sabato 29 gennaio 2011

135 - BEATI ANCHE NELLA SOFFERENZA? - 30 Gennaio 2011 – IVª Domenica tempo ordinario

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
(Sofonia 2,3; 3,12-13 1ª Corinti 1,26-31 Matteo 5,1-12a)
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La pagina evangelica delle beatitudini ci provoca, ci spinge a interrogarci intorno alla sua più autentica paradossalità, diffidandoci dal farne un uso falsamente consolatorio. Le parole di Gesù non annunciano una beatitudine grazie alla sofferenza ma nonostante la sofferenza; non cancellano quindi la differenza fra bene e male, fra felicità e dolore; non intendono assecondare un dolorismo fatalistico, in nome di una speranza che si accontenta di mascherare la rassegnazione con una spennellata superficiale di ottimismo. Non possiamo avvilire in questo modo l’annuncio della beatitudine, minimizzando lo scandalo del male e della sofferenza; al contrario, la beatitudine è una buona notizia proprio perché prende sul serio il mistero del negativo e risponde al presente dell’afflizione con il futuro della promessa.
Tale promessa è avvalorata dalla inaudita capacità di Gesù di soffrire come noi, con noi, per noi. In questo modo la sua sofferenza attesta che il male è solo la penultima parola; non può essere l’ultima ma neanche la prima. Il buco nero resta quello che è; non dev’essere razionalizzato né santificato. Prima di cercare risposte affrettate e falsamente rassicuranti, il cristiano deve misurarsi con una domanda ancora più radicale; oltre a chiederci: “Perché proprio io?”, dobbiamo chiederci: “Perché anche Lui?”. In questa seconda domanda è custodita - ecco il vero paradosso - la forza salvifica di chi ha assunto su di sé il male, l’ha vinto una volta per tutte e proprio per questo può diventare il fondamento della nostra speranza.
Quando qualcuno ci grida il suo dolore, ci capita spesso di consumare nei suoi confronti una sorta di doppio tradimento della speranza: una prima volta perché lo lasciamo solo e non sappiamo coinvolgerci in una solidarietà profonda; una seconda volta perché cerchiamo di smarcarci e nascondere il nostro disimpegno dietro la retorica di una beatitudine indolore e a buon mercato. Ecco il carattere radicalmente alternativo della beatitudine promessa da Gesù, che diventa per questo un compagno insostituibile sulla via della speranza: nella speranza si risolve il conflitto tra sofferenza e beatitudine; si risolve grazie a una promessa, che ci è stata fatta da chi ha pagato con la vita per poterla mantenere.

sabato 22 gennaio 2011

134 - LA LUCE DI DIO NEL CUORE DELL’UOMO 23 GENNAIO 2011 – IIIª DOMENICA TEMPO ORDINARIO

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
(Isaia 8,23b-9,3 1ªCorinti 1,10-13.17 Matteo 4,12-23)

In questa domenica la liturgia ci conduce a vivere i primi passi della missione di Gesù con l’immagine della luce. La salvezza è un’esplosione di luce in un mondo di tenebre: “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce”. E’ la profezia di Isaia; è la presenza del Signore Gesù che appare nella storia e manifesta il suo mistero di Figlio di Dio.
Per capire l’importanza della luce occorre aver provato la paura e l’angoscia che il buio porta con sé, il disorientamento, lo smarrimento di camminare senza sapere dove si sta andando. E’ talmente carico di minacce il buio che i bambini ne hanno una paura istintiva; è quella, meno istintiva ma non per questo meno inquietante, che continuiamo a provare da adulti, in altre forme, per tutta la vita.
Quando dentro di noi si fa buio? Quando avvertiamo di essere in una situazione senza via d’uscita; quando una notizia drammatica cambia l’orizzonte della nostra esistenza e ora non sappiamo più che cosa sarà di noi; quando un affetto caro si spezza; quando la vita ci pone di fronte a decisioni difficili davanti alle quali non sappiamo che fare, salvo sentirci smarriti; quando le nostre giornate si trascinano in un grigiore che sembra non avere né gusto né direzione.
La Scrittura parla di tutto un popolo che cammina nelle tenebre. L’immagine delle popolo evoca la fatica e il disorientamento dell’umanità di questo tempo. Troppi segnali anche oggi ci fanno sentire al buio, proprio come popolo e come comunità. Tanti problemi e tante situazioni oggi ci danno la percezione di camminare nelle tenebre: basta pensare all’emergenza educativa e al difficile dialogo tra le generazioni; alla crisi di valori di riferimento condivisi, per cui ci sembra di non riuscire a trovare terreno comune su cui incontrarci, nelle nostre differenze. La corruzione che sembra diventata un fiume incontenibile ci lascia smarriti e ci porta a domandarci: “ma dove andremo a finire?”. Abbiamo l’impressione di trovarci davanti al declino di una civiltà che pensavamo tra le migliori espressioni del cammino dell’umanità e non riusciamo a intravedere germi di novità e di rigenerazione. E al di sopra di tutto, quell’indifferenza alle ingiustizie e alle sofferenze di sempre: i bambini che continuano a morire di fame; l’agonia dei popoli che continuano a restare ai margini dello sviluppo. E ci chiediamo: Ma sarà mai possibile un mondo giusto e fraterno? Il bene è solo un’illusione?
A noi che poniamo al Signore queste domande, oggi la liturgia risponde annunciando una grande luce. Non una luce qualsiasi, ma una grande luce, di quelle che abbagliano e che, più che far vedere le cose, fanno vedere la luce stessa: una luce sfolgorante, presenza che - paradosso! – acceca e attrae! E’ luce la presenza del Signore che cammina al nostro fianco nella trama misteriosa delle nostre giornate che, con Lui, smettono di essere banali e contraddittorie, perché sono cariche del suo amore, della sua misericordia, della sua verità. E’ la luce la sua promessa, che ci fa credere che ogni desiderio di bene, di tranquillità, di pace che vive nel nostro cuore si realizzerà, e non saremo più in balia delle nostre paure e delle incertezze. E’ luce la Parola, che ci svela un altro volto della realtà e della vita, e ci invita a cercare la felicità non nei beni effimeri del mondo, ma nel legame profondo e trasfigurante con il Signore della pace e della gioia. E’ parola che chiama e che, come ai discepoli, fa intravedere un altro traguardo per la propria esistenza: quello che si snoda dietro ai passi del Signore.
La luce che squarcia le tenebre dell’umanità è la presenza del Signore Gesù e la novità che egli introduce nella storia. Forse le cose attorno a noi continueranno ad essere opache come prima, ma ora noi sappiamo di non essere più soli e di poter affrontare tutto con il Signore, condotti per mano da Lui. Forse stenteremo ancora a capire il senso delle cose, ma ora sappiamo che la luce che è apparsa all’orizzonte dell’umanità a poco a poco svelerà il significato di tutto e le cose un giorno ci appariranno nella luce piena della risurrezione.

venerdì 21 gennaio 2011

133 - A GIOCARE COL BASTONE

Alla scuola della sapienza … impariamo a crescere in famiglia!
Un giorno il piccolo Claudio giocava sotto il portone, e sulla strada passò un bel vecchio con gli occhiali d'oro, che camminava curvo, appoggiandosi a un bastone, e proprio davanti al portone il bastone gli cadde.
Claudio fu pronto a raccoglierlo e lo porse al vecchio, che sorrise e disse: - Grazie, ma non mi serve. Posso camminare benissimo senza. Se ti piace, tienilo.
E senza aspettare risposta si allontanò, e pareva meno curvo di prima.
Claudio rimase lì col bastone fra le mani e non sapeva che farne. Era un comune bastone di legno, col manico ricurvo e il puntale di ferro, e niente altro di speciale da notare.
Claudio picchio due o tre volte il puntale per terra, poi, quasi senza pensarci inforcò il bastone ed ecco che non era più un bastone, ma un cavallo, un meraviglioso puledro nero con una stella bianca in fronte, che si slanciò al galoppo intorno al cortile, nitrendo e facendo sprizzare scintille dai ciottoli.
Quando Claudio, meravigliato e un po' spaventato, riuscì a rimettere il piede a terra, il bastone era di nuovo un bastone, e non aveva zoccoli ma un semplice puntale arrugginito, né criniera, ma il solito manico ricurvo.
- Voglio riprovare, - decise Claudio, quando ebbe ripreso fiato. Inforcò di nuovo il bastone, e stavolta non fu un cavallo, ma un solenne cammello a due gobbe, e il cortile era un immenso deserto da attraversare, ma Claudio non aveva paura e scrutava in lontananza, per veder comparire l'oasi.
«È certamente un bastone fatato », si disse Claudio, inforcandolo per la terza volta. Adesso era un' automobile da corsa, tutta rossa, col numero scritto in bianco sul cofano, e il cortile una pista rombante, e Claudio arrivava sempre primo al traguardo.
Poi il bastone fu un motoscafo, e il cortile un lago dalle acque calme e verdi, e poi un'astronave che fendeva lo spazio, lasciandosi dietro una scia di stelle.
Ogni volta che Claudio rimetteva il piede a terra il bastone riprendeva il suo pacifico aspetto, il manico lucido, il vecchio puntale.
Il pomeriggio passò veloce tra quei giochi. Verso sera Claudio si riaffacciò per caso sulla strada, ed ecco di ritorno il vecchio dagli occhiali d'oro. Claudio lo osservò con curiosità, ma non poté vedere in lui niente di speciale: era un vecchio signore qualunque, un po' affaticato dalla passeggiata.
- Ti piace il bastone? - domandò sorridendo a Claudio. Claudio credette che lo rivolesse indietro, e glielo tese, arrossendo.
Ma il vecchio fece cenno di no.
- Tienilo, tienilo - disse. - Che cosa me ne faccio, ormai, di un bastone? Tu ci puoi volare, io potrei soltanto appoggiarmi. Mi appoggerò al muro e sarà lo stesso.
E se ne andò sorridendo, perché non c'e persona più felice del vecchio che può regalare qualcosa ad un bambino .
(GIANNI RODARI, Favole al telefono, Einaudi)

sabato 15 gennaio 2011

132 - ECCO L’AGNELLO DI DIO, CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO! - 16 GENNAIO 2011 – IIª DOMENICA TEMPO ORDINARIO

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
(Isaia 49,3.5-6 1ªCorinti 1,1-3 Giovanni 1,29-34)

“Ecco l’agnello di Dio , colui che toglie il peccato del mondo!”. E’ questo l’Annuncio, è questa la testimonianza riassuntiva del Battista secondo il Quarto vangelo. In quante maniere la simbologia ecclesiale (sia liturgica, sia teologica, sia artistica) ha assimilato e formulato tale testimonianza sul Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per noi!Fino a renderla professione di fede riassuntiva, al momento della comunione eucaristica nella Santa Messa.
Per l’approfondimento, peraltro inesauribile, del suo contenuto può essere utile risalire a due testi dell’Antico Testamento: quello che sta all’origine del rituale relativo alla Pasqua di Israele in Esodo 12,3-11: il sacrificio dell’agnello pasquale; ed Isaia 52,13-53,12: quarto canto del profeta-servo del Signore. Vi si rievoca e interpreta la sua morte espiatoria “per i peccati di noi tutti”.

Cristo ha salvato l’umanità
Cristo vuol salvato me. Secondo la dottrina tradizionale, la salvezza in Cristo implica due dimensioni. Quella “oggettiva”, secondo la quale Egli ci ha salvato dal peccato, mediante la sua opera, compiuta una volta per tutte nel mistero pasquale, di cui siamo resi partecipi attraverso il dono della fede e i sacramenti della Chiesa. Quella “soggettiva”, per cui al dono ricevuto corrisponde il compito personale di accoglienza fruttuosa mediante la vita di carità. In altre parole, per diventare effettiva, la salvezza di Cristo offerta a tutti gli uomini è necessario che si compia in me, che mi salvi dal mio peccato.
Ci chiediamo, allora, che cosa significa che Gesù ha tolto il peccato del mondo, eppure deve ancora toglierlo in me? Infatti, potrebbe sembrare un’affermazione incongruente quella che sostiene la cancellazione del peccato a fronte della sua presenza ancora così potente nel “mondo” in cui viviamo; tanto che si potrebbe ritenere fallito il progetto salvifico di Dio. La nostra domanda, pertanto, si ripresenta nella seguente formulazione: Se Gesù c’è, irreversibilmente, il peccato può ancora dominare irresistibilmente la vita dell’umanità.
Anche se è vero che la salvezza ha un valore ultraterreno, ossia che il suo ultimo compimento avverrà nell’aldilà del Regno di Dio, debbono pur darsi anticipazioni concrete e storiche della vittoria pasquale di Cristo sul male e sulla morte. In tal senso, la domanda esige risposte non solo sul piano personale, ma anche a livello comunitario e sociale, in quanto, come non si tratta soltanto dei miei peccati, ma anche di quelli di tutti (del peccato del mondo), così la salvezza si attua a livello individuale e collettivo. Si dischiude, in questa direzione, la prospettiva ecclesiale: nel soggetto della comunità dei credenti è in atto la salvezza di Cristo, pur nella forma del “già e non-ancora”, quale anticipazione del Regno.

La comunità credente è il luogo della salvezza accolta.

La presenza irreversibile di Gesù escude l’irresistibilità del peccato del mondo, nonostante la sua insistente sopravvivenza, proprio grazie all’esperienza della Chiesa (quella parte del mondo che ha accolto il Figlio) , che permette ai credenti di testimoniare la fede in Gesù Signore e di offrire speranza al mondo mediante l’amore verso i fratelli. Quindi, è l’esistenza cristiana (fede, speranza, carità), sostenuta dalla grazia dei sacramenti, a custodire la paradossale condizione in cui convivono la santità della Chiesa insieme ai peccati dei suoi figli, così come nel mondo continuano a crescere il buon seme e la zizzania. Solo l’amorosa pazienza di Dio è capace di sostenere il lento cammino di costante purificazione e di permanete conversione che segna la strada dei discepoli di Gesù nel vasta orizzonte del mondo.
Possiamo nutrire la speranza che - nonostante il peccato sia già stato tolto, eppure ancora sopravviva nel mondo – la salvezza di Dio (in Cristo, per lo Spirito, accolta dalla Chiesa) , com’è stata la prima parola sul mondo, così sarà anche l’ultima.

venerdì 14 gennaio 2011

131 - ANCORA SUL BATTESIMO DI GESU’

L’amore salva
Il dialogo del Battista con Gesù, raccontato dal Vangelo di Matteo (3,13-17), è carico di stupore, sorpresa e ricerca spirituale: “Tu vieni da me?” Molti si sono fatti tale domanda: la Vergine fecondata dallo Spirito, Giuseppe nella scelta determinante, Elisabetta che accoglie Maria, i pastori invitati dagli angeli, i Magi guidati dalla stella … E’ l’interrogativo di ogni cristiano, conscio dei propri limiti e stupito di Dio che condivide la sua povertà.
Il mettersi in fila con i peccatori, stare dalla loro parte, è la garanzia che nessuno è escluso o abbandonato da Cristo. Il peccato è lontananza dell’uomo da Dio, ma non di Dio dall’uomo. Gesù è solidale con i peccatori, pur essendo senza peccato.
Nel battesimo si rivela il Dio di Gesù Cristo: il totalmente Altro, l’Assoluto e il P Perfetto si fa solidale con l’umanità ferita dal peccato. Gesù svela il volto di un Dio che esce a cercare la pecora smarrita, attende il ritorno del figlio spendaccione, si ferma nella casa di Zaccheo, banchetta con i peccatori, non spegne il lucignolo fumigante né spezza la canna inclinata, fa festa per ogni peccatore che si converte e muore pronunciando parole di perdono.
Solo la condivisione generata dall’amore redime dal male: non servono disvorsi sull’origine del male, raccomandazioni morali sul peccato, ricorso a mezzi straordinari. Con la sua vita Gesù insegna che il mondo ha più bisogno di testimoni che di maestri, di martiri più che di predicatori della fedeltà al Vangelo, di santi più che di sostenitori dellle cause dei santi, di uomini giusti più che di persone che parlano di giustizia. Dio si spoglia della sua gloria per tendere la mano a chi rischia di affogare nel fango. Gesù paga di persona per vincere il male, liberare il divino presente in ognuno e tendere all’armonia iniziale. E’ la legge dell’incarnazione, lo stile del dono come uscita da sé per porsi al servizio, l’opposto dell’autopossesso egoistico e dell’isolamento. Questo è il metodo scelto da Gesù per “ricreare” il mondo.

Nel Figlio prediletto
Gesù risponde al Battista, secondo quanto racconta il Vangelo di Matteo (3,13-17): “Lascia fare per ora”. Il suo gesto umile e sconcertante scalza i ragionamenti umani e la meritocrazia religiosa. Per Gesù l’importante è immergersi nel limite umano, per poter aiutare le persone, per essere l’Emmanuele di tutti.
Questo risponde all’anelito della natura umana e alla vocazione del Messia. Spendersi con gratuità e generosità là dove si vive, nella piene fiducia in Dio, può sembrare poco: in realtà è tutto, perché va oltre la giustizia, intesa come dare a ciascuno il suo. Gesù, il Figlio che ha sperimentato l’amore del Padre, non può accettare che gli altri siano abbandonati alla rovina. Ciò che il Battista non comprende, apparirà pienamente nella Pasqua: Colui che è senza peccato, porta il peso dei peccati di tutti perché ognuno sia di nuovo reso capace di muoversi verso il Padre, con autentico spirito filiale. L’esperienza del male, esterno e interno all’uomo, non è più paralizzante perché assunto e vinto da Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, che ha dato la vita per far emergere l’umano ed esaltarlo nella sua totalità.
La salvezza passa da un atto di amore, mediante il quale lo Spirito svela l’identità di Gesù e il suo rapporto col Padre. Gesù sale dalle acque e lo Spirito scende dal cielo. In Gesù cielo, terra e acqua, Dio e uomo sono finalmente uniti: gli elementi vitali e le relazioni sono armonizzati. Il Battista potrà dire. “Io vi battezzo con acqua … Lui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. In Gesù l’uomo può diventare figlio di Dio e compiere la sua destinazione originaria: riconoscere Dio come “Abbà” (Papà) e rivolgersi a Lui con gratitudine. Questa riflessione serva a riscoprire, coltivare e testimoniare il dono della fede; a vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani. La fede è una luce che splende nel mondo, che brancola nelle tenebre del dubbio. Il battesimo è un cambiamento radicale di vita che porta a seguire Cristo; è ben più di una specie di purificazione e abbellimento dell’anima: è realmente una trasformazione in una nuova vita.
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Dal Battesimo la Fraternità
Dal battesimo deriva anche un nuovo modello di società: Quella dei fratelli. La fraternità non nasce da un’ideologia, da un decreto o da un atto di socializzazione ecclesiale. Ci si riconosce fratelli in forza dell’essere figli dell’unico Padre. Lo Spirito genera il dono e l’impegno di vivere da figli di Dio e da fratelli, per essere come “lievito” di un’umanità nuova, solidale, ricca di pace e di speranza. Le parrocchie faticano a superare il proprio campanile e a cogliere l’arricchimento di collegarsi con le altre comunità, la zona pastorale e la diocesi, e di collaborare di più insieme. Quanto è proposto al di fuori della pastorale quotidiana è inteso come un di più. Invece la Chiesa è comunione e comunicazione, sinergia e corresponsabilità. Più ci si apre ad una Chiesa vasta e più si cresce insieme, pur con le normali difficoltà, come in una famiglia. Talvolta le realtà ecclesiali sono ricche di attività, ma “separate” in casa. La parrocchia è un luogo significativo di incontro fra tutte le generazioni, alimentando così anche il tessuto sociale, oggi così frammentato. Lo Spirito, che si manifesta su Gesù in forma di colomba, testimonia che Dio non è assente dalla storia, ma continuamente operante. Ogni volta che si vive da “figli nel Figlio”, si proclama l’Amen del battesimo ricevuto e si rinnova il prodigio del Natale.

Per concludere
Questa festa, ammettiamolo, rappresenta una sorta di risveglio brusco, che ci richiama alla realtà perché la dolcezza del presepio non ci impedisca di colgiere il senso della tua venuta, Gesù.
Tu sei venuto nella carne umana perché hai una missione da compiere. Il bambino che abbiamo contemplato nella sua culla improvvisata è destinato a crescere, a diventare un uomo per realizzare un disegno di salvezza.
Coloro che si sono lasciati sedurre dalla magia del Natale non possono fermarsi alla capanna, alle pecore e ai pastori. La struggente nostalgia deve far posto all’impegno di seguirti, di ascoltarti, di lasciarsi cambiare dal tuo annuncio di salvezza.
Al Giordano tu non sei più il bambino del presepio, ma un uomo fatto che ben conosce le fatiche e le gioie dell’esistenza. Al Giordano comincia la parte decisiva del tuo compito. La discesa dello Spirito e la parola del Padre ci ricordano la tua identità e ci rivelano che non sei solo in questa impresa.

domenica 9 gennaio 2011

130 - FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE - 9 GENNAIO 2011

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Da cristiani nel mondo
(Isaia 42,1-4.6-7 Atti 10,34-38 Matteo 3,13-17)

Si conclude il tempo liturgico del Natale, nel quale il tema del diventare figli di Dio grazie alla venuta del Figlio Unigenito nella nostra umanità costituisce un elemento dominante. Egli si è fatto solidale con noi perché potessimo diventare figli di Dio. Dio è nato perché noi potessimo rinascere.
Si noti la sobrietà del Vangelo, che non fa la cronaca della crescita di Gesù, non indugia alla curiosità morbosa del lettore o a considerazioni psicologiche o pedagogiche sull’adolescenza e la giovinezza. Dal Bambino adorato dai Magi si passa al battesimo al Giordano. La buona notizia consiste nel credere in Gesù Salvatore, sul quale è sceso lo spirito Santo facendo di Lui una persona unica e particolare, con una missione straordinaria affidataGli da Dio: salvare il mondo con la sua croce, fonte di speranza e di vita nuova.
Il battesimo di Gesù, anche se diverso dal nostro in quanto Gesù è da sempre Figlio di Dio mentre noi diventiamo figli di Dio proprio nel Battesimo, ci porta a pensare al nostro battesimo che apre necessariamente alla Cresima e alla Eucaristia, i Sacramenti che formano la “persona cristiana”, incorporandola a Cristo e alla Chiesa. Anche se è un segno di stima per la proposta educativa cristiana, oggi non basta più che i genitori avviino per tradizione i figli alla fede, vivendo attualmente in un contesto che tenta di costruire una civiltà come se Dio non ci fosse. Occorre una formazione e una continuità, a livello intellettuale (la fede è un modo di valutare la realtà) e nel confronto tra fede, sacramenti e la vita (le durezze e le opportunità del quotidiano rimandano al Credo). Per i giovani/adulti va ritrovata l’etica. La mentalità corrente tende ad una certa arrendevolezza rispetto al peccato. “Ha mentito, ha rubato: è umano”, si dice. E’ errato: umano è essere buono, generoso, amante della giustizia … L’aiuto di Cristo fa uscire dall’oscurità della natura umana e trasforma il mondo, orientandolo verso Dio. Per vivere realmente il battesimo, c’è bisogno dei sacramenti dell’eucaristia, specie quella festiva, e della riconciliazione.
I tre punti cardini che permettono al cristiano di apprezzare ciò che di vero c’è nella realtà sono: la creaturalità dell’uomo (l’immagine di Dio precede ogni altra differenza), l’incarnazione di Cristo (unito misteriosamente a ogni persona), lo Spirito Santo (con libertà fa germogliare la verità ed il bene).Il cristiano è un cittadino che esprime e propone per intero la sua visione di “vita buona”, che è personale, famigliare e sociale, in competizione dialogica con le altre; altrimenti si impoverirebbe la società. Nell’odierno meticciato di civiltà, di cambiamento radicale della democrazia e della società civile, non si può ragionare su un’immagine vecchia dell’idea e della pratica della “laicità”. Per il cristianesimo, identità e differenze sono concepibili sempre e solo in relazione. E’ superato un puro schema dialettico del rapporto Stato-Chiesa e delle categorie identitarie e integrazioniste, oggi insufficienti. Va ritrovata, ad esempio, la stima della verità, bontà e bellezza, da qualunque parte provenga.

La festa del Battesimo
Dobbiamo incominciare a fare la festa del battesimo nostro e dei nostri famigliari. Quindi, se non ce la ricordiamo, dobbiamo andare alla ricerca della data del nostro battesimo e quella dei nostri famigliari. Se poi siamo stati padrino o madrina di qualche persona … nell’anniversario del loro battesimo dobbiamo preparare loro la festa. Questa è l’unica occasione in cui diamo senso al nostro essere stati padrino o madrina e questa è anche l’occasione buona per fare al nostro figlioccio o figlioccia un bel regalo. Attraverso la festa del battesimo possiamo educare alla fede e possiamo far scoprire l’importanza di questo evento nella vita di una persona!

venerdì 7 gennaio 2011

129 - VIVERE IL NATALE - 08 gennaio 2011

Chiesa accogliente e missionaria
La Chiesa, sacramento universale di salvezza, si confronta con le nuove sfide della globalizzazione, che stimola l’accoglienza nella testimonianza che Gesù “è la stella polare della libertà umana”.
Non una Chiesa solo del “fare”, ma dell’“accompagnare” chi è in ricerca. Una Chiesa forte nella sua identità e insieme dialogante con chi anela – senza conoscerlo – al Dio della misericordia e della tenerezza, della giustizia e della pace, della speranza e del futuro: in una parola, al Dio di Gesù Cristo.
Lo sviluppo dei popoli richiede di vivere non solo l’uno accanto all’altro, ma più trasparenti e uniti nelle proprie legittime diversità. L’economia va abbinata all’incontro culturale e umano. Per la dottrina sociale cristiana la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale e la solidarietà senza la sussidiarietà cede all’assistenzialismo umiliante. La fede cristiana, che si incarna nelle culture trascendendole, può aiutarle a crescere nella convivialità e nella solidarietà universali per lo sviluppo comunitario e planetario. Per il governo dell’economia mondiale; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori; per compiere uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori della carità nella verità, urge la presenza di una vera autorità politica mondiale (Caritas in veritate, c. 4-5).

Per concludere
Ognuno di noi porta dentro un desiderio intenso di vita, ma non di una vita qualsiasi: cerchiamo una pienezza che non ci è dato di raggiungere con le nostre sole forze. E sei Tu, o Cristo, il Verbo della Vita, Colui che può saziare la nostra sete di infinito e di eternità.
Ognuno di noi vuole uscire dalle tenebre che lo avvolgono: un’oscurità spessa che si impadronisce delle nostre menti e dei nostri cuori e ci sottrae alle realtà fondamentali, ci condanna a procedere senza direzione e senza futuro. Solo Tu, o Cristo, sei la Luce vera che può illuminare ogni uomo e ogni donna che sono in questo mondo. La Tua Luce scende nel profondo e ci rivela le pieghe segrete della nostra anima e della nostra storia. La tua Luce, rivela il volto del Padre, la Sua bontà senza limiti, la Sua tenerezza che non possiamo neppure immaginare. La Tua Luce disegna davanti a noi una strada sicura da percorrere per raggiungere la gioia e la pace.
Con Te, o Cristo, Dio viene ad abitare stabilmente su questa nostra terra e il sogno di un mondo nuovo diventa realtà per chi si affida alla Tua grazia.

128 - VIVERE IL NATALE – 07 gennaio 2011

Dall’adorazione alla vita
I Magi compiono un gesto di adorazione, riconoscono il Mistero presente nel Bambino, accettano la dipendenza dalla sua signoria, obbediscono a Colui che è la mèta della loro ricerca. Gli offrono l’oro (la libertà, la decisione di impegnare la loro vita), l’incenso (la preghiera, l’ammissione dell’essere creatura) e la mirra (il dono di sé, la fedeltà gratuita). Non è un gesto devozionale o rituale, ma un culto che coinvolge tutta la loro persona ed esistenza. A Dio non si va a mani vuote: per riconoscenza e lode. Ma Dio non chiede né gradisce cose, ma soltanto cuori. E’ questa la liturgia autentica e quotidiana, che giunge certamente a Dio e cambia la persona che sta davanti a Lui. L’Eucarestia è il memoriale del dono totale di sé da parte del Figlio di Dio, che si fa nutrimento per il cammino spirituale. Non è causale che, per ricevere Gesù eucaristico, ci si metta in processione: è il simbolo del coinvolgimento integrale del discepolo, corpo e anima, passato-presente-futuro. Solo chi sa stare in ginocchio davanti a Cristo può stare in piedi: è adoratore in spirito e verità. Con l’Epifania, o si adora Dio o lo si perseguita.
La vicenda dei Magi è sempre al plurale. La traversata della realtà è personale, ma non individuale: è condivisa. Non si può andare a Dio da soli. C’è bisogno di qualcuno che assicuri il viaggio e garantisca che la passione per la realtà non è un sogno o un’alienazione: ecco la Chiesa, che accompagna le persone nell’attraversamento dell’esistenza ed aiuta a giudicarla “in Cristo”. La fedeltà alla Chiesa toglie la paura di improvvisare e di sbagliare, di non farcela e di non avere il risultato sperato. Il legame tra i cristiani è più forte di qualsiasi vincolo umano, perché fondato su Cristo.
La Chiesa è il modo permanente in cui il Dio fatto uomo è disponibile ad essere incontrato da chi lo vuole, è il “metodo” con cui Dio ha scelto di donarsi all’incontro con l’uomo. L’esperienza dei Magi è una possibilità reale per l’uomo di oggi, grazie alla Chiesa nella quale è offerto un cibo ai pellegrini, un conforto agli incerti, una strada agli smarriti. Se questi doni non vanno mai confusi con possessi gelosi, è pur vero che essi sono là per nutrirci; non per esimerci dalla lotta, ma per darci forza; non per addormentare le coscienze, ma per svegliarle e stimolarle a opere e giorni d’amore, in cui l’amore invisibile si faccia presente. E’ la vita della comunità cristiana.
I Magi tornano “per un’altra strada”. “Il test che la mèta è quella vera, cioè compie il desiderio e porta a termine l’inizio, è il ritorno. Il ritorno è la verifica della mèta”. Si tratta non semplicemente di un ritorno, ma di un “rincasare”, cioè di un tornare alla propria casa, al proprio quotidiano, vivendo il Mistero incontrato. I Magi non si isolano nel loro privilegio, ma rientrano nella loro normalità. La santità consiste nel vivere l’ordinario in modo straordinario, cioè insieme a Gesù.
Non si può “tornare da Erode”, rifare il percorso precedente; non ancora segnato dall’incontro con Cristo. Non fotocopie, ma l’inedito dello Spirito perché Gesù cambia nel profondo chi lo avvicina con cuore semplice; lo rende oggettivamente “diverso” da chi non crede, lo abilita ad esperienze alternative in quanto generate dalla grazia e non dalla stravaganza del carattere o della tendenza culturale del momento. Di qui i valori dell’umanesimo cristiano sono indisponibili; il fine dell’educazione cristiana è la conformazione a Cristo; la testimonianza è vivere all’altezza del dono ricevuto; i mezzi essenziali sono la Parola e i Sacramenti; la condivisione coi fratelli di fede e con i poveri.

mercoledì 5 gennaio 2011

127 - EPIFANIA DEL SIGNORE - 06 GENNAIO 2011 – Il viaggio della vita

LA PAROLA LETTA IN FAMIGLIA
(Isaia 60,1-6 Efesini 3,2-3.5-6 Matteo 2,1-12)

Il lungo viaggio dei Magi testimonia che la pigrizia spirituale è nemica della fede e impedisce di giungere da oriente a Gerusalemme. Non è umanamente e intellettualmente onesto rimandare sempre al domani la ricerca delle “cose ultime” e censurare abitualmente la domanda di senso, che sorge spontanea nel cuore umano. Il sapere umano offre tante conoscenze ed opportunità di vivere, ma non aiuta a sapere per quale motivo conviene vivere. La luce della Rivelazione illumina il mistero dell’esistenza quotidiana. La ragione senza la fede è impotente, la fede senza la ragione è cieca. Chi cerca ragioni per vivere, nel profondo della sua attesa cerca Dio.
I Magi, abituati a scrutare il futuro e ad essere inquieti finché non hanno trovato la risposta alla ricerca della loro vita, vedono la stella, hanno l’evidenza del segno, cioè la promessa di una risposta. Allora, ragionevolmente, le vanno dietro, rischiano. Il cammino verso l’incontro con il Signore non incomincia neppure se la nostra ragione si autolimita a rispondere solamente alle cose penultime della vita; se ritiene che la natura, la realtà nella sua interezza non rimanda ad altro. Occorre vigilanza perché la cultura attuale pare considerare la ragione incapace di cercare nella realtà i segni di una Presenza che vada “oltre” la realtà stessa.
I Magi sono pellegrini, hanno una mèta e puntano ad essa; per raggiungerla, sfidano ogni avversità e prova. La mèta li attira e provoca la loro libertà. Il pellegrinaggio diventa figura dell’avventura della vita, non destinata al rischio di un vagabondare senza mèta, anche stando in casa (Internet, cellulari, tanti canali televisivi, consumo fine a se stesso, discussioni fatue sui problemi del mondo). La vita è un viaggio attraverso la realtà, alla ricerca della felicità.
I Magi tendono al compimento di un desiderio avvertito nel profondo; non confondono la stella con la mèta, il segno con il Tutto, la promessa con il fine. Tanto meno pensano di dover liberare l’uomo da Dio per restituirgli il diritto alla felicità. Questo richiede discernimento e conversione: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Romani 12,2). La stella che precede è il dono di volti e rapporti, di incontri e circostanze che hanno preparato il nostro cercare una Presenza viva, Cristo, che indica il cammino e si fa trovare. I beni di questo mondo hanno la capacità di affascinare l’uomo mobilitando tutta la sua persona, ma altrettanto facilmente si dissolvono, lasciando la percezione del vuoto inappagabile. Solo Gesù, il Figlio di Dio fatto Bambino, impedisce di trasformare la realtà in idolo, in fallimento che genera noia. Se tutto è vissuto in Cristo, nulla è più indifferente o nemico. “Se Cristo è il mio bene, tutti i beni durano e si moltiplicano”.
Arrivati a Gerusalemme, i Magi rischiano di persona, comunicando il motivo per cui si sono mossi, non vergognandosi di rivelare il loro sogno di felicità e di futuro, la loro sete di speranza. Se venissero oggi, troverebbero una città “moderna”, fiera dei suoi progressi nella scienza, dell’economia e del benessere; con uno spazio anche per la religione (anzi per più religioni), purché non disturbi troppo il sistema di potere istituito. Data l’ignoranza religiosa e l’indifferenza, sapremmo rispondere alla loro domanda: “Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Inoltre, testimoniare la fede non è dare risposte già pronte, ma contagiare l’inquietudine della ricerca e la pace dell’incontro, portando le domande a un Altro e insieme con lui. Ognuno deve sempre scegliere tra due logiche di vita: Betlemme o Gerusalemme, il Bambino o Erode, i Magi o i burocrati, il progetto di Dio o i calcoli dell’uomo.

126 - VIVERE IL NATALE - 05 gennaio 2011

La luce dei volti
La semplicità del Bambino pare in contrasto con la pretesa di Gesù adulto di essere Luce del mondo. Eppure sono due facce della medesima persona, da contemplare non con i criteri della sapienza umana. Perché solo l’amore illumina. Ci può essere una luce/bellezza che seduce ma non convince, attrae ma non riempie il cuore, appaga ma non del tutto.
La liturgia è una scia di luce per la presenza di Dio, la sua inabitazione nei partecipanti, il suo calore di grazia che fonde le scorie ed unisce i cuori. L’opposto del buio della bruttezza dovuto alla banalità, al disordine morale e al disimpegno dell’indifferenza. La luminosità della vita del credente rivela la speranza di chi si sente erede di una splendida terra promessa e la ricerca di inculturare la fede con una fedeltà creativa.
Preoccupanti i dati dell’ultima indagine dell’Istituto Iard di Milano: meno giovani dai 18 ai 25 anni si definiscono cattolici; danno meno credibilità alle figure religiose istituzionali, sono meno disponibili ad accettare il ruolo “politico” della Chiesa, hanno minor senso di appartenenza a una comunità ecclesiale specifica, mostrano minor osservanza di indicazioni etiche e comportamentali offerte dalla Chiesa, presentano minor frequenza anche nelle grandi solennità di Natale e Pasqua. Segnali di una religione fai-da-te, di una generazione incredula, di un anello mancante nella cinghia di trasmissione tra le generazioni.
I giovani sembrano privi di motivazioni circa l’autentica convenienza della fede o della preghiera. Pare che non siano stati aiutati a sviluppare nel loro cuore antenne per Dio. Urge una verifica della catechesi e della vita cristiana in generale.
Nella trasmissione della fede, niente può sostituire i rapporti interpersonali. Forse ci si è illusi che il ricorso ai grandi eventi, l’utilizzo delle nuove tecnologie e l’adeguamento ai modelli vincenti di creazione del consenso potessero funzionare anche a livello ecclesiale. Puntare sull’emozione di raduni eccezionali; dei grandi numeri e della visibilità mediatica ha portato ad una sorta di “assuefazione allo straordinario e al conseguente disinteresse, alla noia, se non al disgusto, per la quotidianità del vissuto”. Il senso del vivere, la speranza del futuro e il balsamo per le proprie ferite vanno cercati, invece, nella quotidianità ordinaria. Spetta agli adulti ritrovare i principi che si vorrebbero presenti nei giovani ed offrire esperienze cui guardare con gratitudine, testimoniare un presente dagli orizzonti aperti e progettare un futuro di vita armonica e condivisibile.
La modernità pare avere annichilito le relazioni, chiuso gli individui in gusci solitari, spenta ogni costruttiva dinamica relazionale. Un meccanicismo amministrativo sostituisce la libertà, la responsabilità e l’etica, portando ad una perdita di umanità. Va trovata la luce per le relazioni umane e per far crescere una società dell’umano, per declinare i bisogni e i diritti non in modo utilitaristico, ma rispondente alle vere esigenze.

martedì 4 gennaio 2011

125 - VIVERE IL NATALE - 04 gennaio 2011

Dall’indifferenza alla testimonianza
Il prologo di Giovanni non porta all’intellettualismo, ma al sapere e al sapore del vivere. Il cattolico rischia di buttarsi sui problemi, sganciandosi da quell’ideale che gli permette di elaborare un giudizio cristiano.
L’appartenenza precede la competenza. L’unico sapere è quello della vita e il cuore della vita cristiana è l’esperienza di fede, la comunione con Cristo e i fratelli. Va sempre cercata la sintesi fra il messaggio di Cristo e il “qui ed ora”, o forse sarebbe meglio dire il “chi ed ora”. Essere cristiani significa essere stati trasformati e rigenerati nella propria umanità da Cristo, mediante la fede. Vivere la fede in modo autentico porta a concretizzare il messaggio cristiano nella propria vita e nella vita di chi ci è vicino. L’accoglienza di Cristo genera una persona “nuova”, un testimone, il quale comunica gratuitamente la sua vita, cambiata per grazia, a quanti sono vicini e soprattutto a chi accetta di condividerne il cammino.
La testimonianza cristiana è un giudizio sul senso della nostra vita, che permette a chi ascolta di interrogarsi sul valore della propria esistenza. Solo la testimonianza di fede commuove la libertà dell’altro, e lo invita efficacemente alla decisione. Se Cristo è venuto per rendere testimonianza alla Verità, all’uomo tocca dare testimonianza a Lui e di Lui. Quando il baricentro della vita non è su Gesù, si cade nella noia; quando invece si è abbagliati dal suo volto, si sperimenta la gioia, sempre contagiosa. L’”incontro” con l’altro non potrà mai evitare il “contro”, l’urto di un’originalità irrinunciabile ad ogni tentativo di addomesticare la novità che viene da Dio. Oggi molti affermano di cercare l’armonia, di voler andare d’accordo e di essere positivi, ma intanto propugnano esperienze contrarie alla fede e alla dignità umana. Si pensi, ad esempio, all’esoterismo, che parte dalla cultura della dolcezza e del non-scontro. Il demonio dice sempre una parte di verità, per trarre più facilmente in inganno. Ma sbagliare, nella vita spirituale, è catastrofico e porta alla morte. Il senso di discernimento è molto basso e le sette prolificano, indebolendo la capacità di pensiero della persona e staccandola dal suo contesto vitale.
Resistendo alla tentazione dell’egemonia, i cristiani sono chiamati a fare della loro differenza la via di una proposta umile e tenace, rivelativa del dono di Dio e di un’esperienza pienamente umana. Nel travaglio del cambiamento in atto non servono piccoli aggiustamenti, ma la ripresa dei valori fondamentali, il ritorno alle radici cristiane della ragione ampliata alla crisi odierna. La fede cristiana è una proposta coerente con le grandi domande dell’umanità, capace di contrastare le tentazioni dell’assurdità e atta a fornire un fondamento alle relazioni umane. L’assenza di domande è più pericolosa delle risposte sbagliate. Oggi ci si adagia facilmente nell’indifferenza, senza interrogarsi sul senso della vita. O ci si interroga, ma non si crede di poterlo trovare da qualche parte. Il cuore umano è un grande punto interrogativo che può essere cancellato con le varie droghe naturali, sintetiche o psichiche, con l’attivismo frenetico, la carriera, il denaro, il divertimento…

lunedì 3 gennaio 2011

124 - VIVERE IL NATALE - 03 gennaio 2011

La luce dall’Alto
Il prologo del Vangelo di Giovanni approfondisce la vera identità del Bambino di Betlemme per capire il quale si deve risalire oltre la sua storia, ripartire “dal principio” della creazione. Gesù “Verbo, Luce, Vita, Gloria di Dio, Tenda di Dio fra noi”: ognuno di questi termini significa rapporto, dialogo, comunicazione e comunione, legame, circolazione di vita. Gesù infatti è il sacramento dell’incontro con Dio e con gli uomini.
E’ importante porre attenzione al soggetto dell’azione cristiana, cioè chiedersi “per chi” si agisce. Non rispondere a questa domanda, concentrarsi solo su ciò che si fa, provoca una rottura tra fede e vita, spesso tra persona e persona, e trasforma la comunità in un’azienda, che procede senza conoscere ciò che – o meglio chi – ci spinge ad agire. Il Natale porta un messaggio gioioso di inclusione nell’abbraccio caldo di un Dio, che si è fatto Bambino per parlare al cuore di ognuno e per unire le persone nel dono della salvezza. Se Gesù è al centro, tutti sono dentro al grande centro dell’umanità. Un uomo è veramente tale solo quando, con l’aiuto del Signore, è capace di includere tutti. Gesù, l’Amore totale, non esclude nessuno.
Diceva Santa Edith Stein, uccisa in un campo di concentramento: “Più si fa buio intorno a te, più devi aprirti alla Luce che viene dall’alto”. Gesù illumina e attira perché è sincero, fino a pagare il prezzo più alto per la verità che annuncia. Appare umile e coraggioso, totalmente disinteressato, niente affatto ripiegato in un amaro vittimismo. E’ esigente ma non fiscale, forte e mite, grande nel donarsi, radicale nell’amare sino alla follia della croce.
Gesú chiede di aderire alla sua persona, perché sa di essere il Figlio di Dio venuto a rivelare l’amore sconfinato di un Dio che è Padre per tutti, e per indicare che la via della felicità si imbocca all’incrocio tra le vie della verità, dell’amore e della libertà. Gesù è il volto umano di Dio: incontrare Lui è incontrare Dio. Ma Egli è anche il volto divino dell’uomo: non censura, ma eleva tutto ciò che di positivo appartiene ai sogni e slanci umani. Il miglior augurio per ogni cristiano è di arrivare a fare la professione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! Tu solo hai parole di vita eterna”.
L’evangelista Giovanni esprime questo processo con i simboli della luce e delle tenebre e afferma che “la luce risplende nella tenebra, ma la tenebra non l’ha accolta.”
Il problema non è nella fonte, ma nella ricezione, nell’accoglienza. Oggi il frastuono riempie le orecchie, gli spot televisivi abbagliano gli occhi e l’eccesso di stimoli sequestra il cuore. Il dramma del presente è che non sembra più esserci una ragione grande per vivere e per morire. Il relativismo (“Tutto è relativo”) porta all’individualismo, al vuoto e ad una profonda solitudine. Se il giorno di ieri è passato e per il futuro manca una speranza comune, si è soli, prigionieri del presente frammentato (società del labirinto), prigionieri di calcoli di bassa lega. La decadenza non è rifiuto dei valori, ma indifferenza ai valori, l’assenza di una passione per cui valga veramente la pena di vivere.

domenica 2 gennaio 2011

123 - E IL VERBO SI FECE CARNE E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI - 02 GENNAIO 2011 – 2ª Domenica dopo Natale

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
(Siracide 24,1-412-16 Efesini 1,3-615-18 Giovanni 1,1-18)

Per la giornata mondiale della pace
Il diritto alla libertà religiosa
Il tema della Giornata mondiale per la pace, “La libertà religiosa, via per la pace”, è stato sollecitato da varie forme di limitazione o negazione della libertà religiosa, di discriminazione e marginalizzazione fino alla persecuzione, alla morte e alla violenza contro le minoranze. La libertà religiosa, radicata nella stessa dignità dell’uomo, e orientata alla ricerca della “immutabile verità”, si presenta come la “libertà delle libertà”. La libertà religiosa è autenticamente tale quando è coerente alla ricerca della verità e alla verità dell’uomo. Questo esclude la “religiosità” del fondamentalismo, della manipolazione e della strumentalizzazione della verità e della verità dell’uomo. Perché tutto ciò che si oppone alla dignità dell’uomo si oppone alla ricerca della verità, e non può essere considerato come libertà religiosa. Questa infatti è una libertà per la dignità e per la vita dell’uomo.
Già nel 2008 all’ONU Benedetto XVI affermò che “i diritti umani debbono includere il diritto di libertà religiosa. E’ inconcepibile che i credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti e vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente e con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva”. Nei Paesi segnati dalla secolarizzazione si vorrebbe quasi espellere dall’orizzonte della vita pubblica ogni rilevanza del “credere”, quasi a volerlo relegare in un privato residuale. Un esempio significativo è la campagna tesa ad escludere il crocifisso, dovuta al deserto spirituale e al vuoto della religione.
Misconoscere il contributo sociale insito nella dimensione religiosa e nella ricerca dell’Assoluto – per sua stessa natura, espressione della comunione fra le persone – privilegerebbe un approccio individualistico e frammenterebbe l’unità della persona. Che pace sarebbe possibile fra uomini spezzati nel loro stesso essere? Cristo è la pace stessa. Questa è ottenuta e mantenuta nella comunione con Lui e genera rapporti nuovi nella Chiesa e con tutti. La pace è un effetto della salvezza operata da Dio, giá attuale ma non ancora realizzata pienamente.

sabato 1 gennaio 2011

122 - MARIA MADRE DI DIO 01 GENNAIO 2011 – La fecondità di Maria - GIORNATA MONDIALE PER LA PACE

LA PAROLA LETTA IN FAMIGLIA
(Numeri 6,22-27 Galati 4,4-7 Luca 2,16-21)

Già Sant’Agostino ha legato indissolubilmente la maternità di Maria con l’obbedienza del suo cuore. Ella ha generato Gesù nella carne perché ha aderito totalmente alla volontà del Padre. Con il suo “sì” Maria ha fatto spazio nel proprio corpo a Gesù: una grazia del tutto singolare ed unica, ma concretissima. Il grembo di Maria è la primissima dimora dell’Emmanuele, è il suo tabernacolo più bello ed originale, perché costruito dall’amore. Dal concepimento a tutto l’arco della sua vita terrena, Maria, la Madre, è stata tanto unita al Figlio e con tale profondità da avere quasi in comune con Lui il pensare e l’agire, il gioire e il soffrire.
Questa solennità, che affonda la sue radici liturgiche nei primi secoli della Chiesa, impedisce uno sguardo gnostico a Cristo, riducendolo cioè a dottrina o a morale, senza realtà e concretezza umana. Tutta la narrazione evangelica della nascita di Gesù è caratterizzata dal linguaggio della fisicità: realmente Gesù è nato da Maria, che lo ha reso visibile, fisicamente incontrabile da tutti. La maternità di Maria mostra l’inconsistenza e l’erroneità di ogni astrazione e genericità riguardo a Cristo. Se Maria non è Madre del Figlio di Dio, allora non esiste la presenza reale nell’E$ucarestia, la Chiesa si riduce a folclore o ad associazione filantropica, l’identità cristiana è sfumata.
Al contrario Ella educa i cristiani ad ospitare suo Figlio in se stessi e li aiuta ad arrivare a Lui, li stimola ad imparare i misteri della vita del Figlio e a conformarsi a Lui. Per Maria, Gesù è il “tu” con cui ha condiviso una profonda sintonia di sangue e di cuore, una Presenza capace di suscitarle letizia. E così deve essere per ogni cristiano: finché non “sente” crescere Cristo dentro di sé, è ancora lontano dalla maturità di fede e di testimonianza.
La maternità di Maria è verginale non solo al momento del concepimento, ma in tutta la sua vita. Questo significa che tutto quello che lei sta vivendo non è una sua conquista e possesso, ma appartiene a Dio, e solo in Lui trova il suo compimento.
Amare in modo verginale significa sentire il figlio non come strumento di gratificazione, ma avere a cuore il suo ultimo destino, riconoscere la sua “trascendenza”, cioè la sua provenienza lontana, in Dio. Questo genera una nuova fecondità e allarga la propria maternità. Con Giovanni sotto la croce, la maternità di Maria esce dalla fisicità per estendersi a quanti costituiscono il Corpo Vivente di Cristo. Maria, Madre di Cristo, diventa Madre della Chiesa.
In Maria che ascolta, medita e custodisce quanto vive, anche la Chiesa è chiamata a riconoscersi Vergine e Madre. Madre come Maria, la Chiesa ha la missione di generare le giovani generazioni alla fede e alla vita cristiana, assumendo alcune caratteristiche della Madre di Dio: la sua santità, la sua docilità, la sua obbedienza alla volontà del Padre. Vergine come Maria, alla Chiesa è chiesto di mantenersi fedele al suo Sposo e Signore, conservando una fede integra, una speranza solida e una carità generosa. Il contributo di Maria è dunque essenziale alla vita cristiana, trascende la pietá devozionale e diventa il modello di ogni autentica fecondità, anche sociale.

121 - ANNO DI GRAZIA “2011” … AUGURI

Un anno sono …….
12……………mesi
52,14………...settimane
365…………..giorni
8.760………...ore
525.600……...minuti
31.536.000…..secondi

1/3 è per il riposo e cose simili … restano
8……………..mesi
34,76………...settimane
243,33……….giorni
5.840………...ore
350.400……...minuti
21.024.000…..secondi

togliamo il lavoro ed il tempo collegato (40 ore x 47 settimane) … restano
5,42…………mesi
23,57………...settimane
165…………..giorni
3.960………...ore
237.600……...minuti
14.256.000…..secondi

le necessità della vita (mangiare, lavarsi…) prendono 2,5 ore al giorno …restano
4,18………….mesi
18,14………...settimane
126,98……….giorni
3.047,5………ore
182.850……..minuti
10.971.000….secondi

dove finisce tutto questo tempo?!?!? prova a calcolarlo e troverai delle sorprese!
tempo donato al marito/alla moglie ……… tempo donato ai figli ………..
tempo con gli amici ………… davanti alla TV e al computer …….
in preghiera …… in lettura ……
nel volontariato …… nel divertimento……..
nel secondo lavoro ……. tempo dato ai genitori e ai parenti …..
………………………… ……………………..
Per dire ad una persona: “Ti voglio bene!”… per donare un sorriso … per far sentire ad una persona che le siamo vicino … basta un secondo … e di secondi ne abbiamo ancora ben 10.971.000 … non elemosiniamo il bene che è fonte di pace!
B U O N A N N O - B U O N A N N O - B U O N A N NO - BUON