sabato 13 luglio 2013

498 - CHI È IL MIO PROSSIMO - 14 Luglio 2013 – XVª Domenica del Tempo ordinario

(Deuteronomio 30,10-14 Colossesi1,15-20 Luca 10,25-37)

La prossimità non si riduce a una questione di denaro offerto o ricevuto. Si fonda su atteggiamenti che possono essere vissuti in qualsiasi condizione. Per essere il prossimo di qualcuno, in primo luogo è indispensabile saper vedere l’altra persona nella sua concretezza, cogliendo quanto sta vivendo. Non è raro infatti che si viva una contiguità abituale e non si ‘veda’. Non ci si chiede cosa passi nella mente e nel cuore di un altro. Non si notano i suoi stati d’animo che corrono appena sotto pelle, spesso celati per pudore o per orgoglio. Per superficialità, per comodità, per quieto vivere si passa oltre. Si giustifica il disinteresse, dichiarando che si tratta di rispetto della privacy. Si alimenta così una solitudine reciproca che si comprende soltanto quando si vive in prima persona una condizione di bisogno. Non è detto poi che la prossimità, che si manifesta come gentile interessamento e come condivisione, sia da riservare ai casi di dolore o di povertà. Si può essere prossimi anche a chi è nella gioia o gode di qualche fortuna, partecipando sinceramente e superando una serpeggiante invidia che talvolta sa spingere a mormorare o a seminare sospetti.
Corrisponde alla prossimità evangelica quell’atteggiamento che non si concentra su se stessi e sui propri vantaggi. Lo vive chi è libero da un egoismo miope, superandolo non per attitudine spontanea, ma per scelta e per le virtù tipiche di una personalità matura. Questa capacità ha un risvolto anche nel modo e nei sentimenti con cui si affrontano le situazione difficili o dolorose: non si può avere la pretesa né di dissolvere il dolore altrui né di trovare soluzioni radicali e definitive per i mali dell’umanità. Se la sensazione di insufficienza e di dolorosa impotenza sono sentimenti sani, possono essere talvolta dovuti a una sorta di desiderio di onnipotenza come se con la propria buona volontà si potesse mettere fine al disagio. In realtà ogni essere umano può fare sempre e solo qualcosa per gli altri e per il mondo. La consapevolezza della vastità dei problemi come le guerre, la fame, le malattie, le distruzioni o le ingiustizie deve restare sempre viva e pungente, ma come stimolo a non arrendersi e a mettere in gioco quel poco o tanto che si può.
A questo punto allora può intervenire qualche altra considerazione: tenendo conto che allungare 20 centesimi a un mendicante non solo è offensivo, ma non dà alcuna soluzione ai suoi problemi se questi sono veri, si può reagire in modo diverso dicendo con gentilezza ma anche con fermezza: «Hai fame? Ti accompagno in quel bar per un pasto o un panino»; «Devi comprare il latte o i pannolini per il bambino? Ecco là un supermercato. Facciamo la spesa»; «Non hai lavoro? Vieni sabato a tagliare l’erba del prato». Questi esempi vorrebbero suggerire sia di non umiliare coloro che per qualsiasi motivo chiedono sia di offrire loro un aiuto se il bisogno è autentico, senza farsi prendere in giro. In fondo si tratta di dedicare alla persona che chiede un momento in più di quanto occorre per allungare una moneta.
Rivolgendo la parola al povero in strada per prendere atto della sua richiesta, si tratta la persona da persona e non da disturbo da scacciare. Si dà a chi chiede un frammento del proprio tempo. Ci si colloca proprio nella direzione indicata dal racconto evangelico: il samaritano vede, interviene, porta a termine il soccorso immediato, ma non rimedia soltanto all’emergenza. Si prende cura del bisognoso anche per il futuro. È proprio la continuità a fare la differenza perché un intervento nell’emergenza è comprensibile e forse comune, ma un aiuto che si prolunghi oltre questo è una scelta ponderata, onerosa più di un soccorso occasionale.
Il vangelo non dedica una parola per dire se quell’uomo aggredito e abbandonato sulla strada fosse buono o cattivo, onesto, simpatico o saggio. Si deve quindi concludere che l’aiuto è dovuto non per le qualità della persona colpita, ma solo perché è nel bisogno. Ci sono poveri insistenti e testardi, fastidiosi e senza senso della misura che non rinunciano a tallonare il passante per ottenere un’offerta, ma ci sono altri poveri, spesso i più pressati dal bisogno. Non si riconoscono a occhio nudo e non stendono la mano. Sono i ‘nuovi’ poveri, persone che hanno perso il lavoro, padri separati che non riescono a mantenersi dopo aver versato gli alimenti, famiglie che hanno perso la casa per un mutuo o un affitto che non possono saldare, anziani che non possono più vivere con la pensione che percepiscono … In genere si nascondono perché si vergognano della loro situazione come se fosse una colpa. Accade così che nessuno veda e si lasci che il bisogno li schiacci. In questi casi è solo una rete di rapporti umani che può accorgersi della situazione: vicini di casa, amici, parenti. Spesso è proprio questo che si è indebolito o addirittura dissolto.
Il card. Carlo Maria Martini ha reso popolare la comprensione del testo evangelico di Luca, trasformando la domanda «Chi è il mio prossimo?» in invito a «Farsi prossimo». Ci sono mille modi e mille strategie per dar seguito a questo invito, mettendo in conto che scegliere di accostarsi a qualcuno in difficoltà, talvolta scomoda, riserva incognite e non dà il diritto di aspettarsi un grazie. Alla fine la scelta di farsi prossimo comprende anche quella di lasciar andare per la sua strada chi è stato soccorso senza avanzare pretese o coltivare attese di perenne gratitudine.

PREGHIERA 
Hai rovesciato la situazione, Gesù. e hai dato alla parola ‘prossimo’ un significato imprevisto. Solo così, in effetti, si può venir fuori da quel tunnel senza via d’uscita in cui ci portano i nostri sospetti, i nostri rancori, le nostre inimicizie, le reti mortifere dei nostri pregiudizi, delle nostre paure, delle nostre reticenze.
Finché il prossimo rimane una persona da aiutare mi posso sempre permettere di scegliere, di distinguere, di tener ben separati gli amici dai nemici, i connazionali dagli stranieri, i simpatici dagli antipatici, i benevoli dagli ostili, i collaboratori dai concorrenti.
Le cose cambiano quando il prossimo è colui che aiuta ed io mi trovo nella sgradevole posizione di chi ha un assoluto bisogno di essere soccorso, aiutato. Allora non importa se colui che si ferma è addirittura uno straniero, un eretico, un nemico dei miei, un samaritano. Ciò che importa è che mi raggiunga il suo gesto di compassione che mi salva.

martedì 2 luglio 2013

497 - LA FATICA DI SCEGLIERE: COSA SARÀ MAI “CHIAMATA”?- 30 Giugno 2013 – XIIIª Domenica del Tempo ordinario

(1ºRe 19,16B.19-21 Galati 5,1.13-18 Luca 9,51-62)

Due elementi caratterizzano la vita nel tempo dell’abbondanza: il desiderio di indipendenza, di autosufficienza e, conseguentemente, l’autoreferenzialità, l’individualismo che considera la persona preziosa in sé e non in relazione all’altro. Da qui derivano molte delle situazioni che ci mettono sovente in difficoltà: • il fascino dell’efficienza accresciuto dallo sviluppo tecnologico sempre più sofisticato; • la pigrizia nell’approfondimento della conoscenza, che ci fa usare delle cose senza scoprire e valorizzare la logica più interiore che sta dietro la facciata di ogni realtà; • la velocità nel cambiamento degli scenari, che accresce il senso dell’onnipotenza e rende difficoltosa la memoria attenuando il valore dell’esperienza personale; • la difficoltà nell’accreditare la testimonianza altrui e nel medesimo tempo l’ingenuità di entrare senza il filtro dell’esperienza nel castello fatato dei maghi della pubblicità; • la partigianeria accentuata dal desiderio di affermazione e dalla sottovalutazione del diverso da noi; • la paura del definitivo, del “sì” senza ritorno. È ciò che sovente provoca il fallimento del patto matrimoniale e mina le vocazioni più forti, destinate a cambiare il corso della vita; • il prolungamento indefinito del tempo dell’adolescenza, che si spinge fino alla giovinezza inoltrata e addirittura al tempo della maturità, sempre più ritardato; • il bisogno di sicurezza, di essere coperti alle spalle; ed ecco i figli che non lasciano la casa paterna pur prendendosi le libertà e le autonomie che li pongono in contrasto di ideali verso i genitori. Si valorizza la casa come luogo di rifugio e nel medesimo tempo non si vuole rivestire “l’abito” della casa (con i conflitti ormai classici: «Questa casa non è un albergo!»).
La fatica di scegliere, nella società dei consumi, si è fatta improba. Fatica di scegliere e anche fatica vocazionale: sia esistenziale che professionale. Si entra nella vita non dalla porta di servizio, dove ci attendono gli abiti da lavoro, il grembiule e un maestro che ci insegna l’arte di comporre le tessere del mosaico “esistenza umana”. Si pretende di entrare dalla porta principale (o meglio, gli adulti pretendono di fare entrare i figli da tale porta), aperta a tutti e spalancata, dove i servitori attendono e la tavola è sempre imbandita.
Il regno della libertà è sovente abitato da persone con gli occhiali dalle lenti deformanti. Si cerca una libertà intesa come “non scelta” e conseguentemente come “non vincolo”. La libertà non è ‘indifferenza’. La libertà più vera non è quella che ci libera dagli altri o dalle cose, ma da noi stessi.
In questo contesto risuona l’appello evangelico di Gesù: «vieni e seguimi». L’atteggiamento di Cristo che chiama è: • di rispetto totale della persona nel fare la proposta e nell’attendere risposta; • di pazienza perché la maturazione ha bisogno del suo tempo; • di rispetto anche per i ‘resti’ («Raccogliete i pezzi avanzati», «Non spegnete il lucignolo fumigante»); • di superamento delle barriere e delle differenze: chiamata rivolta a tutti, raccolta degli invitati tra i poveri “della strada”; • di superamento dei pregiudizi (Gesù tocca ammalati e impuri); • di tenacia nel perseguire la salvezza di tutti (in cerca della “pecorella smarrita”).

La risposta è differente: • ci sono persone in attesa di un messia che assecondi il loro desiderio di salvezza, ma che hanno già bene in mente quale salvezza debba essere; • altri sono liberi da precomprensioni e attendono il Messia come il Cielo lo invierà; sono disposti a leggere i segni dei tempi come i re magi, come i pastori, come Maria nel tempo dell’incarnazione, come i lebbrosi, il centurione, le donne accanto a Gesù nella vita pubblica, come gli apostoli risanati nello Spirito, i discepoli di ogni parte del mondo conosciuto nel tempo della Chiesa; • ci sono minoranze di integralisti che intendono la chiamata come un arruolamento militare, ‘talebano’, e si incaricano della salvezza del mondo facendo saltare le cervella al prossimo; • ci sono testimoni tiepidi in gran quantità, mossi dall’emozione appena sentono la voce che chiama, ma distratti ed in altre cose affaccendati, continuamente rivolti a guardare indietro; • ci sono testimoni coraggiosi, disposti a giocare la vita in una battaglia di risonanza pubblica con il rischio di subire il fascino del potere e di scambiare il coraggio con il desiderio di successo; • c’è poi l’esercito dei senza nome che accettano la vita come un dono e una responsabilità, che seguono il Signore in silenzio, talvolta senza distinguerne chiaramente la voce.

Un tempo i catechisti per indicare le possibilità di risposta alla chiamata del Signore dicevano: «Ci sono due vie: una stretta e scoscesa che sale verso il paradiso; una larga, comoda e lastricata che conduce, scendendo, all’inferno». Oggi la strada larga e lastricata, anziché essere quella del vizio e del peccato, rischia di essere quella dell’indifferenza, della non passione e della non identità. Forse non condurrà diritta all’inferno perché al Signore sta più a cuore la nostra vita di quanto non stia a cuore a noi stessi. Tra la morta gora dell’indifferenza e del qualunquismo e il muro dell’integralismo passa la via della responsabilità assunta con pazienza e tenacia, senza pretese di verità possedute o di chiavi messe in tasca (i ‘maestri’ d’Israele chiudevano la porta e ne nascondevano la chiave), umile e gioiosa, aperta al futuro e serena nelle sue memorie. Questa è la via del Regno, che ci indica il Signore Gesù quando chiama e dice: «Chi vuole essere il mio discepolo prenda la sua croce e mi segua», «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi», «Se il seme caduto a terra non muore non porta frutto».

PREGHIERA
Il tuo percorso, Gesù, è giunto ad una svolta decisiva: tu vai verso Gerusalemme perché è lì che la tua missione trova il suo compimento, è lì che avverrà quel passaggio doloroso che sfocerà nella risurrezione e nella gloria.
Sarai giudicato e condannato, inchiodato ad una croce come un ribelle, un malfattore, ma il tuo sangue salverà l’umanità e costituirà il sigillo indelebile per un’alleanza nuova ed eterna tra Dio e tutte le sue creature.
Ti dirigi verso Gerusalemme, risoluto e fiducioso, anche se sai che ti attendono la sofferenza e la morte. Sei disarmato e privo di appoggi: non hai più un villaggio, non hai una casa tua, non hai persone votate alla tua incolumità, alla tua difesa. Conti solamente sull’amore del Padre che ti ha mandato, sulla presenza dello Spirito che non viene meno. Ecco perché chiedi a chi ti vuol seguire la tua stessa risolutezza, la tua stessa fiducia, la tua stessa povertà, nel vivere un distacco che è solo l’inizio di un cammino di sacrificio e di offerta.

lunedì 24 giugno 2013

496 - Per una pausa spirituale durante XIIª Settimana del Tempo ordinario

Il punto di partenza per l’elaborazione di una risposta all’interrogativo proposto dal titolo, è la riflessione sul modo con cui Gesù ha vissuto l’esperienza del soffrire. Se nei vangeli non vi sono tracce per concludere che il Cristo sia stato vittima di malattie, ciò non significa, però, che egli abbia evitato di pagare il suo tributo alla sofferenza. L’autore della Lettera agli Ebrei, infatti, definisce i giorni della vita terrena di Gesù «come i giorni della sua carne» (5,7). La carne parla della fragilità, dell’imperfezione della sua natura umana, non ancora nella gloria; carne che segna l’umanità di Cristo.
Come ogni essere umano, Gesù ha provato i quotidiani dolori, la fatica, la tentazione, l’insuccesso, il pianto. Il racconto delle tentazioni nel deserto, il turbamento di fronte alla sorte drammatica che l’attendeva, la difficoltà di far maturare negli apostoli la giusta comprensione della sua identità e della sua missione, le lotte sostenute con i numerosi avversari… parlano della sofferenza vissuta da Gesù per chiarire la sua vocazione e per rimanervi fedele fino alla fine. La tristezza e il pianto non gli sono estranei. Contemplando Gerusalemme, Gesù si commuove per la mancata corrispondenza del popolo al suo messaggio di salvezza. La morte degli amici lo racchiude nel silenzio e gli provoca le lacrime. Nel vangelo di Giovanni si parla del suo pianto per la morte di Lazzaro (Gv 11,33-35): «Gesù allora, quando la [Maria] vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere”. Gesù scoppiò in pianto».
È quindi possibile ritenere che le parole dell’autore della lettera agli Ebrei: «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4, 15), siano applicabili non solo all’episodio culminante della croce, momento in cui ha sofferto le nostri notti più scure, la morte corporale e la notte della fede, ma a tutta la vita del Cristo.
Partecipe della condizione umana, anche nei suoi aspetti negativi, Gesù ha indicato il cammino da seguire per impedire che la sofferenza si trasformi in un elemento distruttivo della persona. Infatti, come ha scritto Giovanni Paolo II nella esortazione apostolica Christifideles Laici, nell’essere umano che soffre «sono messe a dura prova non solo la sua fiducia, ma anche la stessa fede in Dio e nel suo amore di Padre» (n. 54). Senza toglierne il carattere misterioso, con la sua passione Gesù ha fatto entrare il soffrire – come si afferma nella letteraapostolica Salvifici Doloris (n. 18) – «in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine», legandola all’amore, «a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male». Quanto Isaia affermava del Servo di Yhwh: «Per le sue piaghe siamo stati guariti» (53,5), ha trovato piena realizzazione in Gesù. Caricandosi delle nostre infermità e addossandosi le nostre malattie, come si legge in Matteo (cfr. Mt 8,17), il Cristo ha reso possibile dare un senso alle esperienze negative della vita, il senso cioè che hanno avuto per lui che le ha vissute come espressione del suo amore salvifico. La sofferenza ha cooperato ad aprire il cuore di Gesù, lasciando che la gente vi entrasse. Come afferma Urs von Balthasar: «L’apertura del cuore è elargizione, per un uso pubblico, di ciò che è più intimo e personale; lo spazio aperto e svuotato è accessibile a tutti».
L’imitazione di Gesù servo sofferente ha accompagnato innumerevoli persone a fare del soffrire una fonte di guarigione e di salvezza per sé e per gli altri. Grandi santi e comuni credenti hanno tratto dalla loro esperienza di dolore una generosa dedizione e un amore senza confini. Dalle loro testimonianze appare che le ferite che ci fanno soffrire non sono necessariamente destinate a distruggerci. Assunte, integrate e redente, esse possono contribuire alla crescita della persona, abilitandola a trasmettere, con accenti carichi di umanità, l’amore salvifico e sanante di Cristo. Tale operazione è resa possibile nella misura in cui il dolore è tolto dal proprio ambito egocentrico, individualista e privato, e unito con il dolore di tutta l’umanità, assunto dal Cristo. Quando ciò avviene, l’esperienza sofferente dell’uomo costituisce parte dell’esperienza di Colui che disse: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24, 26).
La capacità di connettere le proprie sofferenze alla sofferenza di Cristo è un dono a cui l’uomo può aderire, accogliendolo con gratitudine. Infatti, «ancor oggi, come buon samaritano, Gesù viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza», soprattutto attraverso i sacramenti, simboleggiati dal sangue e dall’acqua effusi dalla ferita del suo fianco.
Evitando la tendenza deviante del dolorismo – consistente nell’interpretare il dolore come elemento che ha un valore in sé, a volte persino esaltandolo o, in casi estremi, persino ricercandolo – il credente è chiamato ad imitare il Christus patiens – che fa del suo soffrire un’espressione di amore – per potere così imitare anche il Christus medicus, divino samaritano delle anime e dei corpi.

495 - LA VIA VERSO LA VITA - 23 Giugno 2013 – XIIª Domenica del Tempo ordinario

(Zaccaria 12,10-11;13,1 Galati 3,26-29 Luca 9,18-24)

«Poi Gesù, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?”» (Luca 9, 23-25). Questa frase è stata interpretata in modi molto diversi, come richiamo all’ascesi, alla mortificazione, all’accettazione di umiliazioni spesso ingiustificate, ma presenti in ogni percorso umano. Talora è stata abusata per giustificare un atteggiamento passivo di fronte ad ingiustizie presenti in ambito civile ed ecclesiale. Nel tentativo di comprendere il testo, iniziamo ad analizzarne la struttura: si tratta di una condizionale in cui si prospetta la situazione di qualcuno che liberamente sceglie di seguire Colui che ha appena annunciato il suo destino di «Cristo di Dio», perseguitato, ucciso, risuscitato. Per seguirlo, il discepolo deve operare alcune scelte.

• La prima: «rinneghi se stesso». Il verbo, anche se talora indica apostasia, non ha di per sé una connotazione negativa. Indica la negazione di un dato o di uno stato precedente: se riferito ad un rapporto personale (in questo caso con se stessi), indica separazione. Si tratta dunque di quella che potremmo definire una presa di distanza da se stessi.

• Il secondo verbo prosegue sollecitando il discepolo a «prendere la sua croce ogni giorno». L’interpretazione del termine ‘croce’ ha assunto sfumature diverse: per qualcuno ricorda il ‘tau’ (Ez 9,4.6) posto come segno di protezione e sigillo di appartenenza sulla fronte dei fedeli (Ap 7,2). Nel linguaggio cristiano è divenuta segno dell’appartenenza a Cristo. Non penso dunque che in questo contesto indichi sofferenza accolta o autoinflitta, ma rappresenta il segno di un’appartenenza totale in cui la persona si gioca tutto. Il cambio di prospettiva implica una salvezza che non passa per la strada dell’affermazione di sé, della ricerca idolatrica della propria affermazione, ma nell’appartenenza al Messia crocifisso. La croce del Cristo di Dio diventa la ‘nostra’ croce, perché la scelta per lui è – e può essere – soltanto personale.

 • In questa luce il terzo imperativo «mi segua» indica distacco da se stesso e appartenenza a Cristo manifestato nella sequela. L’aggiunta di Luca «ogni giorno» sottolinea la perseveranza richiesta: non è una decisione presa una volta per tutte, ma è una scelta ripetuta istante dopo istante. Seguire Lui per divenire Lui, per fare dell’ ‘io’ del Cristo il proprio ‘io’. È quello che Paolo esprime in termini diversi: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più ‘io’ che vivo, ma il Cristo vive in me» (Gal 2,19-20). Ai discepoli non è dunque richiesto di ‘capire’, ma di ‘seguire’ il Cristo di Dio, un Messia crocifisso: i versi che seguono ne chiarificheranno la ragione.

 • Qui il discepolo mette in gioco la sua vita. Il termine tradotto con ‘vita’ è psychḗ, un termine greco che designa la parte dell’uomo che sopravvive alla morte, l’anima. Ma nel contesto semitico, dove non esiste distinzione tra corpo ed anima, indica l’esistenza concreta, la persona nella sua individualità. I due versetti si riferiscono dunque alla vita reale di una persona nel suo rapporto con il Cristo: «per causa mia». Salvare e perdere la vita indicano allora due opzioni: vivere in funzione di se stessi o vivere per Cristo, abbracciando la logica del Regno. L’opzione è tra la scelta di fare di se stessi lo scopo ultimo della propria esistenza, trasformando il sé in un idolo, o di offrire la propria vita come dono nella sequela del Messia, abbracciando la sua mentalità, i suoi valori, condividendo i suoi sentimenti e la sua passione per il Padre ed il fratello. È la migrazione da una vita chiusa in se stessi ad una aperta all’irruzione di Dio. Siamo dunque ben lontani dal distacco stoico dalla realtà, dall’ascesi fine a se stessa e auto-gratificante. Il testo indica che soltanto chi sceglierà di fare della propria vita un dono, di porre il Regno come ragione delle proprie scelte, scoprirà il significato ‘pieno’ della vita.

PREGHIERA
Sono in molti ad attendere il Messia, ma ognuno se lo raffigura a modo suo, illudendosi di pensare come Dio. Ecco perché, Gesù, tu non esiti, subito dopo la risposta di Pietro, ad evocare uno scenario imprevisto. Sognano la gloria e tu, invece, passerai attraverso l’umiliazione; pensano al potere, all’esibizione della forza, mentre vai incontro alla sofferenza; si immaginano un consenso strepitoso e tu, al contrario, verrai rifiutato, condannato dalle autorità religiose e dal rappresentante di Roma.
No, non sei decisamente il forte che scaccerà gli occupanti, il pio che restituirà il Tempio allo sfarzo dei tempi antichi e neppure il giudice implacabile che colpirà i malvagi.
Tu sei il servo, disposto a soffrire per la salvezza di tutti. Tu sei il Figlio, obbediente al Padre fino alla morte, e alla morte di croce. Tu sei il misericordioso, che perdona anche quelli che lo uccidono. Tu sei il povero, che si dona interamente, sicuro che Dio non lo abbandona. Così tu salverai il mondo: ecco perché ci proponi la tua stessa strada, percorso di morte e di risurrezione.

494 - L’AMORE DI DIO VINCE IL PECCATO - 16 Giugno 2013 – XIª Domenica del Tempo ordinario

(2ºSamuele 12,7-10.13 Galati 2,16.19-21 Luca 7,36-8,3)

È ancora una donna a porsi oggi come mater et magistra per l’intera Chiesa. Una donna che, per ciò che è, e per ciò che fa, sfida l’onorabilità di una casa ed il rigore nell’osservanza della Thorà del suo proprietario. Da buon fariseo questi si indigna per una presenza tanto ingombrante da farlo persino dubitare sulla consistenza profetica di Gesù. A questo dubbio la pagina evangelica risponde sottolineando la capacità di Gesù, tipicamente divina, di conoscere i pensieri del cuore (cfr. Salmo 138), e di educare un popolo dalla dura cervice. Gesù non giudica né la donna né il fariseo. Semplicemente li prende per mano, li porta a fare un esame di coscienza, a lasciarsi giudicare dalla voce interiore di Dio, e a comprendere che l’etichetta è un fatto umano, mentre l’amore è l’habitat divino.
Dio, che è amore, si riconosce naturalmente nell’amore, non nel protocollo, e dove trova amore lo porta a compimento con un perdono che eccede qualsiasi misura umana. L’amore chiama amore, e l’incontro del povero amore umano con l’immenso amore divino non può che avere, come effetto, la salvezza della vita, la risurrezione della vita. Credere che questo amore vi sia, e sia possibile per qualsiasi essere umano, è ciò che, veramente, conferisce un volto nuovo, una consistenza inedita, alla vita umana.
Mentre il fariseo che ha invitato Gesù in casa sua rischia di continuare a portare sulle sue spalle il fardello dell’«uomo vecchio», a motivo della impenetrabilità in lui dell’amore e del perdono di Dio, la donna sperimenta, invece, la condizione dell’«uomo nuovo», poiché assume con i suoi gesti la cittadinanza del mondo dei salvati; constata su di sé la personale restaurazione e l’instaurazione di tutte le cose in Cristo; ritrova la perduta dignità creaturale; e si sente, a pieno titolo, appartenente alla famiglia di Dio. Il ‘metanoêite’ evangelico, il cambiare testa ed il cambiare comportamenti, può apparire intollerabile a chi lo riduce ad un puro sforzo etico, ma diventa estremamente facile, ed assolutamente necessario, se ci si lascia avviluppare da un amore che ci precede, ci accompagna, ci segue, e ci sovrasta. Se non si entra in questa logica del nuovo ‘essere’, prima che del nuovo ‘fare’, la conversione sarà sempre un itinerario ascetico pressoché impraticabile e, quindi, fatalmente ed inesorabilmente abbandonato al primo sforzo ‘eccessivo’ per un cuore abituato solo alle mezze misure. Come Simone è stato invitato a specchiarsi in questa donna, volgendo su di lei lo sguardo non del giudice minaccioso, ma del Dio misericordioso, così anche noi siamo invitati a specchiarci in questa salvata dalla misericordia, per verificare se, nel cuore di ciascuno, vi è almeno una scintilla dell’amore, capace di far scoccare questo felice incendio che lei ha sperimentato, oppure se ci troviamo ancora parcheggiati su una sorta di iceberg che impedisce a qualsiasi fiamma di prendere corpo.

PREGHIERA
Ne ha avuto di coraggio quella donna pur di raggiungerti, Gesù, nel bel mezzo di un pranzo. È una peccatrice, una che certo non gode di buona reputazione: del resto, con il suo stesso aspetto, con il suo trucco marcato, con i suoi abiti sgargianti, con i suoi capelli sciolti dichiara la sua identità.
Sa, dunque, di non essere bene accetta nella casa dei benpensanti, dei devoti, dei pii che osservano ogni regola con scrupolo e la considerano una creatura perduta. Ma a lei non importano i giudizi che fioccheranno alle sue spalle, la faccia offesa e risentita del padrone di casa e dei suoi invitati. A lei interessi tu: cerca proprio te e un contatto che avrebbe messo in imbarazzo ogni uomo.
Bagna i tuoi piedi con le lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li copre di baci e li cosparge di profumo. Tu la lasci fare perché vedi quello che sfugge a tutti: il suo amore e il desiderio struggente di trovare pace e misericordia. Allora non ti tiri indietro e osi addirittura sfidare chi ti ospita: dichiari infatti che quella donna lo precede di gran lunga nei sentieri del Regno.
 

493 - DIO HA ANCORA COMPASSIONE DI NOI?

Per una pausa spirituale durante xª Settimana del Tempo ordinario

Dietro la madre del vangelo di domenica (Luca 7,11-17) vi è una lunga fila di madri come lei: quelle che hanno perso un figlio in un incidente stradale; quelle che l’hanno perduto, rapito da una malattia precoce e crudele; quelle che l’hanno perso perché le scelte della vita l’hanno portato sulle strade del prodigo, a buttar via la propria esistenza nell’illegalità, nel disordine, nella droga, nel non senso. Il pianto di una madre che ha perso un figlio può essere il simbolo di tutti i dolori che suscitano domande drammatiche, senza risposta ragionevole. L’unica risposta che accetterebbero è quella del gesto di Gesù: la restituzione del figlio alla vita!
L’esperienza del dolore, soprattutto di quello che ferisce negli affetti più cari, è fonte di tanti drammatici interrogativi, che sono quelli che si fa Giobbe davanti ad un Dio che lo ha privato di tutto e lo ha reso come un rifiuto di umanità: perché? Perché questa malattia? che cosa abbiamo fatto di male? perché proprio a noi? E poi le più difficili: se Dio c’è, perché permette questo? se Dio è buono, perché permette questo male che ci ferisce, che ci toglie la voglia di vivere, che rende la nostra esistenza amara e senza senso?
Forse qualcuno si pone questi interrogativi; qualche altro rimane muto, come svuotato da un dolore che sembra togliere la vita, anche a chi le sopravvive. Si vorrebbe vedere arrivare Gesù con il suo seguito di discepoli e di folla, e pronunciare anche per noi le parole che restituiscono la vita: «Dico a te: àlzati!». Ma Gesù non arriva in questo modo, e il racconto del vangelo di questa domenica potrebbe apparirci una bella favola: bella come tutte le favole, ma senza consolazione nella sua vacuità. Dio ha ancora compassione di noi? Non appare Gesù a restituire la vita, ma egli si presenta con un’altra immagine: quella di un uomo sfigurato dal dolore, che cammina verso il luogo del suo supplizio, che viene inchiodato ad una croce su cui agonizza per ore, in attesa che le leggi della natura facciano il loro corso e che il Padre lo accolga. Anche a noi viene da gridargli, come quelli che stavano ai piedi della croce: «Se sei figlio di Dio…» compi ancora un miracolo; scendi dalla croce, risana tutti i malati, vieni a risuscitare i nostri morti. Lui ci risponde con il suo silenzio, e poi con le parole dell’abbandono: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». E noi siamo ributtati nella nostra lotta con Dio, a decidere se restare chiusi nella nostra rabbia amara contro la vita, o arrenderci facendo nostro l’atteggiamento di obbedienza e di fiducia di Gesù. Dio ha ancora compassione? La compassione di Dio oggi è quel Figlio appeso alla croce, carico della sofferenza di tutta l’umanità, quel dolore e quel male che solo l’amore possono vincere. Davanti al volto sfigurato e umiliato di questo Uomo è impossibile non provare compassione; e avvertire che il nostro cuore è preso da un sentimento che ci trafigge il cuore, come al centurione che davanti al modo con cui muore questo uomo innocente capisce che solo Dio può avere nel cuore un amore così grande da accettare la morte con tanta mitezza: «Veramente questo uomo era il figlio di Dio!», esclama. Anche i due che sono crocifissi con Gesù, uno alla destra e uno alla sinistra, stanno quasi a simboleggiare un’umanità che si divide davanti a lui: vi è chi è convinto dalla sua testimonianza di amore e chi sente che proprio questa morte accresce la sua rabbia e costituisce motivo di scandalo. Dio ha ancora compassione, ma tocca a noi decidere se vogliamo riconoscerla nel volto dell’Uomo della croce o se vogliamo respingerla. La lotta dell’uomo con Dio continua nel tempo e si distende, giorno dopo giorno, lungo i secoli. Ho conosciuto persone che davanti alla sofferenza si sono intristite nella rabbia e nell’amarezza verso la vita, verso Dio e verso gli altri, e hanno quasi smesso di vivere. Altri nelle stesse circostanze hanno trovato la compassione di Dio, immergendosi nella misteriosa compassione per Dio. Ricordo Alessia, un’adolescente che a quattordici anni ha scoperto di avere un tumore devastante. Ha passato i primi mesi a imprecare contro la vita, a piangere e a lottare, con coraggio e determinazione. Poi, a poco a poco, ha cominciato a entrare nel mistero del dolore, ha scoperto che vi è Dio che ama tutti, anche i giovani malati di tumore. Nelle ultime settimane di vita, a chi l’ha accompagnata nel suo calvario, confidava che aveva scoperto l’altezza, la larghezza e la profondità dell’amore di Dio e che viveva in esso. E provava compassione per tutti i giovani che avevano una malattia diversa dalla sua e per certi versi più grave: il cuore vuoto, la testa piena di cose futili e la mancanza di un senso alla loro vita. È morta indicando nell’arcobaleno, ponte tra cielo e terra, il modo per continuare a rimanere in comunione con le persone che aveva avuto care. E testimoniando che quando si prova compassione per gli altri, si riesce ad entrare nella compassione di Dio e ad esserne consolati.

492 - GESÙ CRISTO HA VINTO LA MORTE - 09 Giugno 2013 – Xª Domenica del Tempo ordinario

(1ºRe 17,17-24 Galati 1,11-19 Luca 7,11-17)

È veramente una notizia straordinaria, quella che la liturgia della Parola oggi ci comunica. Ancor prima, e ancor più, del fatto che Dio sa, può, e vuole, risuscitare i morti (cosa vi è di straordinario per Dio in ciò?), è rilevante e consolante la motivazione soggiacente: Dio freme di compassione per l’uomo che soffre e che muore.

LA COMPASSIONE DI DIO. Sì, Dio è esperto nell’arte di ‘com-patire’. Dio, cioè, sa soffrire insieme a noi, e sa amare noi e le nostre vicende. In lui la ‘passione’ è, insieme, sofferenza e slancio amoroso. La buona notizia sta appunto nel fatto che abbiamo a che fare con un Dio visceralmente compassionevole, totalmente partecipe delle nostre croci, assolutamente presente su tutti i nostri calvari, perennemente inchiodato a qualsiasi legno doloroso gravi sulle nostre spalle. Scrive in proposito il convertito André Frossard: «Se per salvare gli uomini la giustizia e la misericordia potevano benissimo fare a meno del Calvario, per l’amore non esisteva altra via».

IL LIBERATORE DA QUALSIASI TIPO DI MORTE. Ma la notizia ancora più significativa è che Gesù Cristo non si è rivelato fonte di risurrezione e di vita unicamente di fronte alla morte fisica, che, in taluni casi, è invocata da qualcuno, o attesa da chi riconosce che non vi è proprio più niente da fare e l’unica speranza rimasta è che venga presto la sera di certi drammatici e interminabili ‘venerdì santi’. Gesù Cristo, Messia e Signore compassionevole, è Colui che sa ridare vita a situazioni di morte spirituale e morale perduranti mesi e anni, ad agonie di umanità e di coscienza che rischiano di devastare non solo i soggetti che ne portano il peso, ma anche il contesto familiare o sociale che li circonda. Penso a menti, a coscienze, ad anime, a cuori, derubati di tutto ciò che è nobile e prezioso, e ricolmati dal ciarpame assurdo delle futilità che offendono la vita, perché la privano di senso, e la uccidono interiormente.
Gesù Cristo ci offre una lezione di umanità straordinaria e quanto mai necessaria per una società che si sta diseducando e disamorando alla compassione ed alla misericordia, una umanità che abbrutisce per il fatto di voltare le spalle al comandamento «ama il prossimo tuo come te stesso», per abbracciare la logica infame della regola alternativa al comandamento di Dio: «frega il prossimo tuo, prima che lui freghi te!!!». L’epidemia di indifferenza – «il più grave di tutti i peccati» l’ha definita qualcuno – che sta dilagando nelle nazioni che tentano di aggrapparsi ai relitti del benessere, dichiara palesemente come la compassione vera e profonda non è una specialità umana, ma è un’arte divina tanto necessaria quanto pregiata, perché sa compiere autentici miracoli.

CHI È COSTUI?. Incomincia a delinearsi, grazie a queste pagine scritturistiche, l’identità di Colui che è risurrezione e vita, non solo per singole persone, ma per razze e culture, per popoli e società. Ovunque la morte regni incontrastata nelle coscienze personali e sociali, Cristo, scontrandosi con la morte, e vincendola, si rivela Signore della vita. Egli non ha bisogno, come i profeti veterotestamentari, di mediazioni operate mediante verba et gesta. Egli è la Parola forte che, una volta pronunziata, ha la stessa efficacia della parola di Dio effusa sulla creazione, anzi, di più, perché là era un infondere vita dal nulla, mentre qui è un suscitare vita addirittura dalla morte. Egli è il gesto di amore intenso che il Padre pone, e che possiede quella forza inaudita raffigurata ed immortalata in modo sublime da Michelangelo sul soffitto della cappella Sistina. Il problema, per noi, sta nel riconoscerlo per ciò che è, poiché ci sentiamo fortemente e direttamente interpellati da quella domanda cruciale che Gesù Cristo porrà alla sorella di un altro uomo da lui risuscitato: «Credi tu questo?». Ci aiuta a rispondergli l’anonima vedova di Sarepta di Sidone: «Ora so che tu sei» non semplicemente «un uomo di Dio», ma il Figlio di Dio! Tu sei Dio stesso. Lo sappiamo bene che, nel contesto socioculturale odierno, siamo rimasti in pochi a professare esistenzialmente questa fede e che, in mezzo a tanti cristiani, serpeggia la stessa radicale incredulità che regnava in Israele, o dilaga il fascino per teorie esotiche quali la reincarnazione, ma, proprio per questo, ancora di più, siamo sollecitati dall’Anno della Fede che stiamo celebrando e vivendo, a dichiarare apertis verbis, con franchezza, con coraggio, e con gioia, che Gesù Cristo è il Signore, il Crocifisso ed il Risorto, il Vivente per sempre, il Signore del tempo e della storia, dell’oggi e dell’eternità.

PREGHIERA
È la compassione a muoverti: tu, Gesù, partecipi al dolore straziante di quella donna che ha perso il marito e ora anche l’unico figlio. Tu, Gesù, ti lasci colpire dalla sua pena, dalla sua solitudine, dal suo dolore. E le mostri che niente, neppure la morte, risulta ineluttabile ai tuoi occhi. Le riveli che tu puoi sconfiggerla proprio quando essa appare nel suo potere devastante, proprio quando sembra che nulla possa arginare il suo dilagare nella nostra vita.
Quel giorno, sulla via del cimitero, tu ti sei manifestato per quello che sei veramente: colui che ama la vita e lotta, a mani nude, contro qualsiasi morte che deturpa e lacera, che colpisce tutti impunemente. Sì, tu l’affronterai la morte, e ne sperimenterai l’angoscia, offrirai il tuo corpo perché venga percorso dagli spasimi dell’agonia, e riuscirai a sconfiggere il nostro nemico mortale proprio mentre riteneva di averti sopraffatto.

491 - PER LA VITA DEGLI UOMINI - 02 Giugno 2013 – SS. Corpo e Sangue di Cristo

(Genesi 14,18-20 1ªCorinti 11,23-26 Luca 11b-17)

La festa odierna richiama la nostra attenzione sul mistero eucaristico. Chiediamoci da dove nasce la necessità di riflettere nuovamente sul dono del Corpo e Sangue del Signore, dopo averlo celebrato nel contesto del Triduo pasquale. Forse perché la quotidianità di questo mistero rischia di trasformarlo in routine. Forse perché una certa formazione catechetica ne sottolinea la componente intimistica, trasformandolo in un incontro ‘personale/sentimentale’ con il Cristo, da vivere nel silenzio e nell’adorazione. Tra tutti i sacramenti l’Eucaristia è certamente quello più frequentemente celebrato, perché il più necessario, ma, proprio per questo, il più a rischio, il più vittima dell’abitudine che logora il Mistero. Non è dunque per un desiderio di rievocazione storica del miracolo di Bolsena, che, ogni anno, celebriamo la solennità del Corpus Domini, ma perché abbiamo continuamente bisogno di concentrare la mente ed il cuore sul Mistero per eccellenza e per antonomasia.
È la parola di Dio che aiuta la Chiesa a scoprire e a ri-scoprire le mille sfaccettature di questo splendido ‘diamante’ eucaristico. E la nostra non può, non vuole, non deve essere una contemplazione avulsa dal vissuto, perché il motivo sostanziale per cui noi celebriamo il Mistero eucaristico sta nel fatto che desideriamo costruire una graduale conformazione a Cristo, componendo così il suo Corpo, che è la Chiesa, ed edificandolo. Una Chiesa che sia Eucaristia tanto quanto l’Eucaristia che celebra: questo è il fine del Sacramento eucaristico. L’Eucaristia è un mistero di rendimento di grazie. Lo svelarsi di questo tipo di Mistero, nella narrazione evangelica di oggi, è causato non solo da una oggettiva fame che attanaglia una folla sterminata, ma, ancor più, da una forma di grettezza dei discepoli, che ragionano in termini di puro assolvimento del dovere, in termini di «ministero a tempo», sancito da tabelle ‘sindacali’: scaduto il tempo, tutti a casa! Gesù, come sempre, coglie al volo la situazione e se ne serve per educare i discepoli, ancora lontani da una condivisione di mente e di cuore con i pensieri di Gesù e con l’amore di Gesù. Essi denotano sì la capacità di condividere le cose, ma non ancora il coraggio di condividere se stessi, mentre Gesù li porterà gradualmente al banchetto dell’ultima sera della sua vita, buttandoli a capofitto nel Mistero del donare se stessi sino all’effusione del sangue. E questo è l’unico e vero rendimento di grazie possibile per il dono della vita, di quella fisica e di quella spirituale, della vita dei figli, immeritatamente donataci e compresa come dono, solo nella misura in cui essa stessa diviene, a sua volta, dono.
Questo è il rendimento di grazie che si eleva nell’Eucaristia, per il dono che riceviamo e per il dono che diventiamo. Ogni Eucaristia ci ricorda e ci ammonisce che le cose che doniamo, se non comportano il dono di noi stessi, non sono donate, ma semplicemente poste in vetrina perché qualcuno ci elogi. In tal modo possono divenire la forma di più sottile egoismo, anziché di sincera e larga generosità. È solo il dono di se stessi che fa sgorgare dal cuore un ‘grazie’ immenso. È solo la carità, vissuta sui criteri di Dio, che diviene amore radicale e viscerale per i fratelli, nella certezza che ciò che doniamo è sempre poco, rispetto al molto che riceviamo in dono, quando abbiamo il coraggio di farci dono. È così che la moltiplicazione dei pani diventa possibile anche a noi e in noi.

PREGHIERA
La proposta dei Dodici è semplice: lasciare ad ognuno il compito di trovarsi il cibo necessario. Del resto il loro ragionamento appare del tutto sensato: la folla è troppo numerosa ed il luogo è deserto. L’onere di dare nutrimento a così tante persone chi se lo può permettere? Tanto più che le risorse a disposizione sono veramente esigue: cinque pani e due pesci!
La logica umana, in effetti, non fa neppure una grinza: peccato che abbandoni tutti ai loro problemi e li induca a cercarsi una soluzione ciascuno per conto suo.
Ma tu sei venuto proprio a mostrare che il contrario è possibile: che Dio prende la vita di ognuno nelle sue mani forti e sicure e apre ad una speranza inaspettata. Tu vuoi che la folla abbia un segno della compassione e della bontà di Dio e scopra che c’è un pane che non si guadagna con il sudore della fronte. Sei tu quel Pane offerto e spezzato, donato e condiviso, che nutre e sostiene nel nostro pellegrinaggio.

sabato 25 maggio 2013

490 - DIO SI FA CONOSCERE COME COMUNIONE DI AMORE - 26 Maggio 2013 – Santissima Trinità

(Proverbi 8,22-31 Romani 5,1-5 Giovanni 16,12-15)

Il mistero trinitario è la nostra identità ed esprime la nostra vocazione. In altri termini, nella Trinità c’è la ‘grammatica’, la chiave per interpretare e per impostare l’esistenza, per ripensare la vita sociale e le strutture in cui essa si organizza. La parola di Dio indica l’uomo nella sua finitezza, ed il suo mistero, come porta di accesso privilegiato al mistero di Dio.
Se rientriamo in noi stessi, infatti, ed abbiamo il coraggio di scendere nella caverna più nascosta della nostra anima, riusciamo a scoprire che nella nostra esistenza, pur deturpata dal peccato, vi sono ancora segni indelebili della sapienza e della bontà di Dio; riusciamo a scorgere ancora le vestigia di un amore che ci avvolge e ci accompagna, ci precede e ci segue, ci sovrasta e ci sostiene; possiamo ancora percepire quanto la fame e la sete di verità, di autenticità, di luce che rischiara e rasserena la vita, non sono altro che un frutto di quello Spirito, che la Verità la maneggia in modo ineguagliabile, tanto da condurre ad essa ogni uomo di buona volontà. Per comprendere e per gustare qualcosa di Dio e del suo mistero sarebbe sufficiente comprendere qualcosa in più dell’uomo e del suo mistero.
Come l’universo, stando a quanto ci dicono gli studiosi, contiene ancora l’eco del big bang iniziale, così il mondo creato reca in sé, nell’umanità e nelle culture che la caratterizzano, le tracce di quella Sapienza divina inesauribile che a tutto ha dato origine e senso. Una Sapienza che la Liturgia ancora invoca, il primo giorno della novena di Natale, con una delle mirabili antifone “O”: «O Sapienza, che sei uscita dalla bocca dell’Altissimo raggiungendo gli estremi confini del mondo e tutto disponi con soavità e forza, vieni ad insegnarci la via della prudenza».
L’amore di Dio, che il Figlio, Gesù, è venuto a rivelarci, non è un’astrazione, ma è sempre Redenzione, poiché realizza quella riconciliazione a 360° – impossibile alle forze umane –, che mette pace tra Dio e uomo, tra uomo e uomo, tra uomo e se stesso. Si tratta di una totalità e di una pienezza solo immaginabile, umanamente parlando, ma esperibile nella misura in cui la vita lascia spazio a questa irruzione di Dio. Quando l’umanità diventa casa accogliente e patria ospitale per l’Amore della Trinità, allora sperimenta la shalom …
Ma quanto siamo lontani, nel vissuto personale ed ecclesiale, da una tale qualità di rapporto! Al massimo sentiamo una affinità con Dio quando le cose della vita procedono secondo i nostri gusti, le nostre esigenze, la nostra volontà. Ma quando si tratta di mettere in conto la tribolazione, la croce, ci troviamo di fronte ad una vera e propria pietra di inciampo per la nostra fiducia nell’amore di Dio. Quanti hanno perso la fede a motivo di una difficoltà anche piccola. Eppure Paolo, nella seconda lettura di oggi, per parlarci di un itinerario di avvicinamento all’amore di Dio che redime qualsiasi dolore, parte proprio dalla situazione crocifiggente della tribolazione, causa di pazienza, causa, a sua volta, di discernimento, e da cui scaturisce, come da sorgente, la speranza. Non dimentichiamo che Cristo ha amato sempre e comunque e che, sulla Croce, ha toccato il vertice dell’Amore. Un itinerario arduo, quello tracciato dall’Apostolo, possibile solo a chi crede nell’Amore, a chi si fida dell’Amore e si affida all’Amore, facendo una speciale esperienza di Dio che, forse, nient’altro è in grado di incoraggiare fino a questo livello.
Parlare dello Spirito, Terza Persona della SS: Trinità, ed accorgersi dello Spirito, è forse la cosa più difficile nell’esperienza di fede. Se il Padre è riconoscibile nella storia della salvezza, ed il Figlio, narratoci dall’Evangelo, è Dio in carne ed ossa in mezzo a noi, lo Spirito appare quanto di più evanescente noi possiamo percepire. Eppure gli effetti ed i frutti dello Spirito sono talmente eclatanti che solo un cieco – o un non credente – sarebbe capace di ignorare. Egli è Colui che guida alla verità tutta intera – cioè a Dio e al suo Figlio Gesù Cristo –. Egli altri non è che il continuatore dell’opera di Gesù, perché lo sottrae alla contingenza di un tempo e di un luogo per renderlo contemporaneo a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutte le persone. Egli è il testimone di Gesù, ed è Colui che prende le difese dei discepoli di Gesù. Egli è Colui che, non soltanto ne evoca la memoria, ma lo fa in modo performativo, così che quanto si proclama nella liturgia accade effettivamente, realmente e salvificamente. È così che il credente e la Chiesa entrano nel mistero di Dio e ne fanno indissolubilmente parte, rendendo persino inutile il raccontare il Mistero, perché basta viverne la Verità tutta intera.
 
PREGHIERA
Noi non possiamo entrare nel mistero d’amore che unisce te, Gesù, al Padre e allo Spirito, contando solamente sulla nostra intelligenza. La nostra ricerca è votata al fallimento e a terribili equivoci se non ci lasciamo guidare dalla tua Parola, se non accettiamo di passare attraverso il rapporto unico, l’esperienza profonda che ti lega al Padre, se non permettiamo allo Spirito di agire dentro di noi e di aprirci ad una comunione che trasforma questa nostra povera esistenza in un frammento di eternità.
Per questo ora vogliamo dar voce alla nostra gratitudine, esprimere la nostra gioia. Benedetto sei tu, o Cristo, Figlio di Dio venuto nella nostra carne per donarci una dignità sconosciuta e manifestarci quell’amore che libera e salva. Benedetto sei tu, o Padre, sorgente della vita e della misericordia, che ti sei legato per sempre all’umanità. E benedetto sei tu, o Spirito Santo, che continui a meravigliarci con le novità che provochi nella storia.

sabato 18 maggio 2013

489 - ACCENDI IN NOI IL FUOCO DEL TUO AMORE - 19 Maggio 2013 – Pentecoste

(Atti 2,1-11 Romani 8,8-17 Giovanni 14,15-16.23b-26)

Sono soprattutto tre le immagini con cui la Bibbia ci presenta lo Spirito Santo: la colomba, il fuoco, il vento. 
La COLOMBA è la metafora dello Spirito legata alla persona di Cristo, alla sua vocazione, alla sua rivelazione come colui che Dio aveva scelto e mandato nel mondo. Come una colomba, lo Spirito veniva dall’alto. Come la colomba che Noè aveva inviato dall’arca e che era tornata indietro con un ramoscello di ulivo, segno della nuova vita, nello stesso modo lo Spirito che era sceso in forma di colomba e si era posato su Gesù diceva che una nuova umanità s’inaugurava in Gesù.
Il testo di Atti 2 racconta che, il giorno di Pentecoste, la casa dove i discepoli erano insieme in preghiera fu riempita da un VENTO impetuoso. Il termine ebraico per vento è proprio lo stesso per indicare lo Spirito; Gesù stesso, parlando a Nicodemo della nascita per lo Spirito, aveva fatto riferimento all’effetto dello Spirito come all’effetto del vento: «Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». La metafora del vento richiama il soffio creatore di Dio. Giovanni rende esplicito questo riferimento quando anticipa la Pentecoste nell’atto del Gesù risorto che alita sui discepoli dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo». Lo Spirito di Dio, il suo soffio, crea e ricrea, dà vita nuova.
«Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro». Il profeta Gioele aveva detto: «Avverrà che io spanderò il mio spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno». Alla metafora del FUOCO che si divide e si posa su ciascuno è affidato il significato più rivoluzionario della Pentecoste. Lo Spirito tocca la vita, il corpo di ogni persona. Persone di età, di genere, di condizioni sociali diverse ricevono il fuoco dello Spirito, il coraggio, la forza di diventare testimoni di Cristo risorto nel mondo. Non uno spirito esclusivo ed escludente, ma uno spirito che non fa alcuna distinzione fra le persone. Chiunque si apra all’opera dello Spirito, chiunque creda nell’azione rigeneratrice dello Spirito Santo, chiunque si lasci riscaldare dalla presenza del Risorto e della sua Parola diventa testimone, profeta. Noi abbiamo più che mai bisogno di una lingua capace di abbattere le barriere che ancora dividono popoli e culture, abbiamo bisogno che ai giovani si restituiscano speranze, che gli stanchi ritornino a sognare, abbiamo urgenza che uomini e donne umiliati siano restituiti alla vita e che tutti possiamo gioire della grazia. Abbiamo bisogno di una nuova Pentecoste che ci scompigli, ci faccia ardere il cuore, ci doni la semplicità della colomba e ci restituisca la dignità, la grazia, la libertà dei figli di Dio.

PREGHIERA - Tu hai mantenuto quella promessa formulata nel Cenacolo, prima di scendere all’orto degli Ulivi dove sarebbe cominciata la tua passione. In quel momento drammatico tu hai annunciato che il Padre avrebbe mandato un altro Consolatore.
I tuoi discepoli non sarebbero rimasti soli, ma su di loro sarebbe discesa una forza dall’alto: una forza per cogliere il senso degli eventi della storia, una forza per intendere e comprendere la Parola, una forza per lasciarsi guidare dal Vangelo, una forza per prendere le decisioni migliori, secondo il cuore di Dio, e per realizzarle, senza desistere. È questa forza che ancor oggi spinge a darti testimonianza anche nell’ora terribile della prova, dona il gusto di una nuova saggezza che ci sottrae alle seduzioni del mondo e ci permette di vivere l’esistenza buona e bella del cristiano.
È questa forza che fa cadere i muri che ci separano e rende possibile una nuova fraternità e ci consente di costruire una terra più solidale e generosa, secondo il piano del Padre.

venerdì 17 maggio 2013

488 - IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI - 12 Maggio 2013 – Ascensione del Signore

(Atti 1,1-11 Ebrei 9,24-28;10,19-23 Luca 24,46-53)

Con la festa dell’Ascensione il ciclo liturgico pasquale arriva al culmine. Ci troviamo di fronte al destino finale di quella persona straordinaria che è stato il falegname di Nazareth, crocifisso dai Romani, sperimentato risorto dai suoi amici. Gesù passa dal tempo all’eternità, dalla limitatezza all’infinito, dall’umiltà della condizione umana, che aveva rivelato e velato il suo splendore di Verbo del Padre, alla trascendenza della divinità. Gesù introduce, per sempre, nella vita misteriosa della Trinità un’umanità redenta. Qui siamo di fronte ad una figura del destino di ogni uomo; siamo nati dall’amore e da quest’amore di Padre saremo circondati e custoditi per sempre.
Dopo l’Ascensione si apre il tempo della Chiesa. Gesù dice che si tratta di andare incontro «a tutte le genti», chiamandole a un cambiamento totale nella vita. Si tratta di dire a tutti che Dio è Padre-Madre che ama, che perdona gratuitamente, che ha a cuore la nostra pienezza di vita, che vuole la pace per tutti i suoi figli. Tempo della Chiesa, il nostro, tempo di uomini falliti. Non abbiamo bisogno sempre, di nuovo, di uomini in bianche vesti che ci ricordino la terra e la nostra missione di percorrerla tutta perché la bontà, la bellezza e l’amore nascano in mezzo agli uomini? Cosa può significare, oggi, vivere la pienezza della vita del Risorto che «è salito al cielo e siede alla destra del Padre»? Ce lo ricorda padre David Maria Turoldo in un verso poetico splendido: «Sentire la dolcezza dell’acqua e del pane e del vino che è sangue! (questa è la pace con Dio). E vivere in pace con le creature amate» (vivere in pace con gli uomini).
La terra e il cielo, quando vivono non separati, né, tanto meno, contrapposti, ma integrati fra loro hanno la pienezza della vita. Questa integrazione racchiude tutta la vita di Cristo; lo professiamo ogni domenica: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo». Al termine di questa vita incarnata per noi, si compie la grande avventura umana-divina di Gesù: «È salito al cielo e siede alla destra del Padre».

PREGHIERA
La tua ascensione al cielo non segna, Gesù, un distacco dalla terra, ma piuttosto un compimento, una situazione tanto attesa. Perché solo ora gli apostoli cominciano la loro missione? Perché proprio in questo frangente li spedisci in un’avventura folle: portare dovunque il tuo Vangelo, offrire il perdono di Dio, trasformare l’esistenza di chi crede? Adesso, salendo al cielo, tu sei veramente vicino a tutti, senza alcuna barriera, senza limiti di tempo e di luogo. Adesso tu accompagni i tuoi discepoli con la forza del tuo Spirito. Non si sentiranno mai soli, abbandonati a se stessi, in balìa delle forze avverse che pur dovranno affrontare.
Tu sei con loro, tu sei con noi, oggi. Anche se non ti vediamo, tu sei presente ed agisci attraverso la tua parola, attraverso i santi sacramenti. Tu continui a visitarci nei poveri che incontriamo. È questa la sorgente della nostra gioia, questa la certezza che non ci abbandona: qualunque cosa accada, tu ci sei vicino.

487 - IL FRUTTO PASQUALE DELLA PACE - 04 Maggio 2013 –VIª Domenica di Pasqua

(Atti 15,1-2.22-29 Apocalisse 21,10-14.22-23 Giovanni 14,23-29)

Lungo tutto il Vangelo di Giovanni, alcune parole vengono ripetute con insistenza. Il Vangelo di oggi presenta diversi di questi termini: amare, osservare, Parola, Spirito e vi appare anche un verbo che l’evangelista usa soltanto questa volta: ricordare. «Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che Io vi ho detto». Lo Spirito porta alla memoria la parola di Gesù. Il Vangelo di Giovanni approfitta degli ultimi momenti di Gesù per esortare alla memoria, non come rituale da ripetere, ma come risonanza di tutto quello che si è ascoltato; non come iniziativa dei discepoli, ma dello Spirito. Osservare e fare memoria sono termini che rimandano all’atteggiamento di vegliare affinché qualcosa non si perda. «Se uno mi ama, osserverà la mia Parola». «Se uno osserva la mia Parola, non vedrà mai la morte». Chi fa memoria, non vedrà mai la morte. Curiosa funzione della memoria! Di solito, quando qualcuno muore, diciamo che continua a vivere nella memoria dei suoi. Gesù amplia la funzione della memoria. «Se uno osserva la mia Parola, non vedrà mai la morte». Colui che ricorda la Parola vive nell’oggi, non nel passato. La memoria è esaltazione della vita nel presente. Ricordare la Parola è non morire. Di fronte all’esortazione di Gesù a far memoria, mosso dallo Spirito, non posso non leggere il testo a partire dalla mia realtà. Ci giunge in modo particolare questo mandato del Maestro, di far sì che la sua Parola non si perda. Quante volte abbiamo inteso l’osservare in senso contrario a quello voluto da Gesù. Poniamo tanti ostacoli alla Parola, fino al punto da renderla separata, arida per il popolo di Dio.
Il frutto pasquale della pace è il dono del Risorto agli apostoli, alla Chiesa e al mondo intero. Un fatto nuovo che attribuisce allo shalom una dignità insospettabile. Per dirla con don Tonino Bello, la pace che ciascuno di noi è chiamato a costruire per vocazione, è una pace D.O.C., a denominazione di origine controllata. Profumata di risurrezione, porta impressa le stimmate della croce, chiede sempre un tributo di sofferenza e di fatica con tutto il sovraccarico d’incomprensioni, derisioni, scetticismi.
Su un valore come quello della pace non si possono immaginare concessionarie esclusive. La pace ha valore di virtù teologale e va impetrata come dono. Il cammino da compiere, come comunità cristiane, è ancora lungo! Eppure Cristo non poteva essere più chiaro al riguardo: «Non come ve la dà il mondo…»; non con gli equilibri prudenti delle cancellerie diplomatiche, non generata come concessione benevola dell’ultimo feudatario del mondo globalizzato. La pace del Risorto non si limita a rimuovere i conflitti; la pace dono del Crocifisso-Risorto ha impressa la filigrana della non-violenza e del perdono che le conferiscono la certezza di essere autentica e duratura.

PREGHIERA
Quando veniamo invitati a scambiarci un segno di pace durante l’Eucaristia, forse non pensiamo abbastanza al gesto che stiamo compiendo. E forse la prendiamo per un’occasione destinata solamente ad esprimere e a rinsaldare i legami che ci uniscono.
Ma quale pace tu ci offri, Gesù? A quale pace facevi riferimento mentre stavi per affrontare la passione e la morte? Certo non una pace che trova origine in una generica disponibilità a mostrarsi benevoli e neppure in regole di galateo che assicurano rapporti rispettosi.
La tua pace, comunque, non ha niente a che fare con una buona dose di tranquillità, con l’assenza di problemi e di conflitti, e dunque con una serenità a poco prezzo. La tua pace viene proprio, paradossalmente, dal momento terribile a cui vai incontro, per amore. È col tuo sangue, infatti, che tu ci rigeneri ad un’esistenza nuova, ci liberi dall’odio e dal rancore, ci dai la gioia di essere amati e la forza di amare come te. È col tuo sangue prezioso che tu abbatti ogni barriera e ci doni la dignità dei figli di Dio.

486 - L’ESEMPIO DI GESÙ DIVENTA VITA CONCRETA NELL’AMORE FRATERNO 28 Aprile 2013 – Vª Domenica di Pasqua

(Atti 14,21-27 Apocalisse 5,1-5a Giovanni 13,31-33a.34-35)

Dentro il tempo pasquale pasquale possiamo enucleare, oggi, il tema delle virtù teologali capaci di rendere attuale la Pasqua del Signore.
 
La fede emerge dal brano degli Atti che ci consegna l’azione missionaria di Paolo e Barnaba: «confermavano i discepoli esortandoli a restare saldi nella fede». Questa fede non è caratterizzata dalla staticità, ma dal dinamismo tipico di ogni trasformazione in meglio della storia. Sempre la fede deve essere vissuta come un passaggio ineludibile tra un già e un non ancora. Sono ancora Paolo e Barnaba a ricordarlo: «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
La speranza: questa storia tribolata necessita di un supplemento d’animo che scaturisce dalla speranza che si radica nella visione narrataci da Giovanni nell’Apocalisse: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini». Egli sarà il Dio con loro con lo scopo dichiarato: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Così contestualizzata, la speranza si configura come passaggio dal limite alla pienezza. Tutto, infatti, si trasformerà perché dove il Risorto si manifesta, lì s’incontra la novità della storia redenta: «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno».
La carità: questo mondo nuovo trova insediata in sé la dimensione evangelica della carità richiamata apertamente dal Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi». Questa consegna attua la realizzazione del nostro io in Dio. Ce lo assicura Cristo promettendo, alla fine, l’autenticità del discepolato oltre ogni compromesso della storia: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Sant’Agostino, nella Città di Dio, lo dice con chiarezza ineccepibile: «Due amori sono all’origine delle due città: nella città terrena, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio; nella città celeste, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé. Quella si gloria in se stessa, questa in Dio. In quella, nei suoi principi e nelle nazioni che sottomette, domina la libidine del potere; in questa, i capi consigliando e i sudditi obbedendo, ci si serve scambievolmente nella carità». È vero, l’amore di Cristo è architettonico, cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra. Il Risorto è il pieno e perfetto compimento dell’amore.

PREGHIERA
Non sarà un’etichetta particolare, né una divisa specifica, né un linguaggio codificato a rivelare la nostra identità. Non saranno riti significativi, né dottrine ben precisate, né professioni di fede sicure e neppure abitudini consolidate a designarci come tuoi discepoli.  Tu, Gesù, ci affidi un criterio che guiderà la nostra ricerca: l’amore che avremo gli uni per gli altri. Ecco ciò che è determinante ai tuoi occhi.
Del resto senza questo amore ogni cosa perde sapore e senso. La tua stessa parola diventa oggetto di disquisizioni dotte, di indagini scientifiche e di spiegazioni senza cuore. I gesti santi che ci hai affidati generano un pietoso equivoco e costituiscono una sorta di pedaggio pagato all’ambiente e alla tradizione.
La comunità a cui apparteniamo prende i connotati di uno dei tanti gruppi, con una struttura ben definita e con un funzionamento disciplinato. Per te, dunque, ciò che conta è l’amore: l’amore che ci induce a trattare ogni persona come un fratello, l’amore che ci porta sulle strade del Regno e ci fa vibrare della tua stessa vita.

485 - GESÙ BUON/BEL PASTORE - 21 Aprile 2013 –IVª Domenica di Pasqua

(Atti 13,14.43-52 Apocalisse 7,9-17 Giovanni 10,27-30)

Per noi moderni l’allegoria del buon pastore è quasi incomprensibile. A sentire quella parola ci viene in mente una figura di altri tempi con cui non scambieremmo neppure una parola. Per gli antichi le cose andavano diversamente, fino al punto che gli stessi re erano pastori di popoli. Senza pastore una pecora è persa. Preda dei lupi, oggetto di mire interessate da parte di gente affamata. Non ha nulla per difendersi la pecora; la sua vita dipende dal pastore. Che Gesù si definisca il pastore buono, bello, non è da poco. Sta attribuendo a sé un’immagine classica. Senza dirlo, si sta definendo il Cristo. Sta dicendo cosa è venuto a fare sulla terra: a dare vita, partecipazione intima alla vita stessa di Dio. Nella liturgia del tempo di Pasqua, il senso di questo brano di Giovanni sembra chiaro. Con la crocifissione non è stato annullato il progetto del Padre di fare rifiorire la gioia sulla terra. Gesù rimane il Cristo, compie sulla terra l’impossibile missione di riportare l’uomo alla sua umanità. La sofferenza del Giusto non è la sconfitta della Bontà e della Tenerezza; è solo il modo in cui Dio, oggi, manifesta il suo amore di Padre. Il vero problema consiste nel sapere da chi l’uomo del terzo millennio si aspetti vita. Da questa domanda non possiamo chiamarci fuori noi cristiani. Ci fosse concesso di vedere, in ogni assemblea liturgica, un’esplosione di gioia di creature che si sentono una cosa sola con gli uomini dell’intero pianeta. Aspettiamo vita dai muri che innalziamo per separarci da quanti ci disturbano; aspettiamo vita dalle armi che fabbrichiamo, sempre più sofisticate e micidiali; l’aspettiamo dal nostro essere superiori agli altri, i migliori, con diritto di disporre della vita e della morte dei deboli. Sono i soldi, il nostro potere d’acquisto, a darci vita. Che sia umana la nostra vita, non belluina, non affacciata sull’orrore; che ci sia o no una prospettiva di un oltre dopo la morte, tutto questo pare ininfluente, non quotabile in borsa e, quindi, insignificante. È grave dover dire che, Pasqua dopo Pasqua, nella nostra coscienza di battezzati poco cambia rispetto a questa attesa di vita. Nei fatti, il mercato è il nostro pastore, il dio-denaro, e l’uomo non è più pastore dell’essere, come avrebbe voluto Heidegger, ma pastore delle macchine, della sua disumanizzazione. Eppure qualcosa dovrebbe cambiare. Dalla risurrezione dovrebbe scaturire, ci dice Giovanni nell’Apocalisse, una nuova visione della terra. Coloro che hanno attraversato nel sangue la grande tribolazione non sono finiti nel nulla. Di loro è pieno il cielo. Quasi a dire che la terra può essere buia, il dolore può rendere angosciante e assurda la nostra vita, la prepotenza può farci maledire di essere nati e, tuttavia, nel Risorto un lembo di cielo è visibile: l’ultima parola non è la morte, ma la vita. Tutto può ricominciare e l’uomo può riconquistare una palma che lo faccia degno di stare in eterno al cospetto di Dio e di ogni uomo.

PREGHIERA
Tu non sei un pastore qualsiasi, Gesù, non lo fai per mestiere, non cerchi un guadagno. Lo si vede dall’amore che hai rivelato al momento della prova: ci hai difeso a mani nude, ti sei sacrificato pur di strapparci al potere del male, hai donato la tua stessa vita.
Ecco perché mi affido a te. La tua voce inconfondibile risuona col suo timbro particolare nel profondo della mia anima. Tu ti rivolgi proprio a me e nel segreto dell’esistenza mi chiedi di seguirti, di lasciarmi condurre. Del resto tu mi conosci e sai decifrare anche quello che sfugge ai miei occhi.
Che cosa mi offri? Non un successo effimero, non di apparire per un attimo sulla ribalta della storia, non dei beni destinati a perire, ma la vita eterna, una vita segnata dalla pienezza, trasfigurata dall’amore. E, fin d’ora, la certezza che – qualunque cosa mi accada – niente e nessuno potrà strapparmi dalla tua mano, neppure la morte.

sabato 13 aprile 2013

484 - L’ESIGENTE DOMANDA DI AMORE - 14 Aprile 2013 –IIIª Domenica di Pasqua

(Atti 5,27-32.40-41 Apocalisse 5,11-14 Giovanni 21,1-19)

Fermiamo la nostra attenzione sul rapporto strettissimo tra Pietro e Gesù. Questa volta la cosa si fa più seria perché, se dell’amore del Maestro non si può dubitare, quale amore saranno in grado di esprimere i discepoli? Per Pietro, dunque, l’esame è arduo e impegnativo, anche perché Gesù non gli domanda «Mi ami tu?» una sola volta, ma ben tre volte. Un’insistenza che crea sconcerto e tristezza in Pietro. Tuttavia Gesù sente l’esigenza di porre tale domanda perché è la condizione per affidare a Pietro la custodia del gregge del Signore. Non ci si può prendere cura di nessuno, che viene affidato dal Signore, se prima non si è garantito che ci sia l’amore per colui che affida. È commovente notare come per le prime due volte Gesù chieda a Pietro: «Mi ami tu?» (in greco agapáō), cioè di un amore uguale al mio. Pietro, consapevole del suo limite e della sua insufficienza, risponde entrambe le volte con tutte le sue forze: «Ti voglio bene» (in greco philéō), cioè come un amico sincero. Alla terza domanda è Gesù che cambia il verbo e dice: «Mi vuoi bene» da amico sincero? Quasi a dire: con tutte le forze che puoi, anche se non sono uguali alle mie? Ancora una volta è l’amore di Dio che entra negli angusti spazi umani per allargare il cuore di Pietro affinché impari ad amare il Maestro e, in lui, tutti coloro che il Maestro gli affida.
Non c’è nulla che abbia a che fare con Gesù e la sua Chiesa che non si innesti in questa domanda così esigente, ma anche così profondamente umana, che riguarda l’amore. Tutti vogliamo amare, ma spesso non sappiamo cosa o chi, o più spesso amiamo male perché non sappiamo cosa voglia dire amare. Il Risorto si dimostra anche in questo caso un vero maestro ed educatore, perché, mentre fa prendere coscienza a Pietro dei suoi limiti, gli garantisce la promessa che nella custodia dei fratelli farà esperienza di quell’amore totale e pieno (agapáō) di cui solo Gesù è stato vero maestro e testimone.

PREGHIERA
Sono tornati al lago, Gesù, là dove tutto è cominciato. Sono tornati al loro mestiere dal momento che la prospettiva di essere «pescatori di uomini» sembra del tutto svanita con la tua morte sulla croce. Sono tornati alle reti e alle barche con il cuore gonfio di tristezza e gli occhi incapaci di leggere quanto è accaduto al mattino di Pasqua, pronti a mettere in movimento le mani, a provare la fatica ben conosciuta, pur di far tacere le pene dell’anima.
Ed è lì che tu li raggiungi, al termine di una notte senza fortuna, mentre guadagnano la riva a mani vuote, senza aver pescato nulla. A loro tu avanzi una proposta ardita: tornare al largo, gettare di nuovo le reti. Ed essi ti ascoltano, anche se il loro sembra un gesto disperato, senza senso.
Solo allora, solo quando le reti si riempiono di pesci il grido di Giovanni squarcia le tenebre in cui sono immersi. È lui a riconoscerti per primo, ma è Pietro a buttarsi in acqua per venirti incontro. A lui, che ti ha rinnegato, tu chiedi di suggellare con una triplice dichiarazione d’amore la missione che gli affidi.

483 - I DONI DELO RISORTO: PACE E PERDONO DEI PECCATI

Per una pausa spirituale durante IIª Settimana di Pasqua

Il testo che viene commentato è Giovanni 20,19-31.

La pace del Risorto in mezzo alla paura. Dopo una breve ambientazione sul tempo (domenica), sul luogo (il cenacolo?) e sui protagonisti della scena (i discepoli), si dice che «venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi». Il Risorto non è un fantasma che appare e scompare, ma semplicemente si dice che ‘viene’. Il verbo ‘venire’ per il quarto evangelista è denso di significato, perché più volte viene usato in riferimento a Gesù che si avvicina ad una situazione umana per intervenire con la sua potenza. Il primo riconoscimento della forza di questo ‘venire’ è di Giovanni Battista, che riconosce Gesù come «colui che viene» (cfr. Gv 1,15.27). Tale titolo è ripreso anche dall’Apocalisse, che chiude il suo racconto invocando proprio il Cristo affinché venga ad incontrare la sua sposa (cfr. Ap 1,4.8; 22,20). Tutto il mistero della persona di Gesù può essere compreso attraverso il movimento che egli compie per venire incontro all’uomo, per avvicinarsi alla sua situazione di contingenza e di fatica. Il dono che egli porta con sé è quello della pace, infatti la prima parola che dice ai suoi discepoli è: «Pace a voi». Questa espressione, molto densa nella sua brevità, richiede di essere compresa alla luce di tutta la rivelazione veterotestamentaria, nella quale la pace rappresenta la pienezza dei doni di Dio. Non si tratta solo di uno stato d’animo pacificato, o di una situazione sociale priva di conflitti, ma concerne una piena capacità dell’uomo di accogliere i doni di Dio. Infatti Gesù dice: «a voi», per voi, voi siete lo scopo di ogni dono di Dio. Non è cosa scontata, dal momento che gli uomini, in genere, desiderano ricevere solo quello che sembra loro giusto; ma quando si presentano dei doni non desiderati, questi in genere vengono rifiutati perché non interessano, con l’inevitabile conseguenza di fare uno sgarbo a colui che li dona. Gesù, donando la pace ai suoi discepoli, li dichiara pronti ad accogliere i doni di Dio, anche se sorprendenti o sconvolgenti. La risurrezione ha fatto sì che il ‘venire’ di Gesù potesse non solo continuare, ma diventare foriero della pienezza dei doni di Dio.

Il dono dello Spirito per il perdono dei peccati. Per ben due volte Gesù dice: «Pace a voi» (vv. 19.21), specificando poi che tale pace significa essere mandati dal Padre (v. 21), ricevere lo Spirito Santo (v. 22) e rimettere i peccati degli uomini (v. 23). Sono tre elementi strettamente connessi che si spiegano l’un con l’altro. Innanzitutto Gesù dichiara l’origine della sua missione: egli è stato mandato dal Padre per venire incontro agli uomini, affinché altri uomini potessero essere mandati a loro volta. Nell’essere mandato sta l’identità più profonda di Cristo: tutta la vita di Gesù non è stata una ricerca di affermazione di sé, ma tutto di lui è in riferimento al Padre, dal quale è inviato. Mentre Gesù dichiara la sua completa sottomissione al Padre, afferma allo stesso tempo la sovrana libertà di svolgere la sua missione a favore degli uomini: egli aveva scelto come suo cibo la volontà del Padre (cfr. Gv 4,34).
La sua identità di essere inviato del Padre diviene ora patrimonio e ricchezza dei suoi discepoli tramite il dono dello Spirito, che essi ricevono come un dono immeritato. Come Cristo ha accolto la volontà del Padre, così i discepoli ricevono lo Spirito Santo perché da lui si facciano guidare, perché egli è il Maestro interiore nella loro missione (cfr. Rm 8,14). Il ricevere è finalizzato al dare: infatti ogni missione ha uno scopo ben preciso e, per i discepoli, questo scopo è il perdono dei peccati. Il perdono dei peccati è la pace del cuore dell’uomo peccatore che si pente. Il peccato distorce la nostra visione corretta delle cose e impedisce di avvertire la volontà del Padre come buona per noi. Il peccato rende incapace l’uomo di ricevere con gioia e libertà quanto Dio vuole donare. Se la fede è ciò che ci apre al dono di Dio perché impariamo a ricevere non ciò che desideriamo, ma ciò che Dio dà a noi, il peccato è ciò che ci chiude in noi stessi, facendoci vedere come buono solo ciò che a noi piace. Ma agli uomini ora viene fatto il dono dei discepoli di Cristo, che vengono inviati dall’Inviato perché possano scoprire la ricchezza dei doni di Dio tramite la partecipazione al suo Spirito che solleva e purifica da ogni peccato.

I segni della passione manifestano la gloria di Cristo e la fede dei tanti ‘Tommaso’. Gesù risorto, mostrandosi ai discepoli, mostra le mani e il costato, che diventano per Tommaso un luogo della sua fede. Non sono più segni dolorosi, ma sono ferite trasfigurate dall’amore che Cristo ha vissuto per gli uomini. L’amore, poiché capace di coinvolgere tutta la persona, è autentico quando chiede l’offerta di sé, che può diventare sacrificio della propria vita per il bene dell’altro. Se chi dice di amare non è segnato nella sua anima e nel suo corpo, c’è da dubitare che abbia mai voluto coinvolgersi in qualcosa di più grande che non sia se stesso. I segni della passione che Cristo mostra sono, dunque, un segno importantissimo, non solo per provare l’identità tra il Crocifisso e il Risorto, ma soprattutto per indicare la via dell’amore che è capace di trasfigurare ogni fatica. Infatti Tommaso, di fronte a tali ferite, pronuncia la professione di fede più alta di tutto il quarto vangelo: «Mio Signore e mio Dio». Solo Cristo riconosciuto come Dio indica la via per saper portare ogni dolore con l’amore che sa trasformare tutte le cose.

Credere in Gesù Cristo Figlio di Dio. Il brano del vangelo odierno ci permette di leggere anche questa prima densa conclusione di tutto il vangelo (la seconda è in Gv 21,24-25). Lo scopo di tale scritto è in vista della fede dei credenti, che sono chiamati ad emettere la loro professione di fede non in una qualche entità astratta o nel genere umano, ma sono chiamati a riconoscere il mistero di Dio e il mistero dell’uomo che coabitano nella stessa persona di Gesù Cristo Figlio di Dio. La precisione dei termini non deve sfuggire, soprattutto l’applicazione dei titoli cristologici, perché non vi è nulla a caso: si tratta di credere in quel Gesù di Nazaret che ha saputo compiere ogni promessa fatta ai padri e che pertanto è diventato l’‘unto’ (Cristo), cioè l’inviato del Padre, che manifesta la bontà e la verità di ogni parola divina; ma egli va riconosciuto nello stesso tempo come Figlio di Dio, poiché la sua relazione con il Padre possa essere partecipata a coloro che entrano in contatto con lui, imparando a vivere cioè della sua stessa libertà e della sua stessa umiltà di servire Dio. Questa è la meta di ogni autentico cammino di fede: la partecipazione alla vita di amore di Dio stesso, che l’evangelista chiama «vita eterna».

sabato 6 aprile 2013

482 - LA PACE … DONO DI GESÙ RISORTO - 07 Aprile 2013 – IIª Domenica di Pasqua

(Atti 5,12-16 Apocalisse 1,9-19 Giovanni 20,19-31)

Il Vangelo si apre con una annotazione profondamente umana: gli Apostoli avevano sprangato le porte del cenacolo perché avevano paura dei Giudei. Come facevano a credere che fosse possibile ricominciare la vita con innocenza aurorale in un mondo dove la durezza del cuore e delle menti considera come impossibili certi messaggi di vita? Non è forse vero che, ad una lettura umana, la durezza dell’esperienza della passione aveva confermato gli Apostoli che, in quel venerdì spettrale, ogni speranza era stata uccisa, con Gesù, sulla croce? Tommaso, dopo il dramma del Golgota, non aveva più dubbi. Non serviva dar credito al patetico chiacchiericcio degli Apostoli; meglio stare alla larga perché ogni attesa, ormai, si era infranta. Ma oggi, come nell’ottavo giorno di Pasqua, il Signore ci raggiunge nella nostra incredulità. Per lui tutte le barriere si infrangono. Lui, il Signore, si fa presente oltre ogni chiusura dove gli uomini si bloccano. Lui, perché il Risorto, quando noi siamo tentati di ripiegarci su noi stessi o di staccarci dagli altri credenti, a motivo della paura o dello scoraggiamento, della rinuncia o del rifiuto, si fa presente con un augurio inedito per quanti erano stati delusi.
Quello che il Signore consegna è sempre la pace, segno dell’amore, il vero dono che il Risorto rende possibile a tutti. Questo dono è attuale anche oggi perché il Risorto tratta noi con lo stesso titolo e con la stessa affabilità con cui entrava in rapporto con i suoi discepoli. È un dato di fatto che, alcune volte, è difficile per noi credere alla pace. Come si fa a credere alla pace in questa nostra società che, in alcuni casi, sembra essere capace solo di redigere bollettini di guerra nella sua millenaria storia? La salvezza può iniziare proprio da questa coscienza disturbata dalla guerra. Dalla nostra mente ferita e dalla nostra società, gravemente ammalata, può scaturire il coraggio di arrenderci al Risorto che porta ancora con sé i segni della sua sconfitta e li mostra come trofeo di vittoria.
Ai discepoli mostra, infatti, le mani e il costato dal quale Giovanni fa sgorgare sangue e acqua. È lì che i discepoli possono riconoscere il sacrificio del Calvario. E così il Signore si manifesta come sorgente dell’amore e della vita. Si compie così la Scrittura richiamata dal Signore: «dal suo seno sgorgheranno fiumi di acqua viva». In questa eucaristia il Risorto è con noi come con i discepoli la sera di Pasqua. Rendiamo, allora, grazie al Signore per questa sorgente inesauribile di vita, di pace, di gioia a motivo dello Spirito che ci è donato per vivere da figli di Dio, capaci di consegnare al mondo il messaggio d’amore e di pace del Risorto. Non dimentichiamo che la risurrezione di Cristo è il segno e l’anticipazione di una vita altra, liberata da ogni forma di morte. Chiediamo con perseveranza al Signore la forza di sperare, antidoto contro ogni forma di disperazione; forza di cui abbiamo quotidianamente bisogno per avere una vita serena.

PREGHIERA
La tua morte non è stata un incidente di percorso, da dimenticare presto nel fulgore della risurrezione. Quel passaggio angusto e terribile non è un evento da cancellare in fretta dalla memoria. Ecco perché tu non esiti a mostrare ai tuoi discepoli le mani segnate dai chiodi, il fianco squarciato dalla lancia.
Sì, tu sei proprio il Crocifisso: colui che hanno visto innalzato sul Calvario, con il corpo deturpato dalla pena della flagellazione, abbandonato da tutti e schernito dai capi religiosi.
Il soffio divino con cui trasmetti il dono dello Spirito è quello che ti ha condotto ad amare fino in fondo e a sconfiggere la morte, proprio quando essa si illudeva di averti nelle sue mani, per sempre.
La pace che trasmetti è il frutto del tuo sacrificio, una pace a caro prezzo, pagata con il sangue, con l’offerta della tua vita. Permetti che anch’io, come Tommaso, mi abbandoni a te e ti dica: «Mio Signore e mio Dio!».

venerdì 5 aprile 2013

481 - LA FEDE È UNA CORSA PER TRAVARE LA VITA

Per una pausa spirituale durante la Settimana di Pasqua

 Il quarto evangelista sottolinea con insistenza il tema del corpo di Gesù, che viene deposto in un sepolcro nuovo (cfr. Gv 19,42) e che viene cercato dalla Maddalena (cfr. Gv 20,2.12.13.15). L’affetto della Maddalena per il suo Signore non è ancora pronto ad aprirsi alla novità della presenza di Gesù risorto, poiché rimane legato all’esperienza vissuta fin sotto la croce. La nostra capacità di conoscere molto spesso si lega più a ciò che già sappiamo che non a cercare ciò che non sappiamo ancora. Quando Maddalena incontra il Risorto, la sua memoria affettiva viene purificata, risanata ed elevata: ben diverso diventa ora l’amore per Gesù, quando lo si scopre vivo e presente, conoscenza che fa esplodere la gioia per la rivelazione di una vita che porta il segno dell’eternità.
Il segno della tomba vuota, un indicatore di ulteriorità. Ciò che fa correre la Maddalena per andare a chiamare i discepoli è la scoperta della tomba vuota. Va in cerca di un cadavere da onorare, ma trova un indicatore che sconcerta e lascia tramortiti, poiché supera le attese. La tomba è lì, ma senza più la pietra che copre l’ingesso e senza più il cadavere. Un misterioso segno di apertura, che rinvia ad altro, ad una ricerca ulteriore, che interrompe i flussi del pensiero calamitati dal dolore della perdita. La tomba vuota è soprattutto aperta: bisogna entrare dentro per scoprire che c’è una luce nuova che attende.
Se tale segno viene letto all’interno della grande tradizione biblica, ci accorgiamo di come la tomba vuota sia in perfetta sintonia con la parola di Dio. Tutti gli eventi, alla luce della fede, rimandano al mistero di Dio che interviene a favore dell’uomo, perché l’uomo possa camminare verso di lui. Tutta la storia di Israele è stata un intervento da parte di Dio affinché il suo popolo potesse camminare dall’Egitto verso la terra promessa, e dall’idolatria al culto del vero Dio. Così succede anche alla tomba vuota: Maddalena non può fermarsi lì, ma inizia a correre per cercare una spiegazione e va a chiamare altri, i quali, a loro volta, corrono per iniziare la ricerca della fede.

La testimonianza del discepolo amato e di Pietro. Protagonisti della corsa sono anche Pietro e il discepolo amato da Gesù, rappresentanti di tutto il gruppo apostolico, e di ogni tipo di discepolato nella Chiesa. Di fronte ai segni di Dio, che invitano alla ricerca, il discepolo corre per vedere e così cominciare a credere. Il discepolo corre insieme agli altri discepoli: non si tratta di una gara, ma di raggiungere il Signore. Pietro e il discepolo amato corrono incontro al Signore, corrono la corsa della loro fede. La visione è la medesima per entrambi: le bende per terra e il sudario piegato in un luogo a parte. Un segno di continuità – le bende – e un segno di novità – il sudario piegato. Il sudario è piegato in un luogo a parte, come segno di un nuovo ordine inaugurato dalla risurrezione. Se nella Genesi Dio aveva creato tutte le cose mettendo ordine nel creato e dando a ciascuna cosa il suo proprio posto, la risurrezione di Cristo inizia con un gesto di ordine perché ogni cosa prenda il suo giusto significato. Di fronte a questa scena la reazione è diversa: se di Pietro non si racconta nessuna parola o gesto che manifesti una qualche emozione di fronte alla tomba vuota, del discepolo amato invece si dice che «vide e credette».
La fede del discepolo amato nella parola di Gesù. Solo il quarto evangelista tramanda questo particolare: il discepolo amato crede non solo davanti al Risorto, come si dirà di Tommaso pochi versetti più avanti, ma davanti alla tomba vuota e davanti a quelle bende e a quel sudario. Non è facile interpretare il verbo ‘credere’ in questo contesto, considerando che subito dopo viene detto che «non compresero la Scrittura, che cioè doveva risuscitare dai morti» (cfr. v.9). È già fede nella risurrezione di Cristo? Il discepolo amato gioca un ruolo di primo piano nella trasmissione della memoria apostolica: egli è colui che appoggia il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena (cfr. Gv 13,25), è colui che sta sotto la croce per accogliere la madre di Gesù (cfr. Gv 19,25-27), è colui che riconosce il Signore sul mare di Tiberiade dopo la pesca miracolosa (cfr. Gv 21,7). Egli manifesta una profonda intimità con Gesù e una capacità straordinaria di comprendere le sue parole. Anche alla tomba vuota egli intuisce che le parole di Gesù, quando promettevano la vita e la risurrezione
(cfr. Gv 11,25), erano parole affidabili.
C’è una lezione molto grande che ci viene da questo personaggio: la fede parte da una disponibilità ad accogliere Dio che si manifesta nelle sue opere; inizia con la fiducia data alla persona di Gesù, non cerca l’evidenza e le prove inconfutabili. È disponibilità a camminare, è soprattutto voglia di correre verso la vita che sa superare ogni morte.

480 - CRISTO, NOSTRA PASQUA, È RISORTO! - 31 Marzo 2013 – Domenica di Pasqua

(Atti 10,34.37-43  Colossesi 3,1-4  Giovanni 20,1-9 )
 
Celebrare con fede e impegno la Pasqua ci porta a riconoscere  il bisogno di riportare dentro questo evento di vita la storia dell’uomo perché si rigeneri, si apra all’inedito e renda possibile la novità della vita risorta.
La nostra società non facilita la risurrezione. È una società antipasquale. Celebra i propri corsi storici senza fantasia. È una società dove tutto avviene in massa e per la massa. L’uomo pasquale è all’opposto: vive nel contesto senza lasciarsi imbrigliare perché un altro fatto ha visto nella sua vita: il Signore risorto! Oggi tutto può essere programmato senza lasciare spazio all’immaginazione perché viene spodestata dalla ripetizione. La richiesta di senso chiede un intervento deciso, ma qui c’è il silenzio. L’unica buona notizia, la vittoria sulla morte, l’abbiamo esorcizzata, l’abbiamo confinata nelle stanze asettiche dell’ospedale, l’abbiamo nascosta agli occhi dei bambini e, per un bisogno di rassicurazione, abbiamo incrementato il commercio di amuleti e portafortuna.
Abbiamo assolutizzato l’attimo fuggente. La religione dello scenario ha rimosso il sudario e le vesti. Eppure la salvezza deve ripartire da questo giorno santo che, a prima vista, appare molto strano perché sembra evidenziare più l’assenza che la presenza, più l’ansia che la pace. Di fatto annuncia come l’umanità, che tutto possiede, senta la necessità di costruire una storia nuova. Ci si accorge, ogni giorno, di essere poveri di verità, mendicanti di certezze, segnati dalla debolezza della fede, assetati di incontro con l’Assoluto. Solo radicandoci nell’evento della risurrezione, rimarcato con profondità dal Vangelo, possiamo rendere autentico, vero e credibile, il nostro annuncio della Pasqua al mondo sulle orme di Pietro che, con il suo discorso negli Atti degli Apostoli, rivela come, in Cristo Risorto, «Dio agisca non in virtù dell’appartenenza al popolo giudaico, ma solo in virtù della fede».
È da questo dato che parte il nostro impegno a dare un volto storico al fatto radicale della risurrezione. Ci aiuta, in questo, il centurione, militare romano-pagano, che pronuncia le prime parole di un atto di fede che precede l’evento stesso: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Il silenzio di Dio di fronte alla morte del Figlio trova nella voce del centurione l’altro suono del silenzio divino. Se è vero che il chicco di grano caduto in terra deve morire per dare frutto, così il silenzio di Dio nel dramma della morte di Cristo è stato necessario per far udire a noi la voce del centurione perché, dentro la fragilità della nostra fede, giunga oggi al mondo il nostro annuncio liberante: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
 
PREGHIERA
Quel mattino la prima ipotesi è quella di Maria Maddalena: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Siamo nell’orizzonte del venerdì santo, nel dolore del lutto di fronte ad una morte ineluttabile, ad una sconfitta cocente. Tutto si è svolto così rapidamente! La tua cattura, Gesù, nell’orto degli ulivi, il tuo giudizio e la condanna, l’esecuzione sul Calvario, il tuo corpo deposto in un sepolcro in tutta fretta, mentre incombe il riposo del sabato… Nel cuore non c’è posto che per la tristezza e lo smarrimento…
Quel mattino quando Pietro e Giovanni si recano di corsa al sepolcro li attende una tomba vuota, i teli posati a terra, il sudario avvolto in un luogo a parte. Ed è proprio lì che il cuore di Giovanni, l’apostolo amato, si apre alla risurrezione e alla fede. Ti ha seguito, Giovanni, fino in fondo. Proprio lui, il più giovane, è rimasto con te, vicino a te fino ai piedi della croce, assieme alla Madre tua. E ora, lui che si è lasciato guidare dall’amore, considera l’accaduto con occhi diversi e riconosce l’azione di Dio.

sabato 30 marzo 2013

479 - 30 Marzo 2013 – TRIDUO PASQUALE - Sabato santo – Veglia pasquale

La celebrazione pasquale è il cuore dell’anno liturgico. I primi cristiani la celebravano durante la notte. Una liturgia semplice, all’inizio (un’assemblea in preghiera con la frazione del pane e l’agape fraterna), che durante i secoli si è arricchita di significato e di nuovi elementi. Sant’Agostino invitava i suoi fedeli ad essere svegli «in questa veglia che è come la madre di tutte le veglie e nella quale tutto il mondo veglia» (Sermone 219,1). E ancora: «Che cosa si poteva fare di più conveniente, se non ripetere con la nostra veglia il suo risveglio dai morti?» (Sermone 221,3).
La risurrezione del Signore trascende ogni prospettiva di sopravvivenza e di prolungamento della vita terrena, inaugurando un modo nuovo di esistenza. Non può meravigliarsi della Pasqua chi non prende seriamente l’annientamento della morte e la «discesa di Cristo agli inferi», ricordata nel Simbolo della fede battesimale: Gesù sfiora tutto ciò che è morto e imputridito, seminando la primavera della speranza. Il Figlio dell’Altissimo scende fino a toccare il fondo delle nostre miserie, perché si è fatto peccato per schiacciare i nostri peccati. Discende nel profondo, nel regno degli inferi per portare a coloro che sono morti prima di lui il messaggio della salvezza e della compassione di Dio. Sembra giacere chiuso in un sepolcro, ma in realtà sta operando come lievito nella storia e sta portando la luce a quanti giacciono nell’ombra della morte. Cristo non è mai inoperoso.
Vivere «come se Dio non ci fosse» non è più avvertito da tanti come un’esperienza angosciante, ma ovvia, attenuata dalla frenetica dispersione degli impegni, dalla smania del possesso e dalla ricerca dell’apparenza. Per chi crede, il grande silenzio di questa giornata è attesa mite e paziente, è segno di resistenza al nulla, è spogliazione di presunzione e di domande. Il Sabato santo è cerniera perenne tra la croce e la risurrezione, l’incontro del passato e del futuro nel presente di Dio in Cristo, la veglia della Chiesa sentinella del mattino di Pasqua. Don Tonino Bello scriveva: «Dal Calvario al sepolcro vi sono venti metri appena. Un percorso brevissimo. Però è il più lungo per chi deve fare un itinerario di fede». La morte sembrava vittoriosa, ma Cristo l’ha schiacciata con la sua croce. Cristo diviene la porta che apre una nuova strada per arrivare a Dio e inaugura una nuova via per la vita dell’uomo. Egli è veramente Colui che «ha il potere di dare la sua vita e di riprenderla» (Gv 10,17-18). Non è più un freddo cadavere, ma il Figlio di Dio pienamente vivo ed operante.

Il testo evangelico di questa notte santa (Luca 24,1-12) annota che è ancora buio sul mondo, quando le donne vanno al sepolcro con gli aromi, per portare a compimento l’unzione del corpo di Gesù, come antidoto alla precoce consumazione. La pietra rotolata via e la tomba vuota sono un primo segno; il corpo che non si trova, il secondo. Nel sepolcro non c’è più la spoglia di un morto, ma le spoglie della morte. Pietro non crede ancora alla risurrezione: solo si meraviglia. Non è ancora fede: un sepolcro vuoto e le bende a terra non bastano per suscitare la fede: questa è incontro personale col Risorto, il quale non ha bisogno di unguenti per essere imbalsamato, è «il Vivente», sempre.
Le “pulizie di Pasqua” devono iniziare dal nostro cuore. Non basta essere nati in un paese di tradizione cristiana per essere davvero ‘cristiani’. Si è tali solo se Cristo è presenza viva in noi. Dobbiamo farlo uscire dal sepolcro in cui lo abbiamo rinchiuso, liberarlo dalle bende dei nostri pregiudizi, togliere la pietra dei nostri rancori e delle nostre frustrazioni. La risurrezione di Gesù è una vita trasfigurata, «una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini… una sorta di “mutazione decisiva”, un salto di qualità» (Benedetto XVI).
All’alba del giorno dopo il sabato, inizia un imprevedibile movimento di persone, coinvolte in un’esperienza più grande di loro. La fede rinasce più viva e più forte: di Gesù ci si può fidare pienamente. Si dà l’impressione di cercare ancora (e di far cercare) Cristo tra i morti quando ci si appella a un Dio lamentoso e triste, distaccato e legislatore, innocuo per il nostro vivere quotidiano.
La Pasqua è il dono che cambia la condizione dell’uomo e del mondo, l’incontro con un Uomo unico, che fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio; è il segno che solo Dio libera dal male non in modo superficiale e momentaneo, offrendo la possibilità reale di una vita buona. La ricchezza della Pasqua non dipende dagli indici della borsa e non è soggetta a nessuna variazione di mercato. Alla Via Crucis subentra la Via Lucis, un percorso di quattordici tappe dal sepolcro vuoto alla Pentecoste.
Un primo segno pasquale è coltivare maggiormente la propria fede come “differenza cristiana” da una spiritualità generica e poco impegnativa. Un secondo modo per vivere la Pasqua è narrare con un cuore solo e un’anima sola tale Buona Notizia, svelando con la propria vita che «il solo e vero peccato è rimanere insensibili alla Risurrezione» (Isacco il Siro). Un’altra testimonianza è praticare la “cultura della vita”, scovando nel proprio ambiente vitale persone per le quali la ‘risurrezione’ può riprodursi e attuarsi attraverso il suo gesto d’affetto, una parola di vicinanza, un ascolto partecipe. Anche favorire la speranza e non la lamentela caratterizza lo stile cristiano di vita. Un ulteriore modo è proclamare la propria fede «nella risurrezione della carne», cioè riconoscere che anche i nostri corpi non sono destinati alla corruzione, ma a una pienezza di vita.
Il messaggio di Pasqua coglie tutti di sorpresa: le donne, le prime annunciatrici di quell’evento carico di speranza, non sono credute. Ieri, come oggi, non è facile credere che il motore della storia sia l’amore di colui che sulla croce stende le braccia per fare da ponte tra la morte e la vita. Infatti, Pasqua è ‘passaggio’, cioè rinascita e rinnovamento, risanamento interiore e liberazione dalla paura. Gesù è il risuscitato e il risuscitante.
Hanno bisogno di Pasqua l’organizzazione sociale e il mondo del lavoro, la precarietà delle relazioni e la fragilità delle famiglie, il disorientamento di molti. La Pasqua ha un forte valore educativo: fa ricuperare la misura alta della vita, aiuta ad uscire dalla mediocrità e dalla paura, conferma che l’impossibile può diventare realtà e chiede a ciascuno di non essere spettatore, ma umile attore del mondo nuovo. Pasqua è credere non tanto nell’avvenire (previsto e assicurato) quanto nel futuro dell’uomo, che Dio prepara.
Questa notte, rinnoviamo il battesimo ricevuto e forse non sempre vissuto e invochiamo i santi, apripista di una nuova strada nel deserto del mondo. Siamo consapevoli di quanto diversa potrebbe essere la nostra vita, se fosse un po’ più pasquale e meno succube della mentalità corrente. L’accendere l’uno il cero dell’altro alla medesima luce di Cristo significa sostenersi a vicenda nella fede: è il primo e il più urgente servizio, in questo «Anno della Fede». La Pasqua genera l’ecologia del cuore, da cui vengono frutti nuovi e trova il suo pieno compimento quando una persona, convinta interiormente della verità di ciò che ha ascoltato, proclama Gesù come suo personale Signore e Salvatore. Esce allo scoperto, prende la decisione che dà un senso e un orientamento nuovi alla sua vita, facendo di lui un ‘salvato’.
Preghiamo insieme con le parole del cardinale Suenens: «Donaci, Signore, occhi per vedere, un cuore per amare e tanto fiato. Abbiamo bisogno dei tuoi occhi: dacci una fede viva. Abbiamo bisogno del tuo cuore: dacci una carità a tutta prova. Abbiamo bisogno del tuo soffio: donaci la tua speranza, per noi e per la tua Chiesa». Così ci potremo augurare a vicenda «Buona Pasqua»!

PREGHIERA
Ecco la veglia, Signore Gesù, che apre il cuore alla speranza e lo strappa ad ogni paura, ad ogni ombra e ad ogni timore.
Con la tua risurrezione tu ci doni il fuoco che brucia ogni fragilità e ogni resistenza,
che accende il profondo dell’anima, che riscalda e risveglia ad una nuova vita. Con la tua risurrezione tu ci offri una luce: le tenebre non ci spaventano perché tu rischiari il nostro cammino e ci fai intravedere il senso della storia. Ci conduci verso il giorno in cui il progetto di Dio giungerà a compimento. Con la tua risurrezione tu ci fai intendere una parola che unisce l’antica e la nuova alleanza, la creazione e la redenzione, la legge e la grazia in unico, grande racconto di salvezza. Con la tua risurrezione tu ci fai giungere un’acqua che rigenera a vita nuova, che disseta la nostra arsura e ci fa partecipare ad una comunione divina, che trasforma i nostri giorni e ci fa accedere ad una nuova identità. Con la tua risurrezione tu ci inviti
alla mensa del Pane di vita, pane che ci sostiene nel nostro pellegrinaggio, pane che nutre il nostro desiderio, pane che sfama le attese più profonde.
Ecco la veglia, Signore Gesù, in cui cantare l’Alleluja pasquale che percorre le arterie della storia.