domenica 4 settembre 2011

275 - INSEGNARE A DIO QUELLO CHE DEVE FARE E COME FARLO? - Per una pausa spirituale durante la XXIIª settimana

Il brano del Vangelo di domenica 28 agosto è dominato dal brusco dialogo tra Gesù e Pietro. «Questo non ti accadrà mai!», afferma Pietro, entrando in contrasto con ciò che Gesù ha appena affermato sulla sua passione e morte.
Incoraggiato dalla familiarità e dalla confidenza con il Signore, Pietro si permette di opporsi alla prospettiva che Gesù comincia a far intravedere. Si profilano all’orizzonte dolore, morte, sconfitta; Pietro, che a Gesù vuole sinceramente bene, non può adattarsi ad accettare tutto questo. L’energia con cui contrasta Gesù è quella di chi pretende di insegnare a Dio che cosa fare. Nello slancio generoso con cui Pietro vuole impedire a Gesù di incamminarsi sulla via della croce c’è l’animo di tutti coloro che sanno di che cosa ha bisogno il mondo per essere salvato, di che cosa hanno bisogno loro stessi per essere felici; e portano avanti la loro idea con energia, con sicurezza, senza dubbi né esitazioni.
Nella reazione di Pietro vi è l’atteggiamento di tanti di noi, che rivolgiamo al Signore richieste, pensieri e preghiere, sicuri del valore di ciò che chiediamo: il benessere, la salute, un buon posto di lavoro, il successo agli esami … non si può dire che queste richieste non siano legittime: magari qualcuna è banale, ma tutte esprimono la domanda di bene e di felicità che vi è nel cuore di ciascuno.
Gesù non ha mai sconfessato questa domanda di bene e di pienezza che sale dalla vita delle persone: non avrebbe compiuto tanti dei suoi miracoli! Però corregge continuamente questa domanda, dandole orizzonti più vasti e più veri: la felicità non sta nell’avere successo o nel benessere raggiunto, ma nell’essere poveri: «beati i poveri in spirito…»; non sta nel riuscire ad averla vinta sulle persone che ci contrastano, ma nell’essere cercatori e costruttori di pace e di concordia: «beati gli operatori di pace…». La via delle beatitudini è quella della felicità secondo il cuore di Dio, e non secondo i nostri piccoli orizzonti; si spiega nella logica di Dio, che è quella del suo amore, che si riassume e si esprime compiutamente nella pasqua.
La pretesa di insegnare a Dio si manifesta quando egli svela la natura del suo essere Messia; per Pietro, e per noi con lui, un Messia non può che essere trionfante; Gesù invece sa che solo un Messia sconfitto può salvare il mondo e ridonargli speranza. Noi a Dio abbiamo da insegnare sostanzialmente la logica del successo, dell’affermazione di noi stessi, della forza che si impone: così – noi pensiamo – si vince il male! Il Signore invece ci insegna che la via divina della salvezza è quella che si carica il male sulle spalle, che non lo sfugge ma se lo assume, quasi divenendo una cosa sola con esso. E il male prende la forma di una croce, che scava la carne, che piega sotto il dolore: sembra solo sofferenza ed umiliazione, e lo è effettivamente, ma è la forma di un amore totale che fa dono di sé fino alla fine, senza sconti. La croce, che noi identifichiamo con il dolore, in effetti nella prospettiva di Dio è amore; per noi è fallimento, per Dio è la salvezza; per noi è umiliazione, per Dio è gloria. Chi si ferma al dolore non vede la verità dalla croce, non conosce il cuore di Dio, che nell’amore conosce solo la totalità.
Nel dialogo tra Gesù e Pietro si confrontano due logiche: quella umana e quella di Dio; quella umana ritiene che la salvezza sia un sinonimo di successo e la croce di sconfitta; quella di Dio è quella dell’amore, che si fa umile, piccolo, solidale con tutti coloro che soffrono e sono sconfitti. A noi quella di Dio sembra una logica perdente, non ‘da Dio’, non degna della sua onnipotenza, e soprattutto dell’immagine che noi ci siamo fatti di Lui. E nella nostra pretesa di ricondurre Dio dentro i nostri angusti orizzonti, cerchiamo di insegnargli che cosa deve fare, perché noi ‘sappiamo’ che cosa è bene per noi, per la Chiesa, per il mondo intero; e così pretendiamo di rinchiudere anche la vita cristiana in una prospettiva di buon senso, senza slancio, senza audacia, senza profezia.
Gesù oggi ci dice che non dobbiamo avere la pretesa di insegnare a Dio, ma ci invita ad avere l’umiltà di imparare da Lui, mettendoci alla sua sequela, accettando di camminare dietro a Lui e di vivere come Lui. È quello che hanno fatto quei testimoni che, alla scuola del Signore, hanno imparato la sua logica e hanno riespresso nel loro linguaggio di ogni giorno il modo di pensare di Dio. Tra essi, Vittorio Bachelet, che pochi anni prima della sua morte scriveva: «Non si vince l’egoismo mostruoso che stronca la vita se non con un supplemento d’amore, se non contrapponendo la capacità di dare la vita per il sostegno e la difesa degli inermi, degli innocenti, di chi vive in una insostenibile situazione di ingiustizia. Non si vince questo nostro egoismo se non riscoprendo il valore di ogni uomo perché figlio del Padre che dà la vita». La sua morte, vissuta con animo mite, lo ha collocato nel solco di coloro che camminano sui passi del Signore e non pretendono di insegnargli come si salva il mondo.

domenica 28 agosto 2011

274 - SE QUALCUNO VUOL VENIRE DIETRO DI ME - 28 Agosto 2011 – Domenica XXIIª Tempo Ordinario - (Ger 20,7-9 Rm 12,1-2 Mt 16,21-27)

Quando, su invito di Gesù, si compie la scelta di ‘seguirlo’, occorre essere consapevoli che ciò comporta la ‘rinuncia’ a noi stessi, ossia l’affidarsi al suo progetto. Gesù non ci chiede di prendere la ‘sua’ croce, ma ognuno la ‘propria’: vale a dire di essere segno della sua presenza nel mondo con tutto noi stessi.
La Parola evangelica che oggi ascoltiamo – se viene da noi recepita nella libertà dalla supponenza e nella umiltà dell’amore per le sorprese di Dio –, e le novità che essa è in grado di evocare e di provocare, suscita nella coscienza di ogni cristiano uno scombussolamento generale. Questa Parola costituisce una vocazione nella vocazione cristiana e chiama ad una conversione specifica entro la conversione globale a Cristo. Può sembrare strana questa affermazione, ma, a ben pensarci, la maggior parte dei credenti, dopo avere recepito benevolmente gli appelli di Dio che giungono mediante il vangelo, vi corrisponde in maniera generica, incerta, stentata, saltuaria, fondamentalmente mediocre. Si lascia attrarre e si abitua ad una vita che ripudia sì il male eclatante, sconvolgente, da cronaca nera, ma, nel contempo, abbraccia un bene evanescente, poco impegnativo, non duraturo, lasciato all’arbitrio dell’umore o della emozione, nella logica del ‘fuoco di paglia’.
Geremia e Pietro, nelle due pagine bibliche oggi offerteci, appaiono due testimoni qualificati di questo credere soft, nicchiando, più che aderendo totalmente alla causa di Dio. Quanti tra noi vestono gli stessi panni! Qualche cristiano non ha avuto timore nel dichiararsi così. Penso solo a due campioni della carità cristiana portata alle vette dell’eroismo: S. Giuseppe Benedetto Cottolengo e la Beata Madre Teresa di Calcutta, un prete ed una suora, vissuti in epoche ed in contesti completamente differenti, ebbene, entrambi si sono dichiarati cristiani medi – nel senso di mediocri – pur avendo già corrisposto ad una vocazione di consacrazione a Dio nella Chiesa. Entrambi parlano della ‘svolta’ accaduta nella loro vita con termini identici: una «vocazione nella vocazione», una conversione nella conversione, una chiamata ulteriore a lasciarsi alle spalle una fede ed una vita cristiana di tradizione per entrare nella logica evangelica della sequela radicale rappresentata dalla croce. Se non avessero risposto a questo secondo appello, che Dio ha fatto pervenire loro, aprendo i loro occhi su una enorme fame di carità, sarebbero rimasti un anonimo buon prete torinese ed una sconosciuta suora albanese in India. Lasciatisi attrarre e sedurre senza rimpianti, abbracciata la croce con Cristo, sono divenuti due testimoni straordinari di come le Parole evangeliche, quando vengono accolte e messe in pratica, fanno lievitare la vita, fanno ingigantire la santità. Il Cottolengo e Madre Teresa sono padre e madre di una porzione di Chiesa che ancora oggi testimonia la carità di Dio, una carità che trova nella croce la sua fons e raggiunge nella croce il suo culmen.
Preghiera - Signore Gesù, non posso meravigliarmi di quello che è accaduto a Pietro. Io, proprio come lui, faccio una fatica terribile ad accettare la croce, il passaggio inevitabile attraverso la sofferenza e la morte per giungere alla risurrezione. Io, proprio come lui, preso dall’euforia, dall’entusiasmo, decido di mettermi davanti a te, pretendo di insegnarti la strada mentre invece divento un ostacolo, un inciampo…
Signore Gesù, non è bello sentirsi chiamare ‘satana’ dopo che si è data la risposta giusta, dopo che si è stati investiti di una responsabilità importante. Ma è così che tu riconduci me e Pietro alla realtà, alla logica di un disegno d’amore che non ha nulla da spartire con i progetti di potenza, coltivati dagli uomini. È così che tu richiami ogni discepolo alla sua scelta fondamentale: mettersi dietro a te, seguire i tuoi passi, accettare di compiere lo stesso percorso che conduce prima al luogo del Calvario e poi alla gloria della Risurrezione.

sabato 27 agosto 2011

273 - IL SENSO E L’ESERCIZIO DEL POTERE NELLA CHIESA - Per una pausa spirituale durante la XXIª settimana

Una volta la consegna delle chiavi di casa al figlio che diventava ‘grande’ corrispondeva alla raggiunta fiducia e alla condivisione della responsabilità nella gestione delle cose famigliari; uno dei tanti riti di iniziazione alla vita, prima della maggior età legale, come un battesimo di appartenenza al gruppo dei pari. Così, al contrario, il togliere le chiavi, il cambiare le serrature, corrisponde al sospendere la fiducia, al tagliare il rapporto di corresponsabilità. Le chiavi della macchina: il permesso di usare l’automobile di papà (e di lasciare il serbatoio vuoto…), di andare e venire e caricare gli amici.
Il potere nella vita è la forza di imporre la propria volontà, prima a se stessi e poi agli altri. Ci sono diversi poteri: il potere economico, segnato dal denaro e dalla possibilità di disporre dei beni materiali corrispondenti alle esigenze di vita delle persone; il potere politico, che corrisponde alla possibilità di gestire il bene pubblico legalmente (o con la violenza appoggiata alla forza militare o altro) a favore del popolo governato; il potere giudiziario, esercitato nei luoghi dove gli uomini gestiscono la giustizia e assolvono o condannano nel nome del popolo o dell’autorità superiore; il potere famigliare, dei genitori sui figli, o dei coniugi reciprocamente, o sulle persone messe in tutela, che si esercita in privato ed è legato sì, alla fondazione giuridica dell’istituto famigliare, ma soprattutto all’autorevolezza guadagnata con la coerenza e la trasparenza della vita; il potere religioso, che disciplina anche la vita civile facendo appello all’autorità superiore, all’‘aldilà’, che rappresenta il giudizio finale e la protezione temporale nelle vicende umane.
Il potere religioso si esercita abitualmente in una istituzione. Chi è investito di potere non è accreditato per le sue qualità personali, ma per il mandato ricevuto dall’autorità costituita. C’è anche però il potere religioso legato al carisma della persona. Questa forma sembra essere sempre più diffusa e congeniale nel mondo liquido della modernità.
Oggi la Chiesa non può presentarsi come una centrale di potere. La scomunica, pur giustificabile in una visione di comunione sacramentale, non ha più luogo e opportunità adeguata per essere esercitata nel mondo attuale. Sant’Ambrogio poteva espellere dalla chiesa l’Imperatore reo di un massacro. Il vescovo, se un prete non obbediva, mandava le sue guardie a mettere in riga il rivoltoso. Si potevano tagliare i viveri ai figli e ad ogni altro dipendente perché la società sanciva il potere e ne garantiva l’efficacia.
Oggi dobbiamo tentare di superare ogni forma di autoritarismo per recuperare l’autorevolezza. Talvolta l’autorità viene messa in discussione, o addirittura derisa, da chi ha soltanto la forza della contestazione senza che segua, al rifiuto di docilità, la coerenza del comportamento. È un prezzo da pagare alla crescita, un’adolescenza generalizzata da sopportare con pazienza perché non è destinata al conflitto distruttivo, ma al raggiungimento di una più adulta maturità.
Oggi la Chiesa deve qualificare e purificare l’esercizio del potere soprattutto su quattro direzioni:
– il potere della verità. Superando i compromessi che permettono di galleggiare, ma alla fine ostacolano la navigazione della barca di Pietro, occorre ritornare alla Verità che rende liberi. Una verità scomoda, che si paga abitualmente con il sangue. La verità dei primi cristiani, del vecchio padre dei Maccabei (2 Mac 6,18-31). La verità dei profeti e dei grandi fondatori e riformatori;
– il potere del grembiule. Ogni scandalo (pedofilia, traffici economici…) patito nei tempi recenti o ripescato nella storia con operazioni deontologicamente scorrette, indebolisce il potere della Chiesa. Ogni atto di servizio nascosto, di sacrificio in piena gratuità (Madre Teresa di Calcutta, i monaci algerini, i missionari uccisi ogni anno sul fronte dell’evangelizzazione e della promozione umana…) alimenta la forza di comunione e la coerenza al Vangelo;
– il potere della misericordia e del perdono. Nonostante la conflittualità generalizzata (tanto che appare sempre di grande attualità il vecchio adagio filosofico Homo homini lupus, «l’uomo è lupo per il suo simile»), il bisogno di incontrare nella vita le braccia aperte di un Padre accogliente è sempre urgente. La Chiesa può parlare di misericordia se essa stessa è misericordiosa;
– il potere della memoria. Su questo punto la società moderna è fortemente scompensata. Da un lato costruisce macchine sempre più potenti, capaci di confrontare in pochi istanti miliardi di dati e di tirare conclusioni operative mettendo in comunicazione in tempo reale il mondo intero. Dall’altro dimentica il passato remoto, ma anche quello recente, scritto con il sangue dei testimoni. Questa smemoratezza spinge a costruire scatole sempre più vuote (case o strutture di pensiero) dentro le quali alloggiare il tempo di una stagione. L’usa e getta della vita si fonda sull’esiguità dello spessore storico delle cose. Sedimentare e trasmettere ciò che resiste all’usura del tempo è compito della Chiesa.
Quelle chiavi che Pietro tiene tra le mani sono pesanti. Non possono essere rimpiazzate da un qualsiasi telecomando, né usate come ricatto verso i figli ribelli. La religione tende a legare. Tante volte si è presentata la legge come una siepe, forse è più giusto che sia intesa come un cartello indicatore della retta via. Di fronte al cieco nato che ha riavuto la vista gli uomini della Sinagoga cercano l’irregolarità, l’abuso, la menzogna; Cristo e i semplici cercano la libertà e la grazia del vedente. Nella Chiesa nasce talvolta la paura che ‘sciogliere’ voglia dire ‘briglie sciolte’. E forse l’istituzione deve temere che la perdita di controllo finisca per indebolire il governo. Moltiplicando i linguaggi si restituisce a molti la possibilità di esprimersi, ma si rende più difficoltoso il compito di controllo dei pochi. Un’altra tentazione, nel clima dell’enfatizzazione della libertà individuale, è quella di sciogliersi da soli. L’autoassoluzione separa la coscienza individuale da quella collettiva, scavalca il giudizio oggettivo della storia e riduce il principio all’opinione personale.
Il rapporto tra terra e cielo non deve essere fondato sulla paura del castigo, ma sul timore di Dio che spinge al rispetto della vita e del Creatore. Allora il Cielo ritrova la sua forza e ritorna ad essere il luogo del giudizio ultimo, della valorizzazione della terra, del passaggio dal tempo all’eternità. E le parole dette a Pietro: «A te darò le chiavi del Regno dei cieli», riacquistano il senso e la pesantezza delle cose ultime.

domenica 21 agosto 2011

272 - TU SEI IL CRISTO, IL FIGLIO DEL DIO VIVENTE - 21 Agosto 2011 – Domenica XXIª Tempo Ordinario - (Is 22,19-23 Rmi 11,33-36 Mt 16,13-20)

Quando Gesù vuole mostrare esemplarità di fede, o istruire in modo intenso i suoi discepoli circa la fede, esce dai confini della terra promessa, esce, cioè, dalle ristrettezze campanilistiche del giudaismo, e mostra, così, un mondo insospettato, dove il regno di Dio si rivela veramente molto più grande, e persino assai più ‘simpatico’ di quanto lo sia nel gretto mondo religioso di chi presume di credere, vittima del suo provincialismo, della sua ristrettezza mentale e spirituale. Più che di uno spostamento geografico, si tratta allora di un trasferimento antropologico e religioso, perché la fede, talvolta disprezzata, di quelli che vivono ‘in partibus’, provoca e mette in crisi un vivacchiare «in ciò che spesso han mascherato con la fede», incapace «di negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto», così cantava Francesco Guccini, in una canzone che ha fatto epoca e scalpore. Ho fatto riferimento volutamente al testo di un cantautore che non frequenta sacrestie, ma che, come tante altre persone e situazioni, proprio per la loro liminalità, riesce a provocare e a mettere in discussione una fede assopita, rannicchiata, subita, narcotizzata. Ebbene, proprio queste persone e situazioni pongono alla coscienza cristiana domande ineludibili: «chi è Cristo per me?, quanto conta nella vita?, quanto incide sull’essere?, perché e come si crede in Lui?, per quali motivazioni continuiamo a dirci discepoli (speriamo non solo seguaci)?». E come la risposta di Pietro non è stata un lampo di genio di un soggetto, ma una illuminazione del cielo – così l’ha definita Gesù –, allo stesso modo, ciascuno deve invocare umilmente, ma insistentemente, lo Spirito Santo, perché illumini le menti ed i cuori, e ci doni la stessa percezione di quanto ci è necessario Cristo, e di come, senza di Lui, non possiamo fare nulla! Lo Spirito ci infonda la beatitudine propria di chi appartiene e gioisce di appartenere, consapevoli che questo non ci esenta dalla debolezza del tradimento – è stato così anche per Pietro –, ma ci ridimensiona nella nostra supponenza, e ci fa toccare con mano che, senza di Lui, siamo perduti, incapaci persino di essere noi stessi, a fronte alta, dinanzi al mondo. Ma tutto ciò induce anche ad apprezzare, a valorizzare, a far nostro, il servizio di Pietro e dei suoi successori in ordine alla Verità, senza la quale non saremo mai liberi. Proprio perché consci del limite umano, che il vangelo non si premura di nascondere neppure nei riguardi della roccia della Chiesa, sentiamo quanto mai necessario un riferimento, un ancoraggio, non soggetto ai mutevoli «venti di dottrina», perché roccia saldamente ancorata sino a divenire un tutt’uno con la pietra scartata dagli uomini, ma resa pietra angolare da Dio, sapiente costruttore della storia.
Davanti al Mistero della ‘elezione’, che Dio intraprende su un uomo, si rimane però, il più delle volte, perplessi e sconcertati, e ci si chiede: «perché quello e non un altro?»; oppure, quando si è vittime della superbia: «perché lui e non io?»; oppure, senza raggiungere i gradi alti dell’umiltà, quando ci si lascia prendere da semplice e sano realismo: «perché proprio me e non qualcun altro?». Sono quesiti che dichiarano quanto fitto si faccia il Mistero, talora impenetrabile. Ma il Mistero è, per natura sua, qualcosa di inesauribile, di imperscrutabile, di indicibile, di inafferrabile, di inoppugnabile, perché, quando è Mistero autentico, e non enigma ambiguo o arcano segreto, è sempre progetto di amore e di dono, realtà di gratuità e di servizio. Non per nulla, volentieri, utilizziamo il termine ‘Dio’ ed il termine ‘Mistero’ come sinonimi.
Preghiera - Gli uomini stabilivano la città sulla roccia e costruivano le loro case con la pietra per mostrare la loro potenza, la loro forza e ricchezza. Tu, Gesù, scegli di edificare la tua Chiesa, la comunità dei credenti su Pietro, sulla sua fede, sul suo amore per te e lo rendi, nonostante la sua fragilità, solido e consistente come la pietra.
Gli uomini si lasciano impaurire dalle forze oscure, dai segnali diabolici, da tutto ciò che sfugge alla loro conoscenza e di cui non riescono ad impadronirsi. Tu, Gesù, assicuri Pietro che non c’è alcun potere occulto, nessuna espressione del male, della sua astuzia e della sua cattiveria, che potrà mettere a repentaglio la comunità che gli è stata affidata.
Dopo duemila anni, Gesù, noi dobbiamo riconoscere che le tue parole sono vere. Antiche e recenti tempeste sembrano talora aver la meglio sulla barca di Pietro. Ma sei tu a condurla, tu a sostenerla e difenderla, e per questo, se si affida a te, nulla e nessuno può metterla in pericolo, a patto che riconosca in te l’unico Signore, il Figlio del Dio vivente.

271 - NESSUNA SALVEZZA FUORI DALLA CHIESA? Per una pausa spirituale durante la XXª settimana

La sorte dei princìpi teologici è segnata notevolmente dalle congiunture storiche. Queste possono generare non solo interpretazioni diverse del medesimo principio, ma pure giustificare un uso ‘politico’ dello stesso. Infatti, soprattutto i princìpi ecclesiologici si prestano a giustificare comportamenti che a distanza di tempo, in altre congiunture e con altre interpretazioni, sono ritenuti perfino aberranti. E capita che a partire da tali comportamenti si leggano i princìpi in forma pregiudicata e si giunga a rifiutarli. Il principio extra ecclesiam nulla salus al riguardo rappresenta un caso esemplare. Nei suoi confronti negli ultimi decenni è stata emessa una specie di fatwa, ritenendolo causa di metodi missionari del tutto irrispettosi delle culture e delle persone di altre religioni, di ignobili uccisioni di eretici, di illiberali costrizioni alla conversione, di conflitti tra cristiani ebrei e musulmani (per limitarci alla storia del bacino mediterraneo). Sul principio ricordato pesa quindi un giudizio tale da escluderlo dal novero delle espressioni teologicamente corrette.
Si deve riconoscere che esso è indiscutibilmente servito a quanto appena ricordato. C’è però da domandarsi se ciò sia di peso dal senso autentico del principio oppure dall’uso strumentale che di esso si è fatto. Un’attenta lettura della storia del pensiero
cristiano fa propendere per la seconda ipotesi. Si deve infatti registrare che quanto avviene oggi, cioè che nella comprensione del principio lo si assolutizzi isolandolo da un ‘sistema’ nel quale può/deve essere letto, è avvenuto anche nel passato: in alcune circostanze lo si è usato senza tenere conto che nella dottrina ogni principio è in stretta connessione, a volte perfino in tensione irrisolvibile, con altri; sicché non si può immaginare di comprenderne uno senza nello stesso tempo comprenderne anche altri. Per fare un esempio eclatante: non si può comprendere l’unità di Dio senza precisare che è l’unità della Trinità (e viceversa). Ebbene, guardando globalmente la storia, si può affermare che il nostro principio non è mai esistito da solo: fin da quando è stato formulato, indipendentemente, da Origene e da Cipriano, è sempre stato accompagnato dall’affermazione che Dio vuole la salvezza di tutti. Fu compito poi della riflessione teologica, a partire da Prospero di Aquitania (sec. v), cercare di
mostrare come la volontà salvifica universale e la necessità della Chiesa per la salvezza potessero stare insieme. Di certo, ben prima della teologia della Chiesa-sacramento venuta in auge dopo il Vaticano II, i teologi scolastici avevano la chiara comprensione che Dio può agire anche oltre i mezzi da lui stabiliti; sicché, se la Chiesa è stata disposta da Dio come luogo e mezzo di salvezza, ciò non vuol dire che Egli non possa agire anche al di fuori della Chiesa.
Che Dio non abbia legato la sua grazia ai sacramenti era convinzione comune alla grande scolastica. E da questa convinzione si formulerà, prima timidamente nella teologia spagnola (Francisco de Vitoria) al tempo delle scoperte geografiche, poi
nel magistero pontificio nel secolo xix, il principio della ignoranza invincibile: fondandosi sulla giustizia di Dio, che non può condannare alla perdizione chi non è venuto a conoscenza dei mezzi da lui stabiliti per la salvezza, si riteneva che la salvezza fosse accessibile anche al di fuori della Chiesa. Al riguardo va ricordato un episodio emblematico: nel 1949 il Sant’Uffizio invia al card. Cushing, arcivescovo di Boston, una lettera nella quale si illustra il vero senso del principio extra ecclesiam nulla salus. La Lettera era stata provocata dalla presa di posizione di P. Leonard Feeney, del Saint Benedict College, che intendeva il nostro principio in senso restrittivo, ed escludeva quindi dalla salvezza tutti coloro che non appartenevano alla Chiesa. La Lettera difende invece la possibilità della salvezza per tutti coloro che credono con fede soprannaturale informata dalla carità, supponendo che questa è possibile anche al di fuori della Chiesa. Del resto già la teologia medievale si era impegnata a individuare quali contenuti di fede fossero necessari per una fede salvifica, e li aveva trovati nel testo di Eb 11,6: «[...] chi si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano». Certo, si trattava di un contenuto minimale. Appare tuttavia sintomatico che si trovasse in tale contenuto
la condizione indispensabile per chi non aveva ancora ricevuto il Vangelo: era indizio che non si voleva restringere la salvezza solo ai membri della Chiesa.
Se così stanno le cose, ci si può domandare perché il nostro principio sia stato (e lo è ancora) interpretato in forma rigida, tale da condannare alla perdizione tutti coloro che non appartengano alla Chiesa (cattolica). Si è già detto in apertura che i princìpi teologici non vengono né formulati né recepiti in un vuoto dottrinale. Se il contesto è polemico, si accentuerà il principio in modo tale da farlo servire a uno scopo ‘secondo’. Lo si riscontra in alcuni passaggi della storia del pensiero teologico. Anzitutto in Fulgenzio di Ruspe (467-532), il quale, scrivendo una specie di catechismo per un certo Pietro che deve recarsi in ambiente non cristiano e ha quindi bisogno di una summula della fede, pone in forma assertiva il nostro principio, anche perché, se è vero che per essere salvi si deve credere, chi non sta nella Chiesa, luogo della fede, non può raggiungere l’esito della medesima fede. Questa connessione resta lungo tutti i secoli, e non si può negare che abbia una sua pertinenza. La formulazione di Fulgenzio passerà nel concilio di Firenze (1439), anche perché le opere di questo vescovo erano ritenute di sant’Agostino e quindi dotate di notevole autorevolezza, in funzione polemica non solo nei confronti dei pagani (musulmani) ed ebrei, ma pure nei confronti degli scismatici (quelli che a Basilea continuavano
un ‘anti-concilio’). Non diversa è la prospettiva che si riscontra nella Bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII (1302), nella quale, per risolvere il conflitto tra il Papa e il re di Francia (Filippo), si scrive che sottomettersi al Romano Pontefice è per tutte le creature umane necessario al fine di ottenere la salvezza. Questi pochi esempi stanno a mostrare che il principio posto in un contesto particolare assume un significato ‘escludente’. Leggendo però il nostro principio sullo sfondo di tutta la dottrina
cristiana, ci si avvede che non è questo il significato. Con ciò non si vuol dire che esso non abbia valore. La riflessione teologica recente, tenendo conto della storia, ha messo in evidenza due aspetti: 1. la Chiesa è il luogo e lo strumento stabilito da Dio
per la salvezza dell’umanità; 2. ciò implica che chiunque giunga alla salvezza lo può fare grazie alla Chiesa, anche solo in forma mediata: senza la Chiesa, infatti, non ci sarebbe nell’umanità la traccia storica dell’azione salvifica di Dio manifestatasi in Gesù Cristo.

sabato 13 agosto 2011

270 - MARIA ASSUNTA ALLA GLORIA DI DIO - 15 Agosto 2011 – Solennità dell’Assunzione di Maria - (Ap 11,19-12,10 1ªCorinti 15,20-27 Lc 1,39-56)

Il credo ecclesiale nella assunzione al cielo, in anima e corpo, di Maria madre di Gesù ha come riferimento il mistero pasquale di Cristo Gesù, nostro Signore. Ecco come viene formulata tale professione di fede dal Prefazio della Messa odierna: «In lei, primizia e immagine della Chiesa, (tu, o Dio) hai rivelato il compimento del mistero di salvezza; e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza. Tu non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita...».
Accanto a queste solenni dichiarazioni della Liturgia dell’Assunta – che nel Prefazio assumono anche il tono del rendimento di grazie e di gloria al Signore – per il cammino di fede e di speranza dell’uomo contemporaneo può aiutare anche richiamarsi a quel sensus fidelium ecclesiale che da secoli ha guidato la cristianità fin sulla soglia del mistero dell’assunzione in cielo, in anima e corpo, di Maria di Nazaret.
Quel percorso conserva ancora la sua attualità, di fondazione e di sostegno, nei confronti di coloro che cercano senso alla loro concreta esistenza umana e chiedono motivazione alla loro aspirazione e speranza di vita e di immortalità.
Il sì di fede nel mistero di Maria assunta in cielo non può ridursi alla semplice affermazione verbale della sua formula dogmatica. Esso richiede di essere verificato e contemplato da vicino in uno o l’altro degli itinerari ecclesiali che lungo i secoli hanno consentito di professarlo, come appunto era stata la via della ‘tradizione vivente’, sostenuta e guidata dal soffio dello Spirito Santo e dal discernimento del Magistero ecclesiale. L’altra irrinunciabile via di accesso al credo nell’Assunta è la parola di Dio biblica.
Preghiera - La salvezza che tu ci offri, Gesù, non è destinata solo al nostro spirito: corpo e anima verranno trasfigurati dalla tua bontà e dalla tua bellezza. per partecipare ad una gioia che durerà nell’eternità.
Ecco perché la festa di oggi è un appuntamento di speranza per tutti coloro che credono in te. Ecco perché l’assunzione di Maria subito dopo la morte, corpo e anima, nella gloria del cielo, rappresenta un anticipo ed un pegno di ciò che accadrà ad ognuno di noi.
Sì, il nostro corpo non è un peso inutile di cui disfarci, un ingombro di cui liberarci: nella nostra vicenda umana, per la nostra fede e la nostra carità, esso è uno strumento indispensabile. Come potremmo altrimenti manifestare la gioia e il dolore, esprimere l’amore e la tenerezza, donare conforto e sostegno, praticare la solidarietà? Come potremmo senza questo corpo dire la tua lode, chiedere il tuo aiuto, intendere la tua Parola, ricevere i tuoi doni di grazia, i santi Sacramenti?
Fa’ dunque del mio corpo, Signore,fin d’ora un segno della tua bontà!

269 - DONNA, GRANDE E' LA TUA FEDE! - 14 Agosto 2011 – Domenica XXª Tempo Ordinario - (Is 56,1.6-7 Rm 11,13-15.29-32 Mt 15,21-28)

Il testo evangelico di oggi appartiene alla sezione che in Matteo e Marco rievoca il ‘viaggio-scuola’ organizzato e guidato da Gesù per formare i suoi discepoli alla loro missione futura. Ad una attenta lettura della redazione matteana, l’interesse è centrato non tanto sul ‘miracolo di guarigione’, quanto sul dialogo fra Gesù e la donna cananea: quasi una lezione di Gesù al gruppo presente dei suoi discepoli, che sbrigativamente erano intervenuti per suggerire al Maestro di licenziare quella cananea! Loro, che già avevano maldestramente consigliato Gesù di mandar via in fretta gli oltre cinquemila a cui invece Gesù intendeva offrire di che nutrirsi nel deserto (cfr. Mt 14,13-21).
Ma l’episodio merita di essere esaminato ancora più da vicino, nelle sue tre scene:
vv. 21-23a: c’è anzitutto un primo tempo, in cui esiste una distanza fra la donna cananèa e Gesù. Scenicamente si ascolta un grido, più che assistere ad un incontro. Ma si faccia attenzione a quella voce, che Matteo presta ad una cananèa: è la voce dell’umanità, tante volte registrata anche nei salmi di Israele (cfr. Sal 27,7). Un testo esemplare: «Ma tu, Signore... volgiti a me e abbi pietà: ... salva il figlio della tua serva» (Sal 86,16; 25,16). E tale invocazione è dalla donna rivolta al «Signore, figlio di Davide»: dunque, secondo il credo cristiano!
vv. 23b-24: i primi ad avvicinarsi a Gesù sono i suoi discepoli, per una intercessione però che ha scarsa attenzione al dramma di quella madre! Motivazione: «perché ci viene dietro gridando!». Qualcosa di simile i discepoli avevano manifestato anche nell’episodio dei pani moltiplicati nel deserto. Alcuni perciò tradurrebbero la precisa richiesta dei discepoli non con «esaudiscila», ma con «licénziala»! A meno che Gesù non intenda rifiutare la prima intercessione dei discepoli, non per aderire alla loro domanda di essere lasciati in pace, ma – come egli afferma subito – «perché non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele» (v. 24): coerentemente con quanto indicato anche agli apostoli, in un primo tempo (cfr. Mt 10,5-6).
vv. 25-28: è la scena centrale, fondamentalmente caratterizzata dal dialogo fra Gesù e la donna, ma una donna che è madre di una figlia malata. Perciò, in ginocchio ai piedi di Gesù, come avevano fatto altri due genitori, Giairo (cfr. Mt 9,18) e il padre del ragazzo epilettico (cfr. Mt 17,14). Ma di questa cananea pagana Matteo ci fornisce altri due elementi circa la sua «grande fede», unita all’affetto materno: la sua nuova invocazione è semplificata in una formula che fa tutt’uno di lei e la figlia: «Signore, aiutami!» (cfr. Sal 109,26); e alla affermazione dura di Gesù, quasi per metterla alla prova, la donna ha pronta una soluzione di fiducia e di speranza: chiede per sé (e per i pagani) le briciole di pane che cadono dalla mensa dei figli... di Israele. La medesima grande fede, elogiata da Gesù nella donna cananea, era già stata messa in luce da Gesù nei riguardi del centurione romano di Cafarnao (cfr. Mt 8,5-13). Quando si ama, si arriva alla fede e si trova un linguaggio semplice e diretto per dire la fede come invocazione e preghiera.
Preghiera - Sulla mia strada, Gesù, hai messo tante persone che stranamente assomigliano a quella cananea. Non nuotano nell’ambiente ecclesiale e a prima vista sembrano tanto distanti da Dio. Non offrono particolari segni di pratica cristiana o di devozione, ma al momento giusto rivelano una fede grande, solida, capace di sfidare qualsiasi avversità. E così mi rimandano, inevitabilmente, alla mia esistenza, immersa nella vita di una comunità, contrassegnata da simboli e da immagini che si richiamano a te, percorsa dalla conoscenza della tua Parola.
Agli occhi degli altri tutto ciò fa di me un discepolo vicino a te. Ma qual è veramente la mia fede? Quanta ne è la sua consistenza quando si tratta di affrontare il primo ostacolo? Che cosa mi accade quando mi rivolgo a te per chiederti qualcosa e mi sembra che tu non risponda?
Signore Gesù, donami la grazia di stupirmi della fede altrui, della fede dei ‘lontani’, della fede dei miei compagni di viaggio. Donami di accoglierla come un dono prezioso destinato a riaccendere e a ravvivare la mia fiducia e il mio amore per te.

268 - LA PAURA E LA FEDE - Per una pausa spirituale durante la XIXª settimana

Non è detto che sia proprio così scontato che l’uomo provi desiderio e voglia di incontrare Dio. Anzi, la Scrittura ci ammonisce che spesso e volentieri l’uomo ha paura di Dio e per i più svariati motivi. Anche ‘di giorno’, infatti, in piena luce, laddove è possibile riconoscere senza ombra di dubbi la presenza di Dio, è possibile avere paura di Lui. È così che Genesi ci presenta l’uomo e la donna dopo la disobbedienza a Dio: udendo i «passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno», si nascosero «dalla presenza del Signore Dio», perché ebbero paura a causa del loro ritrovarsi nudi, colpevolmente spogliati della dignità di figli dopo la disobbedienza (Gen 3,8-10). Si può, dunque, avere paura di Dio, proprio a causa dell’aver perso la fede, dell’aver rotto il patto di fiducia/alleanza con Dio, dell’aver consapevolmente disobbedito alla parola che si era accolta da Dio e che si era deciso di seguire. Interessante: quando si smette di fidarsi di Dio, si ha paura di Lui prima ancora che per il suo giudizio (paura di essere condannati e delle conseguenze delle proprie azioni peccaminose), per il fatto di ritrovarsi «nudi», vergognosamente esposti alla fragilità di una dignità ferita.
Ma è su altri tipi di paura che il vangelo di domenica ci invita a riflettere. Due volte, infatti, ricorre nel testo di Matteo (14,22-33) il riferimento alla paura: quando i discepoli «vedendolo camminare sul mare … furono sconvolti … gridarono dalla paura» (v. 26), e quando Pietro, poiché il «vento era forte, s’impaurì» (v. 30). Anche il discepolo più credente prova paura – come ogni uomo – di fronte all’inedito, al non consueto: il Suo venire incontro in modo insolito e inaspettato, un po’ improvviso e un po’ in chiaroscuro, oltretutto in mezzo alle intemperie della vita e alle notti dell’esistenza, spiazza; la Sua è una presenza che non si riesce a riconoscere e a comprendere, a prendere dentro gli schemi soliti con cui si era fatto i conti sino ad allora anche con Lui … e allora, la reazione è quella di «gridare dalla paura», perché si pensa di fare i conti con un «fantasma» (v. 26) e non con il Maestro conosciuto. Come a dire: potrebbe essere anche Dio, ma se è la prima volta che l’incontro (per lo meno in quel modo nuovo rispetto a come sono abituato), non solo non è facile riconoscerlo, ma si vive una vera e propria paura che fa gridare. Solo la parola che fuga il dubbio sull’identità del Maestro permette ai discepoli di rassicurarsi: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» (v. 27).
Ma è proprio qui che il vangelo ci invita a fare i conti con un altro tipo di paura che il discepolo vive, una paura più sottile e più profonda, non data dalla difficoltà di riconoscere una presenza di Dio inconsueta, bensì data dalla sfiducia nei suoi confronti. Pietro domanda a Gesù una conferma della sua identità, chiedendogli di poter fare la stessa cosa che sta facendo Lui: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque» (v. 28). In fondo, Pietro inizialmente mostra di avere una grande fede in Gesù: se c’è davvero Lui, se è Lui che mi dice «Vieni!» (v. 29), il discepolo non ha nulla da temere, neppure se si deve vivere una cosa impossibile alle capacità umane, com’è quella di camminare sulle acque, oltretutto in mezzo a onde e vento contrario. E fin tanto che Pietro si fida di Gesù e della sua parola, fin tanto che guarda a Lui più che a sé e a ciò che lo circonda, cammina sulle acque e va verso Gesù. Ma nel momento in cui la sua attenzione e la sua fiducia non sono più riposte in Gesù, ma egli si ferma a considerare la forza del vento e ne ha paura, comincia ad affondare. E causticamente la parola di Gesù segnala il punto esatto della questione: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (v. 31); il problema, dunque, non è la forza del vento o l’impossibilità di Pietro a fare certe cose, bensì il non fidarsi più della parola di Gesù.
Per avere un’analogia facilmente percepibile di quanto indicato è impareggiabile l’esempio delle relazioni tra mamma e bimbo: quando la mamma aprendo le braccia dice al bimbo di provare a dirigersi verso di lei («Vieni!» - v. 29) la prima volta che inizia a camminare, il bimbo, perché lo fa? Perché può contare sulla certezza che non cadrà? Perché analizza e valuta la possibilità di riuscire con le sue forze a superare queste difficoltà? Perché ha esperienze pregresse tali che gli certifichino che se mette i piedi in questo modo e le mani in quell’altro riuscirà a mantenere un equilibrio tale da permettergli di arrivare alla meta? No. Lo fa, solo perché la mamma glielo dice. E se glielo dice la mamma – cioè quella creatura di cui sa benissimo che può fidarsi, perché l’ha sempre accudito, gli dà da mangiare, gli vuole bene – allora, sulla sua parola, può provare a muovere i suoi passi. Per questo l’alternativa è secca e la parola di Gesù stigmatizza l’atteggiamento di Pietro: o ci si fida di sé (delle proprie forze, del modo di vedere/percepire anche la realtà che ci circonda) o ci si fida di Gesù (della sua forza, del suo modo di indicare e aprire una strada anche laddove sembra impossibile). E se si ha paura a fare quello che dice Lui, allora vuol dire – esattamente – che non si ha fiducia in Lui, cioè non si è sicuri – per mantenere l’analogia con l’esempio della mamma e del bimbo – che Lui davvero ci voglia bene, ci accudisca, ci nutra, si preoccupi, cioè, in maniera buona al mantenimento e accrescimento della nostra vita. Per questo la domanda di Gesù appare il punto chiave su cui Egli richiama Pietro e il discepolo di sempre: se hai paura, se dubiti, se hai poca fede, se non ti fidi … «perché?» (v. 31); quali sono le ragioni che portano a fidarti più di te e del vento che di me? Per quale ragione, in fondo, Io non ti appaio affidabile? È la sfida che Gesù lancia oggi al discepolo che ha paura di Lui: prova a dirmi – se ci riesci – per quali motivi tu dovresti avere paura di me, delle mie parole … e – più radicalmente – per quali ragioni tu non ti dovresti fidare di me.

sabato 6 agosto 2011

267 - QUANDO IL SIGNORE NON PASSA LONTANO DA NOI - 07 Agosto 2011 – Domenica XIXª Tempo Ordinario - (1°Re 19,9.11-13 Rm 9,1-5 Mt 14,22-33)

Possiamo essere sulla barca della ‘Chiesa’, ma non avere ancora riconosciuto la misteriosa singolarità della presenza di Gesù suo Signore e guida. Il credente sperimenta anche paura, dubbio, insicurezza. La fede non ci elimina le nostre insicurezze, ma ci promette che Dio ci è vicino, anche se non nella forma dell’evidenza che si impone.
La barca della Chiesa nel mare della storia. L’immagine della barca nel mare in tempesta è spesso stata letta come l’immagine della Chiesa che affronta le difficoltà del tempo. L’attualità mostra un primato delle cose, uno spazio eccessivo dato all’accaparrarsi il maggior numero possibile di beni. Forse in ambito educativo si riscontra oggi una grande difficoltà nel distinguere ciò che è importante da quanto non lo è affatto. I mezzi di comunicazione sociale pongono a portata di mano e senza alcuna distinzione le notizie più diverse. Così noi adulti, ma soprattutto le giovani generazioni, ci troviamo immersi in un contesto confuso, quasi un mare in tempesta dove non riusciamo più a scorgere le dritte per poter orientare verso il Signore la nostra vita.
Alla ricerca della brezza leggera. Gesù «salì sul monte, in disparte a pregare» ed Elia al «sussurro di una brezza leggera» si coprì il volto e si fermò alla presenza del Signore. Certamente un tempo impegnato nella preghiera è necessario alla nostra vita, anche come momento di pace nella frenesia della vita quotidiana. Forse coniugare vissuto e preghiera rappresenta una meta lontana per ciascuno di noi, ma inoltrarci nella vita cristiana ci conduce in questo sentiero. Quando in famiglia ascolto l’altra persona – coniuge o figlia/o – non unisco forse relazione umana e relazione con il Signore? Così, quando percepisco la mia vita come un dono messo dalla Provvidenza nelle mie mani e per questo offro me stesso come dono nella carità, nella pazienza e nella benevolenza, non vivo e non creo quella comunione che è dono di Dio?
Alla ricerca di un incontro tra sensibilità diverse. La preghiera conduce all’incontro con il Signore. Nella preghiera liturgica si raccolgono le intenzioni di tutti e si presentano all’altare. La liturgia della Parola di oggi ci presenta personaggi diversi in relazione con Dio: il profeta Elia nell’atto di purificare la religione; il salmista che evoca ‘amore e verità’, ‘giustizia e pace’ come tracce che conducono a Dio misericordioso; gli apostoli con Pietro che eleva il grido: «Signore, salvami!» e san Paolo che ha «nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua», disposto ad essere separato da Cristo a vantaggio degli Ebrei suoi «consanguinei secondo al carne». Ci troviamo di fronte a volti diversi, a sensibilità diverse, ma tutti orientati all’incontro con il medesimo Signore della vita e della storia.
Alla ricerca della mano tesa dal Signore. L’apostolo Pietro andò verso Gesù sulle acque, ma di fronte al forte vento s’impaurì «e subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?’». Facciamo fatica ad accettare il rimprovero e siamo certamente capaci di trovare mille attenuanti al nostro comportamento. Istintivamente ci ribelliamo rinfacciando al Signore: «Quando, dove ci hai teso la mano?». È la nostra miopia, la nostra poca fede che ci mette in opposizione al Signore. Un maggior ascolto della sua Parola, la frequenza vivace e attenta ai sacramenti, la sensibilità verso quei gesti di delicatezza e di cura che possiamo scoprire nella nostra vicenda personale ci danno la possibilità di scoprire la mano tesa dal Signore nella nostra esistenza. Le alleanze e le promesse di Dio non vengono mai meno. È la nostra cecità che ci impedisce di scorgere la presenza salutare del Signore.
Fidarsi di sé o fidarsi di Dio? Come figli del nostro tempo è più facile fidarci di noi stessi che affidarci al Signore. Come cristiani non ci sentiamo né dei grandi peccatori né attratti dalla santità: ci accontentiamo della nostra mediocrità, forse qualche volta ci attira il desiderio di poter apparire. Siamo lontani dall’affidarci, dal mettere la nostra vita completamente nelle mani di Dio. Non siamo in grado di scegliere come chiave di lettura della nostra vita la vocazione, lasciandoci condurre anche attraverso le paure e le difficoltà dalla mano del Signore. Diventa così difficile anche sorprenderci ed esclamare come gli apostoli: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Il Signore guidi i nostri passi nella fede e ci renda famiglia capace di preghiera e vincitrice della paura dentro di noi e di fronte al mondo.
Preghiera - Ci sono momenti in cui la nostra barca affronta la traversata del lago con il vento in poppa. Allora, Gesù, quando tutto scorre liscio, mi lascio afferrare dall’ottimismo e mi pare che ogni cosa mi sorrida. Ma quando il vento è contrario, quando rimanerti fedeli significa trovarsi davanti ostacoli e difficoltà, sospetti e pregiudizi, se non addirittura qualche scherno, allora comincio ad avere paura. Paura per quello che mi accade e per quello che mi riserva il futuro, paura per quando questo vento si farà ancora più forte ed io mi sentirò sballottato dalle onde, in preda all’agitazione.
Tu, però, non mi lasci solo, non mi abbandoni alla mia fragilità: tu vieni incontro a me e a tutti quelli che si trovano nella barca. Tu ci mostri come sia possibile affrontare il mare in tempesta, lo scatenarsi degli elementi: basta che ci fidiamo di te,
della tua parola, della tua presenza, del tuo progetto d’amore. Allora siamo in grado di attraversare qualsiasi avversità, qualsiasi conflitto, senza alcun timore, perché tu sei con noi.

giovedì 4 agosto 2011

266 - I MIRACOLI E LA FEDE - Per una pausa spirituale durante la XVIIIª settimana

Il tema dei miracoli è sempre d’attualità, persino nelle trasmissioni e nelle pubblicazioni frivole. Perciò non è esente da rischi. Da una parte, l’enfasi sul prodigioso costituisce una minaccia per la fede, specie quando induce ad un atteggiamento fanatico e superstizioso. Dall’altra, però, nei confronti di ogni notizia di eventi straordinari vi può essere uno scetticismo pregiudiziale che fa leva su di una ambigua motivazione spirituale: in nome di una fede ‘pura’ tutto ciò che riguarda il corpo e i sensi non attiene al regime della Grazia. Per i cristiani la fede non può essere confusa con la creduloneria; però non è autentica se è disincarnata. Liberato il campo dal dolo sfacciato, sussiste il problema del senso, del significato di alcuni accadimenti eccezionali.
1. Il discernimento necessario trova la sua bussola nella testimonianza evangelica circa il comportamento taumaturgico di Gesù. Colpisce anzitutto la sobrietà dei racconti, che non indulgono affatto a sensazionalismi: i prodigi compiuti da Gesù non mirano a strappare applausi, tanto meno a suscitare adulazione (cfr. Gv 6,15). Anzi, proprio quando si avvede della diffidenza nei confronti della sua persona il Maestro non forza la mano per estorcere un consenso; piuttosto dichiara la propria impotenza ad agire (cfr. Mc 6,5s.; 8,11-13). Una relazione con Gesù improntata alla fiducia (come quella del centurione di Lc 7,1-10) è la condizione perché la potenza del Regno annunciato da Gesù possa dispiegarsi nei gesti di bene da lui compiuti. Anche quando il bisogno immediato viene saziato (trovare il pane, Mt 14,16; guarire dalla lebbra, Lc 7,11-19), viene offerto molto di più; ma questa eccedenza è legata alla persona stessa di Gesù e quindi può essere scoperta soltanto approfondendo la relazione che lui dischiude. L’evangelista Giovanni ne disegna magistralmente il tracciato, rinviando all’ora della glorificazione (cfr. Gv 2,4 e 13,1) la manifestazione della misura reale della potenza di Gesù.
2. Ora, però, se giudichiamo la croce di Gesù secondo i parametri generici della forza strabiliante, dobbiamo riconoscere che si tratta dell’anti-miracolo per eccellenza. La sfida lanciata da quanti si facevano beffe del Crocifisso (cfr. Mt 27,41) viene raccolta da Paolo, quando identifica la dýnamis di Dio proprio nel vangelo della Croce (cfr. Rm 1,16s.; 1 Cor 1,23s.). Nell’incontro con il Crocifisso risorto – non ostentato ai detrattori, ma offerto agli amici – le donne e gli apostoli riconoscono che le piaghe gloriose sanciscono la misura integrale ed irrevocabile dell’offerta che Dio fa di sé all’umanità nel dono del Figlio (cfr. Gv 3,16; 1 Gv 4,9). Questo è il miracolo, di cui ogni altro prodigio era anticipazione: un Dio per l’uomo. Chi non ‘vede’ questo, finirà per stancarsi presto dei benefici a intermittenza che il Cielo concede; anzi, magari giungerà a stizzirsi e a imprecare per un esaudimento che non giunge sollecito. Chi invece apre gli occhi su questo eccesso – sulla Grazia! – può fregiarsi del titolo di ‘vincitore’ in virtù di Colui che ci ha amati (cfr. Rm 8,31-39). Ecco perché nella scenografia della Passione il terremoto si scatena ed il velo del tempio si lacera proprio alla morte dell’Innocente: sono i segni che nell’oblazione di Gesù (cfr. Mc 10,45; Gv 10,18) ha inizio la nuova creazione e nel sangue dell’Agnello viene sigillata l’alleanza definitiva.
3. È quanto mai opportuna, allora, una revisione della classificazione usuale del miracolo tra i fenomeni preter-naturali; classificazione che suggeriva l’infrangimento di un meccanismo e quindi una contrapposizione alla natura. Infatti, nel miracolo che è Gesù noi riconosciamo piuttosto la verità della creazione, il mistero nascosto nei secoli, preparato pazientemente da Dio (cfr. Ef 1,3-14; Dei Verbum 3). È a partire dal Crocifisso risorto che noi possiamo rileggere la storia intera del cosmo come l’anticipazione necessaria all’incontro con lo Sposo e come il travaglio che giungerà a definitivo compimento nelle nozze con Lui (cfr. Rm 8,18-25; Ap 21–22).
4. Il prodigioso sviluppo del sapere scientifico e delle sue applicazioni tecnologiche ha svelato molti segreti del funzionamento della natura ed ha dotato l’umanità di strumenti potenti per liberarsi dalla sua indigenza. Ciò che non si può chiedere alla scienza è il senso complessivo dell’avventura umana e la causa buona per la quale impiegare l’esistenza personale. Nell’incontro con Gesù l’enigma più grande che è la nostra libertà si svela non come una finzione, né come una condizione tragica, ma come il rischio necessario ad una salvezza che ha la forma della relazione (cfr. 1 Gv 1,1-4). Dio non ci impedisce di sperimentare il nostro limite, non perché sia sadico, ma perché cerca il nostro consenso senza ingoiarci. Siamo dunque restituiti alla piena drammaticità del corso della storia, talmente devastata dal male da apparire talvolta irriconoscibile la promessa anticipata nella creazione. Chi volge lo sguardo al Crocifisso, chi si lascia attirare da lui (cfr. Gv 12,32), viene liberato dalla disperazione, perché il destino della storia è posto sotto il segno della redenzione.
5. Di fronte alla notizia di presunti eventi prodigiosi spetta alla Chiesa verificare la cristiformità di ogni dono, in particolare la compatibilità con il vangelo della Croce. Quando lo stupore non matura nelle condizioni obiettive della conversione (nell’ascolto della Scrittura, nella celebrazione del sacramento e nella comunione nel vincolo apostolico), rischia di mutarsi presto in un prurito narcisistico.
6. Infine, cosa possiamo chiedere al Signore? Tutto! Chi ha la consapevolezza di essere figlio/a non deve vergognarsi di aprire il cuore e dichiarare le necessità che lo angustiano. Lo si deve fare da figli, però. Senza tentare Dio, senza metterlo alla prova, quasi che il giudizio sull’autenticità del suo amore fosse sospeso alla realizzazione delle nostre attese. È tutt’altro che infantile e deresponsabilizzante pregare così; anzi, suppone che mentre si tende la mano al Cielo si compia un atto di abbandono incondizionato, a immagine del Figlio (cfr. Lc 22,42). Quando le nostre invocazioni sono modellate da questo atteggiamento, otteniamo da subito un dono: lo Spirito, che ci conferma nella fede, rendendoci perseveranti.

sabato 30 luglio 2011

265 - GESÙ VIDE UNA GRANDE FOLLA E NE SENTÌ COMPASSIONE - 31 Luglio 2011 – Domenica XVIIIª Tempo Ordinario - (Is 55,1-3 Rm 8,35.37-39 Mt 14,13-21)

Ai grandi problemi umani, anche oggi assillanti, Gesù non chiede soluzioni che sono sproporzionate rispetto alle nostre forze e possibilità. Ci chiede di accettare la nostra condizione di creature e il nostro limite, ma nonostante ciò di condividere con i più sprovveduti quel poco che abbiamo.
La folla che si pone in ricerca ha bisogno di incontrare il volto di un uomo che non risponda alle domande solo perché «è il suo mestiere». La folla ha bisogno del «miracolo di Dio», della presenza del Figlio del Padre, per poter trovare il volto della compassione, della gratuità dell’amore.
Proprio di fronte all’offerta gratuita del banchetto imbandito da Dio (l’Eucarestia domenicale) la nostra libertà è sollecitata a dare il suo assenso e a mettere a disposizione per la condivisione i propri “cinque pani e due pesci”. La condivisione non è una condizione per la partecipazione al banchetto, ma è la conseguenza della partecipazione al banchetto. Come dice un Padre della Chiesa, noi non possiamo condividere il Pane di vita-Cristo e poi restare estranei l’uno dall’altro nei beni della mensa familiare e quotidiana. Come Dio dona totalmente suo Figlio per saziare la nostra fame di verità e di amore, così anche noi dobbiamo sapere condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo con i fratelli a noi vicini e con quelli lontani.
Ancora ai giorni nostri non è raro trovare uomini e donne che cercano disperatamente la consolazione alle proprie angosce, investendo grandi quantità di danaro e rivolgendosi a persone che si professano ‘profeti’ diagnosticando ‘malocchi’, oppure prevedendo il futuro a partire dalla lettura di ‘carte’ e di ‘mani’. Il mistero cristiano, per contro, offre invece gratuitamente libertà, gioia e speranza nella fonte vera della consolazione, che è il Signore Gesù: tale proposta gratuita molto spesso non annienta la croce, ma aiuta a viverla e a darle un senso alla luce di Gesù che, come dice la lettera agli Ebrei, viene esaudito – e quindi vince la sua prova – affidandosi a Dio stesso.
Preghiera - Tu hai compassione della folla della gente che ti ha cercato, della gente che ti ha seguito, della gente che ti ascolta e ti porta i suoi malati perché tu li guarisca, della gente che non si preoccupa neppure più del pane pur di stare con te. Per questo, Gesù, offri loro un segno destinato a nutrire non solo i loro corpi, ma anche la loro speranza. Spezzi per loro quel poco che ti viene messo tra le mani, cinque pani e due pesci, e li fai mangiare a sazietà.
Signore Gesù, desta nel mio cuore una compassione autentica per tutti quelli che provano il desiderio di Dio, per tutti quelli che si mettono in cammino per trovare un senso alla loro vita, per quanti non sopportano più di percorrere le strade del mondo
disorientati e smarriti.
Signore Gesù, insegnami a spezzare con loro quel poco che ho tra le mani: il mio tempo, le mie risorse, quello che tu mi hai affidato. E a offrire il tuo Pane, l’unico cibo che può saziare la nostra esistenza.

martedì 26 luglio 2011

264 - I DODICI PASSI DEL PERDONO - Settima giornata

1) Perdonare fa bene prima di tutto a chi lo dona! “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a Colui che ci ha amati” (Romani 8,35.37)
2) Perdonare è quindi un diritto di chi è stato offeso prima di essere un dovere cristiano! “Vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15,7).
3) Distinguere sempre il peccato (azione) dal peccatore (persona). “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Efesini 6,12).
4) Togliere la trave dal proprio occhio per vedere con più verità la vita degli altri. “Togli prima la trave del tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello” (Matteo 7,5).
5) Confrontare i debiti che gli altri hanno con noi (100 denari = 100 giornate lavorative) con i debiti che noi abbiamo con Dio (10.000 talenti = 60.000.000 di giornate lavorative … 2.000 anni di storia fanno 730.000 giornate circa!!! Cfr. Matteo 18,21-35 la parabola del servo spietato – quarta giornata).
6) Non giudicare mai le persone. “Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi” (Matteo 7,1s).
7) Cercare sempre di giustificare gli sbagli altrui. “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi” (Matteo 6,14).
8) Dare fiducia alle persone come Dio sempre la dà a noi. "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Matteo 9,12s).
9) Accogliere e pregare per chi sbaglia. “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Matteo 5,43s).
10) Portare con gli altri il peso dei loro sbagli. “Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili. Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene … Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi!” (1ª Pietro 3,8-9.14).
11) Caricarsi del peso degli sbagli altrui. “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?” Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così” (Luca 10,25-37 - parabola del buon samaritano – sesta giornata).
12) Pagare volontariamente con la propria vita gli sbagli degli altri. “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Luca 6,36).

263 - IL PERDONO NEL VANGELO - Sesta giornata

La parabola del buon samaritano – Luca 10,25-37
Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fà questo e vivrai". Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". Gesù riprese:"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Và e anche tu fà lo stesso".

Gesù perdona una donna adultera – Giovanni 8,1-12
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; và e d'ora in poi non peccare più".
Di nuovo Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".

Insegnamento sul puro e sull’impuro – Marco 7,14-23
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: "Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo".
Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: "Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?". Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: "Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”.

262 - IL PERDONO NEL VANGELO - Quinta giornata

Le parabole della Misericordia Divina – Luca 15,1-32
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro".
Allora egli disse loro questa parabola: "Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte".
Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

261 - IL PERDONO NEL VANGELO - Quarta giornata

Correzione fraterna e parabola del servo spietato – Matteo 18,15-35
Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro".
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello".

Il Padre nostro – Matteo 6,9-14
Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

La nuova giustizia – Matteo 5,20-24.38-48
Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono…
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Gesù mangia con i peccatori – Matteo 9,10-13
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

260 - IL PERDONO - Terza giornata

(da Il rifugio di W. Paul Young - BUR Rizzoli)
(Terza parte) - Mack sentì che Pa si sedeva per terra, accanto a lui, ma continuò a tenere gli occhi bassi. Le braccia di Pa lo strinsero, e lui cominciò a piangere. “Sfogati” sussurrò Pa, e lui non se lo fece ripetere. Chiuse gli occhi, senza cercare di trattenere le lacrime. I ricordi di Missy gli invasero la mente; libri da colorare, pastelli, un abitino rosso strappato. Pianse finché non sentì di avere sciolto tutta l’oscurità, tutta la nostalgia e il senso di perdita, finché non restò più niente.
Con gli occhi chiusi, dondolando davanti e indietro, supplicava: “Aiutami, Pa. Aiutami! Cosa devo fare? Come faccio a perdonarlo?”
“Diglielo”.
Mack alzò lo sguardo, quasi aspettandosi di trovarsi davanti un uomo che non aveva mai visto, ma non c’era nessuno.
“Come, Pa?”
“Dillo ad alta voce. C’è grande potere, nelle dichiarazioni dei miei figli”.
Mack iniziò a bisbigliare, dapprima meccanicamente, poi con sempre maggiore convinzione. “Ti perdono. Ti perdono. Ti perdono”.
Pa lo strinse a sé. “Mackenzie, sei una tale gioia”.
Quando Mack riuscì a ricomporsi, Pa allungò una pezza umida perché si rinfrescasse il viso. Poi si alzò, su gambe malferme.
“Caspita!” disse, la voce rotta, cercando inutilmente parole per descrivere il viaggio emotivo appena compiuto. Si sentiva vivo. Restituì a Pa la pezza e chiese: “Allora non è sbagliato, che io ce l’abbia ancora con lui?”.
Pa rispose subito: “Ma certo! Ciò che ha fatto è terribile. Ha procurato immenso dolore a molti. Ha sbagliato, e la rabbia è la reazione giusta a un torto così terribile. Ma non lasciare che rabbia, dolore e senso di perdita ti impediscano di perdonarlo e di togliere le mani dal suo collo”.
Poi sollevò lo zaino e se lo rimise in spalla. “Figliolo, forse dovrai dichiarare il tuo perdono cento volte il primo giorno, e il secondo, ma al terzo saranno già meno, e con il tempo ti renderai conto di aver pian piano perdonato completamente. E un giorno ti scoprirai a pregare per il suo benessere e ad affidarlo a me, perché il mio amore bruci in lui ogni vestigia di corruzione. Per quanto in questo momento ti sembri incomprensibile, forse un giorno conoscerai quest’uomo sotto una luce del tutto nuova”.
Mack fece una smorfia, ma per quanto le parole di Pa gli facessero contrarre lo stomaco, nel suo cuore sapeva che rispondevano al vero. Si alzarono insieme, e Mack si avviò verso il sentiero, per tornare da dove erano venuti …”Grazie” fu tutto ciò che riuscì a dire a Pa, mentre gli occhi gli si riempivano nuovamente di lacrime. “Odio fare così … piangere, biascicare come un idiota, tutte queste lacrime …” si lamentò.
“Oh, piccolo” disse Pa, teneramente. “Non sminuire mai le meraviglie delle tue lacrime. Sono acque guaritrici e sorgente di gioia. A volte sono le parole migliori cher il cuore possa pronunciare.”
Mack fece un passo indietro e lo guardò negli occhi. Non aveva mai fissato tanta pura bontà d’animo, tanto amore, speranza e gioia vitale. “Ma tu hai promesso che un giorno non ci saranno più lacrime, giusto? Non sai come aspetto quel momento.”
Pa sorrise, gli sfiorò il viso con il dorso delle dita e gli asciugò le gote dal pianto. “Mackenzie, questo mondo è pieno di lacrime, ma se ricordi bene ho promesso che sarei stato io ad asciugartele”.

259 - IL PERDONO - Seconda giornata

(da Il rifugio di W. Paul Young - BUR Rizzoli)
(Seconda parte) - “Io voglio che tu ci riesca. Il perdono è prima per te, che lo amministri” rispose Pa, “per liberarti da qualcosa che potrebbe divorarti dall’interno; può distruggere la tua gioia e la tua capacità di amare pienamente e incondizionatamente. Credi che a quest’uomo importi del dolore e del tormento che hai sopportato? Forse quella consapevolezza gli fa addirittura piacere. Non vuoi che tutto questo finisca? Perdonandolo, lo libererai da un fardello che forse nemmeno sa di portare. Quando decidi di perdonare qualcuno, lo stai amando nel modo giusto.”
“Ma io non lo amo”.
“Non ora, no. Ma io sì, Mack, non per ciò che è diventato, ma per il bambino ferito che è stato reso mostruoso dal dolore. Voglio che tu abbracci la parte di te che trova più forza nell’amore e nel perdono che nell’odio.”
“Quindi vuoi dire” disse Mack, nuovamente seccato dalla piega che aveva preso il discorso, “che se io perdono quest’uomo, potrei lasciarlo giocare con Kate, l’altra mia figlia, o con la mia prima nipotina?”
“Mackenzie” disse Pa, con risolutezza. “Ti ho già spiegato che il perdono non crea un rapporto. A meno che le persone non dicano la verità su ciò che hanno fatto e cambino il loro modo di pensare e i loro comportamenti, non può stabilirsi un rapporto di fiducia. Quando perdoni qualcuno lo liberi dal giudizio, ma senza un vero cambiamento … un vero rapporto non è possibile”.
“Quindi il perdono non mi impone di fingere che non sia successo niente?”
“Come potresti? Ieri hai perdonato tuo padre. Dimenticherai mai cosa ti ha fatto?”
“Non credo”.
“ Ma ora puoi amarlo, nonostante tutto. Il suo cambiamento te lo consente. Il perdono non ti impone di fidarti della persona che perdoni. Ma se alla fine confessa e si pente, scoprirai nel tuo cuore un miracolo che ti consente di iniziare a costruire tra voi un ponte di riconciliazione. E a volte – anche se ora questo può sembrarti inconcepibile – quel ponte può addirittura ripristinare completamente la tua fiducia in quella persona.”
Mack si lasciò scivolare a terra e appoggiò la schiena alla roccia sulla quale era stato seduto. Guardò per terra. “Pa, credo di capire quello che vuoi comunicarmi, ma mi sembra che se lo perdono lui sarà libero dalla sua colpa. Come posso scusare ciò che ha fatto? Se non continuo a odiarlo, ho la sensazione di fare un torto a Missy.”
“Mackenzie, il perdono non giustifica nulla. Credimi, quest’uomo è tutt’altro che libero. Tu non hai il dovere di fare giustizia, in questa vicenda. Di questo mi occuperò io. Quanto a Missy, lei lo ha già perdonato”.
“Davvero?” Mack non alzò nemmeno lo sguardo. “Come può averlo fatto?”
“Per via della mia presenza in lei. Solo così il perdono è possibile.” (continua)

258 - IL PERDONO - Prima giornata

(da Il rifugio di W. Paul Young - BUR Rizzoli)
(Prima parte) - “Pa, come posso perdonare il mostro che ha ucciso mia figlia Missy di 5 anni e mezzo? Se fosse qui davanti a me, ora, non so cosa farei. So che non è giusto, ma voglio che soffra come ha fatto soffrire me … se non posso avere giustizia, voglio almeno vendetta”.
Pa lasciò che quel torrente di rancore uscisse e attese che l’ondata si placasse.
“ Mack, se perdonerai quest’uomo lo libererai, e mi permetterai di redimerlo.” “Redimerlo?” Mack fu avvinto dalle fiamme della rabbia e del dolore. “Non voglio redimerlo! Voglio fargli male, punirlo, regalarlo all’inferno …”
Non fu in grado di completare la frase. Pa attese che le emozioni si calmassero. “Sono bloccato, Pa. Non posso dimenticare quello che ha fatto, lo capisci?” implorò Mack.
“Il perdono non ha a che vedere con il dimenticare. Significa piuttosto smettere di stringere alla gola un’altra persona”.
“Ma io credevo che tu dimenticassi i nostri peccati!”
“Mack, io sono Dio. Non dimentico niente. So tutto. Dimenticare, per me, significherebbe limitarmi, figliolo,” disse Pa, poi tacque, così Mack dovette alzare la testa e fissare quei suoi profondi occhi castani. “Grazie a Gesù, non esiste più la legge che richiede che io ti ricordi i tuoi peccati. Tra noi, essi non contano, e non interferiscono nella nostra relazione.”
“Ma quest’uomo …”
“Anche lui è mio figlio. Voglio redimerlo.”
“E poi? Io lo perdono, le cose si aggiustano, e diventiamo amici?” chiese Mack, a bassa voce, ma in tono sarcastico.
“Tu non hai alcun rapporto con lui, almeno non ancora. Il perdono non crea una relazione. In Gesù, io ho perdonato tutti gli uomini per i loro peccati contro di me, ma solo alcuni di loro scelgono di rapportarsi a me. Mackenzie, non capisci che il perdono è una cosa incredibile … un potere che condividi con noi, che Gesù concede a tutti coloro in cui lui vive, per consentire la crescita della riconciliazione? Quando Gesù ha perdonato gli uomini che lo hanno inchiodato alla croce, essi non sono più stati in debito con lui, né con me. Nel mio rapporto con quegli uomini, io non ricorderò mai loro ciò che hanno fatto, non li farò vergognare, non li farò sentire in colpa”.
“Non credo di esserne capace” disse Mack, in un sospiro. (continua)

sabato 23 luglio 2011

257 - IL VALORE INESTIMABILE DEL REGNO DI DIO - 24 Luglio 2011 – Domenica XVIIª Tempo Ordinario -(1°Re 3,5.7-121 Romani 8,28-30 Matteo 13,44-52)

Il Regno di Dio, inteso come la relazione profonda che Dio stabilisce con noi e che trasforma la nostra esistenza, è il tesoro più prezioso che possiamo scoprire, la perla che vale la più accurata ricerca. Una religiosità puramente esteriore o ipocrita ne svuota radicalmente il significato. Più che mai abbiamo bisogno di interiorità seria.
Ma quali sono considerati i veri tesori nella vita di una persona? Forse la salute, il lavoro, la famiglia, una vita tranquilla senza grandi turbamenti?Forse è un luogo comune, però è diffuso nella mentalità; frasi come: «Quando c’è la salute c’è tutto», indicano valori ritenuti importanti se non addirittura essenziali. Il vangelo cammina in altra direzione quando individua il tesoro più grande nel regno di Dio accolto nella vita. Si dovrebbe allora dire che chi invoca presso Dio, per esempio, la salute come il dono più importante, non ha centrato il cuore del messaggio evangelico? Sembra proprio di sì, se prendiamo sul serio le letture bibliche di oggi e il primato valoriale/esistenziale che propongono: per la prima lettura non esiste nulla di più grande che la sapienza; per la seconda è il disegno di Dio che si concretizza nella chiamata; per il vangelo è il regno di Dio.
Dovremmo fare tutti un serio esame di coscienza e verificare che cosa conti davvero nella nostra vita: qual è il bene che riteniamo veramente il più grande? che cosa è veramente essenziale nella nostra vita? di che cosa non potremmo fare a meno? che cosa domandiamo al Signore? forse talvolta le logiche umane sono anteposte alla sapienza che viene da Dio, alla sua chiamata, al suo Regno? Urge un vero impegno per accogliere e attuare il regno di Dio, per cui è necessario investire ogni energia.
La passione per il Regno abbraccia diverse situazioni di vita.
Il vangelo precisa le differenze tra i protagonisti delle prime due parabole: l’uomo che trova il tesoro nel campo è probabilmente un bracciante agricolo, certamente povero; invece l’altro è un mercante di perle preziose, un uomo ricco, proprietario di negozi di gioielli. Questa diversità dice che il cammino verso il regno di Dio è differenziato e si adatta a persone diverse; ciò che le accomuna è che, una volta trovato ciò che è prezioso, investono tutte le loro sostanze per entrarne in possesso. Sono diversi i cammini per il Regno, diverse le strade che conducono al Cristo, come diverse sono le situazioni in cui ci si può trovare o da cui si può partire, ma questo percorso è possibile per tutti, nessuno ne è escluso.
La conclusione delle parabole parla dello scriba discepolo di Gesù che è come «un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». L’evangelista intende mostrare come «la novità del messaggio di Gesù venga cercata fino dai suoi anticipi, abbozzati dall’Antico Testamento ». È la novità perenne del vangelo del Regno, valido per tutti i tempi, per cui la fede di ieri è giovane anche oggi e ha qualcosa da dire anche all’uomo contemporaneo. Ci sono cose nuove e cose antiche, ma il tesoro e la perla preziosa soddisfano la sete di verità e di realizzazione che alberga nel cuore dell’uomo d’oggi, come nel cuore dell’uomo di ogni tempo.
Preghiera - Ci sono momenti decisivi in cui si gioca tutta la nostra esistenza: è allora che bisogna essere pronti a perdere ogni cosa pur di assicurarsi ciò che conta veramente, la nostra partecipazione alla tua pienezza, al tuo Regno.
Nessun rimpianto, in quel frangente, per quello che si lascia, per quello che si deve necessariamente abbandonare, ma piuttosto la gioia di entrare in una condizione nuova, al di là di ogni nostro sogno e desiderio.
Ecco perché, Gesù, quello che appare come un gesto sconsiderato è invece segno di grande saggezza. Che importa se occorre vendere tutti i propri averi pur di garantirsi
il possesso di quel campo? In esso c’è un tesoro inestimabile! Che importa se si è obbligati a disfarsi di ogni proprietà pur di arrivare ad avere quella perla di valore smisurato? La sua bellezza e il suo valore ci ricompensa di tutto quello che si è sacrificato! Pur di entrare nel tuo Regno, Gesù, pur di condividere la tua gioia, io sono pronto a disfarmi di ogni cosa.

256 - SENAPE E LIEVITO OVVERO PRESENZA SICURA E DISCRETA DEL REGNO

Per una pausa spirituale durante la XVIª settimana

Le due brevissime, deliziose parabole del granello di senape e del lievito suggeriscono lo stile della presenza del regno di Dio nel mondo. È una presenza che cresce: all’inizio minuscola, quasi invisibile, ma poi diventa un segno importante e un punto di riferimento per tanti. È una presenza discreta, che non si impone, ma che indica una direzione verso il cielo che dà valore al senso della vita umana. È una presenza di animazione del mondo che non costringe la libertà di alcuno, ma pone nei
sentieri della storia umana quei semi di Dio che portano frutto, anche se a volte in modo misterioso o invisibile.
Chiaramente nessuno identifica il regno di Dio con la Chiesa, ma questa ne vuole essere un segno, secondo la missione che Dio stesso le affida. Le intercessioni della preghiera eucaristica V evocano più volte questo aspetto della missione del popolo
di Dio: «La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo» (V/c); «In un mondo lacerato da discordie la tua Chiesa risplenda segno profetico di unità e di
pace» (V/d).
Con quale stile la Chiesa potrà e dovrà essere presente nel mondo per rispondere alla sua vocazione di segno del regno di Dio in mezzo agli uomini? La storia offre risposte differenziate mostrando una pluralità di stili di tale presenza secondo le epoche o le diverse sensibilità ecclesiali. Anche nel nostro tempo si riscontrano simili differenze che si incarnano in questo o quell’altro movimento o associazione ecclesiale e che risalgono a varie sensibilità esistenti anche nel magistero. Se qualche decennio fa si invocava una presenza ispirata al lievito, dove i cristiani nel mondo erano animatori della vita sociale portandovi le istanze evangeliche magari nel nascondimento, attualmente sembra più in voga lo stile di una presenza visibile nella società, riconducibile all’immagine del grande albero della parabola, che si traduca anche in strutture sociali, economiche, se non addirittura politiche e sindacali.
Ogni sensibilità ha ovviamente legittimità di esistere e trovare, per ogni tempo e ogni luogo, la più adeguata modalità di azione al fine di portare i semi del vangelo nel mondo; nessuno avrà la pretesa di essere ‘il Regno’, ma di porsi ‘al servizio del Regno’, rispettando la libertà di ogni persona perché Dio sia presente nella storia umana. Tutti comunque avranno il comune desiderio di essere fedeli alla parola del Signore..

255 - GRANO BUONO E ZIZZANIA OVVERO REALISMO E PERSEVERANZA INVECE CHE PESSIMISMO O SANTO ZELO

Per una pausa spirituale durante la XVIª settimana

La parabola del buon grano e della zizzania apre una finestra sulla storia del mondo, anzi su ogni pagina della storia del mondo, compresa quella attuale. Essa ci insegna quel necessario realismo, antidoto per atteggiamenti poco produttivi, che permette di guardare alla realtà con le sue grandezze e miserie. Al di là della cronaca dei fatti quotidiani o degli eventi epocali, una costante di ogni tempo è che sempre troviamo grano e zizzania che convivono, bene e male, segni di speranza e segni di declino, gesti che edificano la società umana e gesti che la minacciano nei fondamenti essenziali.
Che fare davanti a questa realtà? Il vangelo ci assicura che sarà sempre così e che le due opposte tendenze convivranno finché durerà il nostro mondo. Questo realismo preserva da quegli atteggiamenti poco produttivi che oscillano tra il pessimismo
e il santo zelo. Il pessimismo porta a dire che il male regna nel mondo e che non c’è speranza di alcuna ripresa, chiudendosi così nella rassegnazione. Il santo zelo è quello rappresentato dai servi della parabola, che vorrebbero estirpare la zizzania: non si concepisce che il male e il bene possano, anzi debbano convivere e quindi si desidera la società dei puri e dei senza macchia. La Chiesa non ha mai ceduto a questa tentazione che a più riprese si è affacciata nella storia (per esempio il movimento ereticale dei catari), ma ha accolto l’insegnamento del Signore secondo
cui i puri e gli empi stanno nel mondo gli uni accanto agli altri.
Il realismo evangelico porta anzitutto all’accettazione di questa realtà e sollecita la perseveranza nella logica del Regno, indica chiaramente da che parte stare e invita a essere, nella storia del mondo, il buon grano.
La parabola ci consente di prendere la lente d’ingrandimento e di zoomare sulla nostra storia, sulla vita di ciascuno di noi. Anche qui il buon grano e la zizzania convivono, anche dentro di noi riscontriamo il male e il bene, spesso con sofferenza per ciò che vorremmo attuare e ciò che non riusciamo a evitare. È l’esperienza che Paolo con acume sintetizza quando riconosce: «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. […] Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7,19.21). Anche questa è una realtà da accettare senza rassegnazione, ma col desiderio della perseveranza nella parola di Dio. Le due forze del bene e del male non stanno solo dentro di noi, ma si esprimono anche nei
fatti, da quelli quotidiani sino alle scelte di vita, dove comunque l’opzione fondamentale di seguire il Signore è quella che, per un cristiano, è predominante e dà l’indirizzo all’intera esistenza.
Come agisce Dio davanti a questa realtà ambivalente? Egli non è all’origine del male (Sap 2,24: «Per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono»), ma attende che i suoi figli si accostino a lui prima del giudizio definitivo; allora sì, nel giudizio finale, egli dividerà il buon grano dalla zizzania. Dio rispetta la libertà dell’uomo, per questo sa attendere e accogliere chi a lui ritorna.
Il libro della Sapienza ricorda la possibilità di scegliere ogni giorno della vita tra il bene e il male, poiché Dio sospende il giudizio, comprende e rispetta il cammino di ogni uomo: «Hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il
pentimento» (12,19).
Gesù tuttavia non intende deresponsabilizzare i suoi discepoli invocando un perdono che giunge sempre e comunque, ma la parabola è un forte richiamo a non seguire la zizzania seminata dal maligno, per stare invece dalla parte del buon grano. L’appello
finale: «Chi ha orecchi, ascolti», risuona come un invito urgente a scegliere per il Regno, sapendo che se Dio attende e tiene conto della libertà dell’uomo, tuttavia si giungerà al giudizio finale, al momento promesso della separazione tra i figli del Regno e i seguaci del maligno. Sarà un momento di verifica di tutta la storia dell’umanità davanti a Cristo re e giudice dell’universo e un momento di verifica della storia di ogni singola persona. Senza riesumare toni apocalittici a proposito di salvezza o dannazione eterna, non è comunque da tacere il richiamo alla realtà del giudizio.

sabato 16 luglio 2011

254 - IL REGNO DI DIO NEL TEMPO DELLA CHIESA - 17 Luglio 2011 – Domenica XVIª Tempo Ordinario (Sapienza 12,13.16-19 Romani 8,26-27 Matteo 13,24-43)

Le letture di oggi ci parlano della pazienza di Dio: nonostante la presenza del male nella realtà umana Dio attende che il bene seminato porti il suo frutto. In questo senso, dunque, la parabola del grano che cresce insieme con la zizzania fa riflettere anche sulla nostra personale responsabilità. La pazienza di Dio è comunque fonte di fiducia.
La liturgia della Parola odierna ci invita ad abbandonare gli schemi di pensiero consueti per assumere i pensieri di Dio, che sovrastano i nostri come il cielo sovrasta la terra (cfr. Isaia 55,8s). Quante volte, vedendo il male restare impunito, ci siamo chiesti dov’è la giustizia di Dio! Quante volte il sorgere di assurde difficoltà nelle nostre iniziative meglio intenzionate ci ha fatto esclamare: “Fino a quando …?”! Ecco la Parola oggi ci mostra la pazienza di Dio e ci aiuta a comprendere meglio la realtà del suo Regno. Per noi è forte ciò che vince ogni opposizione, ciò che ha successo ed ha sicurezza. Per Dio la forza sta nell’amore; fino al punto che l’Onnipotente è, per così dire, ‘Onni-paziente’. Egli attende, ancora e sempre, il pentimento di ciascuno dei suoi figli: per questo la porta della casa paterna rimane aperta per tutti fino al giorno definitivo. Anzi Egli non si limita ad attendere, ci viene incontro facendosi debole con i deboli per condurre l’umanità verso la piena redenzione, verso la creazione nuova, verso il compimento del Regno.
Attraverso la croce di Cristo ed i gemiti dello Spirito Santo che abita in noi, il Padre Accompagna, sostiene, sollecita il pellegrinaggio dell’uomo nella storia. Il nemico che ci ostacolerà, ma non potrà impedire il disegno di Dio. Sta a noi, però, affrettarne la realizzazione. Come? Appunto facendo nostro, nelle situazioni concrete, il modo di agire divino; sospendiamo perciò ogni giudizio inesorabile di condanna, ogni zelo intempestivo di sradicare il male con la forza. Impariamo piuttosto a cogliere nelle realtà più umili ed insignificanti le grandi occasioni di carità che ci sono offerte. Allora il tempo degli uomini sarà tutto lievitato dall’amore di Dio; allora il Regno dei cieli crescerà a dismisura nella nostra storia; allora il gemito dello Spirito Santo diverrà canto di lode prorompente da ogni creatura.
Preghiera - Abbiamo fretta, Gesù, una fretta dannata: fretta di separare, di dividere,
fretta di giudicare, di condannare, fretta di dichiarare da che parte sta il bene e da che parte sta il male.
Abbiamo risposte nette per ogni tipo di problema e soprattutto smerciamo le nostre presunte sicurezze come un’applicazione fedele della tua volontà, della tua parola. Fa uno strano effetto oggi la nostra fretta abituale di fronte alla pazienza di Dio, alla sua misericordia, alla sua ritrosia ad accettare la proposta di eliminare subito la zizzania, separandola dal buon grano.
Non è senz’altro incertezza la sua e neppure acquiescenza alle opere del male. È piuttosto l’atteggiamento di chi ha fiducia nella forza del bene, anche se questo appare terribilmente fragile, come un granello di senape sepolto nella terra, come un po’ di lievito disperso nella pasta. Donaci, Gesù, lo stesso sguardo benevolo e saggio del Padre tuo e donaci la sua pazienza, colma d’amore.

253 - DIO SEMINA CONTINUAMENTE … Per una pausa spirituale a metà della XVª settimana

Continuiamo la nostra riflessione sull’immagine del seminatore. Se fosse un contadino reale, quello della parabola sarebbe quantomeno imprudente a voler seminare in qualsiasi tipo di terreno, addirittura tra le pietre o sulla strada. Ma il Dio seminatore getta i suoi semi dappertutto, perché ha fiducia e scommette che anche l’aridità possa diventare feconda.
Prima ancora che puntare l’attenzione sul terreno, l’attenzione va posta sul contadino che si appresta per la semina: egli non si preoccupa di selezionare prima i destinatari della sua opera, ma vuole rimandare la sua valutazione a partire dai frutti. Fuor di metafora: Dio dimostra ancora una volta di ragionare ‘da Dio’ per la fiducia che ripone in noi uomini, per la lungimiranza che nella sua onniscienza coglie il mistero di una vita, di una libertà che potrà dire sì o no, che potrà rispondere all’invito o invece rifiutare, che potrà accogliere la Parola in tempi e modi umanamente non prevedibili o comprensibili.
Se la parabola evangelica mostra il seminatore che non sceglie prima il terreno è perché Dio fa udire la sua voce nella varietà di modi e tempi che il suo disegno provvidente dispone; fa udire la sua voce a prescindere dalla risposta che ne seguirà; fa udire la sua voce perché, come la pioggia e la neve, sa che non ritornerà senza effetto. Ecco l’immagine di Dio che scaturisce dalla parabola, per noi di grande incoraggiamento: un Padre che ripone la fiducia nei figli, anche quando fosse umanamente azzardata; un Padre che ha la speranza che la Parola donata potrà portare prima o poi frutto, ora nella fecondità del trenta, ora del sessanta, ora del cento per uno; un Padre che non si stanca di seminare, che sa aspettare, proprio come il Padre misericordioso dell’altra parabola che attende amorevolmente il ritorno del proprio figlio, perché i tempi umani non sono il tempo di Dio.
Beati i vostri orecchi perché ascoltano. Dopo aver contemplato l’immagine del Dio seminatore, ora va sollecitato il terreno perché accolga la Parola che viene seminata. La beatitudine che titola questo paragrafo è simmetrica, nel brano evangelico, alla drammatica possibilità che risiede nella libertà umana di chiudersi alla voce di Dio: «Guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono». È il cuore indurito e insensibile, che ritiene di non aver bisogno di quella Parola che illumina la vita, che pensa di ascoltarla ma poi la addomestica a proprio uso e consumo, che ne apprezza il valore ma poi non sa compiere quelle scelte più decise e radicali che essa richiede. È un cuore a volte più superbo che distratto, che pensa di bastare a se stesso e di poter decidere del proprio destino senza Dio; forse un cuore legato a questa o quella pratica religiosa, ma in fondo radicalmente autosufficiente. È severa la profezia di Isaia che Gesù cita: quel cuore insensibile non vede, non ascolta, non comprende e non si converte, così che Dio, rispettando la sua libertà, non può salvarlo.
Gli occhi che vedono e gli orecchi che ascoltano, destinatari della beatitudine di Gesù, sono invece coloro che accolgono la Parola perché sanno di averne bisogno, perché sono coscienti di non potersi salvare da soli, perché sperimentano che in quell’ascolto c’è la piena realizzazione della loro vita. Sarebbe improprio e un po’ manicheo ritenere che alcuni rappresentino il terreno buono e altri quello infecondo, in quanto ciascuno di noi è insieme e l’uno e l’altro nelle varie situazioni di vita. Non è difficile riconoscersi in tutti i tipi di terreno che la parabola descrive: nella strada che si espone alle tentazioni che allontanano da Dio; nel campo sassoso che non ha la perseveranza di affidarsi a lui nella prova; nei rovi degli inganni che promettono gioia e realizzazione e invece producono solo amarezza; infine nel terreno fecondo di chi accoglie Dio nella fede e porta frutto, di chi pur nella prova sperimenta la gioia che la Parola produce. A questo punto si possono richiamare le varie modalità di ascolto della parola di Dio e di lettura della Bibbia: da quella liturgica a quella personale, dalla lectio divina comunitaria allo studio biblico per tutti i fedeli.
I frutti della semina. Nell’ottica pastorale ed educativa ci si può legittimamente attendere di trovare il frutto dei semi gettati. È spesso questo il desiderio, se non l’apprensione, di genitori e catechisti quando desiderano vedere in tempi più o meno brevi i risultati della propria azione formativa. Ma il Dio seminatore sa attendere con fiducia il frutto e manda il seme della sua Parola gratuitamente e in abbondanza. Questa fiducia e capacità di attesa è propria di ogni educatore, che non ha timore di seminare, a volte contro ogni evidenza, nella coscienza che i frutti della formazione della coscienza non sono legati a logiche di profitto aziendale, ma seguono tempi che sono quelli di Dio e quelli della libertà e della maturazione umana. L’importante è non stancarsi di seminare.