guida che conduce per sentieri sconosciuti, tu il Messia, l’Inviato di Dio, capace di trasformare la vita facendoci partecipare all’avventura del Regno.

324 - INCARNAZIONE E MISSIONE

Per una pausa spirituale a metà settimana della Festa del Battesimo di Gesù

C’è una buona notizia da portare a tutti, una parola che diventa realtà di gioia e di liberazione per tutti coloro che l’accolgono con cuore sincero. C’è un’umanità dolente, provata dal male, dal peccato, dalla sofferenza che attende l’Inviato di Dio per essere liberata e generata ad una speranza nuova. È a questa gente che Gesù si mescola. Vanno da Giovanni il Battista. Vanno a compiere un gesto di conversione, di cambiamento, per andare incontro a Colui che viene nel nome di Dio. Anche Gesù riceve quel battesimo, lui che non ha commesso peccato. Anche Gesù condivide questa preparazione, questo entusiasmo, questa decisione di volgersi verso Dio.
In fondo non è venuto per coloro che si ritengono giusti e non hanno nulla da rimproverarsi. Non è stato mandato a chi è gonfio d’orgoglio, cosciente dei suoi meriti davanti a Dio, ma proprio ai peccatori, alla gente che si è sporcata di cattiveria e di infedeltà, ma ora ha voglia, una voglia intensa, del nuovo, di un profumo di pulito che solo Dio può regalarle. Saranno loro i primi destinatari della sua parola. Per loro affronterà i rimproveri e le critiche dei benpensanti. Per difendersi arriverà ad esporre mortalmente se stesso. In quell’inizio, al fiume Giordano, c’è già il senso di tutto ciò che sta per accadere.
E così il suo battesimo diventa una ‘manifestazione’. I cieli si aprono perché ora non c’è più nessuna separazione tra Dio e l’umanità, dal momento che il suo Figlio è diventato anch’esso un uomo. Lo Spirito discende su Gesù perché egli affronti le difficoltà e gli ostacoli che incontrerà nel suo cammino. Lo Spirito non è estraneo, ma partecipa intensamente alla sua missione. La voce del Padre riconosce in Gesù il Figlio prediletto, il dono perfetto del suo Amore fatto a tutti gli uomini.
Se non ci fosse la festa del Battesimo del Signore noi rischieremmo, molto probabilmente, di fermarci al presepio. E in un qualche modo di separare il mistero dell’Incarnazione dalla Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. Così non apparirebbe quanto è, invece, decisivo, e cioè che il Figlio di Dio si è fatto uomo perché ha una missione da compiere: salvare l’umanità. Egli dona ad ognuno misericordia e grazia attraverso un annuncio di gioia (un ‘vangelo’ per l’appunto) e gesti di liberazione e di guarigione, ma soprattutto offre se stesso, la sua stessa vita sulla croce, per amore. Il tempo del Natale non può dunque terminare senza l’evento del battesimo di Gesù. In esso appare la solidarietà del Cristo con l’umanità peccatrice, ma anche la sorgente profonda della sua azione, la comunione del tutto unica che lo lega al Padre nello Spirito.
La scena di per sé non sembra avere proprio nulla di ‘natalizio’. Non si svolge a Betlemme, ma in riva al Giordano. Non mette al centro un bambino, ma un uomo fatto, sulla trentina. Non gli pone accanto Maria e Giuseppe, i pastori e i magi, ma un profeta dallo stile inusuale e dai toni perentori. Eppure, nonostante tutto, si tratta di un racconto di ‘incarnazione’ in cui possiamo toccare con mano cosa significhi che «il Verbo si è fatto carne». Quello che abbiamo ricordato a Natale non è solo un mistero da contemplare, ma anche la strada scelta da Dio per venire incontro all’umanità, per strapparla al potere del male e per offrirle di entrare in un’alleanza d’amore che è partecipazione alla comunione trinitaria.
La scelta di farsi uomo non è stata, per il Figlio, una semplice passeggiata, un percorso trionfale: egli si è immerso totalmente nella condizione umana, condividendo tutto ciò che la caratterizza, eccetto il peccato. Scendendo nelle acque del Giordano, dunque, ricevendo il battesimo dal Battista, ha mostrato di essere tenacemente unito al popolo dei peccatori che si volgono verso Dio con un cuore nuovo. In mezzo ad essi ha «piantato la sua tenda»: della loro esistenza nulla gli sarà ignoto. Perché non è a «distanza di sicurezza» che li vuole salvare, ma attraverso un contatto che finirà col fare di lui l’Agnello che prende su di sé i peccati del mondo e che accetta di lasciarsi inchiodare ad una croce. Non è casuale, dunque, che – per guarirli – egli ‘tocchi’ coloro che sono afflitti da qualsiasi malattia, ‘tocchi’ anche i lebbrosi, il cui contagio fa decisamente paura. Non è casuale che venga accusato di mescolarsi ai pubblicani, di prendere cibo con loro e di lasciarsi avvicinare anche dalle donne di cattiva reputazione. Se lo fa è perché questo fa parte della sua missione, perché attraverso di lui il Padre vuole offrire a tutti il suo perdono. E quindi, costi quel che costi, egli vuole andare fino in fondo, su questa strada di fedeltà che pagherà duramente.

sabato 7 gennaio 2012

323 - TU SEI IL FIGLIO MIO, L’AMATO - 08 GENNAIO 2012 – Battesimo di Gesù

(Isaia 55,1-11 1ª Giovanni 5,1-9 Marco 1,7-11)

Ultima delle solennità del tempo di Natale, la festa del Battesimo del Signore costituisce una specie di saldatura tra il mi stero dell’Incarnazione e il percorso delle prime domeniche del tempo ordinario. Ci strappa, in modo piuttosto brusco, alla capanna di Betlemme, ai pastori e ai magi, per farci cogliere in profondità il significato di ciò che è accaduto.
Quel bambino, che ci sorride nel presepio, dalla sua culla improvvisata, senza dire nulla, è venuto per realizzare il progetto di Dio, il Padre suo. Ha un messaggio da portare perché è la Parola fatta carne, e si tratta di un lieto annuncio che cambia la vita di tutti quelli che l’accoglieranno. La sua parola verrà resa efficace da gesti di bontà e di liberazione, di guarigione e di perdono: non è stato annunciato già dalla notte della sua nascita come «il Salvatore, il Cristo, il Signore»? Certo, le sue azioni e le sue scelte scandalizzeranno farisei e scribi, sacerdoti del Tempio e capi del popolo. Ma i poveri ne riceveranno consolazione e speranza. Il suo amore si mostrerà nel dono della sua vita, fino in fondo, fino alla morte sulla croce: non è il conquistatore che impone la sua forza, ma l’Agnello che offre se stesso. E, proprio quando tutto sembrerà compromesso in modo irrimediabile, Dio manifesterà con la risurrezione che quella era l’unica strada da percorrere per raggiungere gli uomini e realizzare il suo disegno di salvezza.
È dall’acqua del Giordano che esce questo Messia, che realizza il disegno di Dio. È lì che avviene la manifestazione, lì che si aprono i cieli. Perché la terra ora è abitata dal Figlio di Dio, perché in lui c’è la pienezza dello Spirito. Se siamo disposti a seguire Gesù, come ci proporranno le domeniche a venire, potremo scoprire tutto questo.
In questo modo, con una pedagogia che è veramente splendida, la Chiesa ci fa passare dal Gesù bambino al Gesù adulto, dal Gesù che ci sorride al Gesù che ci parla, dal Gesù del presepio (di legno o di terracotta o di materiale plastico) al Gesù vivo. È quest’incontro che può cambiare la nostra vita.
Il presepio, dunque, è solo un passaggio, una rappresentazione che ci ha messo di fronte all’inizio di tutto: Dio che si fa uomo. Ma fermarsi lì vorrebbe dire perdere ciò che conta veramente: incontrare oggi il Salvatore, accogliere la sua Parola, ricevere la sua grazia nei santi Sacramenti, riconoscerlo nei poveri che incontriamo.
La festa del battesimo di Gesù ci porta a riflettere con consapevolezza sul nostro battesimo, del quale rivela il senso autentico: anche a noi viene detto, in forza del battesimo, «tu sei il figlio mio, l’amato». Siamo stati resi ‘figli di Dio’: qui sta la nostra radice, per una conversione continua al vangelo di Gesù.
PREGHIERA - È al fiume Giordano, Gesù, che tu oggi ci dai appuntamento. Ti mescoli alla folla dei peccatori disposti a cambiar vita, a prendere sul serio l’appello del Battista e a farsi battezzare per esprimere la loro decisione di liberarsi dal peccato. Per questi uomini e per queste donne tu sei venuto, Gesù, per offrire misericordia e grazia, per rivelare un Dio tenero e compassionevole.
È al fiume Giordano, Gesù, che lo Spirito scende su di te e il Padre ti riconosce come il Figlio, l’amato, mandato a realizzare il suo progetto d’amore.
È così che comincia la tua missione, è a partire da quel momento che tu dissemini attorno a te gesti e parole di speranza. È dal fiume Giordano, Gesù, che comincia il tuo viaggio tra le nostre debolezze e le nostre malattie, tra le nostre fatiche e le nostre speranze.
Lotterai a mani nude contro il male e la morte e con la forza dell’amore ci aprirai la via della vita.

venerdì 6 gennaio 2012

322 - MANIFESTAZIONE DI DIO AL MONDO - 06 GENNAIO 2012 – Epifania del Signore

(Isaia 60,1-6 Efesini 3,2-6 Matteo 2,1-12)

Benedetta storia dei Magi, che incanta i bambini e conduce i grandi a ripercorrere il loro itinerario di fede e a ringraziare Dio di quest’avventura che cambia la vita. A guardarci dentro, con attenzione e con cuore vigilante, emergono tutti i presupposti di una ricerca autentica.
CERCATORI DI DIO - Ci voleva costanza per sottrarre ore al sonno e al riposo e continuare a scrutare i cieli nella notte, per cogliere ogni traccia di luce. Ma la loro fatica ed i loro sacrifici sono stati ricompensati quando è apparsa quella stella, così diversa da tante altre. Per questo, nel silenzio non possono fare a meno di aver inteso i battiti dei loro cuori.
Ci voleva coraggio per abbandonare una vita tranquilla ed agiata, la propria terra e la propria gente. Ci voleva audacia per partire, per mettersi in viaggio, senza neppure una meta precisa, un obiettivo sicuro, mossi solo dal desiderio di comprendere quell’appello scritto nella volta del firmamento.
Ci voleva determinazione per andare avanti, per macinare chilometri e chilometri, accettando la polvere e la stanchezza di ogni giorno, i miraggi e le illusioni di un percorso accidentato, lasciandosi guidare solo da quella stella…
Ci voleva umiltà per rivolgersi alla competenza di altri uomini, alle loro conoscenze, dando voce all’interrogativo tenuto desto da tanto tempo: Dov’è il re dei Giudei che è nato? La loro poteva sembrare addirittura impertinenza, spudoratezza di stranieri che si interessano agli affari che non sono di loro competenza, che vogliono intendere i segreti di un libro non destinato a loro.
Ci voleva fiducia per accogliere la risposta saccente dei dotti che in ogni caso non si muovevano dalla capitale e prendere per buona l’antica indicazione del profeta.
Ci voleva un cuore di poveri e di semplici per riconoscere in quel bambino, figlio di povera gente, sistemato dentro un alloggio di fortuna, il Messia atteso, il re destinato a governare per sempre.
Ci voleva speranza per intravedere in quel piccolo d’uomo il Protagonista autentico della storia dell’umanità e per offrirgli dei doni preziosi.
La loro costanza, tuttavia, il loro coraggio e la loro determinazione, la loro umiltà, la loro fiducia di poveri, la loro speranza sono ancora oggi i segni distintivi di tutti coloro che cercano sinceramente il volto di Dio e che finiscono irrimediabilmente con l’incontrarlo.
ELOGIO DEL DESIDERIO - Sì, se accostiamo tra loro i testi della Scrittura proposti dal lezionario di oggi ci accorgiamo che emergono gli elementi decisivi dell’esperienza di fede.
• Nulla avviene se Dio non ci viene incontro. È la sua presenza, la sua venuta a rendere possibile l’incontro. Se Gerusalemme è invitata a rivestirsi di luce è perché «la gloria del Signore»brilla su di lei. Ecco cosa attira l’attenzione delle genti (1a lettura). Allo stesso modo l’apostolo deve ammettere che tutto è cominciato con la ‘rivelazione’ del mistero e che il suo ‘ministero’ consiste nell’annunciare una ‘grazia’ destinata a tutti gli uomini (2a lettura). È quanto emerge anche nel racconto dei Magi. È sempre Dio a fare il primo passo: il suo Figlio si fa uomo per venire incontro agli uomini. Quel segno nel cielo, del resto, non è casuale: grazie ad esso comincia un viaggio che porterà i Magi ai piedi di Gesù.
• Ma senza il desiderio l’incontro non sarebbe possibile. In effetti è questo desiderio che induce a lanciarsi in un’avventura non priva di rischi. Esso nasce dalla coscienza di «qualcosa che manca» ed è riconducibile ad una sorta di ferita originaria che abita ogni essere umano. Il ‘desiderio’ è diverso dal ‘bisogno’. Il bisogno implica necessità (bisogna mangiare per vivere), appartiene all’ordine dell’assimilazione e della consumazione: l’oggetto (e purtroppo questo avviene anche quando si tratta di una persona) viene ingoiato, ridotto, distrutto. La soddisfazione del bisogno si realizza attraverso la consumazione dell’oggetto: preso dal bisogno-fame io faccio sparire dentro le mie fauci l’oggetto-pane. E di fatto l’uno annulla l’altro, secondo una logica divorante. In ambito religioso il bisogno produce l’idolo. Certo, bisogno e desiderio non possono essere separati rigidamente: il desiderio dell’altro trova la sua origine nel bisogno dell’altro, ma non è riducibile solamente ad esso. Il desiderio, infatti, accetta la distanza e la diversità dell’altro, si sottomette alla fatica del tempo, di una conoscenza e di una relazione che non esige un soddisfacimento immediato. In tal modo si articola con la verità e con l’essere.
• È il desiderio di conoscere «colui che è nato, il re dei Giudei» a muovere i Magi. La partenza, la fatica della strada, la domanda che si portano dentro e che pongono agli specialisti: tutto questo comporta dei ‘passaggi’ non facili. Ma il risultato è una ‘trasformazione’, un ‘cambiamento’. Il ritorno, infatti, avviene, ma ‘per un’altra strada’, non più da stranieri, ma da pellegrini. Così il viaggio è divenuto un pellegrinaggio, i viandanti dei pellegrini, e la via per tornare a casa è quella «della semplicità e dell’umiltà vista e contemplata a Betlemme di Giudea. I Magi – come ha concluso il biblista – sono i primi discepoli di Cristo che guidati dai loro desideri più profondi accolgono la proposta dell’ordine nuovo del Vangelo».
PREGHIERA - Nelle notti del mondo quando tutto tace hanno rivolto lo sguardo al firmamento e hanno scoperto, Signore, la tua stella, così diversa da tante altre che pur brillano nel cielo. Per questo si sono messi in viaggio, hanno affrontato i disagi di un viaggio inedito, denso di fatiche e di sorprese. È la storia dei Magi e di tutti quelli che attendono un segno, per partire e lasciarsi guidare dalla fiamma del desiderio.
Per le strade del mondo, nelle contrade più lontane hanno posto una domanda che bruciava loro in petto finché hanno trovato l’indicazione che cercavano.
È la storia di uomini misteriosi venuti dall’Oriente e di tutti quelli che non si lasciano
scoraggiare o intimorire perché abitati da una sete profonda.
In mezzo a tante case hanno individuato il luogo in cui tu, Signore, li attendevi. Ti hanno riconosciuto e adorato e hanno provato finalmente una grande gioia. È la storia di tutti i pellegrini che approdano alla fede. È la nostra storia, Signore.

321 - LA BENEDIZIONE DI DIO RAGGIUNGE TUTTI VOLENTIERI

Per una pausa spirituale nella prima settimana dell’anno

È la prima Parola di Dio che abbiamo ascoltato all’apertura del nuovo anno. Vale la pena rileggerla con calma e meditarla.
DAL LIBRO DEI NUMERI: «Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò». (6,22-27)
Trai testi più antichi che possediamo dell’AT si può annoverare certamente il brano che abbiamo appena letto. Si tratta di benedizioni, una delle forme più arcaiche e semplici per esprimere l’alleanza tra Dio e l’uomo. Se consideriamo il brano all’interno del suo contesto letterario del libro dei Numeri, l’atto del benedire è centrale tra le molte azioni divine a favore del popolo. Infatti i primi capitoli del quarto libro della Bibbia sono dedicati alla descrizione della organizzazione cultuale delle tribù d’Israele attorno alla tenda che contiene l’arca dell’alleanza. In cammino verso la terra promessa Israele non procede in maniera disordinata e scomposta, ma si lascia guidare nel suo viaggio dalle disposizioni divine che vengono impartite tramite Mosè. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non ha solo compiuto l’atto di liberare il popolo dalla schiavitù di Egitto, ma si è incaricato di accompagnare questa gente raccogliticcia (cfr. Nm 11,4) per educarla a stare alla sua presenza, trovando per ciascuno un posto adeguato.
In questa logica la centralità spaziale dell’arca nella disposizione del popolo di Israele è elemento fondamentale che dà senso alle varie norme di purità cultuale che gli autori sacri descrivono. Solo i leviti possono avvicinarsi all’arca e solo i sacerdoti, davanti all’arca, possono offrire a nome di tutto il popolo i sacrifici richiesti. Se per la nostra sensibilità odierna questo ordine può sembrare un creare divisioni e separazioni, per la sensibilità antica, terrorizzata dal caos e dalla confusione, che significa prevaricazione, tale ordine organizzato in classi distinte, uffici e differenti funzioni garantisce l’ordine dato nella creazione, assicurando a tutti la possibilità di intravvedere il primato di Dio in ogni cosa. Per chi si trova nell’accampamento l’essere vicino o lontano dall’arca conta poco, l’importante è che ciascuno stia al suo posto, nel luogo stabilito da Dio, né troppo vicino né troppo lontano, affinché ciascuno possa lodare Dio da quel luogo assegnato e così ricevere la benedizione divina.
Volgiamo lo sguardo al testo un po’ più da vicino. L’incarico di benedire viene direttamente da Dio che rimane soggetto principale di ogni benedizione. Infatti è Dio che incarica Mosè di dire ad Aronne le parole con le quali il popolo viene assicurato dei favori divini. La benedizione però è mediata attraverso Mosè, il grande amico di Dio, con il quale parlava faccia a faccia (cfr. Dt 34,10). Come la promessa fatta ad Abramo, anche la liberazione e la benedizione avvengono tramite uomini scelti da Dio per il bene del popolo. Fa parte della struttura della rivelazione biblica il coinvolgimento umano nell’opera di Dio per il bene di tutti. Nessun chiamato riceve un incarico solo per sé, ma sempre in vista di tutto il popolo. Lo stesso Mosè, probabilmente tentato a volte di fare da solo (cfr. Nm 11), riceve da Dio il comando di coinvolgere altri nell’incarico ricevuto; in primis Aronne suo fratello, il capostipite dei leviti, coloro che si dedicheranno, a nome di tutto il popolo, alla lode di Dio. Così in una scala discendente la benedizione di Dio raggiunge tutto il popolo di Israele, attraverso le parole stesse di Dio affidate ai suoi ministri.
La benedizione viene spiegata con diverse espressioni significative: custodire, sentire su di sé il volto splendente di Dio, ricevere la grazia di Dio, avere pace. Ogni espressione è densa di significato e trova in ampie pagine della Scrittura esempi concreti. All’inizio dell’anno val la pena puntare il nostro sguardo sul volto di Dio che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18), ma della cui luce abbiamo bisogno per procedere nel cammino. Come la nube ha accompagnato Israele nel deserto, facendosi luce di notte e ombra di giorno, così la benedizione del Signore accompagna il cammino dei suoi figli facendosi luce nei momenti di tenebra e protezione da tutto ciò che acceca e brucia.
Benedizione … una parola chiave che ci deve accompagnare tutto l’anno. Come abbiamo visto, benedizione fa emergere l’esperienza benefica della relazione con Dio: l’essere custoditi, avere il suo volto splendente davanti agli occhi, ricevere la sua grazia, trovare pace. Per tutte queste ragioni il credente «dice bene» di Dio e proprio questo gli infonde fiducia all’inizio di un nuovo tornante della storia!
BUON ANNO ACCOMPAGNATO DA 366 BENEDIZIONI!

sabato 31 dicembre 2011

320 - MARIA, MADRE DI DIO - 01 GENNAIO 2012 – Buon Anno

(Numeri 6,22-27 Galati 4,4-7 Luca 2,16-21)

Oggi è l’ottava del Natale, e quindi è la festa di Maria, la Madre di Dio. Nello stesso tempo ricordiamo l’inizio di un nuovo anno civile e viviamo la Giornata mondiale della pace. Vogliamo aprire il 2012 nel segno della speranza, della fiducia e liberi della paura.
È vero: la speranza è la più piccola e sembra la più fragile delle tre virtù teologali, ma è proprio lei a prenderle per mano e a trascinarle verso il futuro di Dio. Il suo sguardo ci aiuta a cogliere le tracce di un mondo nuovo, anche se appaiono coperte da tanti segni contrari che indurrebbero alla disillusione e al disincanto. La sua bocca pronuncia parole che incoraggiano anche quando solo la tristezza e l’angoscia sembrano realistiche. In mezzo al buio e al freddo della notte, essa annuncia il giorno nuovo che sta levandosi. Quando l’ostilità e la violenza sembrano farle da padrone, essa proclama possibili la riconciliazione e la pace, la giustizia e la fraternità. Le sue mani, tenere e delicate, sono fatte apposta per ricucire strappi considerati ineluttabili, per lanciare ponti arditi sui baratri della terra, per stringere in una catena di solidarietà mani che hanno conosciuto solo il metallo spietato delle armi.
È nel segno della speranza che siamo invitati a cominciare questo nuovo anno. Non una speranza generica: quella di coloro che affermano di aver bisogno di credere in ‘qualcosa’, e si accontentano di un sogno qualsiasi. Non una speranza d’obbligo: quella di ciechi che si stringono l’uno all’altro nell’illusione di vincere l’oscurità ed i pericoli disseminati nel cammino.
La nostra speranza ha un volto ed un nome. Il volto di un uomo che è il Figlio di Dio. Il suo nome è Gesù ed annuncia a tutti un Dio che salva, che strappa l’umanità ad ogni schiavitù e ad ogni paura, per farle conoscere un’esistenza nuova. Accogliamo questa speranza con il cuore di Maria, con la saggezza di colei che fa scendere nel profondo dell’anima ogni parola ed ogni evento. Accogliamola con la determinazione dei pastori che vanno senz’indugio alla capanna per vedere il Bambino e riferiscono con gioia l’annuncio di grazia che li ha raggiunti. Accogliamola con la pazienza e la sollecitudine di tutti gli uomini e di tutte le donne di buona volontà, disposti a soffrire ed a lottare per un mondo di pace e di giustizia.
Come cristiani avvertiamo in questo momento particolare un duplice pericolo: il disorientamento e la paura. Il disorientamento è legato ai messaggi controversi che ci raggiungono e che inducono, nella fragilità, a cercare appoggi e compromessi. Ma la nostra rotta è tracciata dal Vangelo, un Vangelo non edulcorato, annacquato, un Vangelo ‘sine glossa’ come 800 anni fa Francesco d’Assisi chiedeva ai frati che lo volevano seguire. Il disorientamento è perdita di ciò che distingue le scelte, i comportamenti, gli atteggiamenti dei cristiani. Seguire Cristo povero, crocifisso, adottare i mezzi poveri da lui utilizzati – la parola ed i gesti concreti – ci consegna disarmati alle vicende della storia. Ma è proprio questa fedeltà, tenace e talora ostinata, feriale e mite che alla lunga risulterà vincente. Non l’appoggio dei potenti di turno. Non i compromessi volti ad assicurare posizioni di rendita. Non il cedimento alla logica di questo mondo. Perché questo avvenga bisogna uscire dalla paura: la paura che blocca, che riduce al silenzio, il silenzio dell’omertà, il silenzio della connivenza, il silenzio della neutralità che consente l’affermarsi dei violenti, degli arroganti, dei furbi. È vero che, come riconosceva don Abbondio nei Promessi Sposi: «Il coraggio uno non se lo può dare». Ma è altrettanto vero che lo si può ricevere e questo dono si chiama fiducia. Fiducia nel Signore Gesù: è lui il Salvatore, il Cristo, il Signore, e non Cesare o l’Augusto di turno. Fiducia nella sua Parola e nella saggezza della Croce, e non nei mezzi della propaganda. Fiducia nell’amore che è sempre tolleranza, comprensione, dialogo, rispetto, condivisione, e non esibizione di potenza, di muscoli o di immagine.
PREGHIERA - Nel cominciare questo nuovo anno noi non possiamo fare a meno, Signore, di volgerci indietro e di guardare alla carovana di giorni che ci lasciamo alle spalle, ai momenti difficili di trepidazione e di paura, al carico pesante dei giorni oscuri, ai sogni infranti, alle promesse non mantenute, ai progetti rimasti sulla carta.
Eppure, Signore, nonostante tutto non vogliamo lasciarci catturare dalla paura, dalla delusione o dal disincanto. Sì, noi osiamo sperare che verrà quel giorno in cui vedrà la luce una nuova terra e questo mondo lascerà il posto ad un giardino di pace e di giustizia.
Nel cominciare questo nuovo anno ci lasciamo prendere per mano da Maria, la Madre tua. Da lei impariamo a custodire ogni frammento prezioso della nostra esistenza e a collegarlo con la tua Parola perché emerga un percorso di grazia, rischiarato dalla tua luce. Da lei impariamo ad esprimere il canto della lode e della riconoscenza, a dare voce alla gioia dei poveri che riconoscono la forza del tuo amore.

giovedì 29 dicembre 2011

319 - UNA PACE PER TUTTI -31 Dicembre – San Silvestro I papa

“Ultimo giorno del 2011 per fare qualcosa di buono da mettere nelle mani di Dio perché il Suo Regno cresca e si renda presente in tutto il mondo!”

Nell’oscurità della notte di Natale, oggi come duemila anni fa, anche noi intendiamo il canto degli angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egliama». Ma qual è la pace del Natale? Forse abbiamo affrontato il buio e il freddo per andare celebrazione della messa di mezzanotte, calamitati dalla festa del Natale che è come l’alta marea: trascina con sé tutti, quasi a dispetto della nostra pigrizia, delle nostre infedeltà, dei lunghi silenzi che abbiamo lasciato cadere tra noi e Dio, della distanza che abbiamo frapposto fra Lui e noi. Dobbiamo ammetterlo: tutti abbiamo desiderio della pace, una nostalgia insopprimibile di esserne abitati, fin nel profondo. Ebbene, è proprio questa l’offerta che ci viene fatta.
Il buio non è solo all’esterno, ma molte volte scende nel nostro cuore: allora, coperti da una spessa coltre, noi non riusciamo più a vedere la direzione della nostra esistenza, cadiamo in balia di forze oscure dalle quali ci lasciamo condurre, diciamo e facciamo cose di cui non possiamo gloriarci. Al nostro animo tormentato, talora angosciato e incapace di distinguere il bene dal male, costretto a riconoscere che la cattiveria attecchisce anche nella nostra esistenza viene offerta una luce. È la stessa luce che avvolse i pastori in quella notte. Quella Luce è Cristo: il Salvatore, il Cristo, il Signore.
È lui il Salvatore: lui solo può strapparci alle ombre e alle suggestioni del male e donarci un’esistenza nuova. E lo fa nell’unico modo possibile: offrendoci il suo amore, un amore più forte del nostro peccato, più tenace di qualsiasi nostra infedeltà, Riconoscerlo come Salvatore significa ammettere le nostre debolezze, le nostre fragilità, le nostre responsabilità, ma nel contempo poter abbandonarsi a lui, così come siamo. Non dobbiamo nascondere, occultare nulla di noi stessi. Tanto meno le nostre ferite. Egli è venuto proprio per questo: per liberarci, per guarirci, per farci sperimentare una vita nuova.
È lui il Cristo, cioè l’Inviato di Dio: in lui si compie l’attesa di Israele, ma anche di tutta l’umanità. Grazie a lui Dio non è più distante, sconosciuto, inarrivabile o coperto da quelle maschere confezionate dagli uomini e appiccicate sul suo volto. Dio ora è vicino, vicinissimo, accessibile a tutti coloro che intendono accoglierlo: è un uomo come noi. Viene nella debolezza non con la forza, viene per salvare non per castigare, viene per offrire misericordia non per condannare, viene per rialzare non per abbattere. La gloria di questo Dio, il suo biglietto da visita è proprio la nostra felicità, la dignità a cui ci innalza, la pienezza che ci abita.
È lui il Signore: è lui che pronuncia l’ultima parola sulla storia, che cambia il corso degli eventi ed imprime una svolta al percorso dell’umanità. Al di là delle apparenze noi non siamo più sotto il potere del male. Il titolo, Signore, che gli viene attribuito in questa notte, non è casuale. È lo stesso che i discepoli gli riconoscono quando percepiscono il senso della sua risurrezione. Né la morte, né nessun altro potere hanno potuto trattenerlo nelle loro mani. Con il suo amore egli li ha sconfitti e anche noi, assieme a lui, partecipiamo a questa vittoria, che un giorno sarà completa.
Ecco qual è la pace del Natale. Non quella evanescente di un’atmosfera, creata dalla pubblicità. Non quella zuccherosa e di poco costo di un buonismo generico da avvertire per un giorno all’anno. E neppure quella che ignora i conflitti e i mali di questa terra. È la pace che viene da lui, Gesù, il Salvatore, il Cristo, il Signore. Se gli affidiamo la nostra esistenza, egli la può trasformare, pacificare, colmare di gioia.

318 - UNA LUCE CHE NON SI SPEGNE - 30 Dicembre – Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Sì, Natale è proprio questo: una luce che non si spegne. Nonostante le nubi che si addensano sulla nostra storia, nonostante la fatica e la tristezza che grava talora come una cappa di piombo sul nostro cuore e ci fa sentire pesanti, incapaci di rialzarci, di riprendere il cammino, di volare in alto con i nostri desideri ed i nostri sogni… Nonostante i ritmi frenetici che ci vengono imposti e ci ingoiano e stritolano nella loro morsa terribile, impedendoci di ritrovare l’armonia e la pace del cuore, troppo tesi per trovare spazi di silenzio, brandelli di contemplazione, tempi di riposo, incapaci ormai di comunicare veramente, in profondità… Nonostante i tanti percorsi che ci hanno condotti lontano da Lui, alla ricerca sfrenata di sensazioni nuove, perennemente ingannati da promesse che non vengono mantenute, da luccichii che si spengono dopo aver brillato per un istante… Nonostante le nostre infedeltà che ci hanno portato in altri templi a sacrificare agli idoli di turno, nonostante la cattiveria e la durezza che talora si impossessa della nostra anima e ci rendeimpermeabili alla sua voce e alle invocazioni dei fratelli…
Nonostante tutto Natale continua a far breccia nella nostra esistenza. Ci fa avvertire la bellezza di uno sguardo incantato e limpido che si ferma davanti alla capanna per contemplare quel bambino, il Figlio di Dio, diventato uomo per noi, per comunicarci un amore smisurato, per strapparci alle forze del male, per farci conoscere una nuova possibilità di vita.
Ci fa percepire la nostalgia pungente di un rapporto sincero con lui, un rapporto di fiducioso abbandono, senza calcoli e senza misure, senza sotterfugi e senza restrizioni, aperto e franco, semplice e colmo di gratitudine.
Ci fa sentire la voglia di metterci per altre strade, di abbandonare i percorsi che conosciamo fin troppo bene, i comportamenti e le scelte del tutto prevedibili, vecchi come è vecchio l’egoismo, per imboccare il sentiero che lui ha aperto davanti a noi: il sentiero della giustizia e della misericordia, della compassione e della tenerezza, del servizio e del sacrificio.
Non lasciamo, allora, che questo tempo passi invano. Che questa luce venga presto coperta da altre luci, fredde e potenti, che pretendono sempre di avere il sopravvento sulla nostra esistenza. Fermiamoci un attimo, per lasciarci illuminare in profondità da questa luce: essa è benevola, non umilia, non ferisce. Porta con sé il calore di un Dio che ha scelto di prendere la carne di un uomo, per amore. Liberiamoci senza esitazioni di tutto ciò che continua a tenerci prigionieri, a soffocarci, a toglierci la visuale di un orizzonte nuovo. C’è tanta zavorra che dobbiamo lasciar cadere, se vogliamo trovare la leggerezza e la serenità che sogniamo. Ci sono tanti pesi inutili di cui disfarci per far posto a ciò che conta veramente. Tendiamo la nostra mano, una mano disarmata, accogliente, amica al nostro prossimo, a quelli che ci vivono accanto, a partire dai nostri familiari. E apriamo la nostra bocca a parole che recano con sé il sapore delle cose buone, dei sentimenti nobili, delle esperienze grandi che impreziosiscono la nostra esistenza.

317 - LA LUCE DEL MONDO - 29 Dicembre – San Tommaso Becket

Forse nessun testo più del prologo del vangelo di Giovanni ci fa entrare nella profondità di queste celebrazioni natalizie. Privo dello scenario del presepio, per certi
aspetti disadorno e scarno, esso va tuttavia all’essenziale e ci permette di coniugare facilmente la data scelta per questa solennità e il messaggio che viene proclamato.
* La data, il 25 dicembre, non coincide con il compleanno di Gesù. Del resto nessuno dei vangeli fornisce delle indicazioni al riguardo: i vangeli non corrispondono ai libri dell’anagrafe municipale! E allora perché collocare proprio al 25 dicembre la festa della nascita di Gesù? È il momento in cui, dopo il solstizio d’inverno, la quantità di luce di una giornata, che aveva raggiunto il livello più basso, torna a crescere. Ancora una volta nel ciclo delle stagioni dobbiamo riconoscere che le tenebre non diranno l’ultima parola: la luce del sole assicura una nuova fecondità alla terra. Quale occasione migliore per proclamare che Cristo è la Luce del mondo?
* Il messaggio è l’annuncio della venuta nella carne del Figlio di Dio, di colui che è la Parola eterna, che ha creato il mondo e chiama a nuova vita ogni creatura. È lui il vero Sole della storia, lui che orienta la nostra esistenza e ci permette di trovare la strada della felicità. È lui la Luce che ci strappa al potere delle tenebre e ci dà la possibilità di accedere ad una vita nuova. Con lui comincia un’epoca nuova che giungerà a compimento con il suo ritorno nella gloria. Di fatto è una nuova creazione quella che è avvenuta.
* Agli inizi Dio ha cominciato la sua opera proprio partendo dalla luce e separandola dalle tenebre. Ora, nel tempo stabilito, è entrata nel mondo la Luce vera, quella che illumina ogni uomo. Questa Luce ci libera da qualsiasi disorientamento e trasfigura la nostra esistenza, liberandoci da ogni oscurità e da ogni peccato. Questa Luce fa di noi dei figli della Luce, chiamati ad irraggiare la bontà e la misericordia di Dio.
* Agli inizi Dio ha fatto sbocciare la vita, come effetto di quella sovrabbondanza che è in lui. Ora è la sua stessa vita che è a nostra disposizione. Tramite il suo Figlio, che ha donato la sua vita per noi, noi possiamo entrare in una comunione viva e profonda con lui, partecipare a quell’amore smisurato ed eterno che è in lui.

316 - IN PRINCIPIO ERA LA PAROLA - 28 Dicembre – Santi Innocenti

In questo tempo di Natale, noi siamo invitati a fermarci e a guardare la storia con gli occhi di Dio. Abbandoniamo allora, almeno per un momento, le vicende che costituiscono il fragile tessuto della nostra cronaca, alziamo lo sguardo dagli ultimi fatti che ci hanno impressionato il cuore e la mente, e consideriamo questa storia con uno sguardo nuovo. È la storia di un incontro tra Dio e l’uomo. Ecco perché all’inizio di tutto c’è la Parola.
* È una Parola che strappa al silenzio del nulla e chiama all’esistenza. Solo una Parola d’amore può fare una cosa simile. E Dio ama l’umanità, di un amore tanto smisurato, da sembrare folle. Dio non vuole restare nella sua perfetta solitudine. Egli basta a se stesso, non ha bisogno di nulla e di nessuno. Ma trabocca d’amore perché è comunione d’amore. Per questo Dio crea, perché vuole che partecipiamo alla sua gioia.
* È una Parola che offre un’alleanza, una Parola che ci mostra un Dio disposto a legarsi all’umanità per sempre. E per questo le traccia la strada della felicità, perché sfugga alle insidie del male. È una Parola che non si lascia sconfiggere dalla cattiveria e dall’ingratitudine degli esseri umani e per questo non si stanca di annunciare, con la voce dei profeti, un progetto che sorpassa qualsiasi immaginazione.
* Questa Parola si è fatta carne, è diventata un uomo, come noi. Non c’era altro modo per rivelare l’Amore se non condividendo fino in fondo la nostra condizione. Non c’era altra strada per strapparci alla tristezza dell’egoismo, alla durezza del cuore, alla prigionia del peccato. Questa Parola si è fatta carne e ha corso tutti i rischi che comporta una simile scelta: anche quello di essere ignorata, rifiutata, calpestata, condannata… Sì, anche il rischio di essere fatta tacere per sempre, con la morte.
* Questa Parola fatta carne è stata offerta alla nostra libertà. Possiamo accoglierla o allontanarla, farle posto o cacciarla, ascoltarla o tapparci le orecchie. Se le apriamo il cuore e la mente, se la facciamo scendere nel profondo della nostra esistenza, riceviamo qualcosa di inaudito, che ci trasfigura per sempre. Diventiamo i figli di Dio, l’oggetto della sua tenerezza, un raggio della sua luce, un frammento della sua bellezza. Gesù è venuto proprio per questo.

315 - UN MISTERO D’AMORE - 27 Dicembre – San Giovanni apostolo

Il Mistero dell’Incarnazione che è al centro della festa del Natale del Signore Gesù non può venire esaurito dalla celebrazione di un solo giorno, pur solenne. Ecco perché la liturgia prevede un «tempo di Natale»: perché ogni discepolo possa contemplare i diversi aspetti di una realtà così grande e sorprendente, che ha dell’inaudito e dell’inimmaginabile. Due sono le strade che ci vengono proposte dal Nuovo Testamento.
La prima, narrativa, ci mette davanti al racconto di una nascita che avviene nel bel mezzo del trambusto suscitato dal censimento, in un alloggio di fortuna. Nel Bambino appena nato, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, anche noi come i pastori, siamo invitati a vedere il segno e a riconoscere il Salvatore, il Cristo, il Signore. Nella sua umanità: nel bambino fragile e bisognoso di tutto (notte di Natale) come nell’uomo fatto che condivide in tutto e per tutto la nostra condizione (festa del Battesimo) noi contempliamo il Figlio di Dio che ci viene incontro per offrirci gioia e pace, salvezza e liberazione.
Ma c’è anche un’altra via, teologica ed esistenziale al contempo, quella del Prologo del Vangelo di Giovanni. Essa ci svela la realtà da un altro punto di vista, quella del Verbo eterno, che era fin dal principio e che ha assunto la carne di un uomo, quella del Figlio che viene a piantare la sua tenda in mezzo a noi e che ci dona di contemplare la sua gloria, offrendoci grazia e verità.
Questo percorso, è vero, manca dell’animazione che ritroviamo nel presepio: niente angeli e pastori, niente capanna, Maria e Giuseppe. L’unico che figura, oltre al protagonista, è Giovanni, il Battista, l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento. E tuttavia questo straordinario brano poetico ci conduce a considerare la nostra esperienza di fede in quello che essa ha di fondamentale.
Il paradosso non viene affatto smussato: il Verbo eterno assume la fragilità della carne umana. Egli si offre a noi come Parola, come Vita e come Luce.
* Una Parola che interpella, che risuona nel profondo del cuore, una Parola d’amore che ha creato l’universo ed attende una risposta d’amore. Una Parola non solo consolante e misericordiosa, ma anche dura ed esigente, che mette su sentieri nuovi e domanda una conversione profonda.
* Una Vita che ha i connotati di Dio, della sua pienezza, della sua bontà e che raggiunge le dimensioni dell’eternità. Non una vita qualsiasi, dunque. Spesa in qualsiasi modo, a qualunque condizione. La Vita che viene offerta ha il sapore inequivocabile di una realtà che ci supera, in cui possiamo solamente abbandonarci, come in un oceano che non può essere abbracciato.
* Una Luce che rischiara ogni anfratto della nostra esistenza. Non una luce potente, che abbaglia e ferisce, ma una Lucecalda e misericordiosa, che rischiara il cammino e accende di speranza il nostro animo.
Così il Figlio di Dio si propone ad ognuno di noi. Non si impone con la forza, ma domanda di essere accolto, a costo di esporsi al rifiuto degli uomini. Anche questo può accadere…Ma a coloro che credono nel suo nome si apre un’occasione del tutto inedita: essere generati da Dio stesso alla vita dei figli di Dio. Ecco la nostra esperienza di discepoli è tutta qui: in questa Parola, in questa Vita e in questa Luce che ci strappano al vuoto e al silenzio, alla morte e all’oscurità e ci fanno entrare in una comunione divina, feconda di bene.

lunedì 26 dicembre 2011

314 - COME VIVERE QUESTO NATALE? - 26 Dicembre – Santo Stefano

Certo, questo non è il primo Natale della nostra vita. E c’è il rischio – lo abbiamo già provato – di arrivare a questa festa con molte attese, e poi di vederle deluse. I preparativi sono cominciati da molto tempo. Ma quello che ci è stato annunciato è spesso un Natale che non ha molto da spartire con la celebrazione cristiana. È il Natale predisposto, organizzato, pubblicizzato da una società che avverte la possibilità di vendere, di far consumare i prodotti che ha preparato. Contribuisce a ‘far girare’ l’economia, ma non è detto che soddisfi i cuori. L’Avvento avrebbe dovuto provvedere proprio a questo: a farci vivere un tempo prezioso in cui allertare gli animi, aprire gli occhi e gli orecchi, per intendere la Parola e cogliere i segni che vengono disseminati attorno a noi. Come che sia andato l’Avvento, comunque, questo tempo di grazia arriva per tutti e può offrire a tutti la sua Luce e la sua Pace…
L’importante è viverlo bene, per non restare con la nostra fame e la nostra sete… Non fame e sete di cibo: quello sarà – per alcuni di noi nel mondo – abbondante fino allo spreco. Fame e sete di qualcosa che solo Dio può darci: una pace che raggiunge il profondo della nostra esistenza, che mette fine alle ansie e agli affanni che ci accompagnano sempre; un senso al nostro andare, una direzione al nostro camminare e la certezza che stiamo andando nel verso giusto; un sostegno alla nostra fragilità, una forza ed un entusiasmo nuovi con cui affrontare i momenti difficili.
Cosa significa viverlo bene? Il vangelo di Luca ci offre come modello i pastori. Non idee astratte, dunque, ma persone vive, in carne ed ossa. E quindi più facili da imitare. Siamo invitati a vivere il Natale come i pastori, e quindi:
* ad ascoltare l’annuncio, che risuona da duemila anni: «Oggi vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore». Non è facile intenderlo questo messaggio in mezzo al frastuono di questi giorni. Ecco perché è indispensabile fare almeno un poco di silenzio, far tacere le voci, le musiche, ma anche gli affanni, le preoccupazioni che urgono sempre alle porte della nostra esistenza;
* a prendere sul serio questo annuncio e dunque a mettersi in marcia per «vedere questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Sì, c’è un percorso da compiere, un cammino di ricerca da fare, guidati dalla Parola. Non riceviamo la salvezza a domicilio, come un pacco dono che basta scartare;
* a contemplare il segno: «Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia». Anche qui bisogna subito mettere in chiaro che Egli ci viene incontro a modo suo e che dobbiamo accettare che Egli ci raggiunga nella fragilità di un bambino, non nella forza di un potente. Non vuole infatti imporsi a noi, essere ricambiato nell’amore che ci offre;
* a trasmettere quello che ci è accaduto, a non tenere per noi quello che abbiamo scoperto. Abbiamo udito e visto: ora le nostre parole, dettate dal cuore, devono raggiungere quelli che ci stanno accanto, contagiarli della nostra gioia, far intravedere loro il sapore di quella pace che abita la nostra vita perché ci sentiamo amati;
* a lodare Dio che nel suo Figlio si è fatto vicino, uno di noi, e che si è manifestato innanzitutto ai poveri, a quelli che hanno bisogno della sua forza per andare avanti e si sentono dunque rincuorati e sostenuti nel loro pellegrinaggio.
Se faremo così, se imiteremo i pastori, le nostre attese non verranno tradite e questo sarà un buon Natale, il Natale del Signore Gesù!

sabato 24 dicembre 2011

313 - È NATO PER NOI IL SALVATORE - 25 Dicembre 2011 – Natale del Signore - (Isaia 9,1-6 Ebrei 1,1-6 Luca 2,1-20)

La notte di Natale gli sguardi di tutti sono rivolti al presepe. Non si tratta, certo, di indurre gli occhi ad abbandonarlo. Al contrario: ci si deve attardare per scrutare con attenzione ciò che implica la venuta del Figlio di Dio nella carne di un uomo. A questo scopo, tuttavia, è più opportuno lasciarsi guidare dalla Parola proclamata che dalla propria immaginazione e sensibilità. Luca ci regala un modo esemplare di leggere l’Evento: presenta il fatto in modo preciso e circostanziato, ma poi ci vuole far cogliere il senso che assume nella storia della salvezza. L’oggi della salvezza si estende dalla nascita del Bambino a tutta la vita di Gesù – da Betlemme a Pasqua – e anche a quella della Chiesa. A Natale noi lo riconosciamo come ‘Salvatore’ e ‘Cristo Signore’ perché confessiamo che lo è per sempre. Il paradosso dell’Incarnazione, certo, non può essere sminuito. Anzi, domanda di esplodere con forza.
La gloria di Dio si manifesta nella povertà, nella precarietà di un bambino sottomesso ai decreti di un imperatore pagano e alla sua volontà di potenza, in una nascita che avviene nello spazio interno di una casa, deputato a ricovero degli animali e a deposito, dove a far da culla è una mangiatoia. Ma proprio in queste condizioni dimesse brilla la gloria di Dio, proclamata nel cielo da una moltitudine di angeli e annunciata ai pastori.
PREGHIERA DELLA NOTTE - Siamo venuti nella notte a celebrare la tua nascita, Gesù, perché sei tu la Luce del mondo. Tu ci strappi alle tenebre del disorientamento e dell’angoscia e ci doni la speranza di un mondo nuovo. Tu rischiari i nostri sentieri
e ci tracci la strada che conduce alla pienezza della vita.
Siamo venuti nella notte a celebrare la tua nascita, Gesù, perché sei tu il Salvatore, colui che ci libera dal male che intacca e devasta la nostra esistenza. La tua misericordia ci rigenera, sbarazzandoci dal peccato, donandoci la possibilità di vivere nella giustizia e nella pace, nella benevolenza e nella compassione.
Siamo venuti nella notte a celebrare la tua nascita, Gesù, perché tu sei il Cristo, l’Inviato di Dio, venuto a cambiare la nostra storia. Tu condividi le nostre sofferenze, conosci le nostre miserie e ricolmi dei tuoi doni i poveri della terra.
Siamo venuti nella notte a celebrare la tua nascita, Gesù, perché tu sei il vero, l’autentico Signore, colui che viene nell’amore per consolare non per umiliare, per guarire non per giudicare, per liberare non per condannare.
PREGHIERA DELL’AURORA - All’inizio di questo giorno anche noi, come i pastori, vogliamo andare a Betlemme. È lì, Gesù, che tu ci dai appuntamento e ti fai incontrare non nella forza, ma nella fragilità, non nella ricchezza, ma nella povertà. È lì, Gesù, che tu ci disarmi e ci inviti a spogliarci di ogni sogno di potenza, di ogni volontà di dominio, di ogni orgoglio e superbia per accoglierti così come ti riveli in un bambino bisognoso di tutto che è il vero signore della storia.
All’inizio di questo giorno anche noi, come i pastori, vogliamo vedere il segno offerto a tutti coloro che si lasciano condurre dall’annuncio dell’angelo
e trovano te, bambino, adagiato nella mangiatoia.
E scoprono che la Parola ricevuta ha trovato puntuale riscontro, che la Promessa si è realizzata, che al di là delle apparenze Dio guida veramente la storia. Oggi, Gesù, è qui Betlemme: qui il luogo in cui tu, vivo e risorto, parli al nostro cuore e fai intendere la tua voce, qui la “casa del pane” in cui tu ti offri come cibo che dà forza.
PREGHIERA DEL GIORNO - Quel giorno con la tua nascita, Gesù, è cominciata un’epoca nuova nella storia tormentata di questo nostro mondo: è stato deposto un seme, fragile ma carico di vita, un lievito buono capace di trasformare il cuore degli uomini. Ecco perché siamo qui, figli di una storia nuova a cui tu hai dato inizio.
Quel giorno con la tua nascita, Gesù, la grazia e la verità di Dio, la sua tenerezza smisurata e la sua luce misericordiosa hanno posto stabilmente la loro dimora sulla terra. E a quanti ti hanno accolto è stato dato di percepire il segno di una Presenza che trasfigura la vita. Ecco perché siamo qui, figli avvolti da un amore che ha cambiato il corso degli eventi.
Quel giorno con la tua nascita, Gesù, a tutti è stata offerta una possibilità insperata, un’occasione unica: essere generati ad un’esistenza nuova, abitata dalla vita stessa di Dio, percorsa dalla fiducia, risvegliata dalla speranza.

312 - UNA MISSIONE PIÙ CHE UN’ANNUNCIAZIONE …

Per una pausa spirituale durante la IVª Settimana di Avvento

“L’angelo Gabriele fu mandato da Dio …” È vero: il messaggio di Gabriele rappresenta un autentico ‘invio in missione’, al modo delle vocazioni profetiche. In effetti Maria porterà la Parola nella sua stessa carne, nel suo grembo, e il Magnificat è un canto che riassume le attese e le speranze destate dai profeti. Il vangelo dell’annunciazione ci permette di reperire le caratteristiche salienti delle nostre vocazioni: umane, spirituali ed ecclesiali. È un testo che non consente alcun commento psicologico o soggettivo della scena evocata. Con arte consumata, ma anche con estrema delicatezza, Luca ha costruito un racconto che è la presentazione – divinamente ispirata – dell’esperienza, di per sé incomunicabile, fatta da Maria. Sotto forma di un dialogostrutturato mirabilmente e colmo di riferimenti all’Antico Testamento, ci viene offerta la sostanza dell’evento. Per raggiungere tale obiettivo nessuna concessione al pittoresco o all’aneddotico. Questa pagina non è stata scritta per soddisfare la nostra curiosità, ma per rivelare un mistero e nutrire la nostra fede.
a. Una missione che trova origine in un dono! «Rallègrati, piena di grazia…». Non si tratta di un convenevole, di una forma usuale di saluto, altrimenti Maria non rimarrebbe ‘turbata’. Le viene rivelato l’amore gratuito e smisurato che Dio ha per lei… Per questo riceve l’assicurazione che è alla base di ogni vocazione profetica: «Il Signore è con te!». Ogni chiamata comincia proprio così: da un dono d’amore del Dio fedele, che porta a compimento, in modo imprevisto, ogni sua promessa. Quando siamo tentati di considerare il compito che ci è stato affidato come un incarico oneroso, di cui percepiamo solo il rischio o la fatica, non dovremmo dimenticare la fiducia e la tenerezza di cui siamo stati oggetto. L’impressione di essere soli, abbandonati a noi stessi, è una ‘prova’, che mette al vaglio la nostra vocazione e talora è anche il ‘sintomo’ di un’incapacità a riconoscere e ad accogliere «Colui che cammina con noi».
b. Una missione da affrontare senza timore. «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». Maria si sente piccola, prova turbamento «di fronte al mistero di Dio che si avvicina ad un uomo». Percepisce come l’irruzione di Dio sconvolga la sua vita e la proietti nell’inatteso. Ma l’angelo la rassicura: non è davanti ad un progetto bizzarro. È la grazia di Dio che l’ha concepito e che si impegna a portarlo a compimento.
La reazione di Maria non è estranea alle chiamate che ci raggiungono. Capita anche a noi, quando il Signore bussa alla nostra porta, di sobbalzare. In effetti temiamo questa ‘intrusione’, che manda all’aria la nostra tranquillità ed i nostri progetti. Il Dio vicino, che interviene, è da sempre anche un Dio scomodo. Quello che ci propone non riusciamo a comprenderlo fino in fondo e tuttavia rappresenta non un ostacolo, ma un’occasione di grazia, una chance, da afferrare con fiducia.
c. Una missione confortata dai segni. «Come avverrà questo?». Pronta ad accettare il progetto di Dio su di lei, Maria non può fare a meno di porre una ‘giusta domanda’ circa la sua condizione. È l’atto interiore di una persona che mette in dialogo parti contrapposte e pensa attraverso vari ragionamenti per prendere una decisione. La risposta dell’angelo non si fa attendere. Lo Spirito Santo, detto anche potenza dell’Altissimo, realizzerà il piano di Dio ‘scendendo’ e ‘coprendo’ Maria con la sua ombra. Le viene, comunque, offerto un segno, per mostrare che «nulla è impossibile a Dio»: Elisabetta, la sterile, già avanti negli anni, attende un bambino. Anche noi, in effetti, ci poniamo la stessa domanda di Maria: «Come avverrà questo?». Lo facciamo quando veniamo messi di fronte ad impegni rischiosi, ad obiettivi che hanno dell’inverosimile, a cambiamenti che riteniamo al di là delle nostre forze… Se vogliamo imitare Maria, non dobbiamo però approfittarne per sottrarci alla nostra responsabilità. Lo Spirito viene a fecondare la nostra fragilità, basta che noi siamo disponibili ad assecondare il volere di Dio, il suo progetto.
d. Uno stile missionario. Per il cristiano la missione non è un optional, un impegno affidato ai più volenterosi. Condividere l’amore del Padre e di Cristo spinge ad andare in cerca dei bisogni umani, a lasciarsi afferrare dalla loro urgenza. Valorizza le risonanze suscitate, utilizza gli strumenti dell’analisi sociale che li mette in evidenza. Ma scopre anche aspetti nuovi ed insospettati. Rivela l’uomo a se stesso secondo le dimensioni reali del suo essere. Smaschera i desideri scorretti e peccaminosi. Approfondisce le tensioni puramente epidermiche suscitando desideri più ampi. Apre il cuore e le opere dell’uomo alla presenza di Dio nella storia. Annuncia un perdono capace di distruggere l’egoismo e di rigenerare le energie più belle. Un’opera del genere esige uno stile particolare:
– essenzialità, perché siano sempre chiare le priorità, le precedenze, le gerarchie di valore;
– povertà, in armonia con il modo in cui Dio stesso ha realizzato il suo progetto;
– gratuità, perché emerga il dono che ci è stato fatto e che intendiamo trasmettere;
– fraternità, che implica un clima di serenità, di cordialità, di immediatezza nei rapporti personali, così da mettere ognuno a proprio agio favorendo la comunicazione e lo scambio di esperienze.

domenica 18 dicembre 2011

311 - UNA PROPOSTA SORPRENDENTE … 18 Dicembre 2011 – IVª Domenica di Avvento

(2°Samuele 7,1-16 Romani 16,25-27 Luca 1,26-38)

“Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”… Maria non se la poteva proprio attendere una proposta del genere. I suoi pensieri e i suoi progetti, molto probabilmente, andavano in tutt’altra direzione. Promessa sposa a Giuseppe, attendeva il giorno del matrimonio e poi si vedeva madre, attorniata da una nidiata di figli, perché erano questi la più grande benedizione che il Signore potesse dare ad una famiglia.
In quel piccolo paese, Nazaret, sconosciuto ai più, avrebbe condotto un’esistenza semplice, faticosa, ma rallegrata dalle piccole gioie che costellano la vita di una donna saggia, sposa e madre di famiglia, e soprattutto la sua sarebbe stata un’esistenza percorsa dalla fede. La fede dei padri, in effetti, nutrita delle Sacre Scritture e della preghiera quotidiana, la accompagnava come una fiamma che arde costantemente perché si ha cura di tenerla accesa.
No, Maria non ha finto sorpresa per questioni di buona educazione: è stata semplicemente colta alla sprovvista. Tutti coloro che attendevano il Messia, tutti coloro che erano certi che Dio avrebbe realizzato le sue promesse, pensavano soprattutto ad un re o ad un membro delle grandi famiglie sacerdotali. E dunque il loro sguardo ed il loro cuore andavano alla capitale, Gerusalemme, ai palazzi dei nobili o al Tempio del Signore e ai figli dei sommi sacerdoti. Chi avrebbe potuto immaginare che il Messia sarebbe nato da una fanciulla di Nazaret e avrebbe conosciuto non gli agi di una condizione privilegiata, ma le fatiche e la penuria della povera gente?
Eppure Dio ha un modo tutto suo di realizzare i grandi progetti: egli si serve non dei ricchi, dei potenti e dei forti, ma di coloro che sono poveri e piccoli, ma sono disposti a dargli fiducia e a mettere la loro esistenza interamente nelle sue mani.
Il disegno è grande, i titoli e le espressioni sono altisonanti: «Figlio dell’Altissimo», «il trono di Davide», «la casa di Giacobbe». E tuttavia Maria accetta di entrare in questo piano di cui non può conoscere che il frammento che le viene rivelato. Per il resto deve solo fidarsi. Davanti alle sue obiezioni la risposta è un invito scoperto a lasciar fare a Dio. Sarà lo Spirito Santo ad agire e l’Altissimo la coprirà con la sua ombra. Se Dio interviene in prima persona, ogni difficoltà ed ogni resistenza cade perché Dio realizza i suoi progetti, anche se per strade completamente ignote agli uomini. Maria si fida e per questo pronuncia il suo sì, un sì – dobbiamo riconoscerlo – completamente ‘a scatola chiusa’. Del resto non potrebbe essere altrimenti. Spiegarle il progetto significherebbe accrescere le difficoltà perché quello che Dio compie è lontano mille miglia dalle previsioni degli uomini.
Oggi, proprio come duemila anni fa, Dio si comporta allo stesso modo: si serve dei piccoli e dei poveri per realizzare cose stupende. Basta che questi facciano come Maria: gli dicano di sì, si fidino totalmente di lui.
PREGHIERA - L’annuncio della tua nascita, Gesù, avviene in modo semplice e quasi dimesso. Niente di mirabolante, di sfolgorante, nessuna esibizione di potenza, eppure noi possiamo cogliere nel racconto così sobrio la grandezza di un mistero di amore che diventa realtà.
Dio entra nella vita di Maria, tua madre, con un messaggio di gioia e di grazia. A lei, giovane donna di un oscuro villaggio della Galilea, promessa sposa a Giuseppe, chiede di partecipare al suo progetto di salvezza, un disegno troppo stupendo per poter essere compreso e abbracciato in ogni sua parte.
Ecco perché le viene domandato di fidarsi di Dio, di mettersi nelle sue mani, di lasciare che lo Spirito agisca nella sua esistenza, di lasciarsi coprire dall’ombra dell’Altissimo.
Anche a noi, Gesù, il Padre ha assegnato un ruolo nel suo piano d’amore. Anche a noi viene offerta la possibilità di sperimentare la fiducia, di abbandonarci senza remore alla volontà di Colui che costruisce un futuro di gioia per tutta l’umanità.

sabato 17 dicembre 2011

310 - QUALE TESTIMONIANZA OGGI?

Per una pausa spirituale durante la IIIª Settimana di Avvento

Nel Quarto vangelo la testimonianza «non è una qualità personale, ma è l’azione precisa del discepolo di riferirsi a qualcun altro in tutto ciò che dice e fa. Così render testimonianza equivale a parlare non di sé, ma di un altro, che è più grande ed importante. Il che significa accettare di essere sempre al secondo posto, perché si sa chi ha il primo posto». Da questo punto di vista il Battista è l’autentico discepolo, il vero servitore. E lo riconosce senza mezzi termini. Non lavora per sé, ma per Colui che viene dopo di lui. Quando due dei suoi discepoli seguiranno l’Agnello di Dio, non farà dunque nulla per trattenerli con sé perché è proprio per questo che è stato mandato. Il suo è un compito a termine e quindi arriva il momento in cui è chiamato a scomparire. Umiltà? Abnegazione? Certo, ma anche la gioia del seminatore che, nella fede, partecipa all’entusiasmo e all’allegria della mietitura.
Possiamo chiederci: “Come vivere questi giorni che ci separano dal Natale?”. Con lo stesso spirito di Giovanni il Battista: pronto a rendere testimonianza a Gesù, il Figlio di Dio venuto nella carne di un uomo; disposto a riconoscere la sua grandezza e a seguirlo, a volgere sguardi e cuore verso di lui. Nei luoghi in cui ci troviamo a vivere, con le nostre diverse responsabilità, con i nostri differenti compiti, siamo spesso tentati di rincorrere un successo personale, di ‘appropriarci’ di quelli che ci aiutano e collaborano con noi, a costo in qualche modo di imprigionarli. E non di rado ci accade di rifiutare in modo maldestro coloro che arrivano ad investire e ad innovare proprio nel terreno da noi considerato terreno di caccia … Com’è difficile, poi, accettare che uno prenda il nostro posto senza criticarlo! Ma gli operai del Vangelo devono essere pronti a lasciarsi superare e a rallegrarsi quando vedono qualcuno crescere e scoprire la vera luce.
Come suggeriva il card. Martini, «Il riconoscerci servi ci ricorda che siamo di fronte ad un compito immensamente più grande di noi, affidatoci da Dio con un gesto di fiducia. Il riconoscerci servi inutili rende liberi e sciolti nel presente: liberi dal peso insopportabile di dover rispondere a ogni costo a tutte le attese, di dover essere sempre perfettamente all’altezza di tutte le sfide storiche di ogni tempo. Questa libertà e scioltezza ci rende umili e modesti, disponibili a fare quanto sta in noi, a riconoscere quanto ci sta ancora davanti e a collaborare con semplicità e senza pretese».
Allora in quali ambiti siamo chiamati a dare testimonianza? Con quali priorità? Alcuni suggerimenti:
• È la testimonianza innanzitutto dell’amore fraterno che fa della comunità un’autentica famiglia, attraverso rapporti personali sinceri, pazienti, accoglienti, disposti a correggere e ad essere corretti, con dolcezza e franchezza, pronti a edificarsi reciprocamente con parole ricche di sapienza cristiana e con esempi di luminosa bontà.
• È la testimonianza della prossimità verso gli ultimi, i più bisognosi, i più trascurati, quanti sono al limite della resistenza, attraverso interventi immediati che non pretendono di risolvere tutto, ma fanno quel che è possibile al momento.
• È la testimonianza dell’animazione sociale e dell’impegno politico, percorsi da un’attenzione più vera ai bisogni delle persone, da interventi che favoriscono l’accoglienza, l’inserimento sociale, la crescita libera di ognuno.
• È la testimonianza del discernimento spirituale. Di fronte a scelte economiche e politiche, a costumi sociali che si vanno consolidando, ad orientamenti che nascono nella vita familiare… la visione cristiana intuisce quali fenomeni rappresentino un inizio promettente di un mondo nuovo e quanti invece, nonostante l’ampio consenso che incontrano, allontanino gli uomini da una vita di libertà e di pace.

sabato 10 dicembre 2011

309 - GIOVANNI, IL TESTIMONE CHE FA CONOSCERE -11 Dicembre 2011 – IIIª Domenica di Avvento

(Isaia 61,1-2.10-11 1ªTessalonicesi 5,16-24 Giovanni 1,6-8.19-28)

Un testimone è credibile quando parla in base alla propria esperienza. Ora per l’evangelista Giovanni il Battista è molto di più di un semplice porta-parola. È un uomo mandato da Dio a rendere testimonianza alla luce. Il suo ruolo è quello del testimone. Non deve limitarsi ad annunciare, a lanciare un messaggio che è una sorta di grido. Quello è stato il ruolo di tutti i profeti. Ricevere una parola per trasmetterla, leggere la storia con gli occhi di Dio, richiamare l’alleanza e le sue leggi da rispettare. Ma lui, Giovanni il Battista, è l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento e il suo ruolo è del tutto particolare. Prepara la strada a Colui che deve venire ricordando che Dio è vicino, sta per mettersi all’opera e dunque bisogna essere pronti nel momento in cui entrerà in azione.
Questo, però, non basta. Giovanni – e in questo la sua missione è unica – deve render testimonianza all’Atteso quando arriverà. Sì, Giovanni è un testimone, uno chiamato a vedere e a divulgare quello che ha visto. È un testimone della Luce, della Luce vera che viene nel mondo per illuminare ogni uomo, per rischiarare i sentieri di coloro che vagano nelle tenebre. Non è lui la Luce, non può prendersi per la Luce. Lui, il profeta e testimone, davanti alla Luce è chiamato a farsi piccolo e a scomparire. Non è casuale che la liturgia abbia collocato la nascita di Gesù al 25 dicembre, quando la quantità di luce di un giorno, dopo il solstizio d’inverno, torna ad aumentare, e la nascita di Giovanni il Battista al 24 giugno, quando la quantità di luce di un giorno, dopo il solstizio d’estate, tende a diminuire.
È un testimone che, inevitabilmente, deve prendere posizione davanti a se stesso, alla sua identità e davanti a Colui che annuncia. Ecco perché le sue risposte ai sacerdoti e ai leviti sono una serie di no: non è Elia, non è il profeta … è solo una voce che grida nel deserto ed invita a rendere diritta la via del Signore. Ecco perché mette chiaramente in evidenza la distanza che lo separa dal Cristo, una distanza abissale che non si presta a nessuna confusione. Il gesto di versare l’acqua per invitare alla conversione e l’azione dello Spirito che trasforma un’esistenza fin nel profondo non sono la stessa cosa.
PREGHIERA - Sei tu, Gesù, la luce del mondo: tu illumini la nostra storia e ci fai intravedere un compimento, tu diradi le tenebre che ci gettano nella paura e nel disorientamento, tu rischiari le zone oscure della nostra esistenza e ci strappi al potere del male.
Sei tu, Gesù, la luce del mondo: nessuno può illudersi di prendere il tuo posto. A ognuno di noi spetta, invece, il ruolo di Giovanni il Battista: riconoscere con semplicità di essere solo dei testimoni, umili e felici, disponibili e pronti.
Così chi cerca la luce potrà rallegrarsi delle indicazioni che saremo in grado di fornirgli. Chi desidera vedere il volto di Dio affretterà il suo passo sulla strada che anche noi stiamo percorrendo.
Sei tu, Gesù, la luce del mondo, e per noi è bello vedere la vita con i tuoi occhi limpidi, leggere la storia con il tuo sguardo profondo, attraversare le zone impervie e anche i passaggi dolorosi potendo contare sulla tua presenza.
Sei tu, Gesù, la luce del mondo, e ad ognuno tu affidi un raggio della tua bontà, della tua grazia e della tua gloria.

martedì 6 dicembre 2011

308 - MARIA, UNA DEGNA DIMORA PER IL SUO FIGLIO - 08 Dicembre 2011 – Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria

(Genesi 3,9-15.20 Efesini 1,3-6.11-12 Luca 1,26-38)

La festa di oggi non cade casualmente in Avvento: essa dà consistenza al percorso appena cominciato e nello stesso tempo apre gli orizzonti perché si possa cogliere più chiaramente il disegno di Dio.
Il rapporto tra Dio e l’uomo nasce da un amore smisurato e gratuito che chiama all’esistenza e colloca in una condizione di armonia e di felicità. A questi doni, tuttavia, non corrisponde la fiducia e la fedeltà da parte degli uomini. Così essi scoprono la loro nudità e la loro vergogna. Dio, però, non smette di dialogare con loro. Anzi, fa addirittura intravedere la sconfitta del serpente che, attraverso l’inganno, ha condotto al peccato (1ªlettura).
Con la proposta, fatta a Maria, di diventare la madre del suo Figlio, Dio dimostra di non aver dimenticato le sue promesse (vangelo). Egli chiede alla giovane donna di Nazaret di fidarsi di lui, di lasciare che la sua vita sia trasformata dall’opera dello Spirito e trova in lei un ascolto disponibile e pronto, un terreno fecondo in cui la Parola eterna può prendere carne.
Proprio a partire da questo evento è possibile allora rileggere l’intera storia del cosmo. ‘In Cristo’, infatti, ogni cosa trova senso e il progetto di Dio appare in tutta la sua bellezza: la creazione e la redenzione, l’offerta di grazia che trasfigura in figli adottivi e in eredi dei beni eterni e chiama ogni uomo alla santità (2ª lettura).
È il percorso che ci fa compiere il lezionario per celebrare l’Immacolata Concezione di Maria, il dogma proclamato solennemente da papa Pio IX l’8 dicembre 1854. In effetti Maria diventa un’icona di quella storia santa a cui appartiene, storia tra Dio e gli uomini che trova il suo compimento in Cristo. È in vista della sua morte e risurrezione, infatti, che è stata sottratta, fin dal suo concepimento, al peccato originale, a quella fragilità che segna tutti i discendenti di Adamo.
PREGHIERA - Noi ci rivolgiamo a te, Maria, Vergine Immacolata, perché tu sei per noi un’icona di speranza. Ogni giorno sperimentiamo la realtà del male che ferisce e lacera e conosciamo da vicino la nostra debolezza e le nostre infedeltà. Per questo talvolta siamo tentati di pensare che il potere della cattiveria è ineluttabile.
Tu, donna della speranza, ci mostri com’è possibile accogliere con gioia il progetto di Dio. Tu ci indichi la strada della fedeltà assoluta, dell’adesione generosa, della trasparenza totale.
Noi ci rivolgiamo a te, Maria, Vergine Immacolata, perché tu sei per noi un’icona di grazia. Dio mantiene le sue promesse e conduce la storia per sentieri nuovi.
Oggetto del suo amore smisurato, tu hai potuto respirare la sua tenerezza e aprirti con gioia fiduciosa alla sua volontà e al suo disegno di salvezza.

sabato 3 dicembre 2011

307 - PREPARATE LA STRADA AL SIGNORE - 04 Dicembre 2011 – IIª Domenica di Avvento

(Isaia 40,1-5.9-11 2ªPietro 3,8-14 Marco 1,1-8)
Il messaggio di Giovanni Battista diventa un appello a volgersi decisamente verso Colui che sta per arrivare, a convertire la nostra vita.
COSA SIGNIFICA CONVERTIRSI? All’uomo viene ridata «la possibilità gioiosa di scoprire il disegno di Dio, di scoprire se stesso in questa chiamata a esprimere questo disegno, di aderire a questo disegno con stupore, con gratitudine, con obbedienza, con generosità». È questa, come ci ricordava il card. Martini, la conversione cristiana.
Ma da dove nasce e che cosa comporta praticamente questa decisione che cambia la vita di una persona?
• Essa è una prova della serietà con cui Dio ci ama fino al punto di volerci come suoi collaboratori nella libertà e nell’operosità. Egli è pronto a consolare il suo popolo e a fargli da guida verso una pienezza sconosciuta. Egli stesso gli viene incontro per realizzare le sue promesse e rendere possibile una trasformazione. Se per Giovanni è urgente prendere consapevolezza dei peccati per cercare il pentimento, per Gesù è prioritario l’annuncio di ciò che Dio è disposto a fare, convinto che anche la conversione sia opera di Dio e non innanzitutto opera umana.
• Essa è la conseguenza di un desiderio che abita e smuove la persona: vivere la vita «buona e bella, secondo il Vangelo», un’esistenza che corrisponde alle attese più profonde di felicità. È la bellezza di questa proposta che attrae fino al punto di accettare le esigenze, le condizioni che questa scelta comporta. Certo, il clima di stordimento generale, di cecità morale, talvolta di vera e propria ottusità non favorisce una decisione così importante. È come se una tenebra fitta colpisse mentalità, abitudini e costumi ed impedisse di vedere e seguire quella luce benefica che ci viene offerta.
• Essa non prevede un semplice processo evolutivo, una tranquilla successione di passaggi, una crescita senza scosse. L’itinerario della conversione comporta inevitabilmente una rottura, che viene ripresa in momenti successivi, autentici ‘salti di qualità’. Questo percorso esige la scioltezza, il distacco, la prontezza, la disponibilità del pellegrino. E si fa, di volta in volta, scoperta dolorosa del male che è dentro di noi, della nostra complicità con l’ingiustizia; decisione radicale di troncare
qualsiasi connivenza con ciò che deturpa in noi e negli altri l’immagine di Dio; affrancamento da qualsiasi schiavitù per vivere la propria dignità di discepoli a qualsiasi costo. Si tratta poi di cambiare scala di valori perché la vita assume un aspetto ed una direzione diversi.
• È il cambiamento di mentalità, del modo di ragionare ovvio e spontaneo, per accogliere un pensiero più ampio e più grande che viene da Dio. Il che non comporta solo un invito alla coscienza, ma anche una regola di vita che strutturi la nostra libertà e ci sottragga alle seduzioni del male. Essere discepoli comporta anche una disciplina: una cura attenta del rapporto con Dio, un esercizio quotidiano per non venir meno nel tempo della prova.
PREGHIERA - Al profeta Giovanni il Battista Dio ha affidato un compito: preparare la strada alla tua venuta, Gesù. Non si tratta di un annuncio qualsiasi perché quel che sta per accadere cambierà per sempre la storia del mondo. In te Dio si fa vicino, diventa un uomo come noi. In te Dio rivela il suo volto autentico ed offre misericordia e grazia a quanti lo accolgono con cuore sincero. Nulla, dunque, sarà più come prima, tutto risulterà trasformato.
Ecco perché l’invito pressante a orientare tutta l’esistenza verso questa novità, a fare il possibile per togliere tutto ciò che ostacola, impedisce e ritarda l’incontro con te.
A distanza di duemila anni la voce del Battista non si è spenta. Attraverso di essa, Gesù, tu ci chiedi di aprirci alla tua parola che scandaglia le profondità dell’anima, all’azione dello Spirito che risana e trasfigura la nostra esistenza.
Sapremo prendere sul serio la tua Buona Notizia? Metteremo i nostri passi sul percorso che disegni davanti a noi?

306 - IL TEMPO DI AVVENTO

Per una pausa spirituale durante la Iª Settimana di Avvento

Il TEMPO DI AVVENTO è tempo di attesa e di speranza. È tempo di vigilanza e di decisione, tempo di conversione. L’esperienza cristiana pone sempre di fronte ad una scelta: essere nel mondo, senza essere del mondo. Prendiamo atto del nostro essere nel mondo e dei condizionamenti che questo comporta: la brama di potere e di apparire, la ricerca del successo e del piacere, la schiavitù delle cose, la lotta egoistica per il proprio interesse. Quale speranza? Quale libertà?
Siamo deboli, esposti alla tentazione in molti modi. Chi ci può aiutare a discernere il bene dal male? Chi ci può guidare a costruire una storia, personale e comunitaria, in cui non prevalgano intrecci egoistici? Chi può garantirci la nostra integrità?
Avvertiamo più che mai l’attesa di una liberazione, un intimo e profondo bisogno di speranza, non di ideologie che promettono e non mantengono, che illudono e ingannano. Di fronte a queste, avvertiamo alla fine soltanto la nostra impotenza, e la disperazione.
Il messaggio cristiano rinnova ogni anno la sua proposta: la salvezza autentica non è opera dell’uomo, può essere soltanto invocata e accolta come dono dall’alto. L’attesa ‘cristiana’ legata al Natale, che anima tutto il tempo liturgico dell’Avvento, è attesa di Dio: di Dio che viene all’uomo, gratuitamente e generosamente. È attesa della sua grazia, manifestata nel volto, nella vita, nella parola e nel destino finale di Gesù di Nazaret. Natale è memoria della sua nascita in questo mondo: egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti l’accolgono egli offre sempre la stessa gratuita possibilità: diventare ‘figli’ dello stesso Padre.
Gli ATTEGGIAMENTI SPIRITUALI che meglio ci preparano a questa venuta si possono così esprimere:
· mantenersi vigili nella fede, nella preghiera, in un’apertura attenta e disponibile a riconoscere i segni della venuta del Signore in tutte le circostanze ed i momenti della vita e alla fine dei tempi;
· camminare sulla via tracciata da Dio, lasciare gli sbandamenti per vie tortuose, convertirsi per seguire Gesù verso il regno del Padre;
· testimoniare la gioia che porta Gesù salvatore, con la carità paziente ed affabile, con l’apertura a tutte le iniziative di bene, attraverso le quali già si costruisce il regno futuro nella gioia senza fine;
· mantenere un cuore povero e vuoto di sé, imitando Maria, Giuseppe, Giovanni Battista, gli altri poveri del Vangelo, i quali proprio per questo hanno saputo riconoscere in Gesù il Figlio di Dio venuto a salvare gli uomini;
· partecipare alla Messa accogliendo e riconoscendo il Signore che continuamente viene in mezzo a noi, seguirlo nella via che conduce al Padre finché, con la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi, Egli ci introduca tutti insieme nel regno, per farci avere parte alla vita eterna, con i beati ed i santi del cielo.