lunedì 24 giugno 2013

492 - GESÙ CRISTO HA VINTO LA MORTE - 09 Giugno 2013 – Xª Domenica del Tempo ordinario

(1ºRe 17,17-24 Galati 1,11-19 Luca 7,11-17)

È veramente una notizia straordinaria, quella che la liturgia della Parola oggi ci comunica. Ancor prima, e ancor più, del fatto che Dio sa, può, e vuole, risuscitare i morti (cosa vi è di straordinario per Dio in ciò?), è rilevante e consolante la motivazione soggiacente: Dio freme di compassione per l’uomo che soffre e che muore.

LA COMPASSIONE DI DIO. Sì, Dio è esperto nell’arte di ‘com-patire’. Dio, cioè, sa soffrire insieme a noi, e sa amare noi e le nostre vicende. In lui la ‘passione’ è, insieme, sofferenza e slancio amoroso. La buona notizia sta appunto nel fatto che abbiamo a che fare con un Dio visceralmente compassionevole, totalmente partecipe delle nostre croci, assolutamente presente su tutti i nostri calvari, perennemente inchiodato a qualsiasi legno doloroso gravi sulle nostre spalle. Scrive in proposito il convertito André Frossard: «Se per salvare gli uomini la giustizia e la misericordia potevano benissimo fare a meno del Calvario, per l’amore non esisteva altra via».

IL LIBERATORE DA QUALSIASI TIPO DI MORTE. Ma la notizia ancora più significativa è che Gesù Cristo non si è rivelato fonte di risurrezione e di vita unicamente di fronte alla morte fisica, che, in taluni casi, è invocata da qualcuno, o attesa da chi riconosce che non vi è proprio più niente da fare e l’unica speranza rimasta è che venga presto la sera di certi drammatici e interminabili ‘venerdì santi’. Gesù Cristo, Messia e Signore compassionevole, è Colui che sa ridare vita a situazioni di morte spirituale e morale perduranti mesi e anni, ad agonie di umanità e di coscienza che rischiano di devastare non solo i soggetti che ne portano il peso, ma anche il contesto familiare o sociale che li circonda. Penso a menti, a coscienze, ad anime, a cuori, derubati di tutto ciò che è nobile e prezioso, e ricolmati dal ciarpame assurdo delle futilità che offendono la vita, perché la privano di senso, e la uccidono interiormente.
Gesù Cristo ci offre una lezione di umanità straordinaria e quanto mai necessaria per una società che si sta diseducando e disamorando alla compassione ed alla misericordia, una umanità che abbrutisce per il fatto di voltare le spalle al comandamento «ama il prossimo tuo come te stesso», per abbracciare la logica infame della regola alternativa al comandamento di Dio: «frega il prossimo tuo, prima che lui freghi te!!!». L’epidemia di indifferenza – «il più grave di tutti i peccati» l’ha definita qualcuno – che sta dilagando nelle nazioni che tentano di aggrapparsi ai relitti del benessere, dichiara palesemente come la compassione vera e profonda non è una specialità umana, ma è un’arte divina tanto necessaria quanto pregiata, perché sa compiere autentici miracoli.

CHI È COSTUI?. Incomincia a delinearsi, grazie a queste pagine scritturistiche, l’identità di Colui che è risurrezione e vita, non solo per singole persone, ma per razze e culture, per popoli e società. Ovunque la morte regni incontrastata nelle coscienze personali e sociali, Cristo, scontrandosi con la morte, e vincendola, si rivela Signore della vita. Egli non ha bisogno, come i profeti veterotestamentari, di mediazioni operate mediante verba et gesta. Egli è la Parola forte che, una volta pronunziata, ha la stessa efficacia della parola di Dio effusa sulla creazione, anzi, di più, perché là era un infondere vita dal nulla, mentre qui è un suscitare vita addirittura dalla morte. Egli è il gesto di amore intenso che il Padre pone, e che possiede quella forza inaudita raffigurata ed immortalata in modo sublime da Michelangelo sul soffitto della cappella Sistina. Il problema, per noi, sta nel riconoscerlo per ciò che è, poiché ci sentiamo fortemente e direttamente interpellati da quella domanda cruciale che Gesù Cristo porrà alla sorella di un altro uomo da lui risuscitato: «Credi tu questo?». Ci aiuta a rispondergli l’anonima vedova di Sarepta di Sidone: «Ora so che tu sei» non semplicemente «un uomo di Dio», ma il Figlio di Dio! Tu sei Dio stesso. Lo sappiamo bene che, nel contesto socioculturale odierno, siamo rimasti in pochi a professare esistenzialmente questa fede e che, in mezzo a tanti cristiani, serpeggia la stessa radicale incredulità che regnava in Israele, o dilaga il fascino per teorie esotiche quali la reincarnazione, ma, proprio per questo, ancora di più, siamo sollecitati dall’Anno della Fede che stiamo celebrando e vivendo, a dichiarare apertis verbis, con franchezza, con coraggio, e con gioia, che Gesù Cristo è il Signore, il Crocifisso ed il Risorto, il Vivente per sempre, il Signore del tempo e della storia, dell’oggi e dell’eternità.

PREGHIERA
È la compassione a muoverti: tu, Gesù, partecipi al dolore straziante di quella donna che ha perso il marito e ora anche l’unico figlio. Tu, Gesù, ti lasci colpire dalla sua pena, dalla sua solitudine, dal suo dolore. E le mostri che niente, neppure la morte, risulta ineluttabile ai tuoi occhi. Le riveli che tu puoi sconfiggerla proprio quando essa appare nel suo potere devastante, proprio quando sembra che nulla possa arginare il suo dilagare nella nostra vita.
Quel giorno, sulla via del cimitero, tu ti sei manifestato per quello che sei veramente: colui che ama la vita e lotta, a mani nude, contro qualsiasi morte che deturpa e lacera, che colpisce tutti impunemente. Sì, tu l’affronterai la morte, e ne sperimenterai l’angoscia, offrirai il tuo corpo perché venga percorso dagli spasimi dell’agonia, e riuscirai a sconfiggere il nostro nemico mortale proprio mentre riteneva di averti sopraffatto.

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