venerdì 17 maggio 2013

486 - L’ESEMPIO DI GESÙ DIVENTA VITA CONCRETA NELL’AMORE FRATERNO 28 Aprile 2013 – Vª Domenica di Pasqua

(Atti 14,21-27 Apocalisse 5,1-5a Giovanni 13,31-33a.34-35)

Dentro il tempo pasquale pasquale possiamo enucleare, oggi, il tema delle virtù teologali capaci di rendere attuale la Pasqua del Signore.
 
La fede emerge dal brano degli Atti che ci consegna l’azione missionaria di Paolo e Barnaba: «confermavano i discepoli esortandoli a restare saldi nella fede». Questa fede non è caratterizzata dalla staticità, ma dal dinamismo tipico di ogni trasformazione in meglio della storia. Sempre la fede deve essere vissuta come un passaggio ineludibile tra un già e un non ancora. Sono ancora Paolo e Barnaba a ricordarlo: «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
La speranza: questa storia tribolata necessita di un supplemento d’animo che scaturisce dalla speranza che si radica nella visione narrataci da Giovanni nell’Apocalisse: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini». Egli sarà il Dio con loro con lo scopo dichiarato: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Così contestualizzata, la speranza si configura come passaggio dal limite alla pienezza. Tutto, infatti, si trasformerà perché dove il Risorto si manifesta, lì s’incontra la novità della storia redenta: «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno».
La carità: questo mondo nuovo trova insediata in sé la dimensione evangelica della carità richiamata apertamente dal Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi». Questa consegna attua la realizzazione del nostro io in Dio. Ce lo assicura Cristo promettendo, alla fine, l’autenticità del discepolato oltre ogni compromesso della storia: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Sant’Agostino, nella Città di Dio, lo dice con chiarezza ineccepibile: «Due amori sono all’origine delle due città: nella città terrena, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio; nella città celeste, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé. Quella si gloria in se stessa, questa in Dio. In quella, nei suoi principi e nelle nazioni che sottomette, domina la libidine del potere; in questa, i capi consigliando e i sudditi obbedendo, ci si serve scambievolmente nella carità». È vero, l’amore di Cristo è architettonico, cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra. Il Risorto è il pieno e perfetto compimento dell’amore.

PREGHIERA
Non sarà un’etichetta particolare, né una divisa specifica, né un linguaggio codificato a rivelare la nostra identità. Non saranno riti significativi, né dottrine ben precisate, né professioni di fede sicure e neppure abitudini consolidate a designarci come tuoi discepoli.  Tu, Gesù, ci affidi un criterio che guiderà la nostra ricerca: l’amore che avremo gli uni per gli altri. Ecco ciò che è determinante ai tuoi occhi.
Del resto senza questo amore ogni cosa perde sapore e senso. La tua stessa parola diventa oggetto di disquisizioni dotte, di indagini scientifiche e di spiegazioni senza cuore. I gesti santi che ci hai affidati generano un pietoso equivoco e costituiscono una sorta di pedaggio pagato all’ambiente e alla tradizione.
La comunità a cui apparteniamo prende i connotati di uno dei tanti gruppi, con una struttura ben definita e con un funzionamento disciplinato. Per te, dunque, ciò che conta è l’amore: l’amore che ci induce a trattare ogni persona come un fratello, l’amore che ci porta sulle strade del Regno e ci fa vibrare della tua stessa vita.

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