sabato 13 aprile 2013

483 - I DONI DELO RISORTO: PACE E PERDONO DEI PECCATI

Per una pausa spirituale durante IIª Settimana di Pasqua

Il testo che viene commentato è Giovanni 20,19-31.

La pace del Risorto in mezzo alla paura. Dopo una breve ambientazione sul tempo (domenica), sul luogo (il cenacolo?) e sui protagonisti della scena (i discepoli), si dice che «venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi». Il Risorto non è un fantasma che appare e scompare, ma semplicemente si dice che ‘viene’. Il verbo ‘venire’ per il quarto evangelista è denso di significato, perché più volte viene usato in riferimento a Gesù che si avvicina ad una situazione umana per intervenire con la sua potenza. Il primo riconoscimento della forza di questo ‘venire’ è di Giovanni Battista, che riconosce Gesù come «colui che viene» (cfr. Gv 1,15.27). Tale titolo è ripreso anche dall’Apocalisse, che chiude il suo racconto invocando proprio il Cristo affinché venga ad incontrare la sua sposa (cfr. Ap 1,4.8; 22,20). Tutto il mistero della persona di Gesù può essere compreso attraverso il movimento che egli compie per venire incontro all’uomo, per avvicinarsi alla sua situazione di contingenza e di fatica. Il dono che egli porta con sé è quello della pace, infatti la prima parola che dice ai suoi discepoli è: «Pace a voi». Questa espressione, molto densa nella sua brevità, richiede di essere compresa alla luce di tutta la rivelazione veterotestamentaria, nella quale la pace rappresenta la pienezza dei doni di Dio. Non si tratta solo di uno stato d’animo pacificato, o di una situazione sociale priva di conflitti, ma concerne una piena capacità dell’uomo di accogliere i doni di Dio. Infatti Gesù dice: «a voi», per voi, voi siete lo scopo di ogni dono di Dio. Non è cosa scontata, dal momento che gli uomini, in genere, desiderano ricevere solo quello che sembra loro giusto; ma quando si presentano dei doni non desiderati, questi in genere vengono rifiutati perché non interessano, con l’inevitabile conseguenza di fare uno sgarbo a colui che li dona. Gesù, donando la pace ai suoi discepoli, li dichiara pronti ad accogliere i doni di Dio, anche se sorprendenti o sconvolgenti. La risurrezione ha fatto sì che il ‘venire’ di Gesù potesse non solo continuare, ma diventare foriero della pienezza dei doni di Dio.

Il dono dello Spirito per il perdono dei peccati. Per ben due volte Gesù dice: «Pace a voi» (vv. 19.21), specificando poi che tale pace significa essere mandati dal Padre (v. 21), ricevere lo Spirito Santo (v. 22) e rimettere i peccati degli uomini (v. 23). Sono tre elementi strettamente connessi che si spiegano l’un con l’altro. Innanzitutto Gesù dichiara l’origine della sua missione: egli è stato mandato dal Padre per venire incontro agli uomini, affinché altri uomini potessero essere mandati a loro volta. Nell’essere mandato sta l’identità più profonda di Cristo: tutta la vita di Gesù non è stata una ricerca di affermazione di sé, ma tutto di lui è in riferimento al Padre, dal quale è inviato. Mentre Gesù dichiara la sua completa sottomissione al Padre, afferma allo stesso tempo la sovrana libertà di svolgere la sua missione a favore degli uomini: egli aveva scelto come suo cibo la volontà del Padre (cfr. Gv 4,34).
La sua identità di essere inviato del Padre diviene ora patrimonio e ricchezza dei suoi discepoli tramite il dono dello Spirito, che essi ricevono come un dono immeritato. Come Cristo ha accolto la volontà del Padre, così i discepoli ricevono lo Spirito Santo perché da lui si facciano guidare, perché egli è il Maestro interiore nella loro missione (cfr. Rm 8,14). Il ricevere è finalizzato al dare: infatti ogni missione ha uno scopo ben preciso e, per i discepoli, questo scopo è il perdono dei peccati. Il perdono dei peccati è la pace del cuore dell’uomo peccatore che si pente. Il peccato distorce la nostra visione corretta delle cose e impedisce di avvertire la volontà del Padre come buona per noi. Il peccato rende incapace l’uomo di ricevere con gioia e libertà quanto Dio vuole donare. Se la fede è ciò che ci apre al dono di Dio perché impariamo a ricevere non ciò che desideriamo, ma ciò che Dio dà a noi, il peccato è ciò che ci chiude in noi stessi, facendoci vedere come buono solo ciò che a noi piace. Ma agli uomini ora viene fatto il dono dei discepoli di Cristo, che vengono inviati dall’Inviato perché possano scoprire la ricchezza dei doni di Dio tramite la partecipazione al suo Spirito che solleva e purifica da ogni peccato.

I segni della passione manifestano la gloria di Cristo e la fede dei tanti ‘Tommaso’. Gesù risorto, mostrandosi ai discepoli, mostra le mani e il costato, che diventano per Tommaso un luogo della sua fede. Non sono più segni dolorosi, ma sono ferite trasfigurate dall’amore che Cristo ha vissuto per gli uomini. L’amore, poiché capace di coinvolgere tutta la persona, è autentico quando chiede l’offerta di sé, che può diventare sacrificio della propria vita per il bene dell’altro. Se chi dice di amare non è segnato nella sua anima e nel suo corpo, c’è da dubitare che abbia mai voluto coinvolgersi in qualcosa di più grande che non sia se stesso. I segni della passione che Cristo mostra sono, dunque, un segno importantissimo, non solo per provare l’identità tra il Crocifisso e il Risorto, ma soprattutto per indicare la via dell’amore che è capace di trasfigurare ogni fatica. Infatti Tommaso, di fronte a tali ferite, pronuncia la professione di fede più alta di tutto il quarto vangelo: «Mio Signore e mio Dio». Solo Cristo riconosciuto come Dio indica la via per saper portare ogni dolore con l’amore che sa trasformare tutte le cose.

Credere in Gesù Cristo Figlio di Dio. Il brano del vangelo odierno ci permette di leggere anche questa prima densa conclusione di tutto il vangelo (la seconda è in Gv 21,24-25). Lo scopo di tale scritto è in vista della fede dei credenti, che sono chiamati ad emettere la loro professione di fede non in una qualche entità astratta o nel genere umano, ma sono chiamati a riconoscere il mistero di Dio e il mistero dell’uomo che coabitano nella stessa persona di Gesù Cristo Figlio di Dio. La precisione dei termini non deve sfuggire, soprattutto l’applicazione dei titoli cristologici, perché non vi è nulla a caso: si tratta di credere in quel Gesù di Nazaret che ha saputo compiere ogni promessa fatta ai padri e che pertanto è diventato l’‘unto’ (Cristo), cioè l’inviato del Padre, che manifesta la bontà e la verità di ogni parola divina; ma egli va riconosciuto nello stesso tempo come Figlio di Dio, poiché la sua relazione con il Padre possa essere partecipata a coloro che entrano in contatto con lui, imparando a vivere cioè della sua stessa libertà e della sua stessa umiltà di servire Dio. Questa è la meta di ogni autentico cammino di fede: la partecipazione alla vita di amore di Dio stesso, che l’evangelista chiama «vita eterna».

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