mercoledì 30 marzo 2011

164 - I VERI ADORATORI DI DIO - 31 Marzo 2011 – Giovedì 3ª sett. Quaresima

Alla richiesta della Samaritana di darle dell’acqua viva, Gesù sembra replicare sviando il discorso e chiedendo alla donna di ritornare al pozzo con il proprio marito. È come se Gesù volesse sospendere momentaneamente il dialogo per poterlo aggiornare in modi e tempi nuovi. Comunque egli mostra di aver colto le allusioni della donna al piano della relazione affettiva, coniugale; e proprio su questo registro simbolico egli pone la nuova richiesta, di fronte alla quale la donna si mostra reticente. Ma Gesù smaschera subito tale reticenza, rivelando così la sua superiore conoscenza: “Hai detto bene: ‘Io non ho marito’. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. Questa parola di Gesù potrebbe essere un invito rivolto alla donna perché consegni tutto il passato e si apra ad una nuova vita. Ma, più probabilmente, questa parola lo rivela come colui che è in grado di discernere i cuori. Così, proprio da questo riconoscersi conosciuta (e perciò amata) fin nel profondo, la Samaritana troverà la ragione per credere in Gesù e confessare pubblicamente la propria fede (Giovanni 4,29.39). D’altra parte la tormentata vicenda matrimoniale della donna può alludere anche alla condizione dei Samaritani, con la loro problematica vicenda religiosa (almeno secondo l’ottica giudaica). La reazione immediata della donna è anzitutto una constatazione a proposito di Gesù, sotto forma di una risposta alla domanda: chi è colui che parla con lei?“Signore, vedo che sei un profeta!”. Il profeta è colui che conosce in profondità, conosce i cuori al di là delle apparenze. In tal modo la Samaritana ha fatto un grande progresso rispetto all’identità di Gesù. Infatti ora comincia a riconoscere il legame del suo interlocutore con Dio, ed è per questo che ella avanza la questione che non è una digressione rispetto al tema del dialogo, ma il suo vertice, in quanto riguarda la vera natura di Dio e del culto a Lui dovuto. L’argomento è ciò che separa giudei e samaritani, e ovviamente la donna lo affronta dalla prospettiva dei samaritani: “I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. La questione è di estrema serietà, poiché riguarda la vera religione. Ed è qui che la risposta di Gesù appare estremamente solenne, come risulta dall’evocativo “donna”, preceduto da un formale imperativo: “Credimi, donna!”. Questo titolo di “donna”, che nel quarto vangelo è dato a lei, alla Madre di Gesù e alla Maddalena, viene usato per indicare la necessità di una trasformazione del rapporto, che dal suo piano naturale viene trasposto su quello della fede. Certo, tutte le figure femminili del vangelo sono sottoposte ad una trasformazione: la Madre di Gesù, che egli non ha interpellato mai come Madre ma come donna, diventa la personificazione della donna/madre di Sion; la Maddalena richiama la sposa del Cantico dei cantici che ricerca e ritrova l’amato senza “afferrarlo”. Anche Maria e Marta, per le quali però Gesù non usa l’appellativo di “donna”, devono trasformare il rapporto con il fratello restituito loro in termini diversi dall’attesa precedente. In definitiva, ognuna di queste donne è invitata ad accedere ad una dimensione della fede, e non è un caso che, a differenza dei sinottici, non siano mai donne guarite o perdonate, ma credenti o chiamate a diventarlo. Gesù accoglie pienamente la questione posta dalla Samaritana, affermando per un verso che l’elezione passa attraverso i giudei, a proposito dei quali asserisce che essi adorano Dio conoscendolo, a differenza dei samaritani. Nondimeno non chiede alla donna di farsi giudea. Ciò che ella deve fare è chiedersi chi sia davvero Dio, e come lo si possa incontrare. È la domanda essenziale per l’uomo, a cui Gesù risponde indicando la verità di Dio: Egli, facendosi quasi mendicante, è un Padre che cerca adoratori che lo adorino in spirito e verità. Adorare non è qui questione solo di prostrarsi e di pregare, ma di un mettersi sinceramente alla presenza di un Dio riconosciuto come Padre, grazie alla manifestazione che Egli fa di sé nella verità del Figlio, che è Via, Verità e Vita, e nella forza dello Spirito, che è lo Spirito di Verità. A queste parole di Gesù, che ribadiscono per un certo aspetto lo status religioso superiore rispetto ai samaritani (“voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo”), la donna mostra una reazione di orgoglio personale, con una punta di nazionalismo: anche lei sa che deve venire il Messia, il quale chiarirà ogni questione! Attende perciò anche lei il Ta’eb! E si capisce anche che ella invochi il Ta’eb come arbitro dirimente, in quanto Gesù si è appellato ad un principio superiore alla contrapposizione tra samaritani e giudei e cioè alla volontà del Padre di essere adorato in spirito e verità. Ma la differenza tra le posizioni di Gesù e della samaritana non è conciliabile su un punto: lei, come i suoi concittadini, attende per il futuro il Messia, mentre Gesù parla di un’ora che è già venuta, e coincide con il presente del loro incontro. È chiara, ancora una volta, l’allusione giovannea alla realtà profonda, autentica, di quest’ora: è l’ora della manifestazione dell’amore di Dio, che ama il mondo fino a dare il Figlio unigenito, lasciando che si offra fino alla morte! Forse la donna sta già sospettando che proprio Gesù sia il Messia atteso, e che il domani sperato sia già presente. E che questo sia l’orientamento profondo del suo animo lo si intuisce dalle parole di auto rivelazione con cui Gesù chiude il dialogo: “Sono io che parlo con te!”.

163 - DAMMI QUEST’ACQUA - 30 Marzo 2011 – Mercoledì 3ª sett. Quaresima

Un’intuizione si fa largo nel cuore della Samaritana: finora ha cercato di placare la sua sete con esperienze inconcludenti, deludenti. D’altra parte ha una difficoltà: come può, il suo misterioso interlocutore, peraltro privo di mezzi per attingere, darle da bere un’acqua migliore di quella del pozzo di Giacobbe, simboleggiante la Legge, la tradizione di fede del popolo? E così si avvicina alla questione davvero pertinente: quella dell’origine del dono di Gesù e della vera identità del donatore. La domanda sull’origine percorre l’intero vangelo di Giovanni, come pure la questione della sua identità, specie in rapporto ai grandi personaggi del Primo Testamento. Alla domanda, Gesù risponde (vv. 13-14) mettendo a confronto l’acqua materiale con quella che egli è in grado di offrire. Qui ormai il simbolismo dell’acqua viva si esplicita pienamente. E se Siracide 24,21 sembra affermare il continuo bisogno di quest’acqua, è per mettere in risalto che la Sapienza divina è buona e sempre desiderabile, mentre Gesù dichiara che quest’acqua toglierà la sete per sempre. Le due affermazioni non sono in contrasto, perché una dice l’appetibilità, l’altra l’efficacia, ma entrambe sottolineano che in tale bevanda si dà qualcosa che trascende le possibilità umane. Gesù ribadisce alla donna la sua promessa: la sua acqua disseterà per sempre, anzi colui che ne verrà dissetato diventerà capace a sua volta di dissetare altri. Diventerà lui stesso come una fonte, dalla quale scaturisce acqua in eterno, un’acqua capace di dare vita che non muore, vita definitiva. Certo, la fonte prima è senz’altro Gesù, poiché dalla sua persona e dal suo mistero pasquale scaturiscono tutti i benefici (Giovanni 7,37- 39). Ma il credente unito a Gesù partecipa anch’egli del medesimo dono della vita; e si noti che il fine verso cui tende il dinamismo intrinseco del dono di Gesù è appunto la vita definitiva! È un dinamismo che viene, per così dire, illustrato quasi sensibilmente dal verbo zampillare (hàllomai), metafora che rimanda al simbolismo del pozzo. A questo punto la Samaritana confessa il suo bisogno, la sua insoddisfazione: tutte le fonti alle quali essa ha attinto non sono state capaci di placare davvero la sua sete, compresa la sua stessa esperienza religiosa. Ne riconosce l’infruttuosità e la logorante fatica: “Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.

162 - L’ACQUA VIVA - 29 Marzo 2011 – Martedì 3ª sett. Quaresima

La Samaritana viene ad attingere l’acqua al pozzo, cosa che, secondo le testimonianze bibliche, è eminentemente lavoro femminile. Il colloquio si apre con la richiesta di Gesù, che non può non lasciare stupita la donna: “Dammi da bere!”. La stanchezza di Gesù potrebbe motivare la domanda, ma certo propone l’immagine di un Gesù che si fa bisognoso, che avanza richieste. E ciò è un atteggiamento ricorrente nei racconti giovannei, dove Gesù si approccia alle persone spesso chiedendo qualcosa. In tal modo traspare una prima indicazione: è necessaria una certa disponibilità, un’apertura all’altro, perché si possa poi accogliere il dono della salvezza. A riprova di ciò si ricordi la richiesta ai discepoli dei pochi pani e pesci disponibili, per imbandire poi il grande banchetto messianico (cfr. Giovanni 6,5ss.). Certo la richiesta di Gesù sorprende la donna per più aspetti. Anzitutto un giudeo non chiederebbe mai un favore ad un samaritano. Inoltre, per un rabbino è disdicevole parlare a lungo con una donna, e tanto meno, intrattenersi con lei su un tema religioso. Non mancano dunque motivi di reazione e di sorpresa da parte della donna. E anche i discepoli rimarranno stupiti nel vedere il loro Maestro parlare al pozzo con una donna samaritana (v. 27), prolungando così il senso di meraviglia e sorpresa che deve coinvolgere anche noi! Intanto, però, il dialogo è iniziato, ed è quanto interessa veramente a Gesù. Infatti, attraverso il dialogo, egli porterà la donna all’incontro personale con lui e da ultimo alla fede in lui. E se la reazione della Samaritana manifesta tutto il suo sconcerto, ecco Gesù capovolgere radicalmente la situazione, lasciando la donna ancora più stupita, perché egli non le risponde, ma le comunica un appello gravido di promessa: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva …”(v. 10). Gesù fa balenare davanti al cuore della Samaritana non un beneficio qualsiasi (una guarigione, la soluzione di un problema), ma un dono più grande, un dono in cui viene placato il desiderio di vita e di pienezza che assilla il cuore umano. Dono che, in definitiva, non può che essere la vita divina. La condizione necessaria per accedere a tale dono è il riconoscerne la trascendenza,la non disponibilità alle risorse umane. Ma ancor di più, bisognerà riconoscere il legame tra questo dono di Dio e l’identità misteriosa dell’interlocutore, di Gesù. Per l’evangelista questo legame è decisivo: il dono di Dio lo si può riconoscere soltanto conoscendo colui che ne è il mediatore. E qui si aprono le due piste che dovranno essere sviluppate dal dialogo: chiarire la natura del dono di Dio e approfondire l’identità misteriosa del mediatore del dono, fino allo svelamento nell’autorivelazione del v. 26: “Sono io, che parlo con te”. Per un verso la risposta di Gesù suona enigmatica, in quanto fa capire che lei non conosce l’identità di colui che le chiede da bere, ma per altro verso suona anche come una provocazione a cercare di conoscere e una promessa accordata a tale ricerca. Così il dialogo introduce, collegandosi al tema del pozzo, il simbolo dell’acqua viva che, nel Primo Testamento, è solitamente posta in opposizione all’acqua stagnante, non potabile (cfr. Genesi 26,19). Nei profeti il simbolismo viene applicato a Dio stesso (Geremia 2,13; 17,13). Inoltre il simbolismo viene a saldarsi con quello sponsale, per cui l’acqua viva è l’appassionato amore di Dio per il proprio popolo, che invece è traviato da una brama sfrenata di adulterio e di idolatria. Acqua viva è dunque la fedeltà all’alleanza, quale esperienza dell’indefettibile amore di Dio. Proprio il fatto che Gesù abbia difficoltà ad approvvigionarsi dell’acqua del pozzo di Giacobbe, consente di dare al dialogo un orientamento sempre più simbolico. Da parte di Gesù vi è la volontà di portare la donna a riscoprire dentro di sé una sete di senso e di verità che giacciono nel più profondo del suo cuore; da parte della donna vi sono invece reticenze, allusioni, insinuazioni, come se l’interlocutore volesse portare il discorso all’ambito della sfera sessuale e sentimentale. Così ella oscilla tra un’esplorazione delle intenzioni di Gesù, battute ironiche per schermirsi di fronte ad un’inaudita promessa, desiderio di accogliere tale promessa, volontà di capire finalmente la questione essenziale, quella di Dio e della giusta relazione con lui.

161 - PRESSO UNA CITTA’ DI SAMARIA - 28 Marzo 2011 – Lunedì 3ª sett. Quaresima

Premessa - Il dialogo con la Samaritana è una delle pagine giovanee più celebri per la ricchezza dei temi, per la varietà delle prospettive, ed insieme per il chiaro risalto esistenziale del messaggio proposto. Da ciò deriva quella pluralità di letture che caratterizza la storia dell’interpretazione del testo: dalla prospettiva mistagogica a quella pneumatologia, cristologica, missionaria. È proprio l’uso del linguaggio profondamente simbolico che consente tale varietà di approcci, non opposti tra loro, ma anzi integrantisi e reciprocamente arricchentisi. Ciò che poi rende particolarmente suggestivo il testo del dialogo con la Samaritana è lo spessore del personaggio femminile – ben caratterizzato dal punto di vista narrativo e delineato con finezza psicologica – che condivide con Gesù il ruolo di protagonista fondamentale del racconto. Peraltro ciò è coerente con la consuetudine giovannea di dare rilevanza ai suoi personaggi femminili; infatti nel quarto vangelo le donne sono più numerose e più importanti che nei sinottici, con eccezione del vangelo lucano dell’infanzia. Esse sono protagoniste di numerosi dialoghi con Gesù. E tutte, senza esclusione, hanno un positivo atteggiamento verso Gesù, a differenza di diversi personaggi maschili. Data l’ampiezza e la ricchezza tematica della pericope, si impone necessariamente la scelta di alcuni aspetti, trascurandone altri. Lasceremo perciò in ombra il dialogo di Gesù con i discepoli (Giovanni 4,27–38), per soffermarci maggiormente su quello con la Samaritana e sull’incontro con i suoi concittadini. Presso un città di Samaria - Il racconto giovanneo è introdotto da una composizione di luogo e di tempo di forte valenza simbolica. Gesù sta trasferendosi dalla Giudea alla Galilea, e decide di non passare per la valle del Giordano, ma per la Samaria. Per l’evangelista tale scelta è dovuta ad una necessità non pratica, ma teologica, come lascia intuire il v. 4: “doveva passare per la Samaria”. In ciò l’evangelista vede prefigurata la missione ai samaritani, che si attuerà nel tempo post-pasquale. Dopo l’annotazione sulla presenza del pozzo di Giacobbe, presso Sicar, città della Samaria, l’attenzione si sposta proprio al fermarsi di Gesù presso il pozzo: “Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno” (v.6). Non è solo una fatica fisica, quella di Gesù, per la quale sarebbe spinto a fare una sosta e a sedersi; è una fatica ben più profonda, come appare al termine Kekopiakòs (stanco), che riappare più avanti in riferimento alla fatica missionaria del Lògos fatto carne, che deve venire nel mondo per la salvezza dell’uomo, passando poi da questo mondo al Padre attraverso la croce (cfr. Gv 13,1). Non a caso lo stesso verbo greco (kopiaō) riappare in questo stesso contesto dell’incontro con la Samritana per indicare la fatica-lavoro della semina, dalla quale nasce la nuova creazione, la messe degli ultimi tempi: “Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica” (v.38). Quanto avverrà qui nell’incontro con la Samaritana, non fa che anticipare il frutto della fatica di Cristo, il frutto della sua ora, cioè della sua passione e morte. Ecco perché l’evangelista segnala subito anche l’ora dell’incontro con questa donna di Samaria, anzi propone esplicitamente questo termine “ora”: “Era circa l’ora sesta”. L’identica annotazione temporale riguardante l’ora sesta (cioè mezzogiorno) riapparirà nella passione, nella scena in cui Gesù viene giudicato nel Lithóstrotos e si manifesta in modo paradossale tutto il fulgore della sua regalità. La piena luce del mezzogiorno che avvolge il dialogo con la Samaritana gli conferisce una tonalità pasquale, in contrasto con la fatica feriale del viaggio e della sosta obbligata. L’ora è quasi una promessa: questo incontro sarà per la donna un’esperienza di luce piena, nella quale potrà capire chi è Dio e come Egli si faccia incontro all’umanità assetata di Lui. Altra osservazione: ci aspetteremmo un più ovvio “sedette al pozzo” e invece appare l’imperfetto “sedeva”, ad indicare una postura costante, stabile, quasi a rendere Gesù un tutt’uno con il pozzo, perché – come apparirà nel proseguo del dialogo – egli si proporrà come eterna fonte di acqua viva, che disseta l’arsura dell’umanità. E infine si può notare l’enfasi posta sul tema del “pozzo” che appare immediatamente ricco di ascendenze anticotestamentarie e mediogiudaiche. Il pozzo offre acqua sorgiva anche là dove questa non sembra raggiungibile; è quindi una sorta di dono che rende possibile la vita anche là dove è minacciata. Da qui la facile transazione all’uso simbolico, metaforico del pozzo, ad indicare ciò che rende possibile il cammino dell’uomo, e cioè quella verità a cui egli si può dissetare per non venire meno. Da ciò si comprende come, nella Scrittura, il pozzo diventi simbolo dell’amore, della donna amata e, ancor più radicalmente, della sapienza divina e della Legge, in quanto doni del Signore che consentono la vita nella fede.

160 - SIGNORE, DAMMI DELL’ACQUA VIVA! - 27 marzo 2011 – Terza domenica di Quaresima - (Esodo 127,3-7 Romani 5,1-8 Giovanni 4,5-42)

Quarta tappa - L’acqua, attorno a cui ruota il colloquio di Gesù con la Samaritana, diventa il simbolo dei beni che si possono attendere solo da Dio: il dono del suo Spirito e la vita eterna. Gesù si rivela anche a noi come il mediatore del dono di Dio, la fonte di un’acqua viva in grado di soddisfare le nostre aspirazioni più profonde. L’intuizione che si fa largo nel cuore della donna samaritana, ossia che la sua profonda sete possa essere placata da colui che le sta davanti e che le parla in modo misterioso, può guidare anche la nostra fede. La sua ricerca finora deludente troverà in Gesù finalmente risposta: quando lei lo riconoscerà come profeta e inviato da Dio. È allora che lei stessa diventa evangelizzatrice per i suoi concittadini: la Parola ci invita a cogliere nel colloquio di Gesù con la donna samaritana il richiamo alla presenza dello Spirito che rivela a noi la verità di Gesù e la verità su noi stessi. Il simbolismo della sete, nel brano del Vangelo di Giovanni, aiuta anche a passare dal piano puramente fisico a quello delle aspirazioni più profonde, al desiderio di vita che attraversa la nostra esistenza. Riconoscere questo desiderio è la condizione per accogliere la rivelazione dell’amore di Dio, che in Gesù offre risposta a ciò che cerchiamo. Preghiera - Arrivi stanco, Gesù, al pozzo di Sicar e ti presenti come un povero, come un assetato che ha bisogno di acqua, come uno che chiede di essere aiutato. Strano modo di presentarti, come se fossi tu ad aver bisogno di noi e non noi incapaci di salvarci con le nostre forze … A chi ti ascolta, però, Gesù, a chi si ferma con te, tu offri qualcosa che nessuno può procurarsi: acqua viva, acqua che zampilla, fresca e pura, e trasmette la vita eterna. Non dell’acqua piovana, destinata a portare con sé il sapore del fango e a sedare la sete solo per pochi istanti … A chi accoglie la tua parola, Gesù, tu doni la possibilità di veder chiaro nella propria vita senza accontentarsi di mezze verità, senza più nascondersi dietro maschere e paraventi. A chi cerca il volto di Dio, Gesù, tu tracci una strada sicura che porta ad una relazione stabile, autentica, profonda. Allora non è più questione di luoghi perché il Padre lo si adora in spirito e verità, con tutta la propria vita. Per la preghiera in famiglia - Signore Gesù, donaci di aver sete di te, della tua presenza. Ma non permettere che siamo divorati dall’arsura, privi di energia per andare avanti: colma la nostra vita di pienezza e di gioia e donaci la forza di consolare e di sostenere i poveri, i deboli e gli abbandonati.

venerdì 25 marzo 2011

159 - SIGNORE, DAMMI DELL’ACQUA VIVA! - 27 marzo 2011 – Terza domenica di Quaresima - (Esodo 127,3-7 Romani 5,1-8 Giovanni 4,5-42)

Quarta tappa - L’acqua, attorno a cui ruota il colloquio di Gesù con la Samaritana, diventa il simbolo dei beni che si possono attendere solo da Dio: il dono del suo Spirito e la vita eterna. Gesù si rivela anche a noi come il mediatore del dono di Dio, la fonte di un’acqua viva in grado di soddisfare le nostre aspirazioni più profonde.
L’intuizione che si fa largo nel cuore della donna samaritana, ossia che la sua profonda sete possa essere placata da colui che le sta davanti e che le parla in modo misterioso, può guidare anche la nostra fede. La sua ricerca finora deludente troverà in Gesù finalmente risposta: quando lei lo riconoscerà come profeta e inviato da Dio. È allora che lei stessa diventa evangelizzatrice per i suoi concittadini: la Parola ci invita a cogliere nel colloquio di Gesù con la donna samaritana il richiamo alla presenza dello Spirito che rivela a noi la verità di Gesù e la verità su noi stessi.
Il simbolismo della sete, nel brano del Vangelo di Giovanni, aiuta anche a passare dal piano puramente fisico a quello delle aspirazioni più profonde, al desiderio di vita che attraversa la nostra esistenza. Riconoscere questo desiderio è la condizione per accogliere la rivelazione dell’amore di Dio, che in Gesù offre risposta a ciò che cerchiamo.
Preghiera - Arrivi stanco, Gesù, al pozzo di Sicar e ti presenti come un povero, come un assetato che ha bisogno di acqua, come uno che chiede di essere aiutato. Strano modo di presentarti, come se fossi tu ad aver bisogno di noi e non noi incapaci di salvarci con le nostre forze …
A chi ti ascolta, però, Gesù, a chi si ferma con te, tu offri qualcosa che nessuno può procurarsi: acqua viva, acqua che zampilla, fresca e pura, e trasmette la vita eterna. Non dell’acqua piovana, destinata a portare con sé il sapore del fango e a sedare la sete solo per pochi istanti …
A chi accoglie la tua parola, Gesù, tu doni la possibilità di veder chiaro nella propria vita senza accontentarsi di mezze verità, senza più nascondersi dietro maschere e paraventi.
A chi cerca il volto di Dio, Gesù, tu tracci una strada sicura che porta ad una relazione stabile, autentica, profonda. Allora non è più questione di luoghi perché il Padre lo si adora in spirito e verità, con tutta la propria vita.
Per la preghiera in famiglia - Signore Gesù, donaci di aver sete di te, della tua presenza. Ma non permettere che siamo divorati dall’arsura, privi di energia per andare avanti: colma la nostra vita di pienezza e di gioia e donaci la forza di consolare e di sostenere i poveri, i deboli e gli abbandonati.

mercoledì 23 marzo 2011

158 - UN DIO CHE ENTRA NELLA STORIA … PER CAMBIARLA! - 26 Marzo 2011 – Sabato 2ª sett. Quaresima

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: “ Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.(Genesi 12,1-4) La lettura ci mostra come la parola irrompa improvvisa nella vita di Abramo e provochi “un nuovo inizio”, “una nuova creazione”. C’è un salto qualitativo che si deve far rilevare: rivolgendosi al patriarca Dio si rivela come Colui che intende entrare in relazione con una persona. Non potrà dunque essere considerato – alla stregua degli altri dei – come il Dio di una terra, di una regione, a cui prestare ossequio quando ci si viene a trovare nel suo territorio. Egli è invece colui che accompagna l’uomo e costituisce la sua unica sicurezza, il suo futuro. Così si chiede ad Abramo di lasciare tutto ciò che rappresenta per lui un sostegno: la terra in cui si trova, il suo clan che gli garantisce un aiuto ed una protezione nei momenti difficili. Per andare verso dove? Verso un avvenire che è del tutto ignoto, in vista di un dono che Dio gli ha fatto intravedere con la sua promessa. Certo, il futuro che gli viene prospettato è grande, magnifico, ma molti elementi realistici sembrano cozzare contro questo disegno strabiliante, a partire dall’età del patriarca e dal fatto che fin qui non ha avuto figli. La risposta di Abramo è emblematica: il sentiero per cui egli si incammina, l’atteggiamento che adotta sono un punto di riferimento per ogni credente: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”. Un Dio che entra nella storia … per cambiarla. ° Dio non si rivela innanzi tutto come il Dio della natura quanto piuttosto come Colui che desidera entrare nella storia degli uomini. Egli non incarna affatto – come accadeva con gli dei pagani – questa o quella forza misteriosa o oscura, di cui assicurarsi la benevolenza riconoscendone il potere e i diritti sovrani. Nel caso di Abramo appare con chiarezza come Dio cerchi una relazione per cambiare il corso della storia degli individui e dei popoli. ° Il Dio di Abramo offre molto di più di un Dio pagano, ma è anche più esigente. Chiede una risposta pronta, decisa, un’obbedienza a tutta prova. Non ci si mette totalmente nelle sue mani se non si è guidati dalla fiducia: fiducia in lui, nel suo amore, che diventa certezza che egli realizzerà quanto promesso. Il rischio che il patriarca corre è quello che ogni credente deve affrontare se vuole veramente vivere l’avventura esaltante della relazione con Dio. ° La difficoltà che provano i credenti di oggi è esattamente la stessa. Non riguarda la comprensione, la conoscenza, ma la fiducia, l’accettazione del rischio. Fin quando si tratta di fare da spettatori ci si può anche lasciar cogliere dall’entusiasmo: battere le mani non costa un granché. Il bello arriva quando si diventa protagonisti.

157 - SI AVVICINO’ E LI TOCCO’ - 25 Marzo 2011 – Venerdì 2ª sett. Quaresima

L’epilogo dell’episodio della Trasfigurazione è conforme al genere apocalittico, per cui il rivelatore o l’interprete di esso deve avvicinarsi ai destinatari della visione per sollevarli da un senso di sbigottimento, prostrazione, quasi di disorientamento: “Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: Alzatevi e non temete” (Matteo 17,7). Colui che essi hanno visto trasfigurato, cioè nella luce della trasfigurazione, ora riappare nella sua dimensione terrena, nella sua prossimità corporea. Il gesto di toccarli stabilisce una profonda comunione e trasfonde coraggio in coloro, che dall’euforia della visione erano passati al timore - quasi al terrore - dell’incontro con il mistero avvolto nella nube.
Questo gesto di Gesù verrà ripreso anche dal veggente dell’apocalisse,che, dopo la visione del Vivente, afferma: “Ma egli, posando su di me la sua destra,disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo …”(Apocalisse 1,17). Nel tocco e nelle parole di Gesù, con cui egli richiama i tre discepoli al presente, sta tutta la forza con cui egli li vuole sostenere nel loro cammino di sequela, nel dare concretezza a quell’ascolto che è stato loro comandato. Per il momento, però, scendendo dalla montagna Gesù ammonisce i tre discepoli perchè non raccontino nulla della visione ricevuta prima che egli sia risorto dai morti.
Così, ancora una volta, vi è il richiamo alla morte ormai prossima del Messia, e appare chiaro allora il senso dell’evento di cui sono stati beneficiari: prepararli ad affrontare con fede il duro destino del Figlio dell’uomo, proprio perché hanno potuto, in qualche modo godere dell’anticipazione della sua gloria futura, della sua definitiva vittoria sulla morte.
Davanti all’uomo sfigurato, all’uomo dei dolori, essi non dovranno dimenticare che proprio lui era il trasfigurato, colui il cui volto spendeva come il sole!
Oggi è la festa dell’Annunciazione del Signore – Stabilita la data della nascita di Gesù il 25 Dicembre, 9 mesi prima, appunto il 25 marzo, quel Bambino deve essere concepito … ecco la festa di oggi (notiamo che calcoli eruditi mettono in questa stessa data la morte di Gesù e la creazione del mondo). Il racconto dell’annunciazione inizia con l’angelo “mandato” e termina con l’angelo che parte. L’angelo è la presenza di Dio nella sua parola annunciata. La nostra fede nella sua parola accoglie Lui stesso e ci unisce a Lui: è il natale di Dio sulla terra e dell’uomo nei cieli. La Parola si fa carne in noi, senza lasciarci più e l’angelo può andare ad annunciarla ad altri, fino a quando il mistero compiutosi in Maria sarà compiuto tra tutti gli uomini. La salvezza di ogni uomo è diventare come Maria: dire sì alla proposta d’amore di Dio, dare carne nel suo corpo al suo Verbo eterno, generare nel mondo il Figlio.

156 - ASCOLTATELO! - 24 Marzo 2011 – Giovedì 2ª sett. Quaresima

L’apparizione della nube ha interrotto il discorso di Pietro e ha sbarrato il godimento della visione. Ancor di più, lo fa la parola che esce dalla nube: “Questi è il Figlio mio, l’Amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!”. È chiaro che questa parola viene da Dio e come avveniva nel Primo Testamento per la presentazione che YHWH faceva del proprio Servo (cfr., ad es., Isaia 42,1), così la voce della nube dichiara che Gesù è colui in cui Dio si è compiaciuto. Ma la voce teofanica afferma anche di più, dichiarando Gesù “suo Figlio”, e proclamandolo come l’Amato proprio come era avvenuto in occasione del battesimo (Mt 3,17). Nel battesimo il destinatario della voce era Gesù stesso, ora lo sono i discepoli, che vengono dunque introdotti nel mistero della relazione esistente tra il Padre e il Figlio. In Mt 11,27 Gesù aveva affermato che il mistero del Padre sarebbe stato reso accessibile dal Figlio ai suoi amici ( “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” ), ora il mistero del Figlio è reso accessibile ai discepoli dal Padre stesso! Ma non basta conoscere il mistero del Figlio perché, proprio in quanto portatore della salvezza definitiva, egli esige un riconoscimento che si fa ascolto obbediente. È evidente che il comando di ascoltare il Figlio rimanda alle parole che il Figlio ha detto ai discepoli e, di queste parole, quelle che certamente risuonano come più problematiche e insieme anche più recenti, più prossime, sono quelle riguardanti la sequela ( “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” Matteo 16,24). La reazione dei discepoli alla voce misteriosa, carica di autorità, proveniente dalla nube, è un cadere con la faccia a terra, in un gesto che indica adorazione, accompagnata però da quel timore sbigottito che l’uomo prova quando si avvicina al sacro. Sorprendente è comunque che questo gettarsi faccia a terra non avvenga di fronte alla visione, ma davanti all’audizione. Il messaggio è chiaro: è solo la fede che nasce dall’ascolto della Parola che consente di incontrare davvero il mistero di Dio, almeno finché l’uomo è in questa dimensione carnale, terrena.

155 - LA REAZIONE DEI DISCEPOLI - 23 Marzo 2011 – Mercoledì 2ª sett. Quaresima

Di fronte alla scena della Trasfigurazione c’è davvero di che rimanere spaesati. I personaggi che compaiono accanto a Gesù sono scomparsi da tempo, eppure sono lì, vivi e presenti; lo stesso Gesù appare in una luce assolutamente nuova ed irresistibile. Lo spaesamento sembra renderli incapaci di reazioni, con l’eccezione di Pietro, che tenta appunto di reagire. Lo fa quasi con un grido di preghiera, come risulta dal vocativo “Signore!”, ma soprattutto esprime un desiderio di fissare il tempo, impedirne il trascorrere. Le capanne che vorrebbe erigere per i tre dovrebbero servire a dare definitività all’esperienza di cui è beneficiario. Matteo non fa alcun apprezzamento, né positivo, né negativo, sulla proposta di Pietro; da essa, comunque, traspare una chiara attesa di qualcosa di eterno, di pieno, di non più reversibile.
Si comprende certo come Pietro voglia fissare un’esperienza che sembra saturare il suo desiderio, e in questo la sua richiesta sia sensata. Non sensata, invece, è la modalità in cui egli vorrebbe accedere per tale saturazione: la visione, il possesso, invece dell’ascolto. Ed è qui che al registro della visione subentra appunto quello dell’audizione: “ Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra” (Matteo 17,5). E’ interessante che l’apparizione della nube luminosa interrompa la parola di Pietro, perché essa deve introdurre la parola della voce misteriosa di Colui che la nube rivela e insieme occulta. I racconti bibblici del Sinai collegano la nube luminosa (nube e fuoco …) alla manifestazione di un Dio che vuole comunicarsi al suo popolo, ma che nel contempo resta sempre “altro”, trascendente: “ Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra” (Deuteronomio 4,12). Per i discepoli si rende quindi necessaria una profonda trasformazione del loro desiderio, un passaggio dall’essere spettatori (estasiati, ma solo passivi) ad attori, nell’unica modalità possibile, e cioè quella dell’obbedienza.

154 - E FU TRASFIGURATO - 22 Marzo 2011 – Martedì 2ª sett. Quaresima

Il linguaggio greco parla di “metamorfosi” ma non va certo interpretato secondo l’ottica culturale greca, per cui gli dei si tramutano in persone umane, in animali o piante, e similmente accade per gli uomini. Nulla di tutto ciò, ma piuttosto un’anticipazione di quella pienezza di umanità di cui sarà rivestito il Risorto.
Il passivo teologico “fu trasfigurato” rimarca come l’evento della trasfigurazione sia un atto d’amore di Dio, del Padre verso il Figlio. D’altra parte esso coinvolge anche i discepoli come spettatori o, meglio, come testimoni (“davanti a loro”). Matteo offre alcuni dettagli visivi, come quelle del mutamento del volto e delle vesti; la luce, paragonabile a quella del sole, è esattamente il simbolo contrario alla tenebra della morte, o al buio della lontananza da Dio. Ebbene, poco prima Gesù aveva parlato ai discepoli del suo destino di passione e di morte; ora, perché questo cammino sia percorso da lui e dai discepoli senza esitazione, ma in piena obbedienza, ecco questa scena di luce, che infonde coraggio, anticipando, sia pure per un attimo, il compimento. Gesù, che verrà rifiutato dagli uomini come il maledetto, è riconosciuto da Dio come il Figlio, come il Giusto. In tal senso è chiarificatrice l’espressione conclusiva della parabola della zizzagna e del buon grano: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”( Mt 13,43). E quindi se la trasfigurazione è per un verso l’evento che coinvolge Gesù nella sua relazione con il Padre, per il tratto dell’apparire, del manifestarsi, riguarda i discepoli che devono essere rafforzati nella sequela, perché comprendano che Gesù è come l’apripista di una strada che passa attraverso la morte, ma giunge alla vita.
A rendere ancora più ricca la scena si aggiunge l’apparizione di Mosè e di Elia a Gesù trasfigurato. La loro comparsa è in relazione al fatto che essi rappresentano la Legge e i Profeti, in quanto protesi verso il compimento messianico. È questa la lettura cristiana delle Scritture, che anche Matteo fa propria, attraverso tutte le citazioni di compimento, ed esplicita nel discorso della montagna: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”(Matteo 5,17).
A differenza di quanto scriverà Luca, Matteo non precisa il contenuto della conversazione dei due con Gesù; per lui basta segnalare il fatto di tale conversazione, ad indicare come Gesù sia il centro delle Scritture e come esse, quindi, parlino di lui.

153 - DOPO SEI GIORNI, SU UN ALTO MONTE - 21 Marzo 2011 – Lunedì 2ª sett. Quaresima

Il racconto della trasfigurazione è preceduto dalla confessione messianica di Pietro a Cesarea e dalle istruzioni di Gesù sulla sequela dei discepoli, che comporta l’accettazione della croce. A conclusione di questo discorso, viene una dichiarazione di Gesù, che prospetta la venuta del Figlio dell’uomo nella gloria del Padre e il misterioso detto finale: “In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno” (Mt 16,28). L’interpretazione di questo detto è controversa ma, se colta nella prospettiva del lettore, significherebbe che ogni generazione può, nella fede, fare esperienza del venire del Figlio dell’uomo, aprirsi al riconoscimento della sua gloria. L’espressione in greco suona ancora più interessante, perché parla di “presenti che non gusteranno la morte, finché …”; si gusta qualcosa di buono, non certo il morire, ma il vedere venire il Figlio dell’uomo nel suo regno rende lo stesso morire un’esperienza gioiosa. Ebbene, per Matteo un’esperienza simile è quella che avviene durante la trasfigurazione. Il racconto inizia con la presentazione del tempo, del luogo e degli attori: “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte “ (Matteo 17,1). Certamente al lettore di Matteo suona inconsueta l’indicazione cronologica che, se si esclude il racconto della passione, è l’unica precisa; si intuisce così il valore simbolico e verosimilmente il rimando ad Esodo 24,16 in cui il monte di Dio viene ricoperto dalla nube per sei giorni, prima che Mosè entri in essa per dialogare intimamente con lui. Questo collegamento porta il lettore ad attendersi un racconto di relazione divina. D’altra parte, l’enigmatica espressione “ dopo sei giorni” in cui niente indica a partire da quale giorno si inizi il computo, fa pensare che sia ormai al “settimo giorno”, e cioè al giorno del compimento. I discepoli, che saliranno con Gesù sul monte, si troveranno di fronte a qualcosa che anticipa il compimento, il nuovo mondo di Dio, che si realizzerà in Gesù. Il luogo è il monte. È evidente la sua portata simbolica, coerente con il primo vangelo, che colloca sul monte vari eventi di grande importanza: il discorso della montagna, la moltiplicazione dei pani, l’apparizione del Risorto. Il “monte alto” è una sorta di frontiera tra cielo e terra, e quindi luogo di rivelazione, nel quale Dio si rende accessibile, pur restando un Dio misterioso. Per quanto riguarda gli attori, oltre a Gesù, appaiono tre discepoli che già precedentemente erano stati da lui scelti quali testimoni della risurrezione della figlia di Giairo, e più tardi dovranno loro malgrado essere testimoni dell’evento sconvolgente del Getsemani. Per Giovanni e Giacomo l’evangelista rimarca anche il loro rapporto di fratellanza, proprio perché la fraternità della comunità del Regno è uno dei temi che più lo interessano. Infine il racconto precisa che quanto avviene sul monte si dà in un luogo “ in disparte”, per sottolineare come questo evento non possa essere accessibile nella dimensione della chiacchera, della curiosità superfiale, ma solo nella contemplazione e nel silenzio accogliente.

sabato 19 marzo 2011

152 - QUESTI E’ IL MIO FIGLIO, L’AMATO: ASCOLTATELO! - 20 marzo 2011 – Seconda domenica di Quaresima

(Genesi 12,1-4 2Timoteo 1,8-10 Matteo 17,1-9)
Terza tappa – Sul monte della trasfigurazione ci viene rivolto l’invito ad ascoltare il Figlio, il volto del Padre. Di fronte ai nostri naturali e molteplici timori, sentiamo l’invito di Gesù ad alzarci e a non temere. Solo una grande fiducia in Dio può aprirci il senso del mistero pasquale.
Il racconto evangelico della Trasfigurazione viene dopo la confessione messianica di Pietro e le istruzioni che Gesù rivolge ai discepoli, invitandoli ad accettare la croce.
La narrazione, pertanto, si viene a trovare in un contesto che appare contraddittorio:
° sullo sfondo si staglia un altro monte, il Calvario, ed un passaggio doloroso, quello della passione e della morte;
° essa, tuttavia, riferendo una rivelazione, di fatto rappresenta un anticipo del compimento, di “quella pienezza di umanità di cui sarà rivestito il Risorto”.
Se ci addentriamo nel vangelo, però, non possiamo fare a meno di rilevare che il culmine della manifestazione coincide con il momento in cui i tre discepoli vengono coperti dalla nube luminosa, odono la voce che riconosce in Gesù il Figlio, l’Amato, e che li invita ad ascoltarlo.
Quando le luci si spengono … Ad ognuno di noi accade di godere di momenti di consolazione che anticipano in qualche modo il compimento. Ma sarebbe illusorio volerli fermare, come chiede Pietro. La tappa sul monte è solo un episodio, un frammento di luce che deve incoraggiare a proseguire il cammino. Di fatto, poi, è la Parola che ci accompagna lungo il percorso pasquale che ci attende, cammino che passa per il Calvario prima di giungere alla resurrezione. Accettare la croce non è facile: misuriamo tutta la nostra riluttanza a confrontarci con la sofferenza, pur di restare fedeli del Signore Gesù. E riconosciamo le reazioni che emergono più spontanee e immediate, i tentativi – più o meno maldestri – di indicare noi la strada a Gesù e non di metterci dietro a lui, per seguirlo fino in fondo. La difficoltà, in effetti, sta tutta qui.
Preghiera: Quel giorno, sul monte, tu, Gesù, ti sei manifestato nella tua gloria ai tre apostoli ed essi hanno avvertito la tentazione di fermarsi, di arrestare per sempre il loro percorso per godere all’infinito di quella consolazione straordinaria. Anch’io, quando ti sento vicino, vorrei dimenticare che c’è una strada che mi attende e passa per il Calvario.
Quel giorno, sul monte, il tuo volto, Gesù, ha brillato come il sole e il tuo corpo è divenuto del tutto luminoso: una visione donata perché non venissero meno quando ti avrebbero visto sfigurato dal dolore, inchiodato alla croce, percorso dagli spasimi dell’agonia. Anche a me tu regali istanti di luce e di splendore, ma lo fai perché affronti fiducioso anche i passaggi oscuri.
Quel giorno, sul monte, i tre apostoli hanno udito la voce del Padre che li invitava ad ascoltare il suo Figlio. Ed è proprio la tua Parola che continua ad accompagnarci in ogni momento, anche nel cuore della notte più profonda.
Per la preghiera in famiglia: Davanti a te, Gesù, noi mettiamo tanti volti sfigurati dal dolore e dalla paura, dall’odio e dalla cattiveria, dalla miseria e dall’ingiustizia. La tua luce porti speranza. Il tuo amore desti in ognuno di noi gesti di condivisione e di solidarietà.

venerdì 18 marzo 2011

151 - IL SEGRETO PER LA VITTORIA - 19 MARZO 2011 – Sabato 1ª sett. Quaresima

Se Gesù riesce a vincere le tentazioni è perché si fida completamente del Padre, una fiducia a tutta prova, che nulla e nessuno riesce ad intaccare. Per questo egli ha accettato un compito per nulla facile, ma facondo di grazia per tutta l’umanità.
In definitiva quindi:
° la fiducia vale molto di più di qualsiasi privilegio: la forza di Dio si rivelerà proprio nella debolezza umana del suo Figlio;
° l’amore per Dio e per gli uomini conta più di qualsiasi sicurezza o rete di protezione che difende da rischi ed incertezze: sarà davanti alla croce che tutti dovranno riconoscere la bontà e la misericordia di Dio;
° la paternità di Dio è più importante di qualsiasi mezzo umano, la sua vicinanza è fuori discussione, anche se all’apparenza sembra che Egli abbandoni il suo Figlio alla sofferenza e alla morte: il Messia povero e disarmato si metterà totalmente nelle mani del Padre.
È questa la strada che Gesù indica ad ognuno di noi per superare il tempo della prova e non soccombere nel deserto della tentazione. Non è un percorso magico, del “tutto e subito”, ma piuttosto un cammino impervio e scosceso, che porta però alla resurrezione e alla gloria.
Conoscere i deserti della vita, sperimentare la propria fragilità, riconoscere le dimensioni del male e del peccato: tutto questo non deve abbattere il discepolo. Egli, infatti, in qualsiasi frangente non può perdere il senso delle proporzioni: la forza disgregatrice del peccato è molto minore della potenza della grazia., che ci viene offerta in Cristo. Se, dunque, per la nostra appartenenza ad Adamo rechiamo il contrassegno della fragilità, per la nostra adesione a Cristo riceviamo non solo la possibilità di sfuggire alla tentazione, ma anche di compiere il bene, in modo smisurato, al di là di qualsiasi immaginazione. Il passaggio dal giardino al deserto non è ineluttabile: chi si fida di Gesù riesce a trasformare qualsiasi deserto in un luogo fecondo di giustizia e di pace, grazie all’amore che ha ricevuto e all’amore con cui risponde.

Oggi è la festa di San Giuseppe e dei papà (auguri a tutti coloro che vivono una vera paternità responsabile). Giuseppe è un esempio stimolante per la nostra vita cristiana. La sua umiltà, il suo totale spirito di servizio, la sua docilità alla parola di Dio, la sua castità, il suo spirito di povertà ed il suo coraggio nel lavoro – tutte virtù quotidiane – possiamo farle nostre con la sua intercessione. Nel nostro cammino incessante verso Dio possiamo soprattutto ispirarci al sua silenzio, un silenzio adorante, ed alla sua modestia che lascia un po’ alla volta tutto il posto all’Altro.

150 - CON GESU’ NEL DESERTO - 18 MARZO 2011 – Venerdì 1ª sett. Quaresima

È lo stesso Spirito che conduce Gesù nel deserto, prima che egli dia inizio alla sua missione pubblica. Lo scopo è chiaro: affrontarvi la tentazione, che mira ad intaccare l’anima profonda di tutto quello che egli dirà e farà, cioè il suo rapporto unico con il Padre, la comunione intima che lo lega a Lui. Ma non è questo l’obiettivo del Tentatore nei confronti di ognuno di noi, cioè quello di separarci da Dio, dal suo amore, presentandocelo sotto le sembianze del padrone, del concorrente, di colui che è geloso delle nostre risorse e vuole mantenerci in uno stato perenne di minorità? È la storia, in fondo, che ci presenta la lettura della Genesi meditata nei primi giorni della settimana. In quell’occasione i primi uomini sono riusciti a cambiare il giardino in cui erano collocati in un deserto, a causa del loro peccato.
Invece Gesù risulta vittorioso sulle sue tentazioni. Quali sono le ragioni del suo successo? È interessante perché le due prime tentazioni cominciano nello stesso modo: “Se tu sei Figlio di Dio …”. Un invito scoperto a far valere la propria identità e ad esigere un trattamento di favore.
° Il Figlio di Dio non avrebbe tutto il diritto di essere esonerato dall’esperienza della fame, della sete, della debolezza? Non sono forse queste le condizioni di chi è una creatura e quindi immerso nei limiti? Non è lecito a colui che viene da Dio sottrarsi a tutto questo con un gesto miracoloso? La risposta di Gesù obbliga a fare la differenza tra ciò che riempie la bocca e ciò che sazia la profondità dell’essere umano. Certo, c’è un pane di cui si finisce con il provare un bisogno estremo, ma solo la parola di Dio è in grado di sostenere un’esistenza e di guidarla sui sentieri che portano ad una pienezza sconosciuta. Nessun bene in questo mondo può sostituirsi a quel dono che nutre e sostiene più di quanto si possa immaginare. E poi il Figlio ha deciso di essere uomo fino in fondo, senza sottrarsi alle difficoltà che contraddistinguono la condizione umana.
° Il Figlio di Dio, proprio per il suo ruolo e per il compito che gli è stato affidato, non ha in qualche modo diritto al successo, al plauso, al consenso? E quindi non è comprensibile se egli provoca l’intervento di Dio per obbligarlo ad intervenire a suo favore e quindi segnalarlo agli occhi di tutti? La replica di Gesù è anch’essa - come la proposta del tentatore - fondata sulla Scrittura: egli non ha bisogno di mettere alla prova il Padre perché è sicuro del suo amore, qualunque cosa gli accada. E in ogni caso non è venuto per convincere gli uomini con segni prodigiosi, ma con un amore che non si tira indietro neanche davanti alla sofferenza e alla morte.
° Il Figlio di Dio, per realizzare il progetto che il Padre gli ha affidato, non trarrebbe vantaggio dall’uso dei mezzi umani, del potere, della forza, della ricchezza? In fondo ciò che gli viene chiesto in cambio è poca cosa: riconoscere che a fronte della paternità di Dio che non gli offre né beni, né dominio, c’è una paternità del diavolo che gli assicura tutto quello che il cuore umano brama intensamente. Anche in questo caso la reazione di Gesù è netta: Dio è unico e la sua paternità non è in discussione. E poi l’unico potere autentico non è fondato sull’asservimento o sullo sfruttamento degli altri, ma sul servizio e sul dono della propria vita.

149 - DAL DESERTO … AI DESERTI DELLA VITA - 17 MARZO 2011 – Giovedì 1ª sett. Quaresima

Il deserto … che cos’è? Invitati a seguire Gesù nel deserto per quaranta giorni, noi dobbiamo per forza di cose prendere coscienza di questa realtà, fisica e simbolica. Un quinto della superficie del nostro pianeta è costituito da deserti. E non si tratta di un caso. In ogni vita umana arriva il momento in cui, in qualche modo, si deve attraversare il proprio deserto. E questo non avviene senza conseguenze. Nella storia di Israele, nella vita di Gesù come nel cammino della Chiesa si rende necessario un tempo per affrontare il deserto. Ma che cos’è veramente il deserto? ° È un luogo di spoliazione, una terra nuda, priva di vegetazione. La realtà minerale del suolo si stende sotto il firmamento. Non vi sono abitanti. Non vi sono rumori: il silenzio invade le dune e le rocce. Nessun riparo al sole di giorno, nessun rifugio contro il freddo di notte. Su questa terra vuota anche l’uomo necessariamente, finisce con lo svuotarsi. L’avere, il sapere, il potere non contano più. L’uomo non conta più per quello che ha, per quello che fa o per il modo in cui appare, ma per quello che è. ° E’ un luogo di lotta, di combattimento. Si tratta di lottare contro la fatica, contro i disagi, contro la fame e la sete, ma anche contro la solitudine, e in definitiva, contro se stessi. La tentazione assume i connotati dell’angoscia, dei fantasmi illusori, dei miraggi, ma anche del bisogno di fuggire per ritrovare il proprio mondo ordinario. ° E’ un luogo in cui si rivela l’essenziale. Nel cuore della spoliazione e della lotta, si rivela una Presenza: Colui al quale non si può fare a meno di pensare. Colui verso il quale non si può fare a meno di gridare. Mentre si sperimenta la propria fragilità si avverte anche come sia possibile fidarsi di Qualcuno, mettere la propria vita nelle sue mani, lasciarsi guidare da Lui. Il Dio che si impara a conoscere nel deserto è il Dio che assicura la sua presenza discreta, il Dio che sfama e disseta, il Dio che conduce in mezzo alle difficoltà. ° Per questo il deserto alla fine appare come un luogo di grazia: il luogo in cui Dio si rivela e in cui si rinasce ad una vita nuova, dopo aver imparato ad ascoltarlo e a fidarsi di lui. Dal deserto ai deserti della vita. Il deserto fisico ci fa ricordare i molti deserti dell’esistenza umana: * il deserto della malattia, della sofferenza in cui i nostri progetti vanno in frantumi e ci si deve confrontare con l’inattività, ma anche con il dolore, con l’incertezza sul proprio futuro, con il passaggio attraverso cure mediche lunghe ed estenuanti … * il deserto del fallimento, dell’insuccesso che distrugge la nostra immagine di vincenti e ci obbliga a scoprire i nostri limiti, la nostra inadeguatezza; la fatica a rientrare nel sistema produttivo, l’incapacità ad onorare gli impegni assunti … * il deserto dell’isolamento, dell’incapacità ad entrare in relazione con gli altri, a tessere e mantenere legami di amicizia e di affetto, il deserto provocato dall’infedeltà che lacera e devasta … * il deserto della banalità, di un’esistenza quotidiana priva di orientamento, di senso, condannata alla superficialità, alle sensazioni epidermiche … E’ all’interno di questi deserti che uomini e donne vengono messi alla prova. Saranno in grado di resistere? Riusciranno a superare questi momenti difficili oppure soccomberanno alla paura, al dubbio, alla disillusione, all’amarezza?

lunedì 14 marzo 2011

148 - IL FASCINO DEL PROIBITO E LE SUE TERRIBILI CONSEGUENZE - 16 MARZO 2011 – Mercoledì 1ª sett. Quaresima

“Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza …” (Genesi 3, 6a).
Ciò che è proibito appare come una sintesi di valori sensoriali, estetici, intellettuali: che cosa si può volere di più? La tentazione rende l’oggetto proibito del desiderio ancora più attraente, irresistibile. Non è un caso che la caduta venga presentata con l’immagine del mangiare, di una sorta di banchetto che non darà sazietà, ma farà sperimentare dolorosissimamente la propria condizione di finitudine e di bisogno.
Il verbo ʹākal (mangiare), che ricorre insistentemente in questa narrazione, scandisce le fasi della storia del primo peccato dell’uomo. E’ un trionfo dell’intemperanza, è un portare tutto alla bocca, tutto assaggiare, tutto prendere. Il che è dimenticare che l’uomo deve avere anche la bocca vuota se vuol rispondere a Dio, se vuole che questa bocca gli sia riempita dalla parola di Dio (“ Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” Matteo 4,4). Sotto la figura dell’intemperanza, qui viene in realtà presentata una figura comprensiva del peccato stesso. Narrando la prima tentazione, la Bibbia espone, per così dire, il paradigma di tutte le tentazioni che seguiranno. Questo non è solo il primo peccato, ma è l’archetipo di quanto avverrà in tutti gli altri peccati e in un certo senso li contiene tutti. Questa voracità non potrà che alla fine essere identificata con l’idolatria.
“… prese del frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Genesi 3,6b-7).
La caduta vera e propria è narrata in modo estremamente conciso, mentre l’attenzione si sposta sulle conseguenze della disobbedienza, della trasgressione. Lo sguardo dell’uomo e della donna perde la sua innocenza, diventa una sorta di possesso dell’altro. Sembra quasi che i loro corpi siano diventati pesanti, ingombranti, non più soffusi di luce divina, ma fagocitati dalle ombre. Ecco allora irrompere l’esperienza della vergogna. L’uomo e la donna, dopo aver consumato il peccato, passato da una nudità vissuta senza vergogna ad una penosa nudità carica di disagio, di imbarazzo. L’astuzia ha generato solo un senso schiacciante della propria finitudine e di un limite avvertito come colpa. Vulnerabilità e consapevolezza si sovrappongono, segnalando una frattura profonda, entrata a scompaginare l’armonia delle relazioni originarie. Gli occhi aperti consegnano all’uomo e alla donna la visione di questa loro mutata condizione, che appare come insostenibile. Così l’uomo e la donna perdono la capacità di guardarsi in volto reciprocamente; essi si vergognano l’uno dell’altra e di se stessi. Sembrano essere resi incapaci di sostenere la visione vicendevole, tanto è vero che si coprono con cinture, con povere foglie di fico e tanto più diventeranno incapaci di reggere lo sguardo di Dio. Il peccato fa quindi sì che l’uomo perda la capacità di essere ospitale, di accogliere se stesso, l’altro, Dio.

147 - IL DUBBIO SI INSINUA - 15 MARZO 2011 – Martedì 1ª sett. Quaresima

“Rispose la donna al serpente: Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete” (Genesi 3,2-3).
La donna, rispondendo al serpente, cerca di difendere Dio, ma lo fa male, lasciando intuire che il sospetto su Dio si è insinuato nel suo cuore, e l’obbedienza al comando si profila come una negativa servitù. Infatti ella vuole rimettere le cose a posto, ma nel suo zelo va oltre; infatti l’aggiunta “non dovete mangiarne e non lo dovete toccare” manifesta come tale esagerazione della donna approfondisca già di fatto la ‘negatività’ della legge. Inoltre, nella sua risposta tradisce l’inganno in cui è già caduta perché al centro del giardino ( e cioè del suo desiderio), non sta più l’albero della vita, ma l’albero del frutto proibito (l’albero della conoscenza del bene e del male). E come se non bastasse minimizza le conseguenze della trasgressione, in quanto Dio non ha detto semplicemente che essi sarebbero morti nel caso avessero mangiato il frutto, ma sarebbero morti certamente. Letteralmente si parla di un “morire morirai” secondo una tipica espressione ebraica che intende rafforzare, enfatizzare il significato; in questo caso significa che non sarà semplicemente un morire, ma un morire assolutamente tragico.
La difesa che la donna ha fatto di Dio è stata troppo debole e segnala come il serpente abbia efficacemente seminato il dubbio sulla bontà di Dio. Si introduce così un motivo ben noto nel mondo classico, quello dell’invidia degli dèi. Il serpente dichiara quindi che Dio è rivale dell’uomo che Dio teme l’uomo, ne è geloso, è in concorrenza con lui, lo sta ingannando. Idea antica sempre attuale, quando si afferma l’incompatibilità tra l’idea di Dio e la libertà dell’uomo!
Buon gioco ha il serpente a sostituire la promessa di Dio con le sue tre promesse: “Non morirete affatto!”; “I vostri occhi si aprirebbero”; “Sareste come Dio”. Promessa di immortalità, di onniscienza e di onnipotenza, che diventano poi un delirio di morte, come sperimenterà tragicamente l’umanità nella sua storia.

146 - L’ASTUTO SERPENTE - 14 Marzo 2011 – Lunedì 1ª sett. Quaresima

“Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto” (Genesi 3,1). Abilmente il narratore, dopo aver presentato un mondo armonico dove le relazioni originarie (uomo-donna; creatura-Creatore; uomo-cosmo) appaiono in tutto il loro splendore, introduce una realtà inaspettata: l’astuto serpente. Astuto è un termine che in Genesi si trova soltanto qui e che potrebbe derivare proprio dalla radice di “praticare la divinazione”, “esercitare la magia”. Si noti la trasformazione dell’immagine del serpente. L’autore si serve della sua figura, ben conscio delle numerose associazioni che essa suscita; ma lo scopo è un altro: dare al racconto un significato che rovescia il simbolo culturale originario del serpente. Da simbolo di sapienza, si muta in simbolo di male, di morte. E questo perché assume qui il ruolo di una sapienza che si autofonda e che nega il timore di Dio come suo principio; tale sapienza è solo foriera di tragiche illusioni.
Il testo sopra citato afferma sostanzialmente due cose. Da una parte la creaturalità del “serpente”; esso non può essere una divinità, anche se la sua astuzia e la sapienza che egli incarna pretendendo di raggiungere la divinità. In questo modo il male è demitizzato, è dedivinizzato, appartiene cioè alla realtà delle cose che non sono in Dio, ma è una realtà delle creature. Dall’altra parte si afferma la sua astuzia: il serpente è intelligente (‘ārûm). L’astuzia del serpente si mostra qui nel modo con cui procede nella seduzione della donna, provocandola, costringendola quasi a prendere le difese di Dio. Attraverso l’annotazione sull’astuzia del serpente si delinea, con grande finezza, una riflessione che precisa e modifica profondamente il pensiero della cultura dell’antico Vicino Oriente sul rapporto tra sapienza, vita e morte. Vi è quindi espressa una critica spietata della sapienza “autonoma”; infatti la sapienza che il serpente qui incarna giunge a proporre l’acquisizione di una “sapienza” eminente, pretende di dare accesso ad un sapere, ad un discernimento di tipo divino, ma che non sfocerà su alcuna pienezza di vita. Al contrario, giocando sulle parole “furbo” e “nudi”, che in ebraico suonano come simili, questa sapienza si aprirà su ciò che è più contrario alla vita, e cioè la nudità, la precarietà, la penosità della condizione umana.
Per essere davvero efficace, la tentazione dovrà perciò introdursi in modo menzognero, avvalendosi del riferimento a Dio. Il tentatore si presenta pertanto munito della parola di Dio, di cui si fa interprete: “ E’ vero che Dio ha detto… ?”. Sul piano linguistico la domanda del serpente non è una vera e propria domanda, ma è una specie di esclamazione ironica, provocatoria. Il serpente trasforma, imbrogliando, il comandamento di Dio. La sua esclamazione/domanda contiene un’interpretazione falsa, perché Dio non ha mai detto che l’uomo non deve mangiare di nessun albero. Egli accentua il carattere negativo del comandamento, che non è più principio di vita e di felicità, ma è negatore della libertà dell’uomo. La tentazione per l’uomo è sempre quella di non sperimentare più l’obbedienza a Dio come principio di libertà, come vita, ma di considerare Dio come negatore della libertà umana.

domenica 13 marzo 2011

145 - NON DI SOLO PANE VIVE L’UOMO … 13 marzo 2011 – Prima domenica di Quaresima - (Genesi 2,7-9;3,1-7 Romani 5,12-19 Matteo 4,1-11)

Seconda tappa - NON DI SOLO PANE VIVE L’UOMO … Davanti a Dio possiamo ascoltare la sua chiamata e confrontarci con le esigenze che essa comporta. Si tratta di rivedere le nostre valutazioni personali, di interrogarci sulla gerarchia dei valori che poniamo alla base della nostra vita. La quaresima è come lo spazio del deserto, luogo di verifica, di prova e di maturazione.
Nella debolezza Gesù reagisce non assolutizzando il suo bisogno e pretendendone ad ogni costo la soddisfazione, ma riaffermando il primato di Dio e della Sua parola. La tentazione è anche per noi un’esperienza che mette alla prova la nostra fede. E Gesù ci indica la strada per superarla: possiamo apprendere dalla Sua parola e dal suo esempio a riconoscere i veri beni che rispondono ai nostri desideri più profondi. La nostra fame umana, in definitivo, non può essere saziata da qualcosa che ci riempie solo la bocca.

Qual è la vera tentazione? Impedire all’uomo, alla donna di vivere come uomo e come donna.
La tentazione, come ci dice il libro della Genesi, ci presenta una cosa piacevole, affascinante, interessante e non è sempre facile scoprire l’inganno che porta in sé.
Il diavolo vuole portare la persona umana o a mettersi al posto di Dio (“se mangiaste del frutto proibito non morirete affatto ma diventereste come Dio conoscendo il bene ed il male!”) o a lasciarsi guidare dai suoi istinti e diventare peggio degli animali (davanti ai campi di concentramento, davanti a certi delitti … dobbiamo ammettere questa dura realtà l’uomo può usare della sua intelligenza e fare cose assurde che neanche gli animali fanno).
Questa tentazione prende poi aspetti diversi … chi è tentato dal potere: vuole comandare sugli altri; … chi è tentato dal piacere: usa gli altri per il proprio piacere personale; … chi è tentato dal voler possedere, dai soldi: sfrutta gli altri per avere sempre di più, pronto a rubare anche ai suoi amici!
Tutti più o meno abbiamo queste tentazioni sia che siamo piccoli sia che siamo grandi; sia che siamo ricchi sia che non abbiamo niente; sia che siamo uomini sia che siano donne; sia che siamo buoni sia che siamo cattivi ….
Dio ci chiama e ci aiuta perché vinciamo tutte le tentazioni, cresciamo come uomini e viviamo da uomini capaci di gustare la grande dignità della persona umana che è in me ed in tutti gli altri.
Vincere le tentazioni per diventare uomini e donne come Dio ci ha creati: ecco il nostro cammino quaresimale, ecco la nostra sfida al serpente che ci vuole strappare il dono divino della vita!

Preghiera: “Se tu sei Figlio di Dio…”: è così, Gesù, che il diavolo ti viene incontro per tentarti.
Hai scelto di essere un uomo come noi, e quindi di provare la fame e, con essa, ogni debolezza, ogni fragilità che caratterizza la nostra condizione mortale. Ma ora sei disposto ad andare fino in fondo oppure userai del tuo potere per trarti d’impaccio in modo magico?
Hai voluto correre il rischio di venire in mezzo a noi, disarmato e disarmante, ma ora sei pronto ad affrontare anche il rifiuto e addirittura la condanna, la violenza, una morte ingiusta e terribile? Oppure pretendi che il Padre ti protegga da ogni pericolo, ti strappi alla sofferenza, ti esoneri dalla croce?
Hai deciso di non usare la tua divinità per importi con ricchezza di mezzi, con la forza che sbaraglia, con la potenza che riduce al silenzio, ma ora sei pronto a fidarti solamente del Padre tuo, del Suo amore, della Sua presenza discreta? Per la preghiera in famiglia Nel deserto, Gesù, Tu hai compiuto scelte decisive per la Tua missione, guida tutti noi, genitori e figli,ad accogliere e a realizzare il Tuo Vangelo. converti i nostri cuori ed allarga gli orizzonti della nostra vita perché riconosciamo il tuo progetto d’amore

venerdì 11 marzo 2011

144 - UN’ESPERIENZA DI GRAZIA - 12 Marzo 2011 – Sabato delle Ceneri

La Quaresima non coincide solamente con un’esperienza di fatica, di impegno. E forse è proprio per questa ragione che essa gode di cattiva fama. È un tempo austero perché conduce all’essenzialità, ma non può essere sinonimo di tristezza o, peggio, di sforzo impossibile. Ogni Quaresima (e questa dell’anno A in modo particolare) ha la sua “molla” segreta nell’incontro con un Dio che ci precede sempre. E dunque ci ama prima ancora che noi lo ricambiamo ed è pronto a perdonarci prima ancora che gli confessiamo i nostri sbagli. Ecco perché risulta decisivo all’inizio non l’amarlo, ma il lasciarsi amare. Ce lo ha ricordato l’apostolo: <<>> , un appello ad essere creta che si lascia modellare, corpo malato che si fa guarire, anima lacerata che accetta di ricevere la consolazione della speranza. Fare Quaresima, allora, significa soprattutto accogliere un dono, corrispondere ad una grazia, sperimentare una vitalità imprevista. Così potremo vivere una nuova Pasqua, una nuova primavera che testimonia il miracolo perenne provocato dall’amore di Dio.

Preghiera in famiglia
Comincia una nuova Quaresima Signore,
e noi vorremmo percorrerla insieme,
genitori e figli, piccoli e grandi.
Accompagnaci in questo cammino
verso la tua Pasqua di morte e Resurrezione.
Donaci la gioia di acoltarTi e di parlarTi,
di condividere le sofferenze dei poveri,
di provare fame e sete di Te,
che solo puoi colmare la nostra esistenza. Amen!

143 - LA FATICA DEL PERCORSO QUARESIMALE - 11 Marzo 2011 – Venerdì delle Ceneri

Il desiderio, di cui abbiamo parlato giovedì, accetta il tempo, la durata, la distanza da un traguardo, raggiunto attraverso scelte e decisioni che implicano fedeltà e perseveranza. Inoltrarsi per il sentiero della Quaresima vuol dire rinunciare al “tutto e subito”, all’illusione di una trasformazione “magica”, che non chiama in causa la nostra libertà e la nostra volontà.
È possibile un cambiamento perché Dio ci offre questa opportunità. Egli, però, non si sostituisce a noi: ci traccia una strada, ci accompagna, rimanendoci accanto con discrezione, ci assicura un sostegno indispensabile. Proprio per questo invita ognuno di noi a fare la sua parte, a compiere ogni giorno dei piccoli passi.
Accettare di lasciarsi guidare da Lui, attraverso il Suo Spirito; rendersi disponibili ad alcuni “passaggi” né facili, né indolori; accogliere i momenti inevitabili di scoraggiamento e di fragilità: tutto questo fa parte del cammino disegnato davanti a noi.
Preghiera: E’ duro riconoscere, Gesù, che il mio corpo tornerà in cenere perché la mia esistenza attraverserà il passaggio oscuro della morte e sarò deposto nella terra come un seme che marcisce in attesa una nuova vita.
E’ difficile ammettere, Gesù, che il mio peccato ha ridotto in cenere tante splendide possibilità solo perché mi sono lasciato guidare dal mio egoismo, dalla smania di prevalere, dalla voglia di vincere, dalla gelosia e dall’orgoglio.
Guardando tante macerie, che io stesso ho provocato, avverto una sensazione amara di fallimento e di tristezza. Ecco perché oggi sono venuto a farmi segnare con la cenere: per dirti che ho capito dove porta il mio peccato, la mia infedeltà, la mia cattiveria; per chiederti di cambiare il mio cuore perché io mi converta al tuo Vangelo, a quella parola che trasforma e trasfigura la mia vita.
Solo tu, Gesù, puoi trarre dalle mie ceneri di morte la forza e la gioia della resurrezione. Amen!

142 - L’annuncio: Dio può trarre la vita anche dalle nostre ceneri - 10 Marzo 2011 – Giovedì delle Ceneri

E’ possibile dalle ceneri della nostra vita spirituale farne uscire una speranza?!?
C’è una lezione che possiamo trarre da ciò che accadeva nel passato. La saggezza di un tempo sapeva utilizzare anche la cenere. Così nasceva una lisciva che conferiva un biancore insperato alla biancheria, quando veniva immersa nell’acqua bollente mista a cenere. Così essa svolgeva il ruolo di fertilizzante: sparsa nei prati, a primavera, permetteva all’erba di crescere più bella e più verde. Ebbene, proprio questa Buona Notizia che deve risuonare nella celebrazione odierna. Dio sa trarre la vita anche dalla morte. Dio può trasfigurare anche le nostre ceneri e farci passare dal fallimento ad una nuova fecondità. Perché questo avvenga, tuttavia, bisogna che le nostre ceneri siano ravvivate dal soffio del desiderio:
° il desiderio di una vita diversa, di quella esistenza buona e bella che Gesù ci fa cogliere attraverso le sue parole ed i suoi gesti (la conversione);
° il desiderio di una ritrovata armonia con se stessi, liberi da ansie e da affanni, dagli idoli di sempre, capaci di disfarci di tanta zavorra per ritrovare la fame di ciò che conta veramente (il digiuno);
° il desiderio di un rapporto autentico con Dio in cui il monologo lascia il posto al dialogo, passando attraverso l’ascolto di una Parola che di volta in volta si fa consolante, ma anche esigente, Parola che ci rivela con lucidità il nostro peccato, ma anche traccia la strada di una nuova possibilità, Parola che suscita una risposta che viene dal cuore e trova espressione attraverso le labbra, ma anche nella trama feriale dell’esistenza ( la preghiera);
° il desiderio di una relazione vera con gli altri, di un’esperienza benefica di reciprocità, in cui si accoglie e si è accolti, si dona e si riceve, all’insegna di una solidarietà che non umilia, di un’equità che rinuncia ai privilegi, di una fraternità che considera la diversità non un pericolo, ma una ricchezza (l’elemosina).

mercoledì 9 marzo 2011

141 - QUARESIMA: CAMMINO VERSO PASQUA … 09 MARZO 2011 - Mercoledì delle Ceneri

PREMESSA
L’itinerario di fede percorso anno dopo anno durante il tempo quaresimale ripropone l’esperienza della storia della salvezza: è l’itinerario che dà senso alla storia del mondo e alla loro storia personale di fede di ciascun credente, è al tempo stesso un itinerario di conversione, di crescita interiore, e cammino comunitario perché lega i credenti tra di loro impegnandoli in una comune missione di trasfigurazione del mondo quotidiano.
Tutto questo richiede una continua lotta con se stessi e con le tentazioni che vengono dall’esterno: tentazioni di dare più importanza all’esteriorità che all’interiorità, tentazione del potere e del possesso, tentazione di cercare scappatoie e compromessi. Occorre trovare la fonte della forza e del coraggio per affrontare la lotta e mantenere la direzione giusta. Ciò che non è sempre facile.
Le tappe di questo cammino sono impegnative e richiedono rinuncia a se stessi. E’ più che mai necessario attingere alle fonti di acqua viva, chiedere e ricevere il dono della luce e della forza per vivere nella grazia e nella verità, farsi vigilanti affinché la fede non si addormenti, sperimentare il digiuno come forma di solidarietà concreta.
Prima tappa - CERCARE DIO
La conversione interiore non è fine a se stessa. Essa diventa la condizione per mettersi alla vera ricerca di Dio: la quaresima è fin dall’inizio un invito a tornare al Signore, con la consapevolezza del proprio peccato e della grazia che invochiamo.
Da dove partire? Dall’esperienza del fallimento, dei nostri tentativi maldestri di farcela da soli, con i nostri criteri, allontanandoci da Dio e dalla sua parola. Sì, noi abbiamo la tragica possibilità di ridurre in cenere i doni preziosi, le offerte di grazia che ci hanno raggiunti. E’ la cenere provocata dal nostro orgoglio, dalla nostra superbia, dalla voglia di emergere, puntando sulle nostre forze e sulla nostra astuzia. E’ la cenere in cui abbiamo ridotto la nostra relazione con Dio, bruciando il nostro tempo in nome di una visione affannata della realtà, in cui non c’è più spazio per il silenzio e per l’ascolto, per la preghiera di invocazione e di lode, ma solo per certi risultati, che manifestano le nostre capacità, il nostro potere, la nostra bravura. E’ la cenere che ci è restata tra le mani a causa del nostro egoismo, dell’abitudine a pensare solo a noi stessi e al nostro tornaconto. Il che ha mandato in frantumi progetti di giustizia e di pace, di fraternità e di solidarietà. E’ la cenere che rappresenta il risultato della nostra logica “divorante” che induce a consumare velocemente non solo una quantità eccessiva di beni, ma anche rapporti che esigono fedeltà, cura ed attenzione.
E’ la cenere rimasta dopo che:
° la nostra preghiera è stata uccisa dall’ipocrisia e dall’illusione di poter piegare Dio al nostro volere;
° l’equilibrio, l’armonia della nostra vita, anima e corpo, sono stati intaccati dal bisogno di apparire, di imporsi sugli altri, alla loro attenzione ed ammirazione. Così, afferrati da un bisogno incontrollato di cercare il proprio successo, di accumulare beni, siamo rimasti asserviti a quelli che dovevano essere solo degli strumenti: gli oggetti di cui ci attorniamo, l’attività che ci assicura da vivere;
° naturalmente anche i rapporti con gli altri, assoggettati ad una logica utilitaristica, se non addirittura di sfruttamento, hanno devastato il progetto di una vita ispirata al Vangelo e dai suoi valori.
Che cosa fare, una volta accertata la nostra terribile capacità distruttiva? Esiste o no una via di uscita? (a domani)

sabato 5 marzo 2011

140 - LA PAROLA DI DIO ROCCIA DELLA VITA - 06 MARZO 2011 –IXª Domenica tempo ordinario

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
(Deuteronomio11,18.26-28.32 Romani 3,21-25.28 Matteo 7,21-27)

Siamo ancora troppo legati ad una concezione che interpreta la vita cristiana come frutto di un impegno, quasi di una costrizione che i genitori tramandano ai propri figli e non ci accorgiamo che la nostra identità di cristiani ci è offerta come dono gratuito del Signore. Se i presupposti della nostra vita cristiana sono dono di Dio, ne possiamo trarre la conseguenza che seguire la parola di Dio è benedizione. Il Signore ‘dice bene’ e ‘fa cose buone’ nella logica della creazione. Inserirsi in questa dinamica crea sintonia, comunicazione e armonia con il Signore, con gli esseri umani e con il creato.
Ascolto - Ascoltare è una delle azioni che più volte la Bibbia ricorda come tipica del credente. Anche l’obbedienza ai comandi è una forma di ascolto del decalogo, le dieci parole che costituiscono i termini entro i quali accogliere l’alleanza che il Signore ha voluto sancire con il suo popolo. L’ascolto è un atteggiamento che coinvolge tutta la persona. Nell’educazione è la prima regola di chi vuol educare, specialmente nelle situazioni più difficili ed è anche la richiesta che il genitore e l’educatore pongono per stabilire una comunicazione in grado di trasmettere alcuni valori. Anche nei confronti della parola di Dio l’ascolto introduce alla messa in pratica del messaggio ricevuto e accolto.
Dialogo - L’ascolto apre la strada al dialogo. Forse anche la nostra preghiera alcune volte si traduce in un monologo con al centro soltanto il nostro io. Presentiamo al Signore quello che abbiamo fatto secondo i nostri progetti, formuliamo le nostre richieste in sintonia con quanto riteniamo buono per noi, facciamo fatica a riconoscere che quanto abbiamo costruito è un dono che è stato posto dal Signore nelle nostre mani. La preghiera risente del nostro stato d’animo, spesso non è in sintonia con la parola di Dio, con il messaggio divino che ci viene comunicato dal Vangelo e dai segni con i quali lo Spirito ci guida. La liturgia della Parola sapientemente pone dopo l’ascolto di quanto il Signore ci ha voluto comunicare la preghiera dei fedeli, le nostre richieste. L’averci giustificati, così come il porre di fronte a noi benedizione e maledizione e l’offrirci la possibilità di edificare sulla roccia o sulla sabbia rendono evidente che il Signore intende tessere un dialogo con noi. Non ci incute terrore, non ci costringe forzatamente nell’itinerario, ma ci aspetta per costruire la nostra vita nel dialogo filiale della preghiera, della condivisione, della comunione. Coerenza nella vita - L’ascolto e il dialogo conducono alla coerenza nella vita. Due persone che si ascoltano reciprocamente e dialogano assumono decisioni condivise. Nel rapporto con il Signore c’è sempre la cifra del peccato che impedisce la totale e piena realizzazione del bene individuato, ma l’esistenza del credente approda alla coerenza di vita, passando attraverso la consapevolezza dell’essere reso giusto per dono di Dio e della libertà nella fedeltà al Signore e assumendo gli atteggiamenti dell’ascolto e del dialogo. Il Vangelo non suona soltanto come un messaggio collocato storicamente attorno alla figura di Gesù, ma si traduce in un sentiero vitale, attraverso il quale tendere sempre di più alla comunione eterna con il Signore. La casa sulla roccia, la benedizione sono immagini che esprimono un’esistenza conforme al versetto del canto al Vangelo: “Io sono la vite; voi i tralci, dice il Signore; chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”.