venerdì 17 maggio 2013

485 - GESÙ BUON/BEL PASTORE - 21 Aprile 2013 –IVª Domenica di Pasqua

(Atti 13,14.43-52 Apocalisse 7,9-17 Giovanni 10,27-30)

Per noi moderni l’allegoria del buon pastore è quasi incomprensibile. A sentire quella parola ci viene in mente una figura di altri tempi con cui non scambieremmo neppure una parola. Per gli antichi le cose andavano diversamente, fino al punto che gli stessi re erano pastori di popoli. Senza pastore una pecora è persa. Preda dei lupi, oggetto di mire interessate da parte di gente affamata. Non ha nulla per difendersi la pecora; la sua vita dipende dal pastore. Che Gesù si definisca il pastore buono, bello, non è da poco. Sta attribuendo a sé un’immagine classica. Senza dirlo, si sta definendo il Cristo. Sta dicendo cosa è venuto a fare sulla terra: a dare vita, partecipazione intima alla vita stessa di Dio. Nella liturgia del tempo di Pasqua, il senso di questo brano di Giovanni sembra chiaro. Con la crocifissione non è stato annullato il progetto del Padre di fare rifiorire la gioia sulla terra. Gesù rimane il Cristo, compie sulla terra l’impossibile missione di riportare l’uomo alla sua umanità. La sofferenza del Giusto non è la sconfitta della Bontà e della Tenerezza; è solo il modo in cui Dio, oggi, manifesta il suo amore di Padre. Il vero problema consiste nel sapere da chi l’uomo del terzo millennio si aspetti vita. Da questa domanda non possiamo chiamarci fuori noi cristiani. Ci fosse concesso di vedere, in ogni assemblea liturgica, un’esplosione di gioia di creature che si sentono una cosa sola con gli uomini dell’intero pianeta. Aspettiamo vita dai muri che innalziamo per separarci da quanti ci disturbano; aspettiamo vita dalle armi che fabbrichiamo, sempre più sofisticate e micidiali; l’aspettiamo dal nostro essere superiori agli altri, i migliori, con diritto di disporre della vita e della morte dei deboli. Sono i soldi, il nostro potere d’acquisto, a darci vita. Che sia umana la nostra vita, non belluina, non affacciata sull’orrore; che ci sia o no una prospettiva di un oltre dopo la morte, tutto questo pare ininfluente, non quotabile in borsa e, quindi, insignificante. È grave dover dire che, Pasqua dopo Pasqua, nella nostra coscienza di battezzati poco cambia rispetto a questa attesa di vita. Nei fatti, il mercato è il nostro pastore, il dio-denaro, e l’uomo non è più pastore dell’essere, come avrebbe voluto Heidegger, ma pastore delle macchine, della sua disumanizzazione. Eppure qualcosa dovrebbe cambiare. Dalla risurrezione dovrebbe scaturire, ci dice Giovanni nell’Apocalisse, una nuova visione della terra. Coloro che hanno attraversato nel sangue la grande tribolazione non sono finiti nel nulla. Di loro è pieno il cielo. Quasi a dire che la terra può essere buia, il dolore può rendere angosciante e assurda la nostra vita, la prepotenza può farci maledire di essere nati e, tuttavia, nel Risorto un lembo di cielo è visibile: l’ultima parola non è la morte, ma la vita. Tutto può ricominciare e l’uomo può riconquistare una palma che lo faccia degno di stare in eterno al cospetto di Dio e di ogni uomo.

PREGHIERA
Tu non sei un pastore qualsiasi, Gesù, non lo fai per mestiere, non cerchi un guadagno. Lo si vede dall’amore che hai rivelato al momento della prova: ci hai difeso a mani nude, ti sei sacrificato pur di strapparci al potere del male, hai donato la tua stessa vita.
Ecco perché mi affido a te. La tua voce inconfondibile risuona col suo timbro particolare nel profondo della mia anima. Tu ti rivolgi proprio a me e nel segreto dell’esistenza mi chiedi di seguirti, di lasciarmi condurre. Del resto tu mi conosci e sai decifrare anche quello che sfugge ai miei occhi.
Che cosa mi offri? Non un successo effimero, non di apparire per un attimo sulla ribalta della storia, non dei beni destinati a perire, ma la vita eterna, una vita segnata dalla pienezza, trasfigurata dall’amore. E, fin d’ora, la certezza che – qualunque cosa mi accada – niente e nessuno potrà strapparmi dalla tua mano, neppure la morte.

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