martedì 19 marzo 2013

472 - NEANCH’IO TI CONDANNO - 17 Marzo 2013 – Vª Domenica di Quaresima

(Isaia 43,16-21 Filippesi 3,8-14 Giovanni 8,1-11)

Sono una ventina le donne protagoniste, ricordate nei vangeli. Fanno una brutta figura solo Erodiade e, in parte, l’ambiziosa madre degli apostoli Giovanni e Giacomo: altrimenti le donne sono esemplari nell’accogliere cordialmente Gesù e la Bella Notizia da lui portata.
Tra tutti e quattro gli evangelisti, Giovanni è quello che dà un maggior valore agli incontri di Gesù con delle donne. È comune a tutte le narrazioni evangeliche affidare l’annuncio della risurrezione a Maria di Magdala (cfr. Mt 28,1; Mc 16,1; Lc 24,10; Gv 20,1), così come è comune il ricordo dell’unzione a Betania, da parte di Maria nei confronti di Gesù: «dovunque sarà proclamato il vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto» (Mc 14,9; cfr. Mt 26,13; Gv 12,3 ricorda che si tratta di Maria, sorella di Lazzaro). L’incontro con le donne, per il quarto evangelista, non è solo per manifestare il potere taumaturgico di Gesù, ma è per dire qualcosa sulla sua identità e sul suo rapporto con il Padre. Anche l’episodio dell’adultera dunque deve essere collocato dentro questo orizzonte, che fa dell’incontro di Gesù con le donne un momento in cui Gesù rivela qualcosa di sé e del suo rapporto con il Padre.
Si sa che il mondo antico non riteneva la donna degna di attenzione per quanto riguarda la sua dignità sociale e culturale, ambito in cui era ritenuta inaffidabile; la sua considerazione si limitava al ruolo di sposa e madre. Basterebbe ripercorrere molte pagine dell’Antico Testamento per verificare ciò. Fu cosa assolutamente straordinaria che Gesù abbia affidato molto della sua rivelazione del Padre a dei colloqui con delle donne. L’episodio dell’adultera mostra come Gesù ritiene di essere giusto, obbediente alla legge di Dio e, nello stesso tempo, fedele al vangelo di misericordia da lui proclamato.
Gesù, che ha chiara percezione della legge di Dio data a Mosè, non intende annullare la gravità dell’adulterio, perché conosce bene la posta in gioco, tuttavia sa distinguere il peccato dal peccatore e sa che Dio è reso percepibile non solo nell’asserzione delle sue leggi, ma anche nel mostrare la finalità benefica di ogni comandamento divino. Gesù rimane convinto che ogni legge divina resta sempre a favore dell’uomo e, se la legge è chiamata a giudicare, questo non significa immediatamente condannare. Esiste una distanza tra giudizio e condanna. Se Gesù non condanna nessuno, fa però sì che il giusto giudizio recuperi il peccatore alla comunione con Dio e con i fratelli.
Se il giudizio è chiaro, è altrettanto chiaro che Gesù non è venuto a condannare, ma per salvare il mondo (cfr. Gv 12,47). Il gesto di abbassarsi e scrivere per terra continua a suscitare notevole interesse presso gli studiosi. È certo un gesto legato all’abbassarsi di Gesù per terra, al suo rialzarsi e al suo riabbassarsi in attesa che scribi e farisei applichino la sua giusta sentenza: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7). A Gesù fu chiesta una sentenza di morte in base ad un’applicazione rigida della legge di Mosè, ma egli risponde con un giudizio più autentico: nessuno che si trovi ad essere trasgressore della legge può diventarne il difensore e l’interprete autentico. Infatti ad uno ad uno se ne vanno tutti, perché ciascuno è consapevole del proprio peccato davanti a Dio e sa di aver trasgredito in qualche modo il comandamento divino. Se anch’io sono trasgressore, non posso lapidare il mio fratello, perché anch’io subirei la stessa sorte. Il peccato rimane tale nella sua malizia intrinseca, ma il peccatore si ritrova capace di comprendere la bontà della legge divina che non condanna nessuno, ma a tutti chiede di essere obbedita.

PREGHIERA
Quel giorno, Gesù, si illudevano di averti messo all’angolo: in un caso come nell’altro non ne saresti uscito senza prestare il fianco a grosse critiche. Una condanna avrebbe dimostrato che in fondo giudicavi come gli altri e applicavi la legge senza fiatare. Un’assoluzione ti avrebbe attirato l’accusa di essere un lassista, che infrangeva impunemente la legge del Signore.
Tu rinvii a loro la terribile decisione: se hanno tanto amore per i comandamenti di Dio, si assumano la responsabilità di lanciare le prime pietre, come testimoni.
Lanci loro, però, un avvertimento preciso (che oggi raggiunge anche noi): badino bene ad esaminare attentamente la loro coscienza perché non si può condannare qualcuno per amore della Legge, se la si è calpestata impunemente commettendo dei peccati.
È così che liberi quella donna dal cerchio dei suoi accusatori e le doni la possibilità di un percorso nuovo, di un’esistenza segnata per sempre dalla misericordia di Dio.

sabato 9 marzo 2013

471 - PADRE, HO PECCATO VERSO IL CIELO E DAVANTI A TE - 10 Marzo 2013 – IVª Domenica di Quaresima

(Giosuè 5,9-12 2ªCorinti 5,17-21 Luca 15,1-3.11-32)

La Quaresima è mettersi “a tu per tu” con Cristo e lasciarsi ‘scandalizzare’ dai suoi paradossi, alla scoperta del volto di Dio e di se stessi. Tutto il cammino che tende alla Pasqua serve a «farci cadere nelle braccia» del Padre, cioè a sperimentare che Lui è la «mia dolce rovina» (D. M. Turoldo). Il profeta Geremia aveva già detto: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (20,7). Mettersi in ascolto del messaggio di questa domenica significa passare dalla domanda allo stupore e dall’incontro alla festa. Del resto, Gesù Cristo non lo si può accettare come si accetta il cognome del proprio padre e le usanze del proprio paese. È un rapporto d’amore che coinvolge e cambia la vita. Nel film Decalogo I di Kieslowski c’è un dialogo tra un bambino e sua zia. «Che cosa è Dio?» domanda il bambino. La zia lo stringe tra le braccia e gli chiede: «Che cosa provi?». «Ti voglio bene», risponde il bambino. «Ecco, Dio è questo!», conclude la zia.
Non è casuale che la parabola del «Padre misericordioso» nasca come risposta al turbamento generato dal comportamento di Gesù che, accogliendo i peccatori e mangiando con loro, si contamina del male e smentisce la promessa che il Messia avrebbe «sterminato tutti i peccatori» (Is 13,9). Ogni religione propone penitenze e riti purificatori, mediante i quali l’uomo espia le proprie colpe e ristabilisce la comunione con Dio. Per Gesù, il perdono di Dio non viene ottenuto per i meriti dell’uomo, ma va accolto come dono gratuito di un Padre ricco di tenerezza e di misericordia, un vero «mendicante d’amore».
Gesù rivela il cuore compassionevole di Dio, che non ha limiti ed è più grande del cuore umano. Il sogno di Gesù è di regalare nuovi occhi e nuovi sguardi per metabolizzare lo scandalo della misericordia di Dio e avviarsi sul sentiero del suo amore. Dio non vuole essere inteso ambiguamente, soprattutto nell’attuale contesto di pluralismo culturale, di relativismo e di sincretismo. Non basta più un cristianesimo di tradizione: occorre un’adesione libera, consapevole e personale a Cristo, nella comunità ecclesiale.
C’è bisogno di invocare lo Spirito Santo che convinca interiormente riguardo al Signore Gesù, il quale introduce l’uomo ad una relazione imprevedibile ed inedita con Dio. Questi non lascia mai le persone come le ha trovate: le illumina, le ispira, le consola, le trasforma. Il “cuore nuovo” è il più grande miracolo che la forza dello Spirito sa inventare. È tormento ed estasi il Dio che ama la vita di tutti, che sa aspettare e fare festa, che è «più profeta dell’aurora che non notaio dello status quo» (T. Bello). Il primo frutto della Quaresima è un sincero desiderio di Dio, che diventa ricerca esigente e umile, mai scontata, capace di sfidare le nostre false sicurezze. Dio è sempre al di là; pensiamo di averlo capito ed è Altro. 

PREGHIERA
Se hai raccontato questa parabola, Gesù, è perché vuoi obbligarci a metterci nei panni del personaggio più scomodo: il fratello maggiore. È vero: siamo pronti ad apprezzare il gesto del padre che accoglie con tenerezza quel figlio scapestrato, affamato, scalzo e cencioso, che torna a casa.
Quale padre su questa terra sarebbe pronto ad offrire una misericordia così smisurata? Certo, dietro quell’amore tu ci fai intravedere la bontà illimitata del Padre che sta nei cieli! Ma non puoi fare a meno di farci toccare con mano anche la nostra ribellione di fronte a un simile comportamento. Non siamo disposti a far festa ad un fratello che ha buttato via in poco tempo, in modo avventato, le proprietà di famiglia. Non siamo pronti a dimenticare il dolore che ha provocato, il danno che ha causato.
E non rinunciamo ad accampare i nostri diritti, i nostri meriti, la diversità che ci separa da lui perché, in fondo, abbiamo un animo piccino, da servi più che da figli.

sabato 23 febbraio 2013

470 - LASCIARSI TRASFIGURARE DAL SIGNORE GESÙ - 24 Febbraio 2013 – IIª Domenica di Quaresima

(Genesi 15,2-12.17-18 Filippesi 3,17-4,1 Luca 9,28b-36)

La pedagogia della Chiesa conduce dal deserto delle tentazioni al monte della trasfigurazione, dalla lotta alla festa: ma richiede movimento e disponibilità al cambiamento. È la grazia tipica di questo periodo quaresimale. Il problema è che spesso, invece di lasciarsi trasfigurare dal Signore Gesù, i cristiani rischiano di lasciarsi sfigurare da uno stile di vita non ispirato alle «opere buone del Vangelo», come suggerisce la CEI nel progetto pastorale di questo decennio. Ad esempio, ci si va gradualmente abituando alle brutture morali e alle bruttezze estetiche come pure alla superficialità e alla passività. Insicuri, frettolosi e sempre più ingolfati di cose e di impegni, si rischia di stringere tra le mani il nulla, diventando nani spirituali, spenti nell’anima. L’anelito ad amare e ad essere amati si è tramutato in competizione, conflitto e rancore; la vita di coppia si è ridotta a contratto a tempo; le relazioni interpersonali sono inquinate dalla legge «usa e getta».
È eloquente il settenario elaborato da Gandhi, secondo il quale l’uomo si distrugge: primo, con la politica senza principi; secondo, con la ricchezza senza lavoro; terzo, con l’intelligenza senza sapienza; quarto, con gli affari senza la morale; quinto, con la scienza senza umanità; sesto, con la religione senza la fede; settimo, con l’amore senza il sacrificio di sé.
Nel sacrificio di Gesù si supera la morte e tutto ciò che è vissuto nell’amore viene strappato dalla morte, che pare dominare tutto. Proprio nel dono totale di sé, Gesù rivela la vera immagine di Dio e trasfigura nel bene il male che lo ha colpito, perché diventa luogo della suprema rivelazione dell’amore. Nella morte, passaggio obbligato, noi veniamo ‘ricuperati’ da Dio in Cristo. Questo avviene nel Battesimo. Ogni atto di amore, di servizio e di offerta di sé richiede un percorso di morte e risurrezione e contribuisce a rendere più bella l’umanità. Ad un giovane, desideroso di imparare a dipingere le icone, il monaco disse: «Si comincia dalla vita; quando sarai ben iniziato alla ricchezza della vita nuova, della vita con Dio, potrai anche esprimerla». La santità è cogliere e lasciar trapelare la sacra mentalità della vita, delle relazioni e delle cose.
La trasfigurazione è la porta che immette i discepoli a ‘vedere’ e a ‘conoscere’ l’identità del Cristo risorto e vivo: non più un ‘personaggio’, ma una Persona, vivente e operante nello Spirito Santo. Paolo VI sosteneva che la Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste, di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo. Invocare lo Spirito Santo, che grida in ciascuno «Gesù è il Signore», aiuta a trasformare la società con la proposta radiosa di una fede che fa vivere quotidianamente il volto di Dio. Questo comporta anche riattualizzare cristianamente il monito dei comandamenti. Ad esempio il «non uccidere» diventa «dài la vita» e il «non rubare» si tramuta in «diventa generoso»; il «non dire falsa testimonianza» equivale a «di’ la verità» e il «non desiderare i beni altrui» significa «coltiva la tua vita con desideri realizzabili». La bellezza non è assenza di rughe, ma lo sguardo tenero sugli altri e l’intensità delle emozioni è la capacità di continuare a stupirsi. Nei tempi di crisi la storia è costruita dai generosi di cuore, perché i ricchi disperano, mentre i poveri sanno solo sperare (G. Bernanos). Spesso le istituzioni e le leggi ci sono, è il cuore che non funziona. È necessario ‘rinnovare’, come esortava il beato don Luigi Sturzo: «Fate, rifate, non stancatevi!». Le comunità cristiane non esistono come nicchie protettive ed auto-gratificanti, ma per ridire la verità, ridare speranza e rifare la carità. Non si ha niente di nuovo da proporre, ma si esplicita che tutto può cambiare se si ritorna al Signore Gesù. Da che cosa si evince che il singolo, la famiglia, i gruppi, la parrocchia sono discepoli di Gesù, «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3)?

PREGHIERA
Li hai chiamati con te, Gesù, perché vedano la tua gloria. Li hai portati sul monte perché siano coperti dall’ombra di Dio. Un’esperienza forte, la loro, e talmente bella che vorrebbero fermarsi per sempre in quel luogo.
Ma quella per te è solo una tappa: c’è una meta al tuo viaggio ed è Gerusalemme perché lì deve compiersi il disegno del Padre. C’è un esodo da compiere, un passaggio doloroso e difficile: una prova terribile ti attende e tu non ti tiri indietro, vuoi andare fino in fondo. Pietro, Giacomo e Giovanni dovranno ricordarsi in quei frangenti drammatici quanto è accaduto sul monte.
Quando sembrerà che Dio stesso ti abbia abbandonato, quando il fallimento apparente li porterà a dubitare e ad avere paura, allora li soccorrerà quanto hanno visto e inteso, allora sarà la tua parola a guidarli e a portare luce.
Sì, tu sei il Figlio di Dio, l’eletto, colui che sta per donare la sua vita, con un’offerta totale, completa, senza trattenere nulla per sé.

469 - LE TENTAZIONI

Per una pausa spirituale durante Iª Settimana di Quaresima

La strategia del Mentitore è destabilizzare, diffondere dubbi e sospetti per oscurare le certezze più cristalline. La grandezza, la bontà e la potenza di Dio vengono guardate con subdola ambiguità: «Se sei Figlio di Dio…». Tutto oggi si relativizza, persino Dio, e si può arrivare a negare l’esistenza stessa della tentazione, limitandosi a dire: «Ma, alla fine, che male c’è?».

• La prima tentazione riguarda il corpo e presenta il rapporto col cibo, nonché il modo con cui si mangia come rivelativi del proprio comportamento verso se stessi, gli altri e Dio. Pensare di potersi sfamare unicamente delle sole cose del mondo è pura follia. Il pane che sazia tutte le fami si trova imparando ad assimilare i desideri di Dio e ad alimentarsi del nutrimento di Dio. Tutto si può ottenere senza passare attraverso gli altri, in modo immediato ed egoistico, senza alcun cammino di comunione con gli altri e con Dio. È l’opposto della logica dell’eucaristia, sorgente di comunione e di condivisione, radice dell’umile invocazione «Dacci il nostro pane quotidiano» come pure del ringraziamento a Dio per il necessario. Gesù, che non ha mai compiuto miracoli per sé, ma solo per aiutare altri e rendere credibile la via intrapresa, rifiuta di accaparrarsi le persone col ricatto del nutrimento.

 • La seconda tentazione riguarda la mente: il senso di onnipotenza e il miraggio di essere come Dio, perdendo il contatto con la realtà; il possesso di beni e del tempo come garanzia di realizzazione di sé, nonché il potere come strumento di schiavitù degli altri. La madre di tutte le tentazioni è considerare Dio ciò che non lo è, e considerare l’unico Dio come superfluo per la propria esistenza. Ben sa, il Tentatore, che se non ci si prostra al vero Dio si è distrutti dai nostri stessi idoli. Gesù predica la carità nella verità, serve gli altri, ma non si serve di loro; si inchina davanti agli apostoli per lavare loro i piedi, ma non si inginocchia davanti a Satana. L’arroganza, l’ostentazione di potenza e la volontà di dominio universale rientrano nell’idolatria, sempre disastrosa nella storia.

• La terza tentazione riguarda la fede: è la sfida con la morte in modo miracoloso, per farsi vedere e valere; è la pretesa di andare oltre le leggi della natura, la ricerca dello spettacolo e non della rivelazione, la fiducia nelle apparizioni straordinarie e non nell’obbedienza a Dio. Satana cerca di separare da Dio attraverso la parola di Dio: è lo stravolgimento assoluto teso a far sì che le opinioni diventino verità, e la Verità un’opinione. Allora lo sballo appare un “di più di vita”, l’aborto una tutela della maternità, l’eutanasia un aiuto a morire con dignità, la sessualità distorta come il diritto alla libera espressione di sé, la miseria di miliardi di persone come un pedaggio necessario per il libero mercato… Oppure il ricorso alla magia, all’astrologia e all’occultismo è giustificato per assicurarsi salute, sicurezza e protezione di fronte al cieco destino.
L’avere immediato, senza faticare o impegnarsi; il potere gestito per dominare, non in vista del servizio e del bene comune; e infine l’apparire, in modo eclatante: sono le tre grandi forze che ci dominano e che stanno alla base dell’attuale emergenza educativa. Sono falliti la cultura del desiderio e il sistema etico utilitaristico, per i quali la persona umana ha come orizzonte ultimo delle sue scelte e del suo agire esclusivamente i propri interessi. Tale ripiegamento su di sé, favorito anche dal crollo delle ideologie, porta alla distruzione della natura, dell’uomo e della sua rete relazionale, determinando ingiustizie sociali e divisioni familiari, un mondo più triste e più arrabbiato. La grande sfida culturale che ci attende è ripartire dal personalismo, sia per il soggetto sia per il lavoro e la democrazia, la solidarietà e il bene comune. Non ci si salva da soli.
Incontrando le varie forme di povertà materiali, morali e spirituali, la Chiesa incontra il frutto maturo del male, i segni indelebili dell’egoismo e del peccato degli uomini, i capolavori dell’orgoglio, le conseguenze dell’assenza di coscienza e di etica, i semi di morte che sono l’opposto dello Spirito, il quale fa vivere ogni cosa.
Alcuni poteri desiderano mantenere gli uomini schiavi dei propri desideri e succubi dei propri istinti, un ‘branco’ di individui uniformati nei gusti, nelle idee e nelle scelte di vita. Le persone si rapportano agli oggetti come se fossero persone, e si relazionano alle persone – comprese se stesse – come se fossero oggetti. Senza umanità, intimità e speranza.
Nella formazione delle nuove generazioni è importante educare ad esprimere bisogni e desideri, che non sono da eliminare, ma da discernere e purificare, da dominare e orientare (ecco il senso del digiuno e del deserto). Vanno valorizzati tutti i momenti umani che passano dal sentimento all’emozione, dalla razionalità alla decisione, dalla volontà al dono, dal sacrificio alla gioia. L’altro, talvolta ritenuto ingombrante, diventa strumento di salvezza e unica occasione di comunione, perché fa uscire da se stessi, aiuta a superare l’indifferenza e consente un intervento più efficace nel rendere più umana la società. Più la fede è autentica e più lo stile del cristiano è alternativo agli idoli del mondo e viceversa. Tra le cause della diffusione dell’ateismo pratico il Vaticano II riconosce la non limpida testimonianza dei cristiani. Ad essi, infatti, spetta di tenere alta la fede nel Dio di Gesù Cristo, perché «a sbagliare Dio, è sempre l’uomo che ci va di mezzo» (D.M. Turoldo).

468 - L’UOMO È UN ESSERE TENTATO - 17 Febbraio 2013 – Iª Domenica di Quaresima

(Deuteronomio 26,4-10 Romani 10,8-13 Luca 4,1-13)

Nel suo cammino verso la maturità autentica di fede e di vita, ogni persona si viene a trovare in un regime di prova e di scelta. Senza tentazione non c’è libertà. La tentazione è sempre una scelta tra due amori: la seduzione di un mondo secondo Satana e l’attrattiva del mondo come Dio lo sogna. Diceva D. M. Turoldo: «Noi moriamo perché adoriamo cose da nulla, perché scegliamo amori da nulla». È importante non dimenticare di essere persone umane, non angeli. Per B. Pascal «chi vuol essere solo angelo finirà per essere bestia». Ma va anche ricordato che non si è nati per «viver come bruti».Chi si pone alla sequela di Cristo, deve sapere che incontrerà ad ogni passo la tentazione, perché niente infastidisce Satana più del lasciarsi guidare dallo Spirito e dal restare stretto a Dio. Come ricordano i Padri del deserto, la battaglia fondamentale è quella del cuore: presi per mano dallo Spirito attraverso i nostri deserti, si può giungere a quella autenticità di vita a misura di Cristo cui siamo chiamati.
La tentazione fa esercitare e verificare la propria fede come senso di appartenenza al Signore. Nel cristianesimo non vale il principio: «Prima convertitevi e poi sperimenterete la grazia di Dio», perché Dio per primo viene incontro all’uomo, amandolo in modo definitivo e incondizionato. Tale alleanza gli consente di fare un’esperienza nuova e lo rafforza contro il Maligno. Convertirsi è modificare i nostri meccanismi di pensiero e di azione, specchiandosi nella volontà di Dio, e credere significa affidare a Dio ciò che si ha di più prezioso: il cuore e la mente. È certamente doveroso passare dalla ‘conversione’ alle ‘conversioni’: quella personale (la propria coscienza) e familiare, quella ecclesiale e pastorale, quella sociale. La risurrezione è il ‘passaggio’ da una vita schiava e stanca, superficiale e vissuta nel compromesso, a una vita cristiana bella e libera, gioiosa e convinta.
L’esperienza insegna che non è possibile sostenere la fatica dell’ascolto, la corsa dell’annuncio del Vangelo, l’impegno della testimonianza senza mettersi alla prova, senza assaporare la sfida del ‘deserto’. Il silenzio e il deserto sono due grandi tabù dell’odierna società metropolitana. C’è un isolamento subìto e pesante e una solitudine scelta, creativa e feconda, che esige esercizio e audacia. Senza la solitudine e il silenzio, come si potrebbe conoscere se stessi, scavare nel profondo di sé e coltivare semi di comunione? Occorre il coraggio di ritirarsi dal quotidiano, di prendere distanza da impegni e legami, per crescere ‘dentro’, nell’amore. Perché «l’amore e la solitudine sono come i due occhi di uno stesso volto. Né separati né separabili».
I demoni che infestano la nostra esistenza si scacciano con l’ascolto della Parola, la preghiera e il dominio di sé. La Parola rende liberi e capaci di scelte liberanti, senza essere risparmiati dalla prova. Gesù stesso esorta: «Pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22,40).
Una prima indicazione concreta per la Quaresima, dunque, è quella di prevedere un po’ di ‘deserto’ nella nostra quotidianità. Carlo Carretto consigliava di creare «il deserto in città», cioè un posto tranquillo in casa nostra dove ritirarsi per trovare Dio nel silenzio e nella preghiera, «per imparare a riconoscere i segni di Dio e a riportare i nostri problemi al disegno della salvezza che la Scrittura ci testimonia».
La mèta cui tendere è la Pasqua, da cui tutto scaturisce per l’esperienza cristiana. Ma chi potrebbe dirsi degno di meritarsi la Pasqua? La Quaresima non è un percorso irto di prove, il cui superamento dà diritto a celebrare la Pasqua. I quaranta giorni, simbolo di un’intera esistenza, sono il dispiegarsi della misericordia di Dio, che raggiunge gli angoli più nascosti della persona umana, per rigenerarli e risanarli. È seguire, istante per istante, Cristo morto e risorto, vittorioso su ogni tentazione, Figlio amato dal Padre che compie la sua volontà, acqua viva che disseta il nostro cuore, luce che rischiara i nostri occhi, vita immortale che ci partecipa l’esistenza.
Gesù non si lamenta per la nequizia dei tempi, la caduta dei valori, la sfacciataggine del male. Egli non denuncia, come un riformatore religioso o un contestatore moralistico: opta invece per un ‘sì’ più grande all’amore, per una felicità che è dono di sé, per la guarigione della vita. La vittoria redentiva di Cristo tocca la nostra libertà in un modo del tutto umano e assolutamente ‘normale’, attraverso il sacramento della Riconciliazione (lode a Dio per i suoi doni, attento esame di coscienza, sincero pentimento, proposito di non peccare più). È responsabilità degli adulti cristiani incoraggiare e accompagnare i giovani ad esperienze alte, anche se non condivise dalla maggioranza.

PREGHIERA
È lo Spirito a guidarti, Gesù, mentre affronti la missione che il Padre ti ha affidato. Ed è lo Spirito che ti conduce proprio nel deserto, luogo di tentazione. Lì dove Israele ha imparato a fidarsi di Dio, del suo Liberatore, anche tu farai i conti con la solitudine, con la fame e con la sete, con la radicale povertà della condizione umana e sceglierai di essere il Messia secondo il cuore del Padre.
Le attese della gente si faranno sentire e tu dovrai decidere se assecondarle o rifiutarle, se rimanere fedele al progetto di Dio o cercare la popolarità, il consenso, la strada facile dei miracoli, dei gesti spettacolari, dei mezzi abbondanti a tua disposizione.
Nel deserto tu accetti di fidarti interamente del Padre, di mettere la tua esistenza nelle sue mani senza reti di protezione, senza corsie privilegiate. Sarai disarmato e non ricorrerai ad esibizioni di forza, sarai mite e senza il sostegno del denaro, del potere, della cultura. Sarai libero e quindi capace di donare amore a tutti, senza preclusioni, senza sospetti, senza pregiudizi, senza limiti.

sabato 9 febbraio 2013

467 - UN DIO CHE AMA E … CHIAMA - 10 Febbraio 2013 – Vª Domenica del Tempo ordinario

(Isaia 6,1-8 1ªCorinti 15,1-11 Luca 5,1-11)

Pensiamo sempre a Dio come a una entità lontana e fuori dalla vita, sempre che esista… La Scrittura lo annuncia come un Dio che irrompe, chiama e interpella nella quotidianità; ad esempio, in una giornata di pesca qualsiasi sul lago di Galilea; oppure dentro una situazione di incertezza sul futuro e quando tutto sembra bloccato, come per Isaia, chiamato a profetare dentro l’infedeltà di Israele al suo Dio e dentro le avvisaglie di una invasione vicina. Annunciamo anche noi che il Dio dei padri e il Dio di Gesù Cristo non è un Dio né estraneo né straniero alla storia degli uomini. È un Dio che si ‘accontenta’ di mediazioni e di mediatori, della voce dei suoi profeti e inviati che sceglie, associa a sé e purifica con il carbone ardente della sua rivelazione e della sua parola.
L’esperienza di essere chiamati e attirati dal Trascendente è sia purificazione (non si metterà nulla di profano e di lontano da Dio nel messaggio), sia esperienza di liberazione che ci fa diventare liberatori, perché come il profeta, così anche la gente alla quale è inviato potrà liberarsi dagli idoli, dai falsi assoluti, e trovare la libertà nel servizio del Dio unico. Anche i primi chiamati tra gli apostoli diventano tali (apostoli = mandati), proprio perché prima di tutto sperimentano la gratuità di una chiamata, inattesa. Ha come conseguenza il lasciare tutto, per affidare il proprio futuro (pesca di uomini vivi) al Messia che chiama e alla bellezza di un messaggio che si concretizza in una persona. La risposta alla chiamata è possibile quando si è avvolti gratuitamente dalla trascendenza di colui che chiama e che irrompe nella propria quotidianità («Allontànati da me, perché sono un peccatore», Lc 5,8) e che nello stesso tempo si fa vicino, si fa sostegno e garanzia («Prendi il largo e gettate le reti… Non temere…», Lc 5,4.10).
Possiamo e dobbiamo cogliere i segni dell’irruzione di Dio nella nostra vita, leggerne bene le orme nella quotidianità, percepire la consolazione che nasce dal fatto che qualcuno che non è noi (trascendenza) ci chiama, cioè entra in relazione con noi e si fida di noi tanto da affidarci il compito di parlare di lui, con labbra purificate, con una vita cambiata dall’esperienza della chiamata. Esperienza di Dio e vocazione allora ci accomuneranno, trasformando anche noi, come gli apostoli, da semplici soci a uomini «in comunione». 
Lasciamo che la Parola che ci ha chiamati, il pane e il vino che ci metteranno in comunione con il Maestro e tra di noi, ci trasformino in una comunità di fratelli. Una comunità che si sente chiamata da un unico Padre a vivere e testimoniare relazioni nuove, che scaturiscono dall’esperienza della gratuità di una chiamata, dall’esperienza di chi ha capito che la sua vita cambia quando è interpellata dall’Altro e allora va in cerca degli altri e cerca di ‘pescarli’, di convincerli che la vita cambia, quando ci si accorge che non siamo soli e non amati, ma che Uno ci ha scorti nella banalità della vita e ci ha chiamati ad essere suoi.

PREGHIERA
Del lago conoscono tutto: le zone pescose e le improvvise burrasche, le correnti e le anse tranquille, i venti che lo percorrono e il sole che picchia sulla testa. Conoscono la soddisfazione di tornare a riva con le reti piene e la delusione che afferra quando si è faticato una notte intera senza portare a casa nulla. Sanno che non bisogna insistere quando si incappa in una giornata sfortunata e che bisogna attendere momenti migliori.
Eppure quel giorno tu, Gesù, che di mestiere sei falegname-carpentiere, chiedi a Pietro di riprendere il largo, solo perché tu glielo hai domandato. Pietro accetta, confidando solamente sulla tua parola, su di te.
Rinuncia alla sua esperienza, a quello che gli hanno insegnato tanti anni passati a fare il pescatore e si trova davanti ad una pesca sorprendente e ad una proposta che disorienta: «diventerai pescatore di uomini». Un progetto che, per ora, rimane piuttosto misterioso, oscuro, ma che comporta immediatamente un distacco da tutto per seguire te, Gesù. È l’esperienza di ogni discepolo ed è il miracolo con cui dobbiamo fare i conti: la pesca abbondante non è tutto merito nostro, noi ci siamo solo fidati di te.

466 - I FALLIMENTI INEVITABILI

Per una pausa spirituale durante IVª Settimana del Tempo ordinario

La fase di crisi. Sempre più spesso si incontrano persone ferite e sofferenti che, nonostante la fede, si sentono fallite ed inutili e faticano a superare le crisi. Nella nostra società viene esaltato molto il benessere individuale, che rischia di sfociare in un narcisismo eccessivo e nel rifiuto delle fatiche. Eppure la crisi ed il fallimento fanno parte dell’esistenza umana. L’etimologia di ‘crisi’ deriva dal verbo greco krínō che significa separare, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Nell’uso comune ha spesso un’accezione negativa, che sta ad indicare il peggioramento di una situazione. In realtà essa può portare anche a qualcosa di buono, ad una crescita e ad un cambiamento. L’esperienza della sofferenza può aprire a strade diverse: la durezza e la rabbia, oppure la sensibilità e l’umanità, se accompagnata da riflessione, valutazione, discernimento. Vi sono passaggi cruciali nella vita (nascite, morti, malattie, passaggi evolutivi) ai quali non si può sfuggire. Gli eventi critici, prevedibili e imprevedibili, sono punti di non ritorno: si chiude un capitolo e se ne apre un altro. Le modalità precedenti non funzionano più. La crisi diventa allora quel terreno potenzialmente evolutivo da attraversare per poter trovare un nuovo equilibrio. L’evento critico, il fallimento chiedono alla persona, alla famiglia, di attingere alle proprie risorse per ristrutturare il proprio funzionamento. Conta molto come le persone hanno precedentemente risolto altre crisi. Nelle fatiche si può continuare a restare ancorati a ciò che era e non è più, oppure si può, stando dentro la fatica e senza la fantasia di cancellarla subito, ancorarsi ai propri punti di forza e alle relazioni importanti. Inoltre la persona, e tanto più il credente, deve saper attendere con la fiducia di chi sa di non essere solo. «Ed ecco io faccio di te come una fortezza… ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno» (Ger 1,18-19). Nel momento di grande fatica può essere utile la preghiera, la guida spirituale, le esperienze che alleggeriscono. Non tutto si riesce a spiegare subito; serve del tempo per rielaborare ciò che fa soffrire, ma serve anche «il proprio Io che lavora nel tempo».
Il pensiero corre a Dietrich Bonhoeffer, che seppe vivere la propria carcerazione, avvenuta perché anti-nazista, senza perdere la speranza. Attraverso la scrittura dava voce alle sue emozioni e ai suoi pensieri; attraverso i contatti epistolari manteneva un forte legame affettivo con la propria famiglia ed i propri amici; attraverso la preghiera e lo studio della Bibbia sentiva di essere accompagnato da Dio.
Reggere ai fallimenti della vita. Per reagire al dolore serve essere resilienti. La resilienza in fisica è la capacità di un metallo di resistere ad un urto senza spezzarsi; in ambito psicosociale è la capacità di far fronte, resistere, integrare, costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita, nonostante l’aver vissuto situazioni difficili. Alba Marcoli parla di periodi nei quali la crisi non fa più riconoscere se stessi. «Il non riconoscersi più, il sentire che c’è stata una rottura nella propria sensazione di continuità è un primo segnale di crisi. Poi seguono tutta una serie di emozioni faticose: incertezza, angoscia, impressione di avere perso qualcosa». La capacità di reagire ai fallimenti dipende da vari fattori: individuali (temperamento, riflessione e attitudini cognitive), ma anche familiari (calore umano ricevuto, la coesione, l’interesse dei familiari) e da fattori di sostegno (l’avere amicizie, un gruppo di sostegno all’interno del proprio contesto di vita, della propria parrocchia). H. Nouwen scriveva: «Compresi che la guarigione inizia quando sottraiamo la nostra sofferenza al suo diabolico isolamento e capiamo che, qualunque essa sia, noi la sopportiamo in comunione con tutta l’umanità, anzi con tutto il creato».
I buoni samaritani. Le persone che soffrono non devono esserelasciate sole. All’interno della comunità cristiana devono trovare fratelli e sorelle capaci di dare aiuto. Stare nella sofferenza porta ad avere momenti di sconforto, di solitudine, di amarezza. Dio solo sa quanto ci sia bisogno di sostegno quando si perdono le forze; sostegno che nasce da piccoli gesti come un caffè preso insieme, due parole scambiate, la disponibilità per piccoli aiuti materiali. Coloro che vivono i fallimenti hanno bisogno che qualcuno si faccia spazio di ascolto; dimora dove riporre ciò che pesa, sapendo che il proprio racconto verrà custodito con riservatezza. U. Galimberti scrive: «Ascoltare non è prestare l’orecchio, è farsi condurre dalla parola dell’altro là dove la parola conduce. Se poi c’è il silenzio allora ci si fa guidare da quel silenzio». Il dolore riesce ad avere una sua dignità quando viene ascoltato con rispetto, accolto con delicatezza e con gesti di speranza da parte di persone capaci di tessere relazioni. Gesù, nella lavanda dei piedi, mostra una strada che Santucci ben descrive: «Se dovessi scegliere una reliquia della tua passione prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca… girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede, cingermi dell’asciugatoio e curvarmi giù in basso… verso i nemici e gli amici, il vagabondo, l’ateo, il drogato… finché tutti abbiano capito, nel mio, il tuo amore».

sabato 2 febbraio 2013

465 - LA CARITÀ NON AVRÀ MAI FINE - 03 Febbraio 2013 – IVª Domenica del Tempo ordinario

(Geremia 1,4-5.17-19 1ª Corinti 12,31-13,13 Luca 4,21-30)
“Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.* Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. **La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. ***La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”
È un brano che si sente molto spesso ai matrimoni … sarebbe bene impararlo a memoria per confrontarsi spesso con questa Parola che Dio ci dona … e sarebbe bene anche farne oggetto di preghiera e di riflessione in famiglia.
Paolo invita la comunità ad entrare nell’ottica di Cristo, assumendo il suo modo di vivere, di pensare ed agire (Fil 2,5). Il testo può essere organizzato in tre parti: 1) vv. 1-3: necessità della carità 2) vv. 4-7: bellezza della carità; 3) vv. 8-13: l’eternità della carità.
Vv. 1-3: in un crescendo Paolo focalizza l’attenzione dei lettori sulla ‘via per eccellenza’, dandole un nome: carità. Utilizzando i carismi più ambiti, perché più appariscenti, Paolo afferma la loro nullità se non scaturiscono dall’amore. Per enfatizzare il proprio pensiero aggiunge che persino il martirio, l’atto estremo di donare la vita, non ha nessun valore se non è dettato dall’amore. Notiamo che Paolo non qualifica l’amore – di Cristo, del Padre – ma lo considera una realtà assoluta. Utilizzando una bella espressione di Barbaglio, la carità è introdotta «come la grandezza che decide dell’essere e non-essere della persona».
Vv. 4-7: Paolo definisce la carità attraverso 15 verbi, in un’alternanza di termini positivi (2 volte), negativi (8 volte) e ancora positivi (5 volte). La carità non è dunque un atteggiamento passivo (non fare), ma una scelta costante, un discernimento continuo. Leggendo il testo possiamo intuire che carità per Paolo non è ‘qualcosa’, ma ‘qualcuno’: Cristo. Vivere la carità è dunque permettere a Cristo di vivere in noi: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Per mettere in rilievo questa realtà, vorrei accennare soltanto ai primi due tratti positivi: carità come ‘magnanima’ e ‘benevola’. Il primo termine indica uno sguardo aperto, libero, che si apre nell’accoglienza dell’altro senza pregiudizi: è lo sguardo che coglie nell’altro il suo essere ‘immagine e somiglianza di Dio’, anche se offuscato da un cammino di peccato. Per questo la ‘magnanimità’ produce ‘benevolenza’, suscita il ‘bene’ nell’altro. ‘Magnanimità e benevolenza’ sono seguite da un elenco introdotto negazione ‘non’ – «non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio…» – dove Paolo presenta ciò che è incompatibile con la carità perché appartiene ad una modalità di vita «carnale», estranea a coloro che essendo «di Cristo Gesù» sono chiamati a «camminare nello Spirito» (Gal 5,16-24). L’ultimo versetto di questa sezione è contrassegnato dall’utilizzo del termine ‘tutto’: «tutto sostiene, in tutto ha fiducia, tutto spera, tutto sopporta»: nulla può fermare l’amore perché come ricorda il Cantico, l’amore è più forte della morte (8,6).
Vv. 8-13: Dopo aver dimostrato che la carità definisce l’essere e lo stile di Dio, Paolo giunge alla conclusione che essa non avrà mai fine. Tutti i carismi funzionali alla missione scompariranno nel tempo della pienezza. Soltanto la carità permarrà, perché chi ama percepisce la realtà nella prospettiva di Dio. Nell’ultimo versetto, infine, l’apostolo afferma la priorità dell’amore persino rispetto alle altre due ‘virtù teologali’, la fede e la speranza: nella contemplazione faccia a faccia con Dio, infatti, la fede si trasformerà in visione e la speranza in certezza. Soltanto l’amore rimarrà perché Dio è, in essenza, carità (1 Gv 4,8).

PREGHIERA
Porti un Vangelo, un annuncio di gioia, di guarigione, di liberazione, di speranza e allora, Gesù, perché ti rifiutano, perché ti cacciano dal loro paese? Hai già offerto dei segni, ne parlano tutti i villaggi vicini, e loro stessi riconoscono le parole di grazia che escono dalla tua bocca, e allora perché ti riservano un trattamento così duro?
Forse perché non possono accettare che Dio si serva di uno di cui credono di sapere quasi tutto. Forse perché pretendono che Dio si comporti secondo le loro attese e faccia arrivare qualcuno che appartiene ad una famiglia nobile o alla casta sacerdotale, o comunque alla cerchia dei potenti…
E invece il Messia sei proprio tu, tu che hai passato trent’anni in mezzo a loro, senza segnalare la tua presenza con fatti straordinari, con imprese mirabolanti, tu che conosci – come ognuno di essi – la dura legge del lavoro, le avversità e la penuria, tu che hai condiviso con loro la preghiera nella sinagoga, ma anche la fatica quotidiana, le gioie e le speranze, i lutti e i dolori. Ed è per questo, paradossalmente, che ti rifiutano perché sei vicino a loro, uno di loro.

464 - C’È UNA LIBERAZIONE IN ATTO OGGI?

Per una pausa spirituale durante IIIª Settimana del Tempo ordinario

Gesù ha detto che è venuto a “proclamare ai prigionieri la liberazione” … e questo nel l’“oggi di Dio”: Questa liberazione passa prima di tutto nel cuore di tutti noi. Una persona è libera prima di tutto se lo è nel nostro cuore e nei nostri giudizi. Spero che le storie che seguono abbia a renderci più attenti nei confronti dei carcerati.
Marco P. - Leggo nella storia recente e mi incontro costantemente con due notizie: l’affollamento delle carceri italiane e l’alto numero di suicidi nelle medesime: nel 2011 i suicidi sono stati 186, dal 2000 al 2011 sono 1.960 i detenuti che si sono suicidati, sempre persone umane. È un dato allarmante, una vera e propria strage silenziosa. Nel 2000 ebbi la grazia di prestare servizio presso il carcere “Due Palazzi” di Padova, nella sezione Alta Sicurezza: ergastolani dunque, per la maggior parte. Incontrai un centinaio di persone, ma solo con alcune scattò il percorso di riabilitazione e tutto grazie allo stile di amicizia: presentarsi sorridendo, mostrarsi accoglienti, ascoltare tutto ciò che avevano da dire, non far trapelare mai un giudizio. I primi colloqui avevano uno stampo comune: incarcerati ingiustamente, per coprire qualcuno, l’avvocato si era sbagliato… Poi, solo con alcuni, pochi, scattava qualcosa di diverso: la fiducia li portava ad aprirsi, a confidare la verità, a chiedere perdono. Spesso era il pensiero dei figli a mettere in movimento queste persone, il desiderio che almeno loro potessero vivere in modo diverso. Ricordo in particolare Marco P., che aveva sparato al padre con il fucile da caccia, mentre questi abusava della figlia. Poi venne la droga, o forse c’era già. Marco era in dubbio se iscriversi al corso per avere la licenza media, ma era svogliato, demotivato. Lo attirava il fatto che avrebbe potuto godere di alcuni sconti pena. Lo incoraggiai, ma aveva avuto un’esperienza umiliante con la scuola: alle elementari, la maestra lo aveva ingabbiato in un doppio giro di banchi perché non disturbasse gli altri alunni. Alla fine Marco accettò, si iscrisse al corso e quello fu l’inizio della sua rinascita. Si compiaceva di essere il migliore della classe, composta da cinque allievi, lui era l’unico italiano, gli altri non sapevano né leggere né scrivere nella nostra lingua, figuriamoci studiare! Era una vittoria facile, ma per Marco era importante recuperare la stima di sé. Con gli anni prese anche il diploma di ragioneria e un corso di programmatore per computers gli permise di trovare lavoro a Mestre. Ora gode di un regime di semilibertà. È rinato. La verità lo ha fatto libero.
Cesare deve morire - Nel febbraio 2011 un film italiano, Cesare non deve morire, dei Fratelli Taviani ha trionfato al Festival cinematografico di Berlino, vincendo l’Orso d’oro. Il film è girato quasi per intero nel carcere di Rebibbia, dove da un decennio alcuni detenuti recitano Shakespeare, Dante ecc. Questo percorso nell’arte li aiuta a ritrovare la stima e ad entrare in contatto con la bellezza. Attraverso il testo teatrale esprimono se stessi, ritrovano la verità, la rielaborano e la integrano nella loro vita. Nel film dei Taviani il testo che la compagnia teatrale deve rappresentare è il Giulio Cesare di Shakespeare, dove vi sono la congiura, l’omicidio, il male. Chi recita il personaggio di Bruto deve ‘ripetere’ e rivivere ciò che ha compiuto nella vita. Tutto ciò aiuta a prendere contatto con se stessi e con la propria storia attraverso il linguaggio dell’arte. Dice in un intervista Salvatore Striano, ‘Sasà’, in carcere a Rebibbia per otto anni, protagonista del film dei Taviani e ora attore di successo: «Ho esitato un momento, ma lavorare con i Fratelli Taviani era un’occasione troppo straordinaria. Come in un sogno mi sono ritrovato Bruto su quello strano set, ho rivisto antichi compagni di pena, ho ripetuto con loro parole ed emozioni di un testo che pareva scritto sulla pelle di tutti noi. Dove si parla di amicizia e di odio, di potere e di libertà, di tradimento, di complotti e di omicidi… La famosa frase di Antonio davanti al cadavere di Cesare, “Bruto è un uomo d’onore”, nel braccio di Alta Sicurezza di Rebibbia affollato da cosiddetti “uomini d’onore”, risuona ben diversamente». Oggi ‘Sasà’ è attore affermato, che ha lavorato anche in Gomorra di Matteo Garrone e in diversi serial televisivi. La sua vita è rinata.
Ciro - L’amore buio è un film di Antonio Capuano del 2010, vi si narrano le storie di Ciro e di Irene, due adolescenti napoletani: lei appartiene al ceto borghese della città, lui a quello della camorra. Ciro, dopo aver bevuto, ferma Irene appena scesa dall’auto del fidanzatino e con i compagni compie su di lei violenza. Incarcerato a Nisida, Ciro inizia a chiudersi e a sentirsi diverso dagli altri, la sua rabbia la esprime con gesti violenti, ma poi attraverso alcune lettere e poesie (una scritta anche ad Irene), riesce a rielaborare il proprio gesto e a redimersi. L’arte, la bellezza, la poesia sono anche in questo film, che andrebbe proiettato in tutti i nostri oratori, una possibilità di redenzione. Ciro, figlio del suo tempo, troverà il coraggio di “annunciare” il suo cambiamento in una poesia recitata sul palco del carcere, poesia che egli stesso trasforma in Rap per renderla accessibile al suo linguaggio, che è anche quello degli altri ragazzi. Nel film di Antonio Capuano compare anche don Luigi Merola, sacerdote che ha girato più di 900 scuole in Italia a raccontare Napoli, i giovani e la camorra. Con alcune associazioni si occupa di prevenzione del mondo giovanile nei quartieri a rischio di Napoli e dintorni. Dal 1997 gira con la scorta perché la sua vita è in pericolo.
C’è una liberazione in atto oggi? C’è ed è operata da quei sacerdoti, da quei cristiani che hanno preso sul serio il discorso di Gesù nella sinagoga di Nazareth, sapendo che quelle parole chiedono di essere incarnate in vite concrete spese per gli altri, proprio come ha fatto Gesù dando vita alla parola del profeta Isaia.

463 - TANTE MEMBRA UN SOLO CORPO - 27 Gennaio 2013 – IIIª Domenica del Tempo ordinario

(Neemia 8,2-10 1ªCorinti 12,12-30 Luca 1,1-4;4,14-21)

La comunità cristiana sta alla Chiesa come la famiglia sta alla comunità. Leggendo e meditando questo brano possiamo scoprire le regole del vivere insieme. Paolo continua a dialogare con la comunità di Corinto per aiutarla ad assumere una nuova percezione della propria identità, passando dall’auto-affermazione all’offerta di sé. Paolo sfida la comunità a riconoscere la propria unicità, esemplificata dal dono di carismi diversi, come parte di un progetto più grande: la costruzione del Corpo di Cristo. L’apostolo sottolinea come doni diversi sono distribuiti da Dio ad un unico scopo: rendere una comunità umana prolungamento della presenza di Cristo nella storia, luogo dell’esperienza di Lui. È un progetto che sorpassa l’individuo senza però annientarlo.
Nei vv. 12-13 Paolo ricorda il senso del loro essere insieme: «e in un solo Spirito noi tutti in vista di un unico corpo siamo stati battezzati». Per l’azione dello Spirito, nel battesimo, è generato un corpo che appartiene a Cristo. Per descrivere l’universalità di questo ‘corpo’ Paolo utilizza i binomi, giudei-greci; schiavi-liberi: l’appartenenza culturale, etnica; la distinzione sociale, tutto ciò che crea barriere ed è sorgente di conflitti nella società umana, è trasformata dallo Spirito in un’unità organica chiamata ad essere Cristo nella storia.
Nei versetti seguenti Paolo esemplifica un concetto importante: il ‘Corpo’ è uno ed insieme è ‘molte membra’. Le membra non sono semplicemente parti del corpo, ma sono il corpo. Rileggendo i vv. 14-20 notiamo la contrapposizione continua tra ‘non è’, ‘ma è’. Nessun membro isolato è il corpo, ma il corpo non sarebbe tale se mancasse una sola delle sue membra. Paolo è attento a riportare questa armoniosa complessità all’opera di Dio che ha ordinato le membra «come ha voluto».
Sfogliando la Bibbia, possiamo notare la ripetuta attenzione alla relazione problematica tra individuo e comunità. Nel racconto delle origini leggiamo che la relazione tra le persone è un costitutivo antropologico fondamentale: Dio non crea solo la persona, ma anche la relazione tra le persone. L’altro è dunque una presenza inevitabile, da abbracciare come ‘fratello’ o respingere come ‘minaccia’.
Utilizzando una nota espressione del filosofo francese J. Guitton: «In mancanza di un amore comune ci accontentiamo di una paura comune». La Scrittura svela l’origine della paura dell’altro nell’incapacità di articolare le differenze. La creatura rinuncia al suo essere immagine e somiglianza di Dio per porre se stesso come paradigma autonomo di umanità. L’altro è ridotto ad un’immagine riflessa e l’incontro inter-personale diviene strumentale alla soddisfazione dei propri bisogni. La storia sacra ci insegna che le relazioni tra persone sono spesso ferite, asimmetriche. Eppure, come ricorda Martin Buber: «Fuggire dall’altro è fuggire da me stesso». La Scrittura invita a superare la paura dell’altro attraverso l’educazione dello sguardo, per incontrare la differenza come ricchezza ed opportunità.
Quale rapporto deve dunque esistere tra le diverse membra? Paolo risponde a questa domanda nei versetti seguenti attraverso l’uso del termine ‘bisogno’: ogni membro deve riconoscere di ‘avere bisogno’ dell’altro ed insieme essere disponibile ad ‘andare incontro al bisogno dell’altro’. Questo equilibrio è concretizzato da Paolo attraverso alcuni esempi: protezione di ciò che è più debole; solidarietà; compartecipazione; consapevolezza che senza l’altro non sono; come ha espresso un noto teologo africano: «Io sono perché noi siamo e dato che noi siamo, io sono». L’essere Corpo di Cristo è dunque dono comune elargito dallo Spirito: lo stesso Spirito è l’origine della diversificazione operativa. In vista della missione lo Spirito con la creatività che gli è propria ha suscitato carismi diversi: ogni dono è essenziale ed insieme non sufficiente ad ‘esaurire’ la personalità del Cristo.

PREGHIERA
Gesù, tu sei venuto a portare un Vangelo, un lieto annuncio che rallegra tutti coloro che attendono, invocano un cambiamento decisivo nella loro esistenza. Ecco perché i tuoi primi destinatari sono proprio i poveri: quelli che non hanno nulla da difendere, né proprietà, né confini, e neppure gruzzoli consistenti. E non possono contare neppure su se stessi perché non ce la fanno nemmeno ad andare avanti, tanto pesano i carichi sulle loro spalle. Ecco perché tu ti rivolgi ai prigionieri, a quanti si trovano privati della loro libertà, incatenati ai loro debiti, schiacciati da una situazione impossibile. Ecco perché indirizzi la tua parola a tutti coloro che soffrono, condannati ad una vita di stenti, costretti a vivere di elemosina perché privati di un bene essenziale come la vista, l’udito, il movimento.
Tu dichiari che per ogni creatura, ma soprattutto per queste, si apre un anno di grazia: Dio prende nelle sue mani la loro sorte, le loro fatiche, i loro dolori e trasforma la loro oppressione in libertà e pienezza di vita.

462 - Per una pausa spirituale durante IIª Settimana del Tempo ordinario

1. La gioia è il bene della vita, il suo desiderio più intenso.

O forse il suo traguardo, il suo senso, la polarità che attrae i nostri passi nell’affannoso andare. Ne sentiamo più acuto il bisogno quando ci manca; non semplicemente in ragione del dolore del corpo o della tristezza del cuore, ma per un sentimento più profondo di privazione, che è impedimento alla fiducia, incapacità di sperare, esclusione dall’esperienza d’amore. L’assenza di gioia è lo smarrimento che rivela la nostra disperata povertà. Cerchiamo surrogati di gioia in modo incessante, frantumandone il gusto in ciò che sembra promettere momentaneo ristoro al vuoto dell’essere. In realtà, se il sogno è quello di uno stato dell’essere ‘colmato’, fino alla totale fiducia e all’abbandono dentro un abbraccio, fino alla speranza divenuta certezza d’un futuro, fino allo scambio dell’amore totale, ci accorgiamo che la gioia è la sintesi delle tre virtù teologali: fede, speranza, carità. La gioia ha a che fare col divino.
Eppure nella storia umana c’è stato e c’è un sentimento ‘religioso’ che non si accompagna alla gioia, ma piuttosto a un’emozione paurosa del ‘sacro’, inteso come il ‘tremendo’. In essa ha potuto prender forma, invece che la gratitudine dell’essere, un oscuro sentimento del proprio nulla, l’angoscia di una incolmabile distanza, il timore opprimente di un minaccioso mistero. Nella vita concreta, che vorrebbe esplodere in creativa fantasia, la religione umana della paura è parsa maledire la gioia, rattrappire lo slancio e la libertà, inventare una precettistica inesauribile come una rete in cui lo spirito s’imprigiona, in divieto di gioia.

2. Gesù di Nazareth è venuto fra noi, e tutto si è capovolto.
Gesù dice che Dio è misericordia, cioè un grembo d’amore. Dice che Dio è gioia e vuole la gioia dell’uomo. Che ha mandato il Figlio nel mondo «a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (Gv 3,17). Che il Figlio di Dio si è dunque «unito in certo modo a ciascun uomo» (Gaudium et Spes, 22). Ora lo sguardo nell’oltre non incontra più un enigma minaccioso, ma il volto di un Padre. E la preghiera che sale dalla terra non è quella dei servi, ma dei figli (Gal 4, 6-7). Con la confidenza, con la gioia dei figli.
La gioia è il respiro stesso della fede. Sveglia dal sonno i pastori col canto che li guida al presepe, quando Gesù nasce. Arde nel petto dei discepoli di Emmaus, quando tutto è compiuto, e ravviva la loro morta speranza. Tutto il vangelo di Gesù è letteralmente un «annuncio lieto», è l’annuncio della gioia. È questo il Regno. La sua costituzione propone la sua legge e i suoi doveri sotto forma di ‘beatitudine’, traccia la gioia pur dentro le situazioni che noi troviamo disperate, dà al nostro pianto la promessa di una consolazione. Lo scarto fra la nostra miseria e l’infinita perfezione di Dio, fra le nostre ricorrenti viltà, gli errori e i tradimenti, la lontananza, la separazione, fra la tristezza del peccato e la speranza d’una salvezza, è colmato dal miracolo del perdono. Gesù ci chiama a convertirci alla gioia e ci rifà nuovi, come in una seconda creazione. E in essa il Cristo ‘vero uomo’ rivela la bellezza di ciò che è umano, uscito dalle mani gioiose di Dio; l’uomo vivente ‘gloria di Dio’. La fede in Gesù non deprime nulla di ciò che è autenticamente umano, anzi lo esalta. Lui è il primogenito, fra noi (Rm 8,29).

3. C’è un episodio della vita di Gesù nel quale la teologia della gioia si fa trasparente. 

 È la scena delle nozze di Cana, quando gli sposi non hanno più vino e Gesù compie il suo primo miracolo. E la gloria si rivela e la fede scintilla. Gesù va alla festa che celebra l’amore. L’amore umano, nella sua naturalezza, nella sua corporeità e spiritualità, nella bellezza iscritta dal Creatore nel corpo e nel cuore dell’uomo e della donna. La festa di una unione che è paradigma di conoscenza dell’amore di Dio, e sul quale Cristo pone il suo segno sacro.
Il vino è la gioia. Nella sua simbologia profonda, radicata in antico, il vino evoca anche l’immagine della prosperità, dell’abbondanza, della salute, della vitalità. Ma è la gioia il suo segno, è nella gioia che lo spirito trova la propria singolare ebbrezza (la «sobria ebrietas» degli antichi contemplativi).
«Non hanno più vino» è lo sconcerto improvviso di veder guastata la gioia. La privazione, o forse l’improvvidenza, il desiderio che non s’appaga, lo sperpero che si paga. Non c’è più gioia anche quando siamo estenuati dalla ricerca di gioie artificiali, disperdendo l’autentico bene. Ma ecco il miracolo della sollecitudine invocata, propiziata dalla madre: e col gesto obbediente dei servi il vino scintilla nelle giare della purificazione. Nelle giare dell’acqua rituale, sì, anche questo è un segno fra i segni. I rituali hanno il loro bravo rispetto, per l’amor del cielo. Ma son rituali: e nulla regge il paragone con il tuffo nella pienezza dell’amore. Qualche fariseo vuol correggere il Maestro, suggerendo una predica sull’astinenza, a metà del banchetto, per rispetto delle giare? No, il Maestro è più dei riti. Ed è anche più esigente dei riti, perché è l’amore più esigente. Il vino dell’amore può diventare sangue, e lo diventerà nell’ultima sera della sua vita, la sera in cui la confidenza con i discepoli traboccherà, insieme al dono supremo, nella grande parola di gioia: «vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 11)

4. L’amore può arrivare fino al dono della croce.
La tribolazione della vita, la «nostra croce» come noi la chiamiamo, viene per tutti, ed è vano scansarla, finirebbe per schiacciarti. Ma accettare la croce per chi ha fede in Gesù non è disperazione, perché vita e morte hanno riscatto nella sua promessa: «Io voglio che là dove sono io siano anch’essi». Anche noi, in speranza, possiamo pregustare questa gioia.
Ha lasciato scritto Carlo Carretto: «Se tu bevi quel vino che Dio stesso ti offre, sei nella gioia. Dio è gioia anche se sei crocifisso. Dio è gioia sempre. Dio è gioia perché sa trasformare l’acqua della nostra povertà nel vino della Risurrezione. E la gioia è la nostra riconoscente risposta».
Mostrare la gioia cristiana, semplicemente, è fare della propria vita un catechismo vivente. Ciò che in noi è noioso e triste non corrisponde alla fede nel Maestro. Ma la gioia è essa stessa una grazia; una vocazione di grazia che assomiglia alla santità. Per questo i santi hanno irradiato la gioia. Per questo noi la invochiamo.

461 - IL VINO DELLE NOZZE DI CANA - 20 Gennaio 2013 – IIª Domenica del Tempo ordinario

(Isaia 62,1\-5 1ªCorinti 12,4-11 Giovanni 2,1-11)

Nel linguaggio profetico il vino esalta l’ebbrezza dell’incontro sponsale (Os 2,2-24; Is 62,5.8.9). Un rilievo particolare è dato dall’esultanza radiosa dei tempi escatologici: quel giorno saranno allietati da un vino straordinariamente abbondante (Am 9,13-14; Ger 31,12; Gl 2,19.22.24), di qualità sopraffina (Os 14,8; Is 25,6; Zc 9,17) e di intensa gratuità (Is 55,1). Il Cantico dei Cantici utilizza ripetutamente la metafora del vino per dichiarare l’attrazione che l’Amato e l’Amata nutrono l’uno per l’altra (Ct 1,2.4; 2,4; 4,10; 5,1; 7,3.10; 8,2). Poiché Gesù offre una quantità straordinaria di vino (più di 500 litri) nel contesto di un banchetto nuziale, comprendiamo che in Lui abbiamo l’avvento dei tempi messianici: colui che dà il vino è lo sposo-messia. Il vino rappresenta dunque il dono messianico per eccellenza, identificato con Gesù stesso: unicamente il suo vino è capace di purificare e di salvare. In altri termini, il vino offerto a Cana simboleggia la sua parola rivelatrice, definitiva, che porta a compimento la legge antica. Per questo le sei giare sono riempite «fino all’orlo».
A riprova di questa identificazione è interessante notare come nel testo la bontà del vino è descritta dall’aggettivo kalós, ‘buono/bello’, il medesimo utilizzato per descrivere la qualità di Gesù, buon pastore che realizza tutte le attese di Dio (10,1). L’abbondanza ed eccellenza del vino esprimono dunque l’abbondanza ed eccellenza del dono che Gesù è; il fatto che quel vino arrivi soltanto alla fine del banchetto svela che Gesù è veramente la «pienezza della grazia e della verità» (1,14). Gesù, la Parola fatta Carne, si gusta nell’acqua fatta vino. Quando ‘l’ora’ di Gesù si compirà nella sua elevazione sulla croce, quel vino avrà il sapore della sua vita immolata per la nostra salvezza. La seconda parte del v. 11 indica la ragione del segno: «i suoi discepoli credettero in Lui». Mi sembra opportuno approfondire il significato di questo verbo che ricorre ben 98 volte nel quarto vangelo, dove è stranamente assente il sostantivo «fede». ‘Credere’ per Giovanni non è uno stato, ma un processo dinamico. L’associazione costante con la preposizione eis suggerisce la dinamicità della relazione: credere è ‘rimanere’ nella relazione con una Parola che ci incontra, ci mette in discussione, si propone alla nostra accoglienza ed alla quale siamo chiamati a rispondere in un cammino di sequela perseverante. In questa prospettiva comprendiamo il significato della presenza di Maria: essa non si sovrappone al figlio; è disposta a lasciargli il campo. Non conosce la risposta, ma continua a camminare nella fede, educando alla fiducia incondizionata nei confronti di Gesù. Per questo, nel v. 12 è ribadita la sua presenza quando i discepoli muovono i primi passi seguendo il Cristo. La precisazione del narratore, che essi rimasero a Cafarnao «pochi giorni», evita la chiusura della narrazione. Essa rimane sospesa verso un compimento che sarà offerto al lettore ai piedi della croce, quando Maria ritornerà al fianco dei discepoli, per essere offerta dal Figlio come Madre e custode dei credenti.
A Cana, dunque, Gesù crea il popolo dei suoi discepoli: essi sono la primizia della comunità messianica fondata nella relazione con Lui. Le parole della Madre riecheggiano le parole di Israele, quando ai piedi del monte Sinai accolse il dono della Legge: «Quanto il Signore ha detto noi lo faremo» (Es 19,8; 24,3.7). Pronunciando il suo sì Israele diviene la sposa del suo Dio: «Io stesi il lembo del mio mantello su di te…, giurai alleanza con te… e divenisti mia» (Ez 16,8). A Cana, la madre invita anche noi, comunità dei discepoli del Risorto, a percorrere la medesima strada, per divenire amici dello sposo (3,29) ed essere introdotti alla mensa nuziale (Ap 19,7-9).

PREGHIERA
Nonostante i nostri preparativi, nonostante i nostri calcoli e le nostre sagge previsioni, accade inevitabilmente, Gesù, che venga a mancare qualcosa di essenziale. In quel frangente non ci resta che rivolgerci a te, Gesù, perché da soli non potremmo far fronte alle difficoltà. Le nostre energie hanno un termine e le nostre risorse si esauriscono. I nostri progetti, affidati solamente alle nostre capacità, sono votati al fallimento.
Anche quel giorno, a Cana, la festa di nozze stava per finire e in modo piuttosto miserevole. Com’è possibile nutrire l’allegria con bicchieri colmi d’acqua? Com’è possibile continuare, privi di quel segno di benedizione, di fecondità, di gioia, rappresentato dal vino?
Il tuo intervento, Gesù, permette al banchetto di continuare, ma non in un qualche modo, con un vinello di recupero. Sì, è sempre così, Gesù, tu ci offri il vino buono, il vino migliore, proprio quando pensiamo che tutto stia per finire male: così ci dimostri che vale la pena fidarsi interamente di te.

sabato 12 gennaio 2013

460 - TU SEI IL FIGLIO MIO, L’AMATO - 13 Gennaio 2013 – Battesimo del Signore

(Isaia 40,1-11 Tito 2,11-14;3,4-7 Luca 3,15-22)

Ultima delle solennità del tempo di Natale, la festa del Battesimo del Signore costituisce una specie di saldatura tra il mistero dell’Incarnazione e il percorso delle prime domeniche del tempo ordinario. Ci strappa, in modo piuttosto brusco, alla capanna di Betlemme, ai pastori e ai Magi, per farci cogliere in profondità il significato di ciò che è accaduto.
La festa odierna quindi chiude il tempo di Natale e apre sul tempo ordinario. Lo fa mettendoci davanti proprio la scena del Battesimo di Gesù al fiume Giordano, cioè saldando insieme l’epifania con la missione pubblica. Il cielo aperto indica «che la preghiera di Gesù viene accolta e si riapre in pienezza la porta dell’incontro tra Dio e l’uomo» e la colomba non è altro «che la concreta espressione di un rapporto d’amore e di fedeltà che si ripristina tra Dio e il suo popolo nella persona del Figlio, visto come lo sposo a cui fa ritorno la colomba d’Israele». Questa rivelazione, che fa percepire i tempi messianici, non induce tuttavia ad una contemplazione statica. È piuttosto un dinamismo che si mette in moto, una forza che, a partire dal Giordano, si mette in azione per raggiungere ogni persona. E noi siamo invitati a mettere i nostri passi su quelli di Gesù, per accogliere i suoi gesti e lasciarci trasformare dalle sue parole.
La liturgia non vuole che ci fermiamo al Giordano. Il brano della lettera a Tito ci guida a riconoscere ciò che per noi e in noi si è realizzato. La salvezza portata dal Figlio, l’amato, si è compiuta nella nostra storia, attraverso il Battesimo che abbiamo ricevuto. Anche noi, dunque, grazie al Battesimo, siamo stati sottratti alle forze del male e del peccato, riscattati da ogni schiavitù e resi liberi, cioè capaci di vivere con sobrietà, giustizia e pietà. «Il saggio equilibrio e controllo di sé, la giustizia verso gli altri, la pietà verso Dio» prima di essere un’indicazione di vita costituiscono la possibilità di un’esistenza buona e bella.
Anche noi, grazie al Battesimo, siamo stati ‘rigenerati’ e ‘rinnovati’ nello Spirito Santo. L’amore di Dio, riversato su di noi attraverso Gesù, ha prodotto frutti insperati. Ha fatto morire l’uomo vecchio ed emergere l’uomo nuovo, segnato da una relazione improntata a fiducia e confidenza nei confronti di Dio (siamo suoi figli) e a generosità e misericordia verso gli altri (siamo fratelli). La scena svoltasi al Giordano non è rimasta allora un quadro: per ogni battezzato quella ‘rivelazione’ si è avverata.

PREGHIERA

L’attesa è terminata, Gesù, il momento è finalmente giunto: ora la tua missione comincia. Per questo, infatti, tu sei venuto. È con la forza dello Spirito che ci vieni incontro: con uno spirito di misericordia per risollevare e guarire, con uno spirito di saggezza per insegnarci a leggere questa nostra storia tormentata e offrirci strade nuove che non tradiscono le promesse.
Tu vieni con uno Spirito di mitezza e di pazienza, disposto a cercarci nelle regioni della nebbia e del disorientamento, pronto ad offrirci quel perdono smisurato che fa di noi creature nuove e a strapparci risolutamente ad ogni schiavitù, ad ogni catena.
A guidarti è solo l’amore, un amore senza limiti, che traboccherà da ogni gesto e da ogni tua parola. È lo stesso amore che il Padre da sempre ha riversato su di te e di cui ora tu fai dono all’umanità. È quell’amore che, solo, può cambiare il corso delle vicende umane, offrendo a chi lo desidera un fuoco perenne che accende l’esistenza, la possibilità di attingere alla fonte eterna della vita.

sabato 5 gennaio 2013

459 - HAI RIVELATO ALLE GENTI IL TUO FIGLIO - 06 Gennaio 2013 – Epifania del Signore

(Isaia 60,1-6 Efesini 3,2-6 Matteo 2,1-12)

La vicenda dei Magi, al di là del mistero che la circonda, disegna ai nostri occhi i passaggi che caratterizzano l’approdo alla fede. Scrutare la natura e la storia, cercare, domandare, trovare… e imboccare un’altra strada: ecco i verbi che costituiscono altrettante tappe di un percorso che conduce a Dio. Venuti da lontano, i Magi approdano – sotto la guida della stella – al bambino nato da poco. Riconoscono in lui il Potente, il Signore loro annunciato e gli offrono doni dall’alto valore simbolico.Grazie a quel bambino tutti gli uomini – ebrei e non ebrei – sono chiamati a formare un solo popolo, il popolo dei redenti, cioè di coloro che accolgono il Vangelo e, grazie allo Spirito, condividono la stessa eredità e partecipano alla stessa promessa.
Riflettiamo ora sui verbi che narrano l’incontro tra Gesù ed i Magi: ‘videro’, ‘si prostrarono’, ‘adorarono’, ‘aprirono i loro scrigni’ e ‘offrirono in dono’. 

 • «Videro». Avevano visto la stella, ma quella era solo un segno. Ora hanno raggiunto il traguardo e i loro occhi si aprono sul bambino con Maria, sua madre. Nell’esistenza del credente il verbo ‘vedere’ ha la sua parte, anche se non deve essere sopravvalutato. Non appare davanti ai Magi la potenza di Dio, ma la fragilità di un bambino, nato da poco, accanto a sua madre. Bisogna avere uno sguardo particolare, lo sguardo della fede, per riconoscere in quel bambino il «re dei Giudei». Nulla, infatti, lo fa presagire. Lo scenario dimesso, la tenera età non costituiscono per nulla un aiuto. E tuttavia grazie alla stella – il segno di partenza – i Magi sono sicuri di non sbagliarsi. 

 • «Si prostrarono» e «lo adorarono». La prostrazione/adorazione «non è un gesto formale previsto dal cerimoniale di corte. Veicola, con il linguaggio del corpo steso completamente a terra, il messaggio del supplice verso colui che sta in alto, del debole nei confronti del forte, del povero che lambisce la polvere e che si affida a colui che solo può rialzarlo». C’è un cambiamento di prospettiva, e non è di poco conto. Fino ad ora i Magi hanno diretto il loro sguardo verso il cielo nella contemplazione della stella, «adesso sono con il capo all’ingiù, riversi per terra e comprendono quale grande dono Dio abbia fatto attraverso l’Emmanuele. Il cammino celeste è autentico proprio perché realizzato nella storia degli uomini da un Messia mite ed umile di cuore».

• «Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra». Davanti al Dono di Dio, i Magi tirano fuori i loro doni. Doni preziosi, contenuti nei loro scrigni, destinati a conservare beni a cui si tiene veramente. Doni simbolici che implicano un riconoscimento nei confronti di quel bambino. È lui il Signore vero, lui l’Eterno che ha deciso di assumere la carne di un uomo. Quei doni, dunque, equivalgono ad un’autentica confessione di fede. Ed esprimono un altro atteggiamento che caratterizza la nostra fede. I nostri doni non pretendono mai di ricambiare il Dono che Dio ci ha fatto. Sono piuttosto un modo per esprimere la nostra riconoscenza nel ‘rendimento di grazie’. In effetti la dinamica ‘eucaristica’ abita costantemente la nostra relazione con Dio. Noi non siamo preoccupati di conquistare Dio e di convincerlo ad usarci benevolenza. Per un motivo molto semplice: Egli ci precede sempre con il suo amore. A noi la gioia di dirgli la nostra gratitudine.

PREGHIERA

Ecco, c’è una domanda che si portano dentro da molto tempo e hanno percorso tanta strada per trovare qualcuno che sia in grado di fornire una risposta adeguata. Ecco, c’è un interrogativo che abita la loro esistenza da quando hanno visto quella stella splendere nel firmamento con un chiarore inedito. Ecco, c’è una richiesta che tiene desto il loro desiderio perché hanno sacrificato tutto pur di venire a capo di una ricerca che li ha condotti lontano dalle loro case: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?».
Poche parole, fatte apposta sembra, per destare sconcerto e turbamento in chi non attende nulla anche se custodisce, suo malgrado, un’indicazione precisa, e anche in chi teme, in ogni caso, quel nuovo che invece rallegra tutti i poveri della terra, tutti coloro che scrutano la natura e la storia in cerca di una traccia.
Dona, Signore Gesù, a tutti i magi, di ieri e di oggi, la gioia indicibile di incontrarti, di vedere il tuo volto.

domenica 30 dicembre 2012

458 - SOTTO IL SEGNO DELLA BENEDIZIONE - 01 Gennaio 2013 – Maria Madre di Dio

(Numeri 6,22-27 Galati 4,4-7  Luca 2,16-21 )
BUON ANNO  BUON ANNO  BUON ANNO  BUON ANNO  BUON   “Cosi benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Cosi porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.
Questa lettura dal libro dei Numeri ci ricorda che il mondo e la vita sono sempre sotto il segno della benedizione.
Che cosa significa, in effetti, ricevere una benedizione? Come ci ha ricordato il biblista, «ogni qualvolta riceve una benedizione, l’uomo viene ricondotto dentro una storia buona, fatta di fedeltà ad un rapporto di alleanza, che lo mantiene unito a Dio e custodito dal suo amore». Così il sacerdote che pronuncia il nome di Dio sul popolo e compie un solenne gesto di benedizione, non usa la sua potenza a fini magici, ma piuttosto «veicola e trasmette l’abbraccio del Padre verso i suoi figli e mima la bellezza del nome di Dio sul corpo benedetto».
Nessuno può dirci cosa dovremo affrontare nell’anno che ci sta davanti e noi non siamo in grado di prevedere neppure quanto si trova dietro l’angolo. Ciò che conta, però, è che il bene più grande nasce in Dio e che trova in lui il suo compimento.
Uniti a Dio, troveremo la luce per capire quanto ci sta accadendo, la saggezza che orienta le decisioni giuste, la forza di metterle in pratica. Uniti a Dio, avvertiremo di non essere in balia di forze occulte: è Dio che guida la storia ed i segni per sperare non mancano. Gesù ha annunciato ed inaugurato un mondo nuovo. Le fatiche, le sofferenze del tempo presente sono simili ai dolori del parto: preludono ad una nuova vita. In ogni caso siamo custoditi dall’amore di Dio. Egli ci porta nel suo cuore e quindi nulla ci potrà strappare da lui.
La benedizione di Dio assume un volto e un corpo in Gesù. In lui, nel suo nome («Dio salva»), il piano di salvezza non è più solamente un programma, ma un’esperienza concreta, una piena manifestazione. A coloro che credono nel Figlio di Dio fatto uomo viene donata la pienezza della pace, cioè una salvezza che raggiunge
ogni ambito della vita umana. Non è solo assenza di guerra, ma guarigione, forza, sostegno. Non si tratta, così, di un sogno, di un’illusione, ma di una realtà consolante. Il corso della storia ne è segnato una volta per tutte e ogni tornante – costituito da un nuovo anno – non deve farci perdere di vista il senso, la destinazione del nostro cammino.
A questo proposito è importante apprendere gli stessi atteggiamenti di Maria. Essa appare come la «custode della benedizione», colei che ‘conserva’ e ‘confronta’ ogni avvenimento e ogni parola, alla ricerca del vero senso di quanto è accaduto.

PREGHIERA
Anche noi, in questo primo giorno di un nuovo anno civile, siamo invitati a metterci in cammino, proprio come i pastori, e a rompere ogni indugio.
Vinciamo, dunque, ogni resistenza, ogni atteggiamento di pigrizia e la paura della fatica che ci incollano alla nostra poltrona, al cantuccio sicuro che ci siamo costruiti. E affrontiamo con fiducia l’itinerario che ci sta davanti: è il Signore a tracciare la strada, è lui a fornirci le indicazioni giuste per farsi trovare.
Quando lo avremo incontrato tutto diventerà diverso: acquisterà un significato nuovo questa nostra esistenza e ci confronteremo senza timori anche con i tempi bui, con le zone oscure, con le prove che ci attendono.
Ma facciamo nostro anche l’atteggiamento di Maria: custodiamo gelosamente nel nostro cuore ogni parola e ogni gesto, ogni frammento che Dio ci offre per rischiarare il sentiero e donarci forza e sicurezza. Non disperdiamo la grazia della sua presenza, i doni del suo amore.
BUON ANNO  BUON ANNO  BUON ANNO  BUON

457 - DA NAZARET ALLE NOSTRE FAMIGLIE - 30 Dicembre 2012 – Santa Famiglia di Nazaret

(1º Samuele 1,20-28 1ª Giovanni 3,1-24 Luca 2,41-52 )
Nella casa di Nazaret la promessa di salvezza diventa realtà: una realtà quotidiana che parla di relazioni, di dialogo e obbedienza: da questo modello ogni famiglia può apprendere che cosa sia la vera libertà e la Chiesa stessa può imparare a essere meno istituzione e più comunione. Fede e famiglia, un binomio che sembra quasi impossibile nel mondo di oggi. E tuttavia, quella che appare come una missione fallimentare agli occhi di molti, non è una chimera per tanti ge­nitori e figli. La festa odierna ci aiuta proprio a cogliere il ruolo della famiglia in ordine alla fede perché si possano imboccare vie antiche ed inventarne di nuove.
Il racconto del Vangelo ci presenta Giuseppe e Maria che ritrovano Gesù dopo tre giorni, nel tempio, mentre ‘ascolta’ e ‘interroga’ i maestri della legge. La loro angoscia si traduce in rimprovero, un rimprovero dettato, in fondo, dall’amore. La risposta non tarda ed è garbata, ma anche chiara, senza tentennamenti: «Non sa­pevate che io devo occuparmi delle cose (della casa) del Padre mio?».
Colui che prende la parola non è un bambino. Gesù ha dodici anni e, compiuto il suo «Bar mitzvah» è diventato per l’appun­to un «figlio della legge», cioè ‘maggiorenne’, responsabile delle sue azioni davanti a Dio e davanti agli uomini. Questo compor­ta la coscienza chiara di una missione da compiere, a cui biso­gna prepararsi. Essa non può essere ignorata perché costituisce l’orizzonte e poi il cuore della sua esistenza. Non saranno Maria e Giuseppe a decidere del suo futuro. Non saranno i legami di sangue (Maria) o legali (Giuseppe) a prevalere sul legame con il Padre, più profondo e più originario, perché esiste da sempre. E non saranno neppure le convenzioni sociali – regole non scrit­te, ma sovente più forti di quelle codificate – a imporsi sullo stile o sulle scelte della sua esistenza. Che Maria e Giuseppe non ‘comprendano’ ci risulta del tutto plausibile. Questa loro fatica, del resto, li avvicina alla condizio­ne di tanti genitori che, pur con tutta la buona volontà, non rie-scono a ‘capire’ i figli. Non per loro colpa, ma perché Dio non manca di suscitare percorsi inediti, che sorprendono.
Se ci siamo fatti un’immagine oleografica della Santa Famiglia, il racconto di oggi la smentisce senza mezzi termini. E ci rimanda alla famiglia a cui appartenia­mo con uno sguardo nuovo ed un cuore aperto. C’è chi dice, scherzando, che genitori e figli vivono una radi­cale ‘povertà’. Nessuno si sceglie i genitori e nessuno si sceglie i figli. C’è quindi un percorso da compiere per crescere e vivere bene in famiglia.
Percorso di amore e di autentica santità che ogni famiglia è chiamata a compiere… lo ha dovuto affrontare anche la fami­glia di Gesù! Sì, perché di quel figlio, nato in modo straordina­rio, Maria e Giuseppe non sanno granché. E devono accettare di conoscerlo un po’ alla volta, passando attraverso ansie ed inquietudini. E lui, Gesù, non lo ha certo fatto per cattiveria…ma nello stesso tempo non può rinunciare alla sua identità e alla sua missione. Passaggi difficili? Sicuramente! Ma anche passaggi che fanno approdare a ciò che conta: fare ognuno la sua parte, da genito­ri e da figli, accogliendo e realizzando il progetto di Dio. Che, inevitabilmente, è per ognuno fonte di sorpresa. Un progetto che non è scritto, da qualche parte, in un libro inaccessibile, ma che si deve scoprire, giorno dopo giorno. Accettando i tempi ed i modi che si presentano, gli eventi e gli indizi che ci vengono offerti. Con fiducia perché il Signore ci accompagna sempre e il suo Spirito ci suggerisce gli atteggiamenti e le decisioni miglio­ri. Con speranza perché questo, nonostante ogni difficoltà, è il cammino della vita e della gioia.

PREGHIERA 
Non sei più un bambino, Gesù, quando Maria e Giuseppe ti conducono con loro al tempio del Signore, a Gerusalemme. Per il tuo popolo, per la legge sacra tu sei ormai ‘maggiorenne’, responsabile delle tue azioni davanti a Dio e agli uomini.
Ed è per questo che non puoi ignorare la missione ricevuta dal Padre. Nella sua casa tu ti trovi perfettamente a tuo agio, per nulla imbarazzato dai maestri, esperti conoscitori della Bibbia, che ascolti ed interroghi, senza presunzione e senza timore, seduto in mezzo a loro, giovane per età, ma portatore di un’esperienza unica di Dio  perché sei il suo Figlio, l’amato.
E quando vieni rimproverato per l’ansia e per l’angoscia di cui sei stato causa, la tua risposta è meravigliata: il legame col Padre tuo, infatti, non è forse in cima ai tuoi pensieri, alle tue azioni, ai tuoi sentimenti?
In ogni caso tu accetti i tempi diversi della tua vita di uomo: torni a Nazaret e ti sottometti all’autorità di Giuseppe e di Maria, impegnato a crescere in sapienza, età e grazia, per prepararti alla tua missione.

sabato 29 dicembre 2012

456 - IL VERBO SI È FATTO CARNE - 25 Dicembre 2012 – Natale del Signore

(Isaia 52,7-10  Ebrei 1,1-6  Giovanni 1.1-18)

Il prologo di Giovanni ci obbliga a staccarci dal presepio e dalla sua poesia. E tuttavia, mentre ci narra l’Incarnazione par­tendo da un altro punto di vista, apre uno squarcio significativo sull’esperienza del credente, raccontata nei suoi aspetti fonda­mentali. Così, aiutati dalla seconda lettura, noi abbiamo la pos­sibilità di situare l’Incarnazione dentro un disegno d’amore che lega Dio all’umanità e di entrare personalmente nel Mistero di una comunione che dilata gli spazi della nostra esistenza, apren­doli alla bellezza e alla grandezza di Dio.

Uno sguardo diverso è quello che siamo invitati a getta­re sull’evento che celebriamo. Il presepio ci mette davanti alla culla improvvisata e ci invita a riconoscere in quel bambino il Salvatore, il Cristo, il Signore. Uomini dinanzi ad un piccolo d’uomo, ci troviamo al suo stesso livello, nella condizione della nostra dolorante umanità. La Parola però ci induce a ricono­scere in lui il Messia, l’Atteso, il Figlio stesso di Dio. Quello che balza subito agli occhi è la sua umanità: solo la fede ci permette di confessare la divinità.

Ora il prologo, però, ci prende per mano perché consideria­mo tutto con gli occhi di Dio. È dall’eternità che egli ha riserva­to agli uomini il suo amore e quanto celebriamo – l’Incarnazio­ne – è il culmine di una storia. La lettera agli Ebrei la riassume in modo sobrio e al contempo efficace. Dio si era già rivelato «molte volte» e in «diversi modi» attraverso i suoi inviati (i profeti), ma ora è il suo stesso Figlio che prende la carne di un uomo. Dio non agisce più “per interposta persona”, ma diret­tamente. Perché questo avvenisse è accaduto l’impensabile: «Il Verbo si è fatto carne». Colui che era fin dal principio, la Parola eterna che ha creato il mondo, ha assunto la carne di un uomo e tutto ciò che essa comporta, eccetto il peccato. Attraverso di es­sa Dio ha piantato la sua tenda per sempre nella nostra storia, si è legato indissolubilmente all’umanità.

PREGHIERA DELLA NOTTE
Nella nostra storia non mancano tempeste ed uragani, Gesù, che intervengono con violenza, colpiscono e devastano, ma la memoria del tuo Natale è come una luce che non si spegne mai.
Una luce fragile che tante volte ha rischiato di venir coperta da un cumulo di affanni, di pene e di sofferenze e tuttavia continua a diffondere un chiarore benevolo Che cosa mantiene viva questa luce minacciata da tanti venti ostili?
È la forza della nostalgia, una nostalgia acuta, pungente, di una vita che reca il sapore e il gusto del tuo Vangelo, e con essa la possibilità di stupirsi come fa un bambino di fronte alle cose belle che gli accade di vivere.
È la fiamma del desiderio, un desiderio intenso, profondo, di incontrare te. Non nella forza di un potente, non nell’inflessibilità di un giudice, non nella sapienza di un dotto, ma in una debolezza sconcertante, nella fragilità di un bambino!

PREGHIERA DELL’AURORA
Anche noi, questa mattina, vogliamo vedere il segno che Dio offre a tutta l’umanità: un bambino, nato da poco, adagiato nella mangiatoia. Anche noi siamo pronti il Figlio di Dio che ci visita nella fragilità della nostra carne.
È la parola dell’angelo che ci ha fornito le indicazioni indispensabili: come potremmo altrimenti identificare in te, Gesù, l’Inviato, l’Atteso e rallegrarci della tua presenza? È la parola che ci indica la strada che conduce a te che sei la luce del mondo e ci induce ad accogliere con meraviglia e stupore il mistero d’amore che ci viene svelato.
Anche noi, come Maria, siamo invitati a non lasciar passare invano questa grazia, a custodire ogni cosa, ogni messaggio ed ogni evento, nel profondo del cuore, per cogliere il senso nascosto di ciò che ci è stato rivelato.
E anche noi, tornando a casa, diventeremo i tuoi messaggeri, diffondendo attorno a noila speranza che ci è stata regalata.

PREGHIERA DEL GIORNO
Sei tu, Gesù, la Parola che dissipa ogni equivoco e strappa le maschere che gli uomini hanno applicato all’immagine di Dio. Tu ci riveli i tratti del suo volto di Padre e ci fai conoscere il suo disegno di salvezza.
Sei tu, Gesù, la Vita offerta ad ogni uomo: non una vita qualsiasi, ma contrassegnata da una pienezza e da una bellezza che superano ogni attesa.
Sei tu, Gesù, la Luce che rischiara le profondità del nostro cuore e illumina le strade che portano alla felicità, una Luce più forte di qualsiasi tenebra, di ogni dubbio e di ogni inganno che minacciano il nostro cammino.
Ecco perché oggi vogliamo dirti tutta la nostra gratitudine: tu ci hai sottratti al potere umiliante della legge e ci hai manifestato grazia e misericordia, tu ci hai generato ad un’esistenza nuova,facendo di noi i tuoi figli.

455 - ACCOGLIERE DIO - 23 Dicembre 2012 –IVª Domenica di Avvento

(Michea5,1-4 Ebrei 10,5-10 Luca 1,39-45)

Accogliere Dio significa mettersi in cammino verso il compimento, mossi dalla pro­messa: «la gravidanza di Elisabetta è un invito per Maria a rin­tracciare il senso dell’agire di Dio». Il credente non è un ‘se­dentario’, ma uno che si mette per strada. Abbandona i luoghi conosciuti per lasciarsi condurre dalla parola del Signore, alla ricerca dei segni che egli offre. È attraverso di essi, infatti, che è possibile decifrare la storia. Non è casuale che la storia della salvezza ci conduca per le strade del mondo. La strada di Abra­mo che abbandona il suo clan e si fida della promessa di Dio. La strada di Mosè che torna in Egitto dopo l’esperienza del roveto ardente per liberare il suo popolo dalla schiavitù. La strada di Israele verso la libertà e la terra che Dio gli donerà. La strada di Elia, il profeta stanco e scoraggiato, che cammina quaranta gior­ni e quaranta notti verso l’Oreb, il luogo dell’appuntamento. Il credente è un viandante, un pellegrino, mosso dalla sete di Dio. Mettersi in cammino in fretta, senza indugio: questa fretta non è dettata dalla cu­riosità, ma dal desiderio di entrare in quel progetto che è stato appena rivelato a Maria. Il credente è ‘determinato’, deciso nel vincolare la sua vita al disegno di Dio. L’orizzonte del suo per­corso è stato radicalmente cambiato dall’intervento di Dio, che ha fatto irruzione nella sua storia. In modo imprevisto e con un annuncio sorprendente. Domandando una disponibilità a tutta prova, ma anche offrendo un segno. Ed è proprio questo segno che Maria si precipita a riconoscere di persona, per essere con­fermata nella sua decisione di accettare senza riserve il piano di Dio.
Accogliere Dio significa aprirsi all’incontro tra creature toccate dalla grazia, trasfor­mate nella loro esistenza: è un incontro di gioia quello che av­viene tra Elisabetta e Maria, una gioia che irraggia da queste due donne, così diverse tra loro, eppure accomunate da un’e­sperienza di grazia, dall’intervento inaspettato di Dio nella lvita. E in effetti la sorgente della gioia, che traspare dalle parole e dai gesti, è proprio lui, Dio. Egli sta operando meraviglie: la donna sterile, già avanti negli anni, è ormai prossima al parto; la vergine ha appena concepito e porta in grembo il Messia, il Figlio stesso di Dio. Tutto questo è straordinariamente grande e queste due creature, illuminate dallo Spirito, ne sono coscienti. In questo incontro ognuno interviene a suo modo: c’è il grido di Elisabetta, mossa dallo Spirito; la danza del Battista nel grem­bo di sua madre; il cantico di Maria che condensa la gratitudine di tutti i poveri che lungo i secoli hanno beneficiato dell’amore sorprendente di Dio. Elisabetta dichiara, proprio perché «piena di Spirito Santo», ciò che sta accadendo in Maria ed identifica in che cosa consista la sua grandezza: «Beata colei che ha cre­duto nell’adempimento delle parole del Signore». Non si tratta solo di un riconoscimento che corrisponde ad una ‘conoscenza’, a qualcosa che coinvolge la mente ed il cuore. È con tutto il suo essere che questa donna ‘vibra’ perché il suo bimbo, dentro di lei, «esulta di gioia». Maria, quando apre la bocca, manifesta ciò di cui è ricolmo il suo cuore. E sgorgano le parole della gratitu­dine e della meraviglia. Parole sue, anche se appartengono ad una tradizione di ricerca e di attesa, di preghiera e di contem­plazione che viene da più lontano e in cui è totalmente immersa. Sono espressioni di fede che testimoniano la certezza che Dio prende a cuore la sorte dei suoi figli e rivela la sua preferenza per i poveri e per gli abbandonati. Non è un Dio ‘neutrale’, che sta ad osservare alla finestra: egli si schiera perché vuole cam­biare il corso della storia. Il suo amore ha generato, proprio per questo, un progetto di salvezza che riguarda tutti gli uomini.
Dio è entrato nella storia di queste due donne: basta assistere, con gli occhi di Luca, al loro incontro, per rallegrarsi di ciò che sta avvenendo. Dio opera e coloro che lo accolgono, con fede e disponibilità, partecipano ad un’avventura che trasforma dal profondo la loro esistenza. Sì, è veramente nuovo il loro rap­porto con lui. La loro vita non è più quella di prima. Ma sono nuove anche le relazioni che nascono con quelli che incontrano, relazioni che trasudano consolazione e speranza. Come sarebbe bello che anche i nostri incontri, nella vita quotidiana, diventas­sero simili a questo! Come sarebbe bello se, invece di cedere al bisogno irrefrenabile della chiacchiera, parola leggera che si perde nel vento, noi avessimo l’audacia di riconoscere ognuno quello che Dio sta facendo nella nostra vita e ce lo comunicassi­mo per raddoppiare la nostra gioia e la nostra speranza! Come sarebbe bello se, nel linguaggio semplice e piano di ogni giorno, noi dessimo voce alla gratitudine di un popolo che vede i segni di Dio nella sua storia!
Saremo capaci anche noi, a Natale, di dar vita ad incontri di questo genere? La festa che celebriamo, la consapevolezza che Dio è entrato nella nostra storia, metterà sulle nostre bocche espressioni di gioia e sapremo rallegrarci di ciò che egli opera in coloro che ci vivono accanto?

PREGHIERA­
Benedetta è Maria, la madre tua, Gesù. Benedetta per la sua fede: ha accolto la proposta di Dio che veniva a sconvolgere la sua esistenza, i suoi progetti, i suoi disegni sul futuro. Si è fidata totalmente di lui e si è detta pronta a fare la sua volontà.
Benedetta per la sua prontezza nel venire a vedere il segno che le è stato offerto: Elisabetta, la donna anziana e per giunta sterile, sta per dare alla luce un figlio, è già al sesto mese.
Benedetta per la sua generosità nell’accorrere in aiuto alla sua parente ormai prossima al parto: la “serva del Signore” non si nega alle umili incombenze e ai piccoli servizi che alleviano tanti disagi.
Ma benedetta soprattutto Maria perché porta in grembo te, Gesù, il dono più grande che Dio fa agli uomini. Benedetta perché è l’Arca della Nuova Alleanza, davanti alla quale il Battista danza di gioia, di esultanza nel grembo di sua madre, lui che ti annuncerà agli uomini.