sabato 27 ottobre 2012

443 - “CHE IO ABBIA LA VISTA!” - 28 OTTOBRE 2012 – XXXª Domenica Tempo ordinario

(Genesi 31,7-9 Ebrei 5,1-6 Marco 10,46-52)

Quella di Bartimeo, il cieco di Gerico, di avere la vista, non è una richiesta qualsiasi, una domanda a mezza voce: Bartimeo grida. C’è chi vorrebbe farlo tacere perché forse ritiene un po’ eccessive le sue parole: chiama Gesù ‘Messia’ e chiede il miracolo…
Ma quest’uomo, che siede lungo la strada a mendicare, non si dà per vinto, anzi continua a gridare ancora più forte. Non è un grido qualsiasi. Contiene in sé l’espressione di una speranza forte, tenace, riposta in Colui che viene riconosciuto come il «Figlio di Davide», il Messia atteso. Grida perché ha sentito che passava Gesù: è questa presenza che motiva il suo grido. E si capisce bene perché egli lanci verso di lui la sua invocazione, colma di speranza, di attesa, di desiderio. Non è un grido unico, dettato da una breve emozione, ma un grido continuo, che non accetta di essere tacitato, fermato, ma che si fa sempre più forte, perché sempre più intenso è il desiderio che lo muove.
Gesù lo fa chiamare e lui non se lo fa ripetere due volte: non c’è impaccio che possa trattenerlo, quest’uomo che non ci vede balza letteralmente in piedi e si fa condurre da Gesù. L’incontro, però, non manca di stupire. Sì, perché Gesù gli chiede una cosa che sembra ovvia: «Che cosa vuoi che ti faccia?». E che cosa potrebbe desiderare un cieco che brancola nel buio di una notte che non finisce mai? «Che io riabbia la vista». È solo allora che Gesù fa il miracolo. L’incontro, tuttavia, non ha dato solo la vista ad un cieco, ma ha cambiato la vita ad uno che è diventato discepolo: «prese a seguirlo per la strada».
Un grido, un grido che si fa sempre più forte; un balzo verso Gesù quando lui chiama; una richiesta, un gesto di amore che è gesto di guarigione: ecco la storia di un cieco a cui viene donata la vista, ma non solo quella degli occhi.
Viene da domandarsi: qual è la molla che mette in movimento tutta la scena? Cos’è che provoca quest’incontro che lascia un segno per sempre? La risposta ce la dà Gesù stesso: «La tua fede ti ha salvato!».
Oggi, come duemila anni fa, Gesù passa. Tutto può restare come prima. La folla che lo accompagna rimane la folla di sempre, curiosa e chiacchierona, facile ad entusiasmarsi e a dimenticare. E i ciechi possono restare lì, al loro posto, come se nulla fosse avvenuto. Ma chi grida, prima o poi Gesù lo incontra.

PREGHIERA - Ha gridato, Bartimeo, con tutta la sua voce. Ha continuato a farlo anche quando volevano ridurlo al silenzio. Ti ha gridato la sua fede, ha invocato la tua misericordia, ti ha chiesto di fermarti, di strapparlo alla sua condizione di cieco, di mendicante. Perché, Gesù, non ho anch’io il coraggio di gridarti il mio desiderio di essere guarito, sanato, di poter finalmente vedere la luce?
Donami, dunque, lo stesso coraggio di Bartimeo, donami la sua ostinazione nel chiederti di intervenire, ma anche la determinazione con cui abbandona ogni cosa per balzare e venire da te. Donami la sua fiducia, che non si arrende al primo ostacolo, donami la sua franchezza nel domandarti di essere tolto al dominio delle tenebre e consegnato di nuovo alla luce.
E donami anche la gioia di poter seguirti, senza incertezze, sulla strada che porta a Gerusalemme.

sabato 13 ottobre 2012

442 - COSA DEVO FARE PER AVERE LA VITA ETERNA? -14 OTTOBRE 2012 – XXVIIIª Domenica Tempo ordinario

(Sapienza 7,7-11 Ebrei 4,12-13 Marco 10,17-30)

Un tale si presenta a Gesù per rivolgergli una domanda al tempo stesso semplice e intrigante. Un ‘tale’, senza ulteriori specificazioni, che rappresenta tutti: giovani (secondo la versione di Matteo) o maturi (secondo Marco), ricchi (secondo Matteo e Marco) o persone con una certa visibilità pubblica (un notabile, secondo Luca). Quel tale rappresenta un po’ ciascuno di noi, alla ricerca di un bene che possa stare al di sopra di tutto, di un bene che non viene consumato dal tempo, che duri appunto per l’eternità, un bene quindi diverso da tutti quelli che possediamo. La richiesta esprime dunque un desiderio limpido, che lascia trasparire un cuore puro e sincero. La domanda è semplice, ma al tempo stesso intrigante, perché la purezza del desiderio deve fare i conti con la capacità di scegliere con sapienza. Una sapienza che viene dall’alto, da invocare da Dio, da stimare più grande del potere, delle ricchezze terrene, della salute, della bellezza, della stessa luce. È quella capacità di discernimento che purtroppo manca a quel tale, troppo legato a criteri umani, troppo asservito alle proprie ricchezze. Questo deve far pensare ciascuno di noi: non sempre un proposito di bene, un sentimento autentico sfociano automaticamente in scelte giuste.

Nel cuore di quel ‘tale’ dell’episodio evangelico il desiderio grande di un bene che promana uno splendore che non tramonta è così radicato che neppure la fedele osservanza dei comandamenti gli dona pace. Intuisce che bisogna compiere un passo ulteriore. Qui Gesù gli porge allora la parola decisiva, che penetra come una spada a doppio taglio: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Come reagire a questa affermazione? Il tale si fece scuro in volto e divenne triste, non vuole rinunciare ai suoi molti beni.

Altre risposte però ha avuto l’invito di Gesù. Pensiamo alla vicenda di sant’Antonio abate. Un giorno, partecipando all’Eucaristia, ascolta questa pagina del vangelo, che diventa per lui la molla che fa scattare una scelta radicale: letteralmente vende tutto quanto possiede, lo dona ai poveri e si ritira nel deserto per una vita di solitudine e di preghiera. Pensiamo alla scelta di radicale povertà di san Francesco d’Assisi. È questa però la sola risposta possibile? Tutti noi quindi siamo con il volto scuro e triste? Nella storia della Chiesa abbiamo avuto anche risposte diverse: Piergiorgio Frassati, appartenente a una ricca famiglia della borghesia torinese, studente universitario, sceglie sì la via dell’attenzione ai poveri, ma non rinuncia a tutti i suoi averi nella modalità di Antonio o di Francesco. Non a tutti quindi è richiesta la stessa modalità di incarnare l’invito di Gesù. A tutti però è richiesto di abbandonare quella ricchezza che è di ostacolo al considerare la persona di Gesù come l’unico bene per la vita eterna.

L’ostacolo non è tanto la quantità delle ricchezze, ma uno stile di vita che va nella direzione del compiacersi dei propri beni, del sentirsi al sicuro in essi, nel sentirsi ‘qualcuno’ solo o nella misura in cui si possiede ‘qualcosa’. Ricco è colui che pensa di piegare tutti alla sua volontà, è chi si ritiene sempre al di sopra degli altri: questo è il vero grande ostacolo al vangelo, per cui diventa impossibile l’ingresso nel Regno come è impossibile a un cammello passare attraverso la cruna di un ago. Il ‘vendere’ quello che si ha si concretizza quindi nel sapersi fare da parte e mettere Dio al centro, si concretizza nel piegare le proprie ginocchia nella preghiera, nella capacità di perdono e di misericordia, nella sensibilità di ascolto delle necessità degli altri. Si concretizza anche nel riconoscersi a propria volta poveri, bisognosi di essere guidati dall’alto, bisognosi di una guida che ci conduca per mano sui sentieri della vita, liberandoci dal fardello delle nostre ricchezze e della nostra presunzione.

Commenta sant’Agostino: «Quel tale se ne andò triste e non lo seguì. Era andato a cercare il maestro buono. Lo aveva interrogato come dottore e non lo ascoltò come maestro. Si allontanò triste, legato ancora alle sue cupidigie, carico del pesante fardello della sua avarizia. Era affaticato, non ce la faceva più; ma anziché seguire colui che voleva liberarlo dal suo pesante fardello, preferì allontanarsi e abbandonarlo».

PREGHIERA - L’intenzione era buona: «ricevere in eredità la vita eterna», e il suo comportamento risultava del tutto ineccepibile. Ma tu gli hai chiesto, Gesù, qualcosa che ha bloccato sul nascere ogni entusiasmo, ogni velleità: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri. Poi vieni e seguimi!». Così la sua disponibilità si è mutata in tristezza, il suo volto aperto e limpido si è improvvisamente oscurato. La ragione ci viene subito svelata: possedeva molti beni.

Ecco perché le tue parole, Gesù, rivolte a tutti i discepoli, diventano franche e senza equivoci: la ricchezza costituisce un serio pericolo per chi vuole entrare nel Regno. Da strumento, infatti, finisce spesso col diventare un padrone. Assoggetta il cuore e lo rende incapace di vivere un’autentica libertà, costruisce una prigione dorata dalla quale non si riesce ad uscire se non a prezzo di gesti colmi di determinazione e soprattutto impedisce di vedere coloro che attendono una condivisione generosa.

lunedì 8 ottobre 2012

441 - LA FEDELTÀ CONIUGALE: UN OBBLIGO O UN VALORE?(seconda parte)

Una settimana di riflessione sul Matrimonio

Settimo giorno

LA INDISSOLUBILITÀ È RIEMPITA DALLA FELICITÀ -

Quale indissolubilità dunque andiamo cercando? Quella riempita dalla fedeltà e non dalla “occupazione di territorio”, come si diceva. La fedeltà, lungi dall’essere un peso irrevocabile, è ciò che riempie il legame che non può essere sciolto: fedeltà che non è anzitutto esigere dall’altro, ma un offrire se stessi senza condizioni. E percepiamo immediatamente che qui c’entra Dio, poiché tale fedeltà è un munus, cioè un dono e un compito; come ogni dono che viene dall’alto non può essere meritato, bensì inteso come una chiamata. Dio infatti ha unito ciò che l’uomo non può dividere, non nel senso banale che Dio ha allegato due scegliendoli l’uno per l’altra come se fossero le sue marionette, ma nel senso infinitamente più profondo di congiungere autoritativamente ciò che la libertà dei due ha voluto: Dio si rivela qui garante dell’amore dei due, disposto – come ci insegna la Scrittura – a pagare per loro, a metterli con infinito rispetto sulla via della Sua fedeltà.

Abbiamo fatto un primo guadagno: la fedeltà che viene dall’alto è ciò che riempie la indissolubilità. E siamo davvero grati e stupefatti: i due che si sono liberamente scelti sono chiamati a incarnare almeno un briciolo di quella indefettibile fedeltà di Dio che li regge e regge il mondo.

L’INDISSOLUBILITÀ È ISCRITTA NEL CUORE DI CARNE -

La pagina di oggi si apre anche a un secondo guadagno: tale fedeltà è l’opposto della sklerokardía, della durezza di cuore: l’una non può stare dove abita l’altra. Detto in termini positivi: se il cuore non è ‘tenero’ (in termini biblici: cuore di carne) non può essere fedele. Anzitutto perché ad essere fedeli quando tutto va bene, sono capaci tutti, ma perché proprio la durezza di cuore rende impossibile la «carne sola» pensata all’origine. E durezza di cuore nel matrimonio è avanzare la domanda autoreferenziale in cui ci immerge la nostra cultura: «e io?», «e che cosa ci guadagno?», «se l’altro/a non mi riempie, se non mi realizza, non risponde ai miei bisogni, perché la sera deve mettere la chiave proprio nella serratura di casa nostra?». Posso scegliere un’altra serratura, ma posso anche entrare negando il saluto vero (quello formale non lo si nega a nessuno), posso fiondarmi al PC o riempire lo spazio dei suoni inutili della tv, posso autorizzarmi a sfogare le mie frustrazioni, i miei nervosismi su chi abita la casa. Eccola la sklērokardía, è quella che mina la fedeltà e quindi l’indissolubilità, sicché ciò che «divide ciò che Dio ha congiunto» può non essere tanto una legge esterna più o meno divorzista, ma lo stesso coniuge – lui o lei – che ha dimenticato il sapore inebriante della fedeltà.

L’INDISSOLUBILITÀ È SVELAMENTO DELLE QUALITÀ DELL’ALTRO -

Ed eccoci al terzo guadagno: la fedeltà di cui parliamo è il dedicare il cuore all’altro, ma non nel senso romantico che, in ultima analisi, è semplicistico, ma nel senso biblico, cuore come volontà di amare e intelligenza di riconoscimento dell’altro, che si esprime nel desiderare di svelare e realizzare tutte le potenzialità dell’altro/a. E tutto questo nella buona e nella cattiva sorte, come sappiamo: quando l’altro è funzionale al mio bisogno e quando non lo è. La fedeltà è una sorta di sentinella che aspetta la luce dell’alba, anche quando sa che è ancora notte.

440 - LA FEDELTÀ CONIUGALE: UN OBBLIGO O UN VALORE?(prima parte)

Una settimana di riflessione sul Matrimonio

Sesto giorno

Stiamo per dire – forse in modo un po’ provocatorio – che di certe indissolubilità matrimoniali la comunità di fede potrebbe fare a meno, come ad esempio, i matrimoni che non si sciolgono, ma che sono di una pesantezza indicibile, non solo per i due coniugi, ma per i figli e talora per i figli dei figli. «Io e mia sorella, a partire dai miei 15 anni, non scendevamo più a tavola con i nostri genitori, mangiavamo fuori pasto, perché stare a tavola con loro era come assistere impotenti ad una guerra – calda o fredda poco importava – che ci feriva nel profondo, ci rendeva tossico il cibo. Sì, abbiamo detto in tutti i modi: “Perché almeno durante il pasto non restate in silenzio?”. Loro promettevano, ma poi bastava un cenno qualsiasi di uno che l’altro ribatteva, inesorabilmente: “Ecco, dici così perché…”. È così che noi abbiamo cercato di salvarci la pelle con lo “sciopero della tavola”, ma io, con il mio attuale compagno, sono diventata allergica ad ogni discussione, ad ogni potenziale contrasto e mi rendo conto che questo è troppo».

Certe indissolubilità piatte, certe “occupazioni del territorio” così che nessuno lascia nessuno (anni fa è uscito un libretto significativo da parte di terapeuti sistemici: «Né con te, né senza di te»1, per dire che talora la posta in gioco è farsi del male e non abbandonare il campo) non fanno bene né alla famiglia né alla comunità di fede.

DUE SCORCIATOIE - Sgombriamo subito il campo dalla tentazione di prendere allora due scorciatoie facili: la separazione facile del «non posso più vivere con te» (vale la pena affermare che la Chiesa ammette la separazione quando convivere è veramente impossibile, purché non si stabilisca una nuova relazione affettiva e sessuale) perché l’altro non è fatto come io desidero e intanto è spuntato/a all’orizzonte qualcuno/a di più soddisfacente. Tra l’altro, la nostra esperienza di lavoro con le coppie ci dice che spesso il secondo passo («ho trovato un altro/a») precede e anzi fonda il primo («tu non mi dici più niente, non ti amo più»). Qui siamo a livello di quel ‘ripudio’ incollato alla legge di Mosé, come dice il Vangelo di questa domenica, che – ai tempi di Gesù – privilegia il maschio: è lui che può trovare in lei motivi di insoddisfazione; e anche in questo tranello Gesù non cade: questo è adulterio, sia che provenga dall’iniziativa di lui che dall’iniziativa di lei. Gesù conosceva bene la parità dei sessi, nel bene e nel male!

La seconda scorciatoia sarebbe la convivenza, del tipo: «Facciamo così, mettiamoci insieme, e quando qualcosa non va, ci lasciamo, onestamente, altro che la maglia forzata dell’indissolubilità!». A parte che non avviene magicamente mai che quando un convivente «non ce la fa più» anche l’altro sia dello stesso parere: abbiamo visto conviventi abbandonati piangere disperati come il più legato dei mariti o la più legata delle mogli! È ora che diciamo forte alle nuove generazioni che una convivenza non è un matrimonio, cioè un vero «vivere in due in una carne sola», poiché la convivenza a tempo per sua natura non istituisce un legame definitivo, bensì un legame condizionato al «finché mi vai bene», dunque la convivenza non può in alcun modo essere un matrimonio o una ‘prova’ di esso.

439 - L’UOMO NON DIVIDA QUELLO CHE DIO HA CONGIUNTO

Una settimana di riflessione sul Matrimonio

Quinto giorno

Alla domanda provocatoria rivoltagli da alcuni farisei «per metterlo alla prova», Gesù risponde prendendo posizione su di un tema scottante e delicato: quello del divorzio, meglio sarebbe dire del ripudio della propria moglie. La risposta di Gesù è un invito a riandare al disegno originario di Dio, così come si è espresso «dall’inizio della creazione …». Ai farisei che richiamavano la legge stabilita da Mosè, egli contrappone la legge di Dio scritta nella creazione stessa. I farisei tendevano a giustificare la superiorità dell’uomo sulla donna, che poteva essere ripudiata, cacciata via dal marito, anche per motivi futili secondo alcuni rabbini. Gesù risale all’origine, che non è solo l’origine della creazione, ma anche il momento in cui un uomo e una donna decidono di costruire insieme una storia. L’amore (o il destino – a volte viene definito così – che ha fatto incontrare e scattare l’innamoramento), deve diventare l’amore che i due scelgono e fanno crescere, facendolo diventare storia concreta. In questo modo l’amore diventerà di volta in volta anche pazienza, ascolto, perdono, sacrificio, attenzione, sopportazione, riconciliazione. Diventerà in altre parole un amore fedele: la fedeltà è infatti costitutiva del matrimonio cristiano. La promessa scambiata il giorno del matrimonio non deve venir meno, perché l’uomo non può separare ciò che Dio ha congiunto. Da qui la necessità di non giungere impreparati a questo passo, di non considerarlo con leggerezza come una realtà provvisoria e soggetta agli umori e alle circostanze del momento.

Le affermazioni di principio però sempre più frequentemente si devono confrontare con situazioni in cui l’ideale evangelico sembra irraggiungibile, in cui la rottura del vincolo diviene a volte inevitabile, o comunque subita. Queste situazioni richiedono da parte di tutta la comunità cristiana molta attenzione e comprensione, soprattutto verso la parte più debole, che soffre maggiormente o che comunque non ha altra scelta che subire la scelta di altri. Sono situazioni che però interrogano anche il modo con il quale educhiamo fin da piccoli i nostri figli su questi temi. Proviamo a chiederci: Come educhiamo all’amore? Quale visione della sessualità trasmettiamo? Al matrimonio infatti ci si prepara non solo nei mesi immediatamente precedenti con il ‘corso’. Se il matrimonio, al pari della vita consacrata, è vocazione, ci si prepara iniziando da quando si nasce!

È interessante il seguente passo tratto dal Direttorio di pastorale familiare della CEI: «[Il matrimonio] ci appare, perché realmente lo è, come ‘grazia’ e ‘vocazione’, che specificano e sviluppano il dono e il compito ricevuti nel Battesimo. Infatti, all’origine di ogni matrimonio, prima ancora della pur necessaria volontà di amore dei due coniugi, sta un atto di predestinazione ad essere conformi all’immagine di Gesù Cristo e a realizzare questa conformità secondo il dono e il carisma della coppia. L’amore coniugale tra un uomo e una donna può sgorgare e può consolidarsi perché trova nell’amore di Gesù in croce la sua sorgente ultima, la sua forza plasmatrice, il suo costante alimento; e così ogni matrimonio può e deve dirsi una eco del sì di Cristo in croce. È grazie al dono dello Spirito che, giorno dopo giorno, Gesù Cristo viene plasmato nel cuore e nella vita degli sposi, i quali diventano sacramento reale del suo amore totale, unico, fedele e fecondo» (n. 12).

438 - NON È BENE CHE L’UOMO SIA SOLO

Una settimana di riflessione sul Matrimonio

Quarto giorno

Il racconto poetico della Genesi, vuole dare ragione del disegno originario di Dio sul rapporto tra l’uomo e la donna. Con un linguaggio simbolico immediato, l’autore sacro ci narra la creazione dell’uomo e della donna dal quale emergono interessanti tratti per comprendere il disegno di Dio. Alla creazione dell’uomo segue una constatazione: «Non è bene che l’uomo sia solo»: l’uomo ha da poco ricevuto il soffio vitale, ma per vivere ha bisogno di entrare in relazione con un aiuto che gli sia simile. Simile e al tempo stesso complementare: la donna è ‘aiuto’ all’uomo non nel senso che ne è serva o schiava, come in molte epoche storiche e ancora oggi in alcune culture si verifica, è di aiuto perché è complementare all’uomo, arriva dove l’uomo da solo non può arrivare.

L’uomo per vivere ha bisogno di questa complementarità: questa relazione è infatti il cuore della vita e della sua trasmissione. L’immagine della costola dell’uomo dalla quale viene plasmata la donna vuole proprio sottolineare questa realtà: la donna con l’uomo condivide in tutto la stessa natura di essere umano creato da Dio e partecipe del suo stesso soffio vitale. Proprio per questo l’uomo e la donna sono destinati ad attrarsi a vicenda: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne». Per questo l’uomo lascerà la sua famiglia di origine e si unirà alla donna come un’unica carne. In poche essenziali parole è stato così tratteggiato il disegno di Dio iscritto nel cuore della creazione. Il disegno del rapporto tra uomo e donna, segnato dall’amore che reciprocamente attrae i due. Non si tratta quindi solo di un istinto o di una passione che può esserci o meno o che può essere indirizzata verso altro, l’amore tra l’uomo e la donna affonda le sue radici nella natura stessa dell’essere umano e in ultima istanza nel progetto di Dio creatore.

437 - “È LECITO RIPUDIARE LA PROPRIA MOGLIE?”(seconda parte)

Una settimana di riflessione sul Matrimonio

Terzo giorno

Il modo in cui Gesù interpreta le parole di Mosè e della Genesi ripropone il grande interrogativo sotteso a tutto il vangelo di Marco: Chi è costui? Chi è costui che reinterpreta la Legge sul tema del matrimonio? Chi è costui che riafferma il progetto originario di Dio a una umanità dal cuore indurito?

L’insegnamento di Gesù restituisce alla donna tutta la sua dignità, ponendo la sua persona alla pari di quella dell’uomo. L’esigenza di indissolubilità che viene sottolineata, può essere compresa solo nella fede e alla luce del mistero di Cristo. La realtà del matrimonio cristiano può essere vissuta solo nel dono totale ed esclusivo dell’uno all’altra, con la vittoria della carità sugli egoismi, a imitazione del dono di sé che Cristo ha fatto alla Chiesa e all’umanità (cfr. Ef 5,25-33).

È questo il senso della collocazione dell’insegnamento sul matrimonio all’interno del cammino di Gesù verso Gerusalemme. Si tratta di un cammino pieno di incomprensioni (non solo con i capi del popolo, ma anche con i discepoli), e tuttavia Gesù continua a stare con i suoi e non smette di amare, fino al dono di sé. Il camminare dietro alla croce accettando anche la dimensione «crocifiggente» dell’amore, libera l’uomo da se stesso e lo rende capace di fedeltà disinteressata. L’uomo e la donna sono chiamati a entrare nella loro alleanza reciproca con piena responsabilità e giocandosi in essa in maniera definitiva; e perché sia definitiva occorre la totalità dell’impegno, fin dall’inizio. I fallimenti dell’amore non trovano il loro rimedio nel divorzio, ma in una adesione ancora più piena al cammino di sequela di Cristo.

La durezza di questo insegnamento si rende evidente nel fatto che i discepoli, quando sono in casa, tornano a interrogare il Maestro (v. 10). La sua risposta conferma l’insegnamento precedente (v. 11) aggiungendo però un approfondimento – probabilmente frutto dell’adattamento della comunità cristiana all’ambiente greco-romano: non solo l’uomo, ma anche la donna potrebbe prendere l’iniziativa del divorzio (v. 12). Questa perfetta reciprocità non fa che sottolineare la responsabilità reciproca cui sono chiamati i coniugi cristiani (vv. 11-12).

Il brano del vangelo si chiude con l’episodio di Gesù che benedice i bambini (vv. 13-16). L’evangelista coglie ancora una volta l’occasione per sottolineare la sensibilità umana di Gesù, che prende affettuosamente in braccio i bambini. Sempre mediante questo episodio viene ripreso, sotto altro aspetto, il tema della rinuncia di sé come condizione per accogliere il regno e per appartenervi. L’immagine del bambino simboleggia l’atteggiamento che deve avere il vero discepolo. Non si tratta di ripiegarsi nell’infantilismo, ma di riconoscere la propria povertà e debolezza davanti a Dio. Questo atteggiamento libera l’uomo dalla pretesa e dalla presunzione di acquistare il regno (= la salvezza) con le sole proprie forze, e lo dispone a far propria la semplicità di un bambino che non ha niente da dare in cambio.

436 - “È LECITO RIPUDIARE LA PROPRIA MOGLIE?”(prima parte)

Una settimana di riflessione sul Matrimonio

Secondo giorno

Dal Vangelo di Marco ( 10,2-16) “In quel tempo, 2alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». 4Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. 8Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: 11«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Gesù sta camminando verso Gerusalemme e rivelando ai discepoli la natura del suo messianismo sofferente. In questo contesto viene a situarsi anche l’insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio.

La domanda che i farisei rivolgono a Gesù riguarda la liceità o meno del ripudio della moglie: «È lecito a un marito ripudiare la propria moglie» (v. 2). Mosè, infatti, aveva permesso il divorzio se l’uomo avesse trovato nella donna «qualcosa di sconveniente» (Dt 24,1). Al tempo di Gesù si discuteva animatamente su questo «qualcosa di sconveniente»: c’era chi diceva che poteva essere sufficiente qualsiasi cosa, anche un pranzo mal preparato (rabbî Hillel), e chi sosteneva che ci voleva un motivo più serio, per esempio una grave infedeltà morale (rabbî Shammai). Gesù non si lascia coinvolgere nella discussione schierandosi per una scuola o per l’altra, sposta invece completamente i termini della discussione. Egli contrappone un’altra domanda: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?» (v. 3). In questo modo rimanda i suoi avversari alla Legge e li obbliga ad ammettere che la legge mosaica non aveva affatto inteso legalizzare il divorzio (v. 4: «Mosè ha permesso...»). Gesù conosceva la Legge di Mosè, come la conoscevano i suoi interlocutori, e certamente la Legge di Mosè era l’appiglio decisivo a cui si sarebbero richiamati i suoi avversari in caso di una risposta negativa circa la liceità del ripudio. Era necessario che i farisei capissero subito che Gesù non era contro Mosè, per poi comprendere come il Maestro volesse condurli oltre Mosè. Gesù afferma che la facoltà di ripudiare la moglie era stata concessa agli israeliti per la loro «durezza di cuore» (v. 5). Dunque, non rispondeva al piano originario di Dio, non era un comando di Dio, ma una facoltà concessa agli israeliti per la loro incapacità di comprendere fino in fondo il suo disegno e di accettarne le conseguenze. A questo punto, Gesù approfitta dell’opportunità che gli è offerta per riaffermare in modo chiaro il progetto di Dio sul matrimonio rifacendosi a un testo più fondamentale, quello della creazione.

Tutto il racconto della creazione parla di uguaglianza tra uomo e donna – in fondo la «concessione» di Mosè era anche una concessione al predominio maschile, dato che alla donna non era permesso prendere alcuna iniziativa –, e mostra che al centro del progetto di Dio sta l’unità dell’uomo e della donna in un’unica carne: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (v. 9). In rapporto alla volontà originaria di Dio, il permesso di Mosè perde ogni carattere di validità definitiva; mentre ciò che Dio stesso ha stabilito nell’atto della creazione, fondendo in unità l’uomo e la donna, ha una forza così grande che nessun uomo può abolire.

435 - I DUE SARANNO UN’UNICA CARNE

Una settimana di riflessione sul Matrimonio


Primo giorno
Dal libro della Genesi (2,18-24) “18Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda».19Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. 21Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». 24Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.”

La pagina della Genesi è tratta dal racconto più antico della creazione (Jahwista). Il racconto non ha l’obiettivo di dire come sono andate le cose, ma di dire il senso delle cose attraverso espressioni proprie della cultura del tempo.

L’uomo, nella sua componente maschile, è messo in scena nella terra dove gli viene affidato ogni bene, ma viene evidenziata la sua solitudine: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (v. 18). La ricerca parte da lontano, passa in rassegna tutti gli esseri animati, ma la constatazione finale è che tra tutti gli animali «l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse» (v. 20), cioè non fu trovato un essere con cui poter comunicare in profondità. «Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo» (vv. 21-22). Il torpore e il sonno dell’uomo dicono che la donna non è un suo progetto, ma è opera di Dio.

Questa pagina è uno dei testi biblici a cui ci si rifaceva per sostenere e dimostrare il rapporto di dipendenza della donna dall’uomo. In questa interpretazione giocavano fattori storici, culturali e ambientali, e una visione parziale e unilaterale che, in tutto il contesto di Genesi 1–3, coglieva la donna prevalentemente in un ruolo negativo, come seduttrice e causa del peccato. Gli studi esegetici recenti hanno contribuito a mettere in luce una immagine della donna molto diversa, investita di un ruolo

positivo nei confronti dell’uomo e nella storia della salvezza. In questo senso è da sottolineare prima di tutto l’atteggiamento di Dio che, nel racconto sacerdotale della creazione (Gen 1,10.12.18.21.25.31), si era sempre compiaciuto delle sue opere trovandole «buone»; qui invece, quando si ferma a considerare l’uomo, fa una riflessione negativa: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (v. 18).

L’espressione ebraica, usata per indicare nella donna l’aiuto adatto all’uomo [ebraico: neghed], lascia intendere che non si tratta di un aiuto qualsiasi, ma di un essere che può stare di fronte all’uomo faccia a faccia, alla pari; un partner nel quale l’uomo può riconoscere se stesso e con cui può stabilire una comunione di vita e di sentimenti (vv. 18.20). La donna è creata per-essere-con l’uomo; in altri termini, nel pensiero creatore di Dio la realtà umana non è rappresentata da un solo sesso, essa è maschile-femminile in un rapporto di complementarità e reciprocità.

Nella stessa linea va interpretata la descrizione plastica con cui lo scrittore sacro presenta la creazione della donna (v. 22). Il racconto della nascita di Eva dalla costola di Adamo è metaforico, e probabilmente la stessa parola «costola» ha un significato simbolico misterioso. Tuttavia, ciò che viene indubbiamente dichiarato dal racconto biblico è la parità di natura e di dignità tra uomo e donna; la donna non è un essere inferiore, è posta sullo stesso piano dell’uomo. Il fatto che la costola sia vicina al cuore aiuta a trarre una conclusione profonda e consolante sul rapporto tra uomo e donna, e a questa idea allude anche un passo del Talmud: «Dio non ha creato la donna dalla testa dell’uomo perché lo comandasse, né dai suoi piedi, perché ne fosse la schiava, ma dal suo fianco, perché rimanesse vicina al suo cuore », cioè: il rapporto tra uomo e donna non è di subordinazione, si tratta invece di un rapporto di amore e di collaborazione reciproca che deve durare per la vita.

Il grido di gioia e di ammirazione che esce dalla bocca dell’uomo quando si trova di fronte alla sua compagna (v. 23), indica che egli riconosce nella donna il suo completamento. In presenza della donna, l’uomo scopre se stesso come «esserein- relazione», e lo scrittore sacro per indicare questo profondo rapporto di intimità e reciprocità fa derivare il nome della donna (isshah) da quello dell’uomo (ish).

Lo stato di asservimento della donna al dominio dell’uomo compare solo dopo il peccato; la punizione divina colpisce la donna nella sua stessa ragion d’essere: fare da compagna all’uomo (cfr. Gen 3,16). La redenzione operata da Cristo agirà anche all’interno delle relazioni tra uomo e donna, e porrà le condizioni per un ritorno a quello stato di armonia e di equilibrio che corrisponde al pensiero creatore di Dio.

sabato 6 ottobre 2012

434 - IL MISTERO DELL’AMORE - 07 OTTOBRE 2012 – XXVIIª Domenica Tempo ordinario

(Genesi 2,18-24 Ebrei 2,9-11 Marco 10,2-16)

 
La liturgia della Parola invita a riflettere sul mistero dell’amore e della comunione che Dio ci comunica come fondamento della nostra vita. Questo mistero ha origine in Dio stesso e costituisce l’ideale a cui orientare le nostre esistenze, pur in mezzo a difficoltà e a contraddizioni. Situazione umana tipica di questa comunione personale è il legame tra uomo e donna nel matrimonio, che Dio ha voluto come segno dell’amore stesso del Creatore.
Per questo, nel Vangelo, è oggi proposto l’ideale delle origini: l’uomo non separi ciò che Dio ha unito. Il richiamo al bambino, quale simbolo di disponibilità e di capacità di fiducia, nella parte finale del testo evangelico delinea il presupposto per comprendere e vivere questo mistero di unità.
I due (l’uomo e la donna) saranno una sola carne è il messaggio della lettura del libro della Genesi: il termine biblico ‘carne’ rimanda alla totalità dell’essere umano, visto però nella sua finitezza e nel suo limite. La condivisione di un’esistenza, nelle condizioni storiche concrete e limitate, è il segno di un amore che crea vita e che continua nel mondo l’azione creativa di Dio.
La lettura della lettera agli Ebrei vede in Cristo, primogenito di molti fratelli, il punto a cui converge tutta l’umanità. In questo modo anche questa lettura ripropone il tema di una stessa origine e l’invito all’unità.

Il matrimonio cristiano ha alla sua radice un’esperienza globale. Parte certamente dalla sessualità fisicità, vista come un dono divino e cantata già nelle stesse pagine della creazione. Ma la persona umana, diversamente dagli animali, è capace di trasfigurare il sesso nell’eros, che è scoperta della bellezza e del fascino. C’è però un’altra tappa decisiva e prettamente “spirituale”, quella dell’amore che è totalità di donazione: “Il mio amato è mio ed io sono sua!”, esclama la sposa del Cantico dei Cantici. Sesso, eros e amore dissociati offendono la persona, sesso, eros e amore uniti costituiscono l’armonia della creatura umana secondo il progetto divino.

PREGHIERA - Ti prendono per un consulente legale e vorrebbero forzarti, Gesù, ad entrare in una disputa giuridica sulla quale erano già scorsi fiumi di sentenze di maestri illustri. Tu invece fai appello al progetto di Dio, quale appare limpidamente attraverso la sua parola. È Dio stesso, infatti, che si impegna a congiungere un uomo e una donna, a farli diventare una carne sola. È Dio stesso che li rende un segno evidente e tangibile del suo amore indissolubile, fedele e fecondo.

Possiamo allora attentare con leggerezza e per capriccio all’opera stessa di Dio? Possiamo prendere a pretesto la nostra fragilità e debolezza, i nostri limiti, il nostro peccato, per chiedergli di cambiare il disegno apportatore di una gioia autentica, di una comunione solida, di una pienezza consolante?

Tu non minacci né giudichi, Gesù, ma vuoi spalancare davanti agli sposi che credono in te una possibilità inedita, quella di vivere, per tua grazia, un amore che resiste al tempo.

venerdì 5 ottobre 2012

433 - LA FEDE E LO SCANDALO

Per una pausa spirituale durante la XXVIª Settimana del Tempo ordinario

Scandalo è un sasso piantato in mezzo al sentiero; mentre te ne vai tranquillo per la strada e ti metti a correre, ci inciampi e il sasso ti fa perdere l’equilibrio, cadi rovinosamente a terra; lo scandalo ti ha colpito. L’immagine è chiarissima; ora l’applicazione. «Dimentico del passato – scriveva san Paolo ai Filippesi – e proteso verso il futuro, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù» (Fil 3,13-14). Dunque, la vita di fede è una corsa diretta verso il futuro, verso Cristo; ma una corsa che si sviluppa qui, nel mondo. E il mondo non è un sentiero liscio, diritto; ci sono ostacoli, deviazioni, erte, forre, buche, luoghi scivolosi… ci sono scandali che possono interrompere la corsa; possono addirittura spingere ad abbandonarla, a far pensare che non vale la pena; che quel sentiero non può condurre al traguardo; che è meglio cercare strade più comode e meno pericolose.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per dimostrare che è così. Lo scandalo della pedofilia brucia dentro di noi e brucerà per chissà quanto tempo: una pioggia di residui velenosi ha ricoperto la Chiesa, l’insieme dei preti, il Vangelo stesso che annunciamo. Ultimo di una serie di ‘scandali’ ai quali la pubblicistica fa riferimento volentieri e che sono entrati nell’immaginario dell’uomo d’oggi come impedimenti a credere che nella Chiesa ci sia l’impronta di Dio, uno Spirito divino: l’Inquisizione e Galileo, l’Indice e le scomuniche, le crociate e le guerre di religione, le incoerenze dei ministri della Chiesa e le meschinità dei credenti bigotti… Sono tanti gli inciampi che stanno sul cammino del credente e che rendono faticoso il cammino. Che fare?

Il Vangelo chiede due cose: non scandalizzare, non lasciarci scandalizzare. Anzitutto non diventare per gli altri motivo di inciampo; e cioè, non falsificare con la vita quello che annunciamo con le parole; «dicono e non fanno» è il rimprovero che Gesù ha diretto agli scribi, ma che naturalmente colpisce proprio noi. Se annunciamo un vangelo di salvezza, la nostra vita deve essere e apparire una vita ‘salvata’; se invece continua a essere connivente col male, se è quindi lontana dalla salvezza, le nostre parole non sono credibili. Scoppiano a volte scandali gravi, che gelano il cuore – appunto come nel caso della pedofilia; ma ci sono scandali striscianti, che non finiscono sui giornali, ma che avvelenano il tessuto delle comunità cristiane. Qui possiamo solo confessare con vergogna il peccato e affidarci alla misericordia di Dio: «Abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui, abbiamo mancato in ogni modo». Naturalmente, la confessione è sanante solo se la vergogna è autentica; solo se suscita lacrime amare e desideri autentici di conversione dentro al cuore.

Ma il Vangelo chiede anche un’altra cosa: non lasciarsi scandalizzare. Usa, anzi, delle immagini fortissime: «se la tua mano ti è occasione di scandalo, tàgliala, se il tuo piede… tàglialo… se il tuo occhio… càvalo!». È come dire: sii disposto a rinunciare a tutto, anche a ciò che più ti preme, per difendere la tua fede, per portare a compimento il tuo percorso di vita. Ma perché parla così? Non sono certo la mano o il piede o l’occhio che possono diventare inciampo alla fede; che senso può avere sacrificare una parte di se stessi?

Una prima risposta si trova nell’esortazione che Gesù rivolge ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce…». Accade, nella vita cristiana, che la sequela di Gesù esiga rinunce anche gravi; in questo caso bisogna essere decisi nella scelta, senza esitare: «Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo disonore» (Eb 13,13). Proprio così: Gesù è morto come un malfattore; dobbiamo essere disposti ad apparire come malfattori – se, naturalmente, questo giudizio su di noi è errato: «Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca [cioè non si lasci impaurire dal giudizio degli altri, non si lasci scandalizzare così da abbandonare la sua fede]; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio» (1 Pt 4,15-16)

La seconda risposta è più sottile: lo scandalo che l’incoerenza degli altri ci procura può diventare anche una scusa, una giustificazione per abbandonare la fede quando il prezzo della fede è troppo alto. Per evitare questo scandalo, l’unico rimedio è imparare a valutare la fede tanto che nessun guadagno riesca a uguagliarla, che nessuna perdita la faccia apparire troppo costosa.

sabato 29 settembre 2012

432 - MONOPOLIZZARE DIO - 30 Settembre 2012 – XXVIª Domenica Tempo ordinario

(Numeri 11,25-29 Giacomo 5,1-6 Marco 9,38-47

La tentazione di monopolizzare Dio e di misurarlo secondo i nostri pensieri e scopi è sempre forte, anche nei credenti. Dio, però, manifesta il suo amore in modo completamente libero. La «via e la verità» che egli ha mostrato in Gesù sono un invito serio a rivedere continuamente i nostri schemi religiosi. E soprattutto a non giudicare, bensì ad operare affinché «a tutti i popoli della terra siano annunciate le meraviglie del suo amore».

Il vangelo riunisce insieme alcuni insegnamenti di Gesù che riguardano la vita pratica e tentano di risolvere alcuni problemi che andavano sorgendo in seno alla comunità cristiana primitiva.

L’uso del nome di Gesù suscita frutti di salvezza anche al di fuori della cerchia ristretta dei discepoli. Il problema nasce perché un estraneo (v. 38: «uno» [in greco: tina]) utilizza il nome di Gesù come parola di guarigione nei suoi esorcismi (cfr. At 19,13-16). La reazione dei discepoli è rappresentata da Giovanni, che anche altre volte nei vangeli viene presentato con un temperamento focoso e intransigente (Lc 9,54) fino a meritarsi, con il fratello Giacomo, il titolo di «figlio del tuono» (Mc 3,17). La sua reazione è degna di uno «zelota»; egli non ammette che si possa produrre qualche frutto di salvezza fuori dalla cerchia dei discepoli. L’atteggiamento di Giovanni ricorda quello di Giosuè (prima lettura): egli giudica intollerabile che uno sconosciuto, estraneo al gruppo, cacci i demoni nel nome di Gesù. L’atteggiamento intollerante di Giovanni verso questo esorcista non autorizzato si muove su due registri: il verbo «seguire» e il pronome «noi»; il testo greco letteralmente dice: «perché non ci seguiva» (v. 38). Il problema sta nel complemento che fa da oggetto al verbo «seguire». La sequela non consiste nell’aggregarsi a un gruppo (= ci), ma nel «seguire» Gesù Cristo. Il motivo di coesione della comunità cristiana è il «me» che troviamo in ogni racconto di chiamata: Seguimi! (cfr. Mc 2,14 e paralleli; Gv 1,43) e non il gruppo dei discepoli. La comunità radunata da Gesù non è un ente autonomo, solo Gesù Cristo e la sua presenza giustifica il cammino dei Dodici. Dunque, il «noi» non può essere protagonista assoluto. Gesù capovolge la prospettiva di Giovanni, allarga i confini, sbriciola la categoria «blindata» del discepolo appartenente a una specie di setta. Se Gesù è il riferimento assoluto, allora chi scaccia demoni nel suo nome non può essere né contro di lui né contro il gruppo che lui ha costituito (cfr. vv. 39-40).

La relazione che i discepoli hanno con Gesù viene da loro vissuta come se Gesù fosse loro esclusivo possesso, e la sequela dovesse garantire loro un privilegio che tutti devono rispettare. La risposta di Gesù: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me» (v. 39), è un avvertimento a evitare ogni forma di invidia per il bene che fanno gli altri, ogni forma di concorrenza, ogni pretesa di accaparrare solo per sé la potenza (il nome) di Cristo. Lo Spirito soffia dove vuole (cfr. Gv 3,8), e anche fuori della comunità dei cristiani può guidare gli uomini al compimento delle opere di Dio (cfr. vv. 40-41). Gesù afferma che, se uno ricorre al suo nome per fare del bene, questo è sempre e comunque un segno positivo, perché ha riconosciuto l’importanza della sua persona, e finché non c’è una presa di posizione che si distanzi da lui, resta una vicinanza misteriosa con lui e perfino con i discepoli: «Chi non è contro di noi è per noi» (vv. 40-41). Esiste una parola, usata abbastanza frequentemente nel mondo ecclesiale, la parola «lontano». Chiamiamo «lontani» coloro che non si riconoscono nella comunità parrocchiale o nei movimenti cattolici. Chiamiamo «lontani» coloro che, in qualche modo, sono in una linea diversa dalla nostra quanto alla fede e al modo di viverla. Questa pagina di Vangelo mette profondamente in crisi questa categoria, e noi che l’abbiamo creata. Le persone che chiamiamo «lontani», infatti, «da chi» sono «lontani»? O «da dove» sono «lontani»? La lontananza da un certo modello di comunità ecclesiale è sempre identificabile con la lontananza da Cristo? E se i «lontani» li creassimo noi? Se fossimo noi a creare dei confini rigidi in base ai quali c’è chi è dentro e chi è fuori?

Certe persone che non conoscono il vangelo, ne sono talvolta più vicine di altre, sedicenti cristiane, che si vantano di conoscerlo, ma che con le loro infedeltà ne sono invece molto lontane. Il «lontano» che opera il bene ci interpella e ci provoca. La sua opera al servizio dell’uomo interroga la nostra religiosità, a volte così sterile e incapace di produrre solidarietà.

PREGHIERA - Siamo talmente affezionati alle nostre etichette, ai nostri registri ed elenchi, che ci balza subito all’occhio, Gesù, chi non è dei nostri, chi non appartiene al nostro gruppo, alla nostra comunità. E subito investiamo zelo ed energie per bloccarlo immediatamente, per impedirgli di agire nel tuo nome. Del resto ci chiediamo: Dove andremo a finire se gli estranei usurpano le tue parole e i tuoi gesti, un tesoro di cui noi solamente ci consideriamo eredi autorizzati?

Tu non sembri condividere il nostro comportamento e ci chiedi di usare determinazione e coraggio in tutt’altro senso: nello sradicare risolutamente il male che ha attecchito nel nostro cuore, nelle decisioni e negli atteggiamenti, in tutto ciò che scandalizza i poveri ed i piccoli. Gesù, donami la tua saggezza e liberami dalla fretta nel giudicare gli altri.

431 - VALUTARE SECONDO IL VANGELO

Per una pausa spirituale durante la XXVª Settimana del Tempo ordinario

1. GUIDATI DALLO SPIRITO SANTO. Non è mai stato semplice valutare secondo i criteri del Vangelo. Oggi le difficoltà sembrano decisamente ingigantite. Viviamo in un periodo storico di grandi convulsioni che mettono in crisi anche i criteri ritenuti da sempre come il fondamento della vita e della convivenza umana. Lo smarrimento è grande, per tutti. Il discernimento, nei suoi diversi tipi e nelle sue diverse espressioni ed articolazioni, si trova in difficoltà. Certo, la finalità è chiara ed è sempre la medesima. Si tratta di conoscere la volontà di Dio e il suo disegno di vita e di salvezza. Così pure è evidente che la luce per il discernimento ci proviene dal Vangelo che è Gesù Cristo: in lui solo risplende il volto di Dio Padre, in lui solo risplende il volto dell’uomo («solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce [vere clarescit] il mistero dell’uomo», afferma il n. 22 della Costituzione pastorale Gaudium et Spes). Non dobbiamo mai dimenticare l’aiuto che ci è assicurato: siamo figli di Dio, abitati e animati dallo Spirito Santo. Ricordiamo l’apostolo Paolo: i figli di Dio, abitati e guidati dallo Spirito di Dio, vivono secondo lo Spirito (cfr. Rm 8,1-17), «camminano secondo lo Spirito» e producono «il frutto dello Spirito» (cfr. Gal 5,22-24). Sempre Paolo ci avverte anche che l’esercizio della nostra libertà è reso difficile dal fatto che dobbiamo combattere una dura battaglia contro gli spiriti e le potenze del male (cfr. Ef 6,12). È per questo che egli esorta a fare discernimento (cfr. 1 Cor 12,10), perché siamo esposti a molteplici fraintendimenti e soprattutto siamo condizionati dal modo di pensare del mondo, dai suoi criteri e dalle sue ‘agende’. Così rischiamo di prescindere da Dio, non teoricamente, ma praticamente, fino a dimenticarlo nelle valutazioni e nelle scelte.

Questa è la questione seria: il primato di Dio nella nostra vita e nelle nostre comunità cristiane. Se si dimentica la relazione fondamentale, la relazione con Dio, se essa non è viva e vissuta, allora viene meno il criterio decisivo, viene a mancare la bussola per il nostro orientamento e la luce per il nostro cammino. Anche le nostre relazioni umane stentano ad avere la loro forma precisa se manca la relazione fondamentale e decisiva con Dio. Anche la nostra libertà diventa svuotata senza il riferimento a Dio che è l’Amore, la Verità, il Bene. Allora si creano le divisioni e le contrapposizioni forzate, non si edifica la comunione ecclesiale, non si concorre all’avvento del Regno di Cristo che è regno di giustizia, di amore e di pace. Lo Spirito è libertà: non può essere guidato dallo Spirito chi si lascia trascinare nella schiavitù. Lo Spirito è amore: non può operare dove manca la comunione. Lo Spirito è verità: non può essere percepito da chi è prevenuto o accecato da problematiche interessate e da pregiudizi. Solo nello Spirito ci viene donata sia la luce che tiene desta la nostra intelligenza sia la forza che rende robusta la nostra volontà. Lo Spirito è colui che dona la vera libertà, cioè la capacità di pensare, di agire e di vivere secondo scelte consapevoli, mossi da convinzioni vere, e non per ciechi impulsi o per imposizioni esterne.

2. ILLUMINATI DALLA LUCE DELLA FEDE PASQUALE. È la fede pasquale che illumina tutta la vicenda umana e dona la grazia di uno sguardo attento e vigile che non dimentica, pur nella simpatia per il tempo in cui si vive, i tanti elementi di sofferenza, di negatività, di male, di peccato presenti nel cuore del mondo e nel cuore dell’uomo. La Pasqua parte dalla croce, dall’oscurità, dalla morte. La via crucis conduce al Calvario, con il pianto, lo smarrimento e il silenzio del Venerdì santo. Quella dolorosa via della croce diventa la consolante via lucis: all’alba del primo giorno dopo il sabato risuona l’annuncio della Vita che ha sconfitto la morte. Il Crocifisso è il re della gloria, «il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa!». La croce non è il fallimento, non è l’esito di un insuccesso. Sulla croce Cristo manifesta l’offerta di amore che giunge al dono smisurato della propria vita. E nel Figlio, crocifisso per amore, il Padre manifesta e dona agli uomini il suo abbraccio paterno. Ai piedi della croce scopriamo l’amore che si consegna nella pura gratuità e nella debolezza e impariamo ad amare ciò che Dio ama. Dalla croce Gesù ci consegna il suo spirito e quindi una vita nuova, la sua, per stare nella storia lasciando affiorare nelle nostre decisioni e nei nostri gesti il suo amore per il Padre e il suo amore per ogni uomo e soprattutto per i più derelitti. Animati dallo Spirito, la lieta notizia della Vita che ha vinto il peccato e la morte ci consente di stare nella storia e di cogliere in essa i ‘gemiti dello Spirito’ che ci interpellano per una nuova alleanza tra cielo e terra. Allora si possono cogliere i frammenti di speranza sparsi nell’agitarsi degli uomini, si può mettere in tensione la storia verso la sua pienezza.

3. CAPACI DI DISCERNERE I SEGNI DEI TEMPI. Il concilio Vaticano II invita a riconoscere i ‘segni dei tempi’: «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (Gaudium et Spes, n. 4). Ricorda poi che il popolo di Dio deve discernere negli avvenimenti del mondo «i veri segni della presenza o del disegno di Dio»: il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane (n. 11). In questo impegno di discernimento «la Chiesa non ignora quanto ha ricevuto dalla storia», afferma sempre la Costituzione pastorale Gaudium et Spes (n. 44). Possiamo subito aggiungere che il verbo al passato – «quanto la Chiesa ha ricevuto» – non esclude il presente: la Chiesa non ignora quanto riceve dalla storia passata e presente. Si tratta, prosegue il concilio, di «ascoltare, discernere, interpretare i vari linguaggi del nostro tempo»: è, questo, un preciso dovere del popolo di Dio. Nella visione cristiana, il ‘tempo’ non è solo kronós, successione di fatti e avvenimenti, ma è soprattutto kairós. Pur nelle incognite degli accadimenti, ciò che accade e si manifesta deve essere accolto con occhio attento e vigile: in quel fatto scorgiamo un appello che ci interpella nella nostra libertà e nella nostra responsabilità. Il tempo è ‘favorevole’ non solo e non tanto a motivo delle circostanze, quanto per il modo in cui affrontiamo i fatti e le situazioni. Come quando si riceve una visita inaspettata: non sappiamo chi veramente sia colui che ci visita e che cosa rappresenterà per noi. Se, insieme alla vigilanza, manifestiamo l’accoglienza, allora quella visita può diventare tempo favorevole, può essere una sorprendente novità e diventare un inaspettato kairós. Ciò che appare semplicemente generato dalla storia e dalla sua contingenza può essere come una porta che si apre verso l’oltre della storia; ciò che si manifesta come un’irruzione di novità può essere come l’inizio di un tempo veramente diverso. Allora, più che interrogarci sul perché accade questo o quello, diventa preminente comprendere come sia possibile vivere in quella determinata situazione come popolo del Signore e come figli di Dio. È dunque necessario essere sempre molto vigilanti, certo, ma è pure importante cogliere l’‘occasione’ che, alla luce della fede, diventa appello alla coscienza e stimolo alla conversione. Possiamo essere visitati e interpellati come Abramo alle querce di Mamre: «vide tre uomini che stavano in piedi presso di lui» (Gen 18,1-15). Gli occhi devono essere aperti, le orecchie devono essere attente, il cuore deve essere ospitale per accogliere la ‘novità’ di Dio nelle vicende della storia. È il Signore che, domandandoci di valutare il tempo, ci chiede d’interpretare ciò che avviene nel mondo per cogliere le vere domande dell’uomo e favorire la crescita dei più autentici desideri del cuore umano. Questo avviene se siamo guidati dallo Spirito e illuminati dalla luce pasquale.

sabato 22 settembre 2012

430 - AI PICCOLI HAI RIVELATO IL REGNO DEI CIELI - 23 Settembre 2012 – XXVª Domenica Tempo ordinario

(Sapienza 2,12.17-20 Giacomo 3,16-4,3 Marco 9,30-37)

Gesù sta parlando di sofferenza e di morte, i discepoli invece discutono tra loro su chi sarebbe stato il più grande nel regno futuro. Evidentemente avevano capito poco o nulla del discorso di Gesù. Dopo che sono entrati in casa, Gesù chiede loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?» (v. 33), essi però non vogliono rispondere. Gesù, conoscendo i loro pensieri, offre il suo insegnamento accompagnandolo con un gesto simbolico: chiama un bambino e lo pone in mezzo a loro (v. 36). Davanti a quel bambino si sentono imbarazzati e anche un po’ buffi, ma questo contrasto serve a Gesù per trasmettere un messaggio importante. Posando la mano sulla spalla di quel bambino, Gesù dice: se ci tenete tanto a diventare grandi agli occhi di Dio e a occupare i primi posti nel Regno, dovete diventare come questo bambino. Naturalmente Gesù non intende dire agli apostoli che devono ripercorre all’indietro i loro anni, chiede invece di acquisire una mentalità semplice come quella dei bambini. Si tratta di abbandonare il desiderio di primeggiare che li sta prendendo, si tratta di non essere ambiziosi e di non voler stare un gradino al di sopra degli altri. Il bambino dipende docilmente e spesso totalmente dagli altri. Anche questo punto di vista diventa esemplare per i discepoli, perché nel loro rapporto con Dio devono acquisire un atteggiamento di dipendenza docile e spontanea per lasciarsi condurre per mano da lui. Gesù conclude le sue parole dicendo: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (v. 37). Questo immedesimarsi di Gesù nel bambino ribadisce ancora una volta l’efficacia del modello proposto: il bambino, proprio perché indifeso, docile e incapace di ambizione, diventa immagine di Gesù che, pur essendo Dio, si è fatto piccolo, umile, per incontrare l’uomo.

Marco mette volutamente in contrasto il cammino dei discepoli «lungo la via» (cfr. v. 30) e il loro ritrovarsi «in casa» con Gesù (cfr. v. 33). Lungo la via discutono su chi sia il più grande, il loro camminare è ancora segnato da interessi mondani. È necessario raccogliersi in casa con lui e lì lasciarsi istruire. La «strada» diventa immagine di un modo di essere e pensare lontano da quello del Maestro, mentre la «casa» simboleggia il momento in cui ci si mette alla sua scuola. Quando sono in casa, infatti, Gesù si siede e imparte il suo insegnamento. Da questa «cattedra» egli offre una lezione sullo stile di vita del cristiano: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (v. 35). Non è neppure un caso che i destinatari di questa istruzione non siano più i discepoli in generale, come era finora, ma i Dodici. Essi sono i capi nella comunità di Gesù, le autorità riconosciute, perciò sono proprio loro a dover essere istruiti sullo stile di vita del vero discepolo. La Chiesa per Marco è fatta di primi e di ultimi, ma i primi e gli ultimi non sono quelli che appaiono più grandi o più piccoli, ma coloro che sono o non sono come Gesù, servo che dona la vita.

Ricchezza, potere, piacere, sono le cose che molti, oggi come ieri, mettono in cima alla scala dei valori, e per conseguirle sono disposti a sacrificare tutto il resto. Gesù rovescia questa scala di valori, e pone al vertice l’umiltà, la povertà, la croce. La grandezza cristiana consiste nel mettere se stessi al servizio degli altri. «Servire» è il verbo che sintetizza tutta la vita di Gesù: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45), e che deve caratterizzare la vita del cristiano. Questo «servire» non ha limiti, non dice mai basta. La vera grandezza davanti a Dio non dipende dalla riuscita materiale, dallo spessore del proprio portafoglio, da un conto in banca con parecchi «zero», ma nel mettere la propria vita a servizio degli altri. Purtroppo per molti «riuscire» nella vita significa far soldi a palate, salire sul podio degli onori, raccogliere a piene mani le gioie della vita. Contro questa mentalità «terra terra» Gesù proclama che non esiste grandezza se non viene dal dono di sé disinteressato e generoso, dal servizio verso gli altri, soprattutto dei più indifesi e disprezzati. Perciò chi accoglie un «bambino» (= un piccolo, un povero) accoglie Gesù, anzi accoglie il Padre.

PREGHIERA - Potrei anche tentare, Gesù, di raggiungere gli ultimi posti, di diventare il servo di tutti, di consacrare energie e risorse alla loro riuscita, al loro bene. Non sarebbe facile, lo ammetto: si tratterebbe di morire al mio orgoglio, alla mia superbia, al bisogno insano di emergere, di primeggiare, di impormi all’attenzione e alla stima di tutti.

Ma se poi veramente si dimenticano di me, se poi finiscono col prendermi come il debole di turno, l’ingenuo e il buono che riescono a sfruttare per il loro successo? Ecco quello che temo più di tutto: che si dimentichino di me, delle mie doti, delle mie capacità, che non mi circondino più del loro apprezzamento, della loro considerazione, del loro consenso.

Mi metterei anch’io a servizio con contratto a tempo determinato, se avessi la sicurezza di guadagnarmi uno scatto consistente di carriera. E invece tu mi chiedi di farlo a tempo pieno, fino in fondo, senza limiti, sicuro che tu non mi abbandonerai.

429 - ANCHE NOI COME PIETRO

Per una pausa spirituale durante la XXIVª Settimana del Tempo ordinario

Davanti all’indeterminazione e all’indecisione che caratterizzano i pareri della gente, Pietro esce allo scoperto e non tace la sua convinzione: per lui Gesù è il Cristo, il Messia. Ma cosa mette dietro a questo titolo con cui si designa il ‘consacrato’, l’‘inviato di Dio’? Molti di quelli che erano rimasti attratti da Gesù attendevano un liberatore, un capo che avrebbe guidato il popolo ebreo nel cacciare fuori dalla sua terra i romani e i loro dèi, tutti gli impuri e le loro usanze. Ritenevano che, in caso di necessità, se era veramente il Messia, Dio lo avrebbe aiutato con legioni di angeli. In questo contesto l’annuncio dato da Gesù sulla sofferenza che l’attendeva non poteva essere facilmente inteso e digerito.

Anche noi come Pietro abbiamo fatto la nostra professione di fede. E abbiamo riconosciuto che Gesù non è solamente un maestro eccezionale, un profeta vigoroso, un uomo saggio, ma è il Cristo, il Figlio di Dio. Abbiamo trovato le parole giuste per dire quello che ci passava per la mente ed il cuore e abbiamo percepito di essere giunti ad un approdo importante della nostra vita. Lo abbiamo ascoltato a lungo, ci siamo soffermati a meditare i vangeli, abbiamo percorso i racconti dei suoi gesti meravigliosi di liberazione, di guarigione, di misericordia. La conclusione a cui siamo giunti ci ha colmati di gioia e di entusiasmo. Ma ora le sue parole sono come una doccia fredda. Non successo, consenso, popolarità, assunzione di poteri, percorso trionfale, ma condanna, riprovazione, sofferenza, croce, morte.

Sì, anche noi, come Pietro, abbiamo avvertito il bisogno di dirglielo. Discretamente, in disparte, a tu per tu, senza fare strepito. «Signore, io ti voglio bene e quindi mi auguro che queste cose non ti accadano mai». Tu ti meriti di vincere, non di essere sconfitto. Tu sei in grado di sbaragliare i tuoi nemici, cosa ti può fare la loro condanna? Tu sei il Figlio di Dio: fatti rispettare, dunque, mostra la tua forza! Sì, anche noi, come Pietro, ci siamo sentiti rimproverare, e ci ha addirittura chiamati ‘satana’, un impedimento, una tentazione sulla sua strada.

È vero: nell’euforia ci pareva di aver già capito tutto, di indovinare quale sarebbe stata la continuazione folgorante. È vero: davamo per scontato che Dio la pensasse come noi e che le nostre strategie fossero in perfetta sintonia con i suoi progetti.

È vero: finché resta un ornamento prezioso, un oggetto artistico, un simbolo prezioso da mettere al collo, la croce, tutto sommato, ci piace. Ma quando diventa vera, autentica, un fardello pesante da portare, un legno a cui venire inchiodati, uno strumento di dolore e di morte… Allora no! Non ci stiamo più!

Sì, lo sappiamo, ‘dopo’ viene anche la risurrezione, ma ‘intanto’ ci troviamo in una situazione di pericolo, di insicurezza, di fallimento… ‘Dopo’ tutto assume un senso, ma ‘intanto’ ci troviamo nel bel mezzo del guado con un oggetto ingombrante sulle spalle, nella parte degli sconfitti… Noi siamo pronti a guadagnare la vita eterna, ma non a perdere questa esistenza; disposti ad assicurarci un vantaggio enorme, ma non a correre un rischio mortale; fiduciosi nella tua potenza, ma non tanto da andar incontro a questi pericoli. Eppure non c’è un’altra strada. Non ci sono scorciatoie. Resta quel sentiero stretto che passa per il Calvario, ed è l’unico che porti al mattino della Pasqua!

A Gesù non basta essere identificato come il Messia, il Figlio di Dio. È ben altro quello che cerca. Cerca persone disposte a condividere la sua stessa esperienza di morte e di risurrezione, cerca discepoli pronti a prendere la loro croce e a seguirlo per una strada angusta che passa attraverso la collina del Calvario e giunge alla domenica della risurrezione. E allora non vi è nulla di più pericoloso che dichiarare la propria fede nel Cristo e poi cercare di piegare i suoi progetti alla nostra volontà.

Come può piacere la croce? Come spiegare una realtà che sembra in sé del tutto contraddittoria: che bisogna morire per risorgere, che bisogna perdere la vita per salvarla, che bisogna spezzarla per ritrovarla intatta? Umanamente non è possibile fornire alcuna prova: è questione di fiducia. E la difficoltà sta proprio lì: nel mettere la propria vita nelle mani di un Altro, Dio, rinunciando a farne quello che vogliamo noi. Rinunciando a spiegarsi tutto. Rinunciando a cercare di difendersi da quella sofferenza a cui Gesù ci chiede di andare incontro non in modo incosciente, ma per decisione.

Qualcuno prende la croce come una tegola che cade giù dal cielo e… a chi tocca tocca. Ma la croce di Gesù è frutto di una scelta: una fedeltà vissuta fino in fondo, a costo di morire, a costo di finir male. E questa fedeltà è troppo esigente per poggiare solo sulle forze esili di un uomo o di una donna. In effetti resiste unicamente quando poggia su Dio, sulla certezza che lui non abbandona mai e che un giorno proprio quello che, agli occhi di tutti, sembrava un fallito, uno che aveva sbagliato tutto, un ingenuo, aveva invece scelto l’unica strada possibile per ‘salvare’ la propria esistenza e quella degli altri.

Il vangelo di domenica (Marco 8,27-35) ci invita a cogliere l’atteggiamento fondamentale di un cristiano. Le parole di Gesù, certo, sono parole dure, che non è facile accettare, soprattutto se si considera l’esistenza come un’occasione per realizzare sogni di gloria, di successo, di potere. Eppure producono un benefico effetto perché dissolvono un equivoco. Non possiamo metterci davanti a Gesù, ma dietro di lui, decidendo di compiere lo stesso percorso. E quindi non possiamo evitare la croce, cioè la disponibilità a «perdere la propria vita» per lui e per il Vangelo. Il compito che ci viene affidato è una missione d’amore: deporre nel vuoto assoluto d’amore che è la morte la pienezza dell’amore del Padre per gli uomini. Seguire Gesù vuol dire allora accettare di offrire la propria vita, gioie e dolori, perché egli ne faccia un luogo di incarnazione del suo amore, quell’amore che dirà l’ultima parola con la risurrezione.

sabato 15 settembre 2012

428 - CHI È GESÙ? - 16 Settembre 2012 – XXIVª Domenica Tempo ordinario

(Isaia 50,5-9 Giacomo 2,14-18 Marco 8,27-35)


La domanda: Chi è Gesù? dà unità e dinamismo a tutta la prima parte del vangelo di Marco: si incontra per la prima volta nella guarigione di un indemoniato, nella giornata tipo di Cafarnao (1,27); viene ripresa nelle controversie con i capi dei giudei (2,7); risuona sulla bocca dei discepoli nel miracolo della «tempesta sedata» (4,41). Il momento culminante dell’inchiesta sull’identità di Gesù si ha nell’episodio di Cesarea di Filippo, che costituisce lo spartiacque del vangelo. La confessione della vera identità di Gesù è riservata ai discepoli, che sono portati a riconoscere chi si nasconde nella persona del loro Maestro da una serie di segni che culminano nell’episodio di Gesù che cammina sulle acque del lago (6,50: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!»). L’affermazione «Io sono» nell’AT è riservata solo a Dio (6,45-52). La confessione dei discepoli non è solo una deduzione legata a quanto hanno visto e udito, è una specie di guarigione dal torpore dei sensi, espresso simbolicamente da due miracoli che precedono questo momento: la guarigione di un sordomuto (7,32-35) e la guarigione del cieco di Betsaida (8,22-26). Gesù accetterà il titolo di Messia, ma d’ora in avanti cercherà di chiarire in che senso sia Messia. I discepoli devono capire e accettare che il messianismo di Gesù deve passare attraverso la sofferenza e la morte.

Gesù si era sempre preoccupato di mantenere nascosta la sua vera identità, ora interroga i discepoli circa l’opinione della gente e la loro propria opinione nei suoi riguardi. Questo significa che siamo a una svolta importante del vangelo. I discepoli, rispondendo alla domanda di Gesù, riportano i pareri della gente: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti» (v. 28). Da queste risposte si evince che la gente, nonostante lo stupore e l’ammirazione per i poteri straordinari manifestati dal rabbî di Nazareth, è rimasta nell’indeterminatezza e nell’indecisione, non è arrivata a riconoscere Gesù per quello che veramente è. Gesù personalizza la domanda, e Pietro esprime la convinzione che lui e i discepoli si sono fatti: «Tu sei il Cristo» (v. 29). Resta però da precisare che cosa i discepoli intendano per «Messia»: da una parte, la professione di fede in Gesù-Messia indica che i discepoli si sono finalmente decisi per lui, hanno riconosciuto nel rabbî di Nazareth il Salvatore promesso da Dio e mandato a instaurare il regno; d’altra parte, non si può escludere che Pietro e i discepoli siano ancora nella linea dell’attesa messianica coeva, rivolta verso un liberatore politico, un glorioso re nazionale; in questo senso, la loro fede deve essere ancora approfondita e purificata. Proprio per questo Gesù proibisce loro di manifestare la sua vera identità alla gente (v. 30), vuole cioè evitare che si dia un senso sbagliato alla sua missione.

Gesù, dopo la confessione di Pietro, cerca di far capire ai discepoli la natura del suo messianismo. Non sarà un messia potente e glorioso, ma un messia che donerà la salvezza passando attraverso la sofferenza e la morte (v. 31). Pietro, però, non capisce, si scandalizza (v. 32). La reazione di Pietro incarna quella degli uomini di tutti i tempi di fronte al mistero e allo scandalo della croce. Ma il centro della fede è proprio questo: credere alla gloria del Figlio di Dio e insieme accettare l’umiliazione della croce; il mistero della persona di Gesù sta nella sintesi di questi due elementi. Gesù è un messia crocifisso, è l’uomo dei dolori, il servo sofferente annunciato e descritto dai profeti, mandato dal Padre per salvare l’uomo ed elevarlo alla dignità di figlio di Dio. Egli non solo si è rivestito della nostra umanità, ma deve anche pagare il prezzo più alto: quello del sangue. Si tratta di un mistero insondabile che ha una sola spiegazione: l’amore di Dio per l’uomo, sua creatura privilegiata.

Essere discepoli di Gesù significa seguire il suo stile di vita, fare le sue stesse scelte, accettare la logica del vangelo. Al termine della vita di Gesù ci fu la croce; essa però era già una realtà a ogni passo, come conseguenza della decisione di seguire come unica proposta di vita la volontà di Dio. «Prendere la croce» significa decidere di rimanere fedeli a Cristo, anche a costo di rimetterci la vita. La croce naturalmente non va cercata per se stessa, non è frutto di autolesionismo, è invece segno di un amore senza misura, e quindi di una vita non persa ma realizzata, segno della propria fedeltà a Cristo. Come Gesù ha salvato il mondo con il suo apparente fallimento sulla croce, così anche il discepolo ogni volta che sopporta sofferenza e persecuzione per non cedere al compromesso, per essere fedele a Dio e al suo piano sul mondo, diventa causa di salvezza, manifestazione della potenza di Dio che salva per mezzo della croce. «L’albero della croce è il pilastro dell’universo e il sostegno del mondo» (Ippolito di Roma), ed è pure il pilastro e il sostegno di ogni esistenza, anche se spesso è difficile accettarla.

PREGHIERA - Quante volte anch’io, come Pietro, ti ho riconosciuto con gioia come il Cristo, il Figlio venuto a salvare il mondo. E tuttavia basta poco per incrinare il mio entusiasmo: appena tu cominci ad annunciare il passaggio doloroso e angusto che tu hai attraversato e che proponi anche a me, subito mi lascio afferrare dalla paura e quasi quasi pretendo di farti cambiare itinerario.

Sì, lo ammetto: sono allergico alla sofferenza e alla croce, al rifiuto violento che investe la mia persona e la mia vita, e non me la sento di andare incontro all’insuccesso e al fallimento, all’abbandono e alla solitudine… Ma non esiste proprio la possibilità di raggiungere per un’altra via la luce radiosa della risurrezione?

Devo proprio sprofondare nel gorgo oscuro della morte per approdare alla pienezza di una comunione senza fine? Gesù, non abbandonarmi a tutte queste paure, non permettere che a parlarmi siano le tenebre e l’angoscia, ma una fiducia colma di speranza!

427 - EFFATÀ NEL RITO DEL BATTESIMO: IL SUO SIGNIFICATO

Per una pausa spirituale durante la XXIIIª Settimana del Tempo ordinario
Già nelle antiche fonti liturgiche il gesto dell’Effatà è conosciuto nei riti battesimali associato particolarmente all’ultimo esorcismo sugli eletti. Ambrogio lo chiama apertio aurium: «Che cosa abbiamo fatto sabato? Un’apertura (apertio) evidentemente. Quali misteri sono stati celebrati nell’apertura quando il sacerdote ti ha toccato le orecchie e il naso?» (De sacramentis 1,2-3). Il gesto, che riguardava anche le narici, si poneva esplicitamente in linea con una precisa azione di Gesù e, d’altra parte, trovava nella ritualità iniziatica la sua nuova collocazione. La mistagogia di Ambrogio cerca di mantenere questo ponte tra l’evento narrato in Mc 7,31-37, dove Gesù compie un atto di guarigione nei confronti di un sordomuto, e l’oggi dei catecumeni chiamati alla liberazione dal male e all’accoglienza della nuova vita.

Il Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti (RICA) e il Rito del Battesimo dei Bambini (RBB), scaturiti dalla Riforma liturgica conciliare, per una maggiore aderenza all’episodio evangelico, non contemplano il gesto di toccare le narici e prevedono, invece, il riferimento alla bocca. Il RICA allude alla guarigione operata dal Signore più esplicitamente mettendo in bocca a colui che presiede le stesse parole di Cristo, ampliate dal nuovo significato («Effatà, cioè: Apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio», 202), il RBB vi allude in modo più velato tralasciando le parole di Gesù e utilizzando la forma dell’auspicio («Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre», 74). In entrambi i casi, viene motivato il gesto con il contenuto di fede, in maniera sintetica per gli adulti dove l’apertura degli organi dell’udito e della parola è finalizzata alla professione di fede, e in maniera più estesa per i bambini dove, dopo aver evocato l’episodio evangelico e in particolare l’espressione di stupore della folla (Mc 7,37), si evidenzia l’antitesi tra la sordità e l’afasia del sordomuto e l’ascolto della parola di Dio e la professione di fede da parte del credente. Inoltre, mentre nel RICA il rito dell’Effatà è collocato tra gli elementi preparatori ai sacramenti dell’iniziazione, nel RBB è posto tra le azioni successive al battesimo.

Affine a questo gesto non si può sottacere quanto avviene nel Rito di ammissione al catecumenato (RICA 83-87): colui che presiede, i catechisti e i garanti tracciano sulla fronte dei candidati un segno di croce. Successivamente, seppure in via facoltativa, il segno di croce può essere tracciato sui sensi: sugli orecchi «per ascoltare la voce del Signore», sugli occhi «per vedere lo splendore del volto di Dio», sulla bocca «per rispondere alla parola di Dio», sul petto «perché Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori» e sulle spalle «per sostenere il giogo soave di Cristo».

Il gioco simbolico che emerge dall’analisi rituale aiuta a comprendere la profonda unità tra dentro e fuori, corpo e spirito. Il soggetto è chiamato a vivere il dono della fede non al livello dell’intenzione o del puro afflato interiore, ma nella totalità di alcune azioni basilari: ascoltare e parlare, recepire una parola proclamata e confessare con la voce la propria fede. Il suono, emanato e ricevuto, non è dunque innocuo per la dinamica della fede: non si crede infatti a ciò cha già si sa, ma si dà il proprio assenso a Colui che fa risuonare la sua inconfondibile parola hic et nunc. Non soltanto l’udito e il linguaggio sono rilevanti in questo segmento rituale, ma anche il tatto: esso esprime prossimità, rimuove le distanze tra i corpi e, soprattutto nel nostro caso, trasmette energia nuova al corpo che accoglie il gesto. Si tratta di ‘aprire’ l’uomo che non può rimanere chiuso e isolato nei confronti dei fratelli e di Dio; contro ogni astrazione il rito iscrive nella persona la convinzione che Dio è forza che risana e rinnova nel corpo e nell’intimo. Non questo senza quello. Siamo nella prospettiva del passaggio tra morte e vita, che ogni rito iniziatico comporta: il battezzato è chiamato a passare decisamente alla vita e a non essere un morto che cammina, incapace di comunicazione, di ascolto docile, di parola sincera, di dialogo cordiale. L’Effatà, allora, è un rito promettente poiché si apre al futuro e supera ogni nostalgia di morte.

Contrariamente a quanto avveniva nella “Estrema Unzione” del Rituale tridentino, nell’Effatà gli organi di senso non vengono toccati quali sedi di eventuali azioni malvagie, ma quali possibilità concrete di incontrare la salvezza di Dio. La parola e il gesto ‘toccante’ del presidente concorrono a stabilire una possibilità inedita dove la persona si lascia plasmare dalla parola che ascolta e interviene da protagonista nella professione di fede e nella lode.

Evidentemente anche l’Effatà domanda ai celebranti, pastori e fedeli, una maggiore consapevolezza del valore del corpo nell’opera della salvezza e nella liturgia. La fede, infatti, passa in primis attraverso un corpo toccato da una Parola reale, e non metaforica, e si sostiene grazie a continue professioni di fede all’interno della comunità di credenti. Mani, bocca e orecchi diventano, così, organi della vita nuova in Cristo nell’inizio simbolico affidato al rito che sancisce il primato della grazia di Cristo e nella testimonianza quotidiana del dono ricevuto.

domenica 9 settembre 2012

426 - UN GESTO SIMBOLICO - 09 Settembre 2012 – XXIIIª Domenica Tempo ordinario

(Isaia 35,4-7  Giacomo 2,1-5  Marco 7,31-37)
La guarigione del sordomuto non è uno dei tanti miracoli di Gesù, se proprio quel gesto dell’“Effatà! Apriti!” viene ripreso tutte le volte che si celebra un Battesimo. Perché? Perché è un gesto simbolico che mostra concretamente le conseguenze dell’incontro con Gesù. Egli ci strappa ai nostri isolamenti, a quelli forzati, obbligati, senza alcuna nostra colpa, ma anche a quelli voluti, cercati. Così noi veniamo restituiti alla comunicazione con gli altri: dal sospetto e dalla sensazione di estraneità, passiamo alla benevolenza, dal rifiuto alla solidarietà e alla condivisione. E tutto questo è reso possibile da un nuovo rapporto con Dio: un Dio che ci raggiunge con la sua Parola per offrirci la sua amicizia, la sua alleanza, un Dio al quale possiamo rivolgerci con la spontaneità e la franchezza dei figli.
Anche la comunicazione con Dio si nutre e si sostiene attraverso l’ascolto e la parola di risposta. Ecco perché il gesto con cui Gesù ha compiuto il miracolo viene ripetuto ad ogni Battesimo. «Il Signore Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre»: sono parole che spesso vengono ignorate perché si trovano proprio sul finire del rito. Eppure sono straordinariamente importanti. Ci richiamano ciò che è fondamentale nella nostra relazione con Dio. Non possiamo incontrarlo se non accogliamo la sua parola: rischiamo di perderci in tragici equivoci in cui gli attribuiamo un volto e delle intenzioni che non gli sono propri. Non possiamo vivere una autentica relazione con lui, se non rispondiamo al messaggio di amore e di verità che ci ha raggiunto …
Però … purtroppo ai preti questo gesto non ‘riesce’ sempre. Ci sono cristiani che restano muti, cioè non sentono mai il bisogno di rivolgersi a Dio, e molti di più che rimangono chiusi nella loro sordità, impenetrabili alla sua Parola. Da chi dipende? Penso che le cause non siano da cercare nell’abilità del celebrante, ma in coloro che circondano un bambino fin dai primi giorni e hanno tanta influenza sulla sua vita. Sì, si tratta proprio dei suoi genitori! Sono loro che hanno il compito delicato ed esaltante di aprirlo a Dio… ma se loro stessi sono ‘bloccati’, come realizzeranno questa missione? Non c’è altra via d’uscita se non quella di chiedere a Gesù di ripetere il miracolo, magari servendosi di qualche cristiano che è già stato guarito!
Tutti siamo un po’ sordomuti… Tutti noi attraversiamo dei periodi in cui siamo sordomuti, in cui rimaniamo bloccati, irrigiditi. Sordomuti nel rapporto di coppia o con i figli. Bloccati nei confronti di coloro che ci vivono accanto, dai colleghi di lavoro ai vicini di casa. Irrigiditi nella nostra incapacità di trovare la strada per una qualche comunicazione.
Anche nella Chiesa di Dio si vivono esperienze di mutismo e di sordità. Sordità di fronte ad una Parola che non arriva al cuore perché siamo troppo indaffarati. Mutismo di fronte ad un Dio a cui ripetiamo stancamente solo frasi fatte. Mutismo dei laici a cui non viene data la parola se non nella santa assemblea per rispondere con formule prefabbricate. Mutismo dei pastori di fronte a tante situazioni della vita comune, che richiedono una parola profetica e coraggiosa. Sordità dei fedeli e dei pastori di fronte a richieste che si finge di non aver nemmeno udito. Ma se qualcuno ci porta da lui, Gesù, c’è la possibilità di sentirsi dire: «Apriti!» e di conoscere una comunione insperata.
PREGHIERA - Ci sono condizioni che appaiono ineluttabilmente bloccate e sembra che non ci sia proprio nulla da fare, Gesù. Del resto come affrontare l’impossibilità di intendere la parola che ci raggiunge e l’incapacità di dare voce a quel che passa per l’anima? Non rimane che rassegnarsi, allora, ad una chiusura a doppia mandata che impedisce qualsiasi comunicazione? E cosa fare quando c’è una sordità che ci rende impenetrabili alla voce stessa di Dio, alla tua Buona Novella, quando un mutismo ostinato impedisce qualsiasi risposta all’amore che tu ci offri?
Ecco perché tu sei venuto: per guarirci nel profondo, per donarci una possibilità insperata di vivere in comunione con te e con il nostro prossimo, di proclamare con gratitudine i tuoi gesti di salvezza e per rispondere con l’intera esistenza ai doni smisurati della tua grazia.
Pronuncia, dunque, anche su di noi il tuo “Effatà” perché si aprano finalmente i miei orecchi e la mia lingua dica tutta la gioia che invade i miei giorni.

sabato 8 settembre 2012

425 - VEGLIARE DAL PROPRIO CUORE

Per una pausa spirituale durante la XXIIª Settimana del Tempo ordinario

L’invito è perentorio. Vigilare sul proprio cuore è la condizione essenziale per realizzare la propria vocazione umana, inscindibile dalla comunità in cui si è inseriti e dalla più ampia comunità degli uomini. Oggi si parla, con significato analogo, di “cura dell’anima” o di vita spirituale che si alimenta di contemplazione e di silenzio. Nella tradizione biblica si parla piuttosto di cuore (kardía) o di reni, per mettere in evidenza le diverse dimensioni dell’umano: quella esterna che si espone alla percezione dell’altro e quella interna che sfugge spesso all’occhio dell’uomo, ma non a quello penetrante di Dio. Quello che è interno dà valore all’esterno, nella misura della corrispondenza tra le due dimensioni. Se non esiste questa corrispondenza, tutto appare falso e non autentico. Si può celare il proprio mondo interiore allo sguardo di tanti, compresi quelli che ci sono più vicini, con cui condividiamo la quotidianità dell’esistenza, ma non lo si può nascondere a Dio che è per eccellenza il conoscitore del cuore umano.
Il cuore è il luogo dei sentimenti, dei pensieri, dei progetti e quindi delle decisioni in cui ne va di noi stessi. I progetti operativi incidono nelle relazioni dirette e nelle strutture che vengono costruite insieme. Le istituzioni infatti possono essere capaci di favorire le relazioni tra le persone o possono essere estremamente oppressive, avvolgendo persone, cose, la natura stessa dentro la logica del dominio. Non è un caso che anche nei documenti ecclesiali più impegnativi, da qualche anno circoli l’espressione «strutture di peccato» e che siano dichiarate effetto di un’attenzione inadeguata, o addirittura di opposizione alla dimensione morale, che conduce inevitabilmente alla disumanizzazione della vita associata. La coscienza interiore (il cuore) è criterio morale di azione e bisogna seguire quanto essa detta. È il significato della parola synéidēsis, che Paolo usa spesso nelle sue lettere.
Gesù manifesta una straordinaria coscienza di sé. Convinto com’era di possedere il potere di perdonare i peccati, si comporta di conseguenza richiedendo un’adesione totale ed esclusiva alla sua persona. Si presenta come una presenza decisiva sui cammini dell’umanità e della storia, e quale centro del progetto salvifico di Dio, eppure ha dovuto lottare per preservare la sua identità, il suo cuore, dalle pressioni dell’ambiente, dalle attese messianiche trionfalistiche e per tener fede al progetto divino su di lui, caratterizzato da un messianismo povero e addirittura inefficace agli occhi degli uomini, a cominciare da quelli dei suoi discepoli.
Le tentazioni diaboliche che deve affrontare all’inizio della sua missione, dopo aver ricevuto nel battesimo l’abilitazione carismatica alla sua missione, comportano una lotta drammatica e spossante nel suo cuore, che ha come teatro il deserto, il luogo della prova e della verità. Ancora più drammatica è la lotta che si svolge nel suo cuore lacerato dal desiderio di sfuggire alla morte violenta e insieme dalla spinta a fare la volontà del padre.Un conflitto interiore da cui emerge la sofferta decisione di rimanere fedele al progetto divino. Il cuore, dunque, ancora una volta come luogo della decisione: decisione di essere per la vita, pur sapendo che ciò comporta la morte del corpo, anche se essa non è definitiva.
Se, come si è detto all’inizio, il cuore nel senso biblico può essere considerato sinonimo di vita spirituale o di “cura dell’anima”, esso esige la contemplazione e il silenzio. Più che mai necessari nel mondo della comunicazione ininterrotta e della piazza (soprattutto mediatica) ribollente di voci contrastanti e devianti; nel mondo della creazione di bisogni indotti, che suscitano una continua tensione verso l’acquisizione di beni. Un trafelato presente in cui tutto è affidato all’esperienza del momento, con la perdita di senso e lo svuotamento dei criteri di rilevanza, che permettono di distinguere l’essenziale dal superfluo, il durevole dall’effimero.
Si tratta di Vite di corsa, per usare il titolo di un fortunato pamphlet di Zygmunt Bauman: gli individui sono immersi in un fiume inarrestabile di informazioni, di parole, di sollecitazioni, di seduzioni che sradicano la persona da sé, mantenendola in un’esteriorità largamente manipolata. «L’essere proprio di ciascuno è esteriorizzato, dominato da forze su cui non ha alcuna presa. Dipendenza che opera come una droga poiché diventa così vitale che è impossibile farne a meno» (Paul Valadier). Il filosofo tedesco Axel Honnet – allievo di Jürgen Habermas – parla, a questo proposito, di «patologie sociali gravi e destrutturanti», perché tendono a far disprezzare ogni forma di solitudine, senza la quale l’essere umano perde la propria interiorità e il proprio centro di gravità.
Senza momenti di solitudine, la persona è invasa, occupata, spossessata di se stessa, subisce un processo di ‘reificazione’, di costante inerzia spirituale che può essere disattivata solo nel silenzio, nella contemplazione, nel nutrimento della meditazione, nella frequentazione delle Scritture, in assoluta gratuità, senza attendersi vantaggi. Non si tratta solo di sfuggire dal rumore che ci circonda, ma di affrontare il rumore che ciascuno ha dentro di sé e di fare i conti con esso, di liberarsi da tutto ciò che preme dentro e distrae e obbliga a quel divertissement di cui parla Pascal, per aprirsi ed essere disponibili all’ascolto di Dio e del suo silenzio.
Silenzio che è necessario, perché il Dio cui ci si apre non è a nostra disposizione, non è obbligato a risponderci: va cercato e invocato nel silenzio interiore, nell’ascolto disponibile, nella rinuncia ad una ricerca troppo interessata. I mistici medievali parlano di ‘svuotamento’ e di ‘abbandono’ come premessa per entrare in relazione diretta con Dio. Un Dio che non risponde a comando. Con il suo silenzio ci aiuta a immergerci in una notte che purifica il nostro cuore, condizione dell’accoglienza di una Parola che si offre nella brezza leggera, nella presenza discreta, vissuta nel segreto, appunto, del nostro cuore.