sabato 24 novembre 2012

450 - LA REGALITÀ DI CRISTO È PER L’UOMO - 25 Novembre 2012 – Solennità di Cristo Re dell’Universo

(Daniele 7,13-14  Apocalisse 1,5-8  Giovanni 18,33b-37)
Il colloquio di Pilato con Gesù del Vangelo di oggi è incentrato sul significato della sua regalità, che non corrisponde all’accusa dei giudei, che glielo avevano condotto come un sobillatore politico. Alla domanda di Pilato: «Sei tu il re dei giudei?» (v. 33), Gesù, secondo i sinottici, risponde con un ambiguo: «Tu lo dici» (cfr. Mc 15,2 par.). Giovanni, invece, riporta un dialogo che ha uno scopo apologetico e cristologico insieme. Negli anni 70-90 d.C. era importante scagionare il procuratore per la condanna di Gesù e ribadire che il cristianesimo non costituiva un pericolo per l’impero romano.
Il confronto centrale, faccia a faccia tra il rappresentante dell’impero e Gesù, al di là della drammaticità delle parole e dei gesti, dei silenzi e degli sguardi, diventa una pagina di rivelazione. Gesù rivela, proprio in questo momento – non lo aveva mai fatto in altre circostanze nel vangelo di Giovanni – che egli è re. Gesù lo fa senza sotterfugi, con ricchezza di dettagli, rimandando a un altro regno. La sua regalità è legata alla «testimonianza della verità», all’affermazione della sua origine divina. È questo lo scopo della sua venuta nel mondo e della sua nascita.
Che cosa sia questa «testimonianza alla verità» si può capire in base all’insieme di tutto il quarto vangelo. Gesù è venuto a testimoniare ciò che ha visto e che continuamente vede. Egli è la Parola rivolta verso il Padre e quindi è Parola di verità, perché dice come è Dio e come l’uomo realizza veramente se stesso. La paternità di Dio e la nostra condizione di figli è la verità che egli ci consegna. Gesù è «re», ma non di questo mondo. La sua regalità non entra in competizione e non costituisce un pericolo per il potere romano, consiste invece nell’offrire la propria vita sulla croce per salvare l’uomo.
Siamo alla conclusione dell’anno liturgico, e non a caso la liturgia pone a coronamento del cammino annuale questa solennità che riassume e sintetizza l’intero cammino percorso. È dal legno della croce che Gesù regna, e il suo potere e la sua gloria stanno nella forza e nella grandezza dell’amore. Celebrare la festa di Cristo re significa porre Gesù Cristo in cima alla scala dei valori della vita, significa prendere coscienza che deve essere lui a guidare e orientare il nostro cammino.
Papa Paolo VI aprendo la seconda sessione del concilio Vaticano II descriveva con queste parole il primato di Cristo: «Cristo da cui veniamo, per cui viviamo e a cui andiamo. Nessun’altra luce […] che non sia Cristo, luce del mondo; nessun’altra verità interessi le nostre anime che non sia la parola del Signore, unico nostro Maestro; nessun’altra aspirazione ci guidi che non sia il desiderio di essere a Lui assolutamente fedeli; nessun’altra fiducia ci sostenga se non la certezza che egli è con noi» (EV 145). Nella nostra vita cristiana siamo chiamati a dare a Cristo questo primato: sull’intelligenza per mezzo della fede, sul cuore per mezzo dell’amore, sulla volontà e sulla vita con l’accettazione del suo volere, cosicché egli diventi «l’Alfa e l’Omèga» di quello che pensiamo, di quello che amiamo e di quello che siamo.
Oggi la domanda che ci si deve porre non è se Gesù Cristo regni o no nel mondo, ma se egli regni o no in me; non se la sua regalità è riconosciuta dagli stati e dai governi, ma se è riconosciuta e vissuta da me. Chi regna dentro di me, chi fissa gli scopi e stabilisce le priorità: Cristo o qualcun altro? Secondo l’apostolo Paolo esistono due possibili modi di vivere: per se stessi o per il Signore (cfr. Rm 14,7-9). Vivere «per se stessi» significa vivere come chi ha in se stesso il proprio principio e il proprio fine; indica un’esistenza chiusa in se stessa, tesa solo alla propria soddisfazione e alla propria gloria. Vivere «per il Signore», al contrario, significa vivere in vista di lui, per la sua gloria, per il suo regno. In una delle invocazioni del Padre nostro preghiamo: «Venga il tuo regno!». Ebbene la festa di oggi sia per noi un invito a costruirlo con la vita, la santità, la grazia, la giustizia, l’amore e la pace.
PREGHIERA
C’è una regalità che non ha bisogno di esibire insegne luccicanti, né di imporsi con la forza. C’è un potere che non ricorre all’uso della violenza e tuttavia trasforma in profondità il corso degli eventi solo attraverso l’amore.
Tu sei re, Gesù, e lo dichiari davanti al procuratore romano, a costo di apparire un illuso, perché non corrispondi per nulla all’immagine del potente di turno.
In quel momento, in effetti, sembra che sia Ponzio Pilato a poter disporre della tua vita solo perché può decidere di farti morire sulla croce. Ma a considerare gli avvenimenti con uno sguardo profondo l’apparenza non inganna più. Questa nostra storia ha visto sgretolarsi inesorabilmente il mondo costruito con le armi delle legioni e ha registrato la forza dirompente del tuo amore disarmato.
Non eri tu, dunque, il debole, né lo sconfitto, né il perdente, e la tua croce non ha costituito il segno inequivocabile del fallimento: proprio attraverso di essa tu hai tracciato un corso nuovo all’umanità.

sabato 17 novembre 2012

449 - EVENTI FINALI - 18 Novembre 2012 – XXXIIIª Domenica Tempo ordinario

(Daniele 12,1-3 Ebrei 10,11-14.18 Marco 13,24-32)

Gesù, nel parlare degli eventi finali, attinge ampiamente alla tradizione apocalittica che ama esprimersi attraverso immagini catastrofiche e frasi enigmatiche. Lo scopo di Gesù, però, non è quello di incutere paura, e neppure di soddisfare la curiosità su come e quando avverrà la fine del mondo. Il «quando» verrà la fine rimane misterioso e segreto, l’attenzione viene spostata sul «come» prepararsi e sul «che cosa» fare nell’attesa del grande evento (cfr. Mc 13,33-37). L’immagine suggestiva che egli utilizza è profondamente evocativa: una pianta che si risveglia dal letargo invernale e vive la sua primavera (v. 28: «Dalla pianta di fico imparate…»). Le prime gemme non hanno solo la bellezza di una nuova fioritura, sono il segno della stagione che cambia, della primavera che arriva con il suo carico di luce e calore. La storia che viviamo è una pianta che giunge a maturazione. Il destino dell’universo è quello di giungere alla sua fioritura. E la nostra primavera ha un nome solo: Gesù Cristo. «Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte» (v. 29). Dio ci chiede di percepire la sua azione discreta e continua nella storia. Forse troppe volte la routine quotidiana ci fa dimenticare il passare lento, ma costante del tempo, e ci fa dimenticare che siamo pellegrini in cammino. La solidità apparente del mondo che ci circonda non ci deve far dimenticare che siamo su un treno in corsa… di qui la necessità nell’impegno.

Perché la comunità non si perda in calcoli sterili ecco il v. 32: «Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo, né il Figlio, eccetto il Padre». Marco intende comunicare la certezza di quell’incontro, intende ribadire che la storia non va verso la fine, ma verso l’incontro di Dio con l’umanità riunita attorno a Lui; questa è la certezza! Ma vuole anche affidare questo giorno, i tempi e i modi di questo avvenimento, al mistero di Dio e solo di Dio, al punto che «neppure il Figlio lo conosce», in quanto la decisione di questo avvenimento spetta solo al Padre. Il Figlio riconosce questa sua non-competenza presentandosi come pronto ad accogliere i tempi stabiliti dal Padre, così come li ha accettati nel corso della sua vita terrena. Gesù diventa così ancora una volta modello per la chiesa, per una comunità che non è ossessionata dal voler conoscere le scadenze, ma è preoccupata di vivere e discernere i tempi e i momenti di Dio, ed è impegnata nell’obbedire e nel vegliare. Nessuno conosce quando sarà la fine del mondo, ma essa potrebbe giungere oggi stesso. Per questo Gesù dice: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento» (v. 33).

In questo tempo, segnato dall’incertezza e dalla caducità, il cristiano ha un punto di riferimento sicuro e stabile: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (v. 31). Solo la parola di colui verso il quale cammina l’intero universo non muterà, solo la parola di Dio rimane come «stella polare» che orienta il cammino della storia. Dobbiamo cambiare completamente lo stato d’animo con cui ascoltiamo le pagine che parlano della fine del mondo e del ritorno di Cristo. Infatti, si è finito per considerare un castigo e una oscura minaccia quella che invece la Scrittura chiama «la beata speranza» dei cristiani, e cioè la venuta del Signore Gesù Cristo (Tt 2,13). I discorsi ricorrenti sulla fine del mondo hanno su molti l’effetto devastante di rafforzare l’idea di un Dio perennemente arrabbiato, pronto a dare sfogo alla sua ira sul mondo. Ma questo non è il Dio della Bibbia, che un salmo descrive come «misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno […], perché egli sa bene di che siamo plasmati» (Sal 103,8-9.14).

PREGHIERA
Tu non vuoi che perdiamo tempo dietro profezie strane, né che ci lasciamo infatuare da complicati calcoli astrologici. Questo mondo è destinato a finire, ma chi crede in te, Gesù, sa di non andare incontro ad un baratro oscuro, ma verso un compimento destinato a portare una gioia eterna.
Sì, tu ci inviti ad essere pellegrini su questa terra perché cittadini di un altro mondo, impegnati a realizzare quaggiù la giustizia e la solidarietà e nello stesso tempo certi che solo per dono di Dio potremo vedere quella pace, quella fraternità, quella condivisione che nulla potrà mai infrangere.
Anzi, tu ci chiedi di affrontare i passaggi cruciali, i momenti dolorosi, i cambiamenti epocali, le situazioni difficili con la serena certezza di essere nelle mani di Dio perché è lui che guida la storia degli uomini.
Donaci, dunque, Gesù, di vivere con operosa speranza nell’attesa di quel giorno in cui tu ritornerai nella gloria.

448 - COME FIDARCI DI DIO?

Per una pausa spirituale durante la XXXIIª Settimana del Tempo ordinario


L’episodio della vedova di Zarepta (1º Re 17,10-16) e quello della vedova del vangelo (Marco 12,38-44) si richiamano. Entrambe sono coinvolte in una storia più grande di loro, ma soprattutto in una storia che mette in gioco la loro vita, il dono della loro vita. Obbedire alla parola del profeta Elia o accogliere la parola di Gesù porta a mettere nelle mani di Dio la vita, a confidare in Lui, a credere che Dio c’entra con la vita concreta di ogni giorno, di ogni ora, di ogni minuto. Una cosa grande e quasi impossibile. Ancora più grande e certamente impossibile alle forze di chiunque, è consegnare la propria vita a Dio, offrendola ad un altro che parla a nome di Dio o nel quale Lui è presente. Questo, ci sembra, resta il centro sia della prima che della seconda Parola: una vedova che dà tutto quello che aveva ad Elia ed una che nel tesoro del tempio mette quanto aveva per vivere. Se si vuole è un passo in più rispetto a come il vangelo di Matteo racconta il giudizio di Cristo: qui ci sono dei poveri verso i quali potrebbe spingere la compassione, là ci sono un profeta o i sacerdoti del tempio; quasi la necessità di una ‘doppia’ fede. Ma, comunque, al centro e nel cuore di entrambi gli episodi e senz’altro nei fatti c’è e resta a rischio la vita, il darla o il perderla. Sia il vangelo che il Libro dei Re lo sottolineano: «ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio, lo mangeremo e poi moriremo», e Gesù stesso nel vangelo dice che la vedova «ha messo tutto quanto aveva per vivere». Conclusione: ma la farina non venne meno… ma la vedova ha messo nel tesoro più di tutti gli altri. Una lode ed una provvidenza, ma soprattutto non fatti o parole in più, ma fatti che sono una parola di Dio e quindi creatrice di vita. Qualcosa di grande, di nuovo, perché da allora nella storia di questo mondo comincia una storia nuova, quella in cui non contano i soldi o la carriera, il potere o la salute, la forza o la bellezza, ma il dare la propria vita per amore, senza fare tanti calcoli, ma fidandosi: la gratuità.
Ma qui sorgono gli interrogativi. Nella nostra vita potrà continuare la storia di questa vedova? Una storia senza la quale lo stesso vangelo correrebbe il rischio di essere un libro in più e non parola di Dio e quindi creatrice di vita e di vita nuova per ogni persona in ogni situazione. Sì, perché abbiamo una famiglia con figli da accompagnare, lavori da proseguire, una casa da tenere in piedi e in ordine. Come fidarci di Dio, non a parole, ma con fatti concreti? Domande per un verso più che comprensibili e legittime, ma per un altro senza memoria, perché dimentiche di una serie di ricordi o meglio di fatti che hanno segnato la mia e la nostra vita.
Eccone alcuni, quasi dei memoriali che invitano alla speranza e a rimettere la nostra causa al Buon Dio. Il papà che dice alla mamma angosciata perché il sacco della farina era alla fine: «Tu non guardare e prendi ogni giorno la farina necessaria per fare il pane e vedrai che non verrà meno». Eravamo ai primi del gennaio 1945 e la farina non venne meno. Molti e molti anni dopo, con tutta la famiglia – cinque figli e con la mamma incinta – eravamo in viaggio verso Tromso come famiglia missionaria. Tromso è una città della Norvegia a 800 km sopra il circolo polare artico. A mezzanotte del 24 maggio 1988 arriviamo a Monaco. Come andare in via San Tommaso n.ro 1 per passare la notte? Gira e rigira, nulla da fare. Più che preoccupati ci fermiamo. Ci accosta una macchina. Dove andate? ci chiede in inglese il conducente, la sola lingua in cui qualcosa balbettavo. Diamo la via. Seguiteci. Ho ancora davanti agli occhi la segnaletica con il nome della via san Tommaso n.ro 1, le luci accese alla casa che faceva angolo con una donna alla finestra. Ma come avete fatto ad arrivare, domanda la signora. Raccontiamo: una macchina di sconosciuti ci ha portato qui, fermandosi davanti alla sua casa. No! davanti a voi non c’era nessuna macchina. C’era solo la vostra. Chi guidava quella macchina ? Qualcosa di simile l’anno scorso, il 2 novembre. Mezzo metro d’acqua in casa, al piano terra, per tre giorni. Devastazione. «Dov’è il tuo Dio» sembrava sussurrare dentro una voce. È questa la ricompensa per voi che a metà ottobre avete dato la vostra sala più grande ad un vicino il cui laboratorio si era incendiato; il suo era l’unico lavoro e aspettava il secondo figlio. Il fatto non ci tolse la pace e neppure la gioia di aver dato in comodato l’appartamento. Nella nostra vita di ogni giorno era presente Uno che sapeva il fatto suo, Uno che sempre ama.
Indubbiamente queste sono pietre miliari in cui si incrociano le prove o, con una parola impegnativa, le croci con le meraviglie della ‘grazia’; la morte e la vita. Piccoli altari in cui si incontrano la misericordiosa tenerezza del Buon Dio con la nostra vita nei suoi giorni e nelle sue ore; le più svariate e talora difficili. Un incontro in cui la fede assomiglia talora più ad un lucignolo fumigante che ad una lampada accesa sul candelabro, così come capitava al popolo d’Israele con un Dio sempre fedele e un popolo che abitualmente lasciava a desiderare, se non mormorava. Ma in concreto cosa fare, come camminare in quei momenti? Anche noi sappiamo tante cose. Che l’essere cristiani si ‘mostra’ e solo poi si ‘dimostra’; che la fede cristiana prima di essere un capitolo del catechismo o un libro di teologia è una Presenza: «Io sarò con voi», sarò con voi in quell’ora e in quell’ora saprete cosa dire e cosa fare. Sappiamo che nelle grandi parole che pronunciamo dopo la consacrazione: «mistero della fede», è in gioco la fedeltà di Dio prima della nostra fede; una certezza che apre alla speranza. Ma come in concreto essere pronti quando ci sarà chiesto di dare tutto quello che abbiamo per vivere? Perché quel momento ci sarà per tutti. Per tutti c’è un’ORA. Come prepararci a quell’Ora?
La parola di Dio ci indica almeno due strade. La prima: l’ascolto della parola del profeta. Della parola di Dio. L’invito ad ascoltare è una delle espressioni più ripetute nella storia di Israele. Con «Ascolta, Israele» iniziano i versetti del grande Comandamento. Non per niente abbiamo una bocca sola e due orecchie. Ma soprattutto dall’ascolto della Parola riceviamo luce e forza. Spirito Santo. Anche per questo non tutti possono proclamarla nell’assemblea domenicale. È un ministero. Non si tratta di far teatro, ma di ricordare e di ‘sentire’ che quella parola non solo era ‘ispirata’ quando fu scritta, ma è e resta ‘spirante’, comunicatrice di vita, ora. Ora per chiunque l’ascolta, la custodisce e combatte per metterla in pratica. Una sola Parola può trasformare la vita di chi la proclama e di chi l’ascolta. Miracoli di questo genere ne sono successi e quanti ne succedono o possono succedere.
La seconda: la vedova del vangelo compie un gesto enorme. Dà tutto. Una consegna cui prima o poi tutti saremo chiamati. Per prepararci a quel momento è necessario compiere qualche gesto – un segno – per liberarci dalla sempre possibile e incombente schiavitù del denaro. Le occasioni non mancano e non mancheranno. Pregando perché il ‘segno’ significhi. E tutto questo in semplicità e fiducia, consapevoli che nella nostra piccola storia ritorna sia la storia del popolo d’Israele alle cui infedeltà non venne meno la fedeltà di Dio, sia e soprattutto può continuare la stessa vita di Gesù Cristo, sempre pronto a ‘voltarsi’ verso ciascuno di noi come fece per Pietro e prima che Pietro piangesse.

sabato 10 novembre 2012

447 - DARE TUTTO - 11 Novembre 2012 – XXXIIª Domenica Tempo ordinario

(1º Re 17,10-16 Ebrei 9,24-28 Marco 12,38-44)

la seconda parte del Vangelo parla di una povera vedova (vv. 41-44). Gesù contrappone spesso ai gesti presuntuosi di chi si crede migliore degli altri, quelli umili della povera gente, gesti nascosti ma animati da una fede profonda. Gesù, dopo aver rovesciato dai troni i potenti (scribi e farisei), ora innalza gli umili prendendo come esempio la «vedova povera» che, nel tempio, compie un gesto significativo. Guarda caso essa è una di quelle a cui gli scribi «divorano la casa» e che non ha ormai che «due monetine» (v. 42). Questa donna – povera, vedova, umile – non si lamenta (chi si lamenta di ciò che ha perso, difficilmente offre in dono quanto gli resta!). È una delle poche persone che non sanno cosa sia l’invidia e l’ipocrisia. È semplicemente una persona che si reca al tempio, e lì, nella casa dove Dio abita, compie il gesto massimo della sua offerta: getta nel tesoro quanto le è essenziale per la vita. Quei soldi erano importanti per il suo sostentamento e superflui per quel tempio la cui costruzione era divenuta interminabile.
Nell’atrio del tempio dove potevano accedere le donne, erano collocati dei salvadanai che servivano a raccogliere le offerte. I frequentatori del tempio non gettavano personalmente l’offerta, ma la consegnavano al sacerdote incaricato, che la poneva in questo o quel salvadanaio secondo l’indicazione dei singoli offerenti. Questo spiega perché Gesù è in grado di osservare l’offerta della vedova e lo scopo dell’offerta comunicata al sacerdote.
Il gesto della vedova che versa due spiccioli nel tesoro del tempio è preghiera e amore. L’offerta è povera e insignificante, ma il dono è totale. Gesù ammira questo gesto e lo loda: «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri» (v. 43). L’insegnamento impartito è chiaro: la vera religiosità consiste nel donarsi a Dio, nel mettersi totalmente nelle sue mani. Questa donna non dava del suo superfluo, ma dava tutto ciò che aveva, forse quanto quel giorno le occorreva per il suo sostentamento. Le monete erano due – le più piccole coniate in Giudea – quindi essa avrebbe avuto la possibilità di tenersene una, invece ha dato a Dio proprio tutto. Una persona che si comporta così, sa essere attenta anche a quelli che si trovano nel bisogno e, se necessario, dividerà con loro fino all’ultima risorsa. Dio non misura gli atti con il nostro metro. La nostra valutazione si ferma alle apparenze, la sua arriva al cuore. Dio non misura in cifre quello che doniamo, lo misura in amore. Non riposiamoci tranquillamente sul «quanto» diamo o facciamo, guardiamo invece allo spirito con cui diamo o facciamo, al sacrificio che ci impone, all’amore che lo anima. «Ci sono alcuni che danno poco del molto che hanno e per essere ricambiati, e questo desiderio segreto avvelena il loro dono. Ci sono altri che hanno poco e lo danno tutto. Essi credono nella vita e nella sua generosità, e le loro mani non sono mai vuote» (Khalil Gibran).
Perché un atto sia vero e autentico deve partire dal cuore. Purtroppo capita sempre più spesso che le apparenze prendano il sopravvento sulla realtà interiore. Si tende all’apparenza, a «ciò che dice la gente», agendo così portiamo in giro una maschera ipocrita, anziché il nostro vero volto. Il vangelo ci vuole «veri», tutto si deve radicare nel cuore per poi trovare all’esterno, negli atti e nei comportamenti, la sua vera espressione. Che cambiamento sorprendente ci sarebbe nel mondo se fossimo fedeli anche solo a questa indicazione di Gesù!

PREGHIERA
Tu hai buoni occhi, Gesù, e sai subito distinguere la generosità autentica dall’esibizione plateale, il gesto con cui si dona il superfluo e quello che impegna l’essenziale, tutto ciò che si ha per vivere. In effetti solo i poveri sono capaci di autentica solidarietà perché disposti a condividere privandosi del necessario. Solo loro vivono fino in fondo la follia consolante dell’amore che offre quanto ha a disposizione, senza tanti calcoli.
Insegnami, Signore, a fare come la vedova, a donarti non gli scampoli, ma il cuore della mia esistenza, a metterti al centro, non alla periferia dei miei pensieri.
Insegnami, Signore, a spartire con i miseri non gli avanzi, gli abiti smessi, le cose fuori moda, ma quello che sta nel mio piatto, gli indumenti nuovi, ciò a cui tengo veramente.
E apri la mia anima alla gioia che non viene meno, quella che si sperimenta più nel dare che nel ricevere.

445 - SHEMAH – LA PREGHIERA EBRAICA QUOTIDIANA

Per una pausa spirituale durante la XXXIª Settimana del Tempo ordinario

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”.(Deuteronomio 6,6)
Con queste parole il pio israelita si impegnava a corrispondere all’amore che Dio aveva manifestato nei confronti del suo popolo liberandolo dalla schiavitù d’Egitto e contraendo con esso un patto di alleanza. Questo comandamento/preghiera ricordava all’israelita l’esclusività di Dio: nel suo cuore non ci dovevano essere altre divinità.
Questo brano è una delle pagine più importanti di tutto l’Antico Testamento, si tratta del testo conosciuto come Shemáh Israel (= ascolta, Israele). Il credo ebraico si raccoglie in questa preghiera, recitata ancora oggi al mattino, a mezzogiorno e alla sera: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (6,4-5). Questa preghiera, scritta su piccoli fogli di carta, veniva e viene tuttora posta sulla fronte, attorno al braccio, sulla mano e sugli stipiti delle porte delle case. Questa usanza può sembrare strana, forse persino stupida, ma in realtà nasconde profonde allusioni: la «mano» richiama l’agire; la «fronte» richiama il pensiero, la ragione, l’intelligenza; la «porta» richiama l’accesso, il passaggio, la vita sociale. È una preghiera antica che coinvolge tutto l’uomo: mente e cuore, mani e piedi, occhi e orecchi, labbra e lingua, volontà e sentimento, interiorità ed esteriorità.
Lo Shemáh costituisce la «confessione di fede» in Jhwh come unico Dio, e l’affermazione del comandamento più grande della legge, quello dell’amore di Dio. Nella recitazione quotidiana dello Shemáh, l’israelita si pone una mano davanti agli occhi, per evidenziare che il mistero annunciato da queste parole è un mistero accessibile solo all’ascolto e non alla visione. Dio non si è rivelato a Israele facendogli vedere il suo volto, ma facendogli udire la sua voce. Nessuna delle cosiddette «visioni» di Dio dell’AT ha mai la pretesa di descriverci realmente il volto di Dio. Al contrario, lo si vede di spalle (Es 33,23), dai piedi in giù (Es 24,10) o se ne intravvede appena il lembo del vestito (Is 6,1). Sono tutte espressioni figurate, e forse anche ironiche, per affermare l’impossibilità della visione. Proprio per questo qualunque raffigurazione del Dio che rifiuta di farsi vedere, è già di per sé l’adorazione di un altro Dio, di un Dio diverso da colui che è l’invisibile.
Jhwh è un Dio che non si fa vedere, ma solo ascoltare. Da questa prospettiva si possono trarre due deduzioni: 1) La visione ha un’evidenza oggettiva, si impone da sé, l’ascolto richiede invece che si abbia fiducia in colui che parla. L’israelita, quindi, è chiamato ad accettare responsabilmente il rischio della fede, deve credere senza vedere, sperare per fede la realizzazione non ancora osservabile delle promesse del Signore. 2) L’ascolto, al contrario della visione, è sempre un’«esperienza aperta» che non può esaurirsi in se stessa, ma richiede la realizzazione operativa della parola udita. In tutta la Scrittura, quando Dio parla lo fa quasi sempre per dire all’uomo che cosa deve fare.
Lo Shemáh stabilisce una unione molto profonda fra l’ascolto e l’amore di Dio: Ascolta, Israele… amerai… La condizione perché sia possibile un vero ascolto della Parola è l’amore fiducioso verso colui che attraverso di essa parla al cuore. Senza questa fede, senza l’amore radicale per Dio, il cuore resta chiuso all’ascolto della sua voce. Il centro di tutta la teologia biblica dell’ascolto, che sta alla base della nascita di Israele come popolo, è che il vero ascolto deve essere «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza» (v. 5). L’esegesi giudaica si è chiesta: se si è già detto «con tutto il cuore», che ragione c’è di aggiungere «con tutta l’anima e con tutta la forza»? La risposta, codificata dai maestri della Mishna (ii sec. d.C.), è che la precisazione «con tutta l’anima» significa: perfino se Jhwh ti strappa l’anima, cioè fino al martirio; mentre l’aggiunta «con tutta la forza» significa: con tutti i tuoi beni. Cioè: si deve amare Dio non solo con tutto il proprio essere (cuore), ma anche con i propri beni materiali (forza), fino al dono totale della vita (anima). Nella parabola evangelica del seminatore coloro che sono incapaci di accogliere la parola di Dio, cioè i terreni che non fanno fruttificare il seme, si distinguono in tre diverse categorie, che nella spiegazione della parabola vengono così individuati: a) coloro che non hanno un cuore che sa capire la parola (Mc 4,15); b) coloro che non sanno restare fedeli di fronte alla persecuzione e alle sofferenze (Mc 4,16-17); c) coloro che sono sviati dall’inganno della ricchezza (Mc 4,18-19). Quindi coloro che non sanno ascoltare la parola di Dio sono esattamente quelli che secondo l’esegesi giudaica dello Shemáh, non sanno amare Dio: a) con tutto il cuore; b) con tutta l’anima, cioè anche di fronte alla sofferenza e al martirio; c) con tutta la forza, cioè essendo disposti anche a perdere tutte le proprie ricchezze.

sabato 3 novembre 2012

444 - “AMERAI IL SIGNORE TUO DIO CON TUTTO IL CUORE …” - 04 Novembre 2012 – XXXIª Domenica Tempo ordinario

(Deuteronomio 6,2-6 Ebrei 7,23-28 Marco 12,28b-34)

Gesù indica come «primo» il comandamento dell’amore verso Dio, ma subito dopo lo collega a quello dell’amore del prossimo citando Lv 19,18: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (v. 31). Le interpretazioni rabbiniche di questo comandamento non erano concordi. L’insegnamento di Gesù rappresenta la saldatura definitiva tra l’amore di Dio e quello del prossimo. Egli indica nell’amore verso il prossimo il banco di prova e la verifica dell’amore verso Dio. Lo scriba, accogliendo la parola di Gesù, ne riconosce la profonda verità, e trae come conseguenza la superiorità di questo amore a Dio e al prossimo su tutti i riti sacrificali che si compivano nel tempio: amare Dio e il prossimo vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici (cfr. v. 33). Per questo Gesù dichiara che il suo interlocutore non è lontano dal regno di Dio.
L’evangelista Marco, in questo episodio, mostra un atteggiamento più «ecumenico» rispetto alla versione matteana (cfr. Mt 22,34-40). Nonostante le polemiche contro gli scribi (2,6; 3,22;…), nonostante l’esortazione a guardarsi da essi (12,38s.), nel suo vangelo presenta alcuni scribi che si aprono alla predicazione di Gesù. La comunità, quindi, non deve chiudere le porte in faccia a nessuno. È importante riconoscere il bene dovunque esso si trovi. L’osservazione conclusiva, che nessuno osava più porre domande a Gesù (v. 34), non si riferisce in modo particolare a questa scena, è invece la conclusione delle dispute avvenute fino a questo momento e serve, al tempo stesso, a collegare questa pericope con la seguente, dove Gesù pone una questione che lo riguarda e mette in imbarazzo gli scribi (vv. 35-37).
L’annuncio di questa pagina evangelica è semplice e chiaro: l’amore per l’uomo è legato all’amore di Dio, è da lui che si impara «come» amare e «quanto» amare. Non si può dire di amare Dio se non si ama il fratello con il quale si è gomito a gomito, anzi l’amore verso il fratello è il termometro che misura e verifica l’autenticità del nostro amore per Dio. Non si tratta di due comandamenti paralleli e/o semplicemente accostati, ma di due comandamenti strettamente legati l’uno all’altro: non si può dire con verità di amare Dio senza amare il prossimo, né presumere di amare il prossimo dispensandosi dai doveri e dagli atteggiamenti che esprimono l’amore per Dio. L’amore per il Dio invisibile si deve rendere visibile e deve tradursi in gesti concreti. Nella prima lettera di Giovanni si legge: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1 Gv 4,19-21). L’intervento di Gesù si chiude con le parole: «Non c’è altro comandamento più grande di questi» (v. 31), cioè questi due comandamenti sono i cardini su cui poggia tutta la Scrittura e che riassumono tutto l’insegnamento di Gesù.

PREGHIERA
Le regole possono essere tante, molteplici i codici che regolano questo o quel settore della vita, ma i punti di riferimento non possono che essere pochi e solidi, autentici muri portanti della nostra esistenza.
Tu, Gesù, estrai dall’Antico Testamento i due comandamenti dell’amore e li offri, uniti insieme, a coloro che desiderano percorrere la tua via, muniti di una bussola sicura. Così l’amore per Dio, considerato come l’Unico e adorato con tutto il cuore, l’intelligenza e la forza, e l’amore per il prossimo, riconosciuto uguale a noi per dignità e diritti, diventano le lampade che rischiarano il cammino, il faro sicuro che ci guida anche in mezzo alle tempeste nelle tante situazioni complicate di questa nostra vita.
Aiutaci, allora, Gesù, a non perdere di vista quello che è essenziale per correre dietro a disquisizioni che giustificano i nostri istinti, i nostri interessi, i nostri egoismi. Aiutaci a vagliare ogni cosa con il criterio dell’amore.