sabato 15 settembre 2012

427 - EFFATÀ NEL RITO DEL BATTESIMO: IL SUO SIGNIFICATO

Per una pausa spirituale durante la XXIIIª Settimana del Tempo ordinario
Già nelle antiche fonti liturgiche il gesto dell’Effatà è conosciuto nei riti battesimali associato particolarmente all’ultimo esorcismo sugli eletti. Ambrogio lo chiama apertio aurium: «Che cosa abbiamo fatto sabato? Un’apertura (apertio) evidentemente. Quali misteri sono stati celebrati nell’apertura quando il sacerdote ti ha toccato le orecchie e il naso?» (De sacramentis 1,2-3). Il gesto, che riguardava anche le narici, si poneva esplicitamente in linea con una precisa azione di Gesù e, d’altra parte, trovava nella ritualità iniziatica la sua nuova collocazione. La mistagogia di Ambrogio cerca di mantenere questo ponte tra l’evento narrato in Mc 7,31-37, dove Gesù compie un atto di guarigione nei confronti di un sordomuto, e l’oggi dei catecumeni chiamati alla liberazione dal male e all’accoglienza della nuova vita.

Il Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti (RICA) e il Rito del Battesimo dei Bambini (RBB), scaturiti dalla Riforma liturgica conciliare, per una maggiore aderenza all’episodio evangelico, non contemplano il gesto di toccare le narici e prevedono, invece, il riferimento alla bocca. Il RICA allude alla guarigione operata dal Signore più esplicitamente mettendo in bocca a colui che presiede le stesse parole di Cristo, ampliate dal nuovo significato («Effatà, cioè: Apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio», 202), il RBB vi allude in modo più velato tralasciando le parole di Gesù e utilizzando la forma dell’auspicio («Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre», 74). In entrambi i casi, viene motivato il gesto con il contenuto di fede, in maniera sintetica per gli adulti dove l’apertura degli organi dell’udito e della parola è finalizzata alla professione di fede, e in maniera più estesa per i bambini dove, dopo aver evocato l’episodio evangelico e in particolare l’espressione di stupore della folla (Mc 7,37), si evidenzia l’antitesi tra la sordità e l’afasia del sordomuto e l’ascolto della parola di Dio e la professione di fede da parte del credente. Inoltre, mentre nel RICA il rito dell’Effatà è collocato tra gli elementi preparatori ai sacramenti dell’iniziazione, nel RBB è posto tra le azioni successive al battesimo.

Affine a questo gesto non si può sottacere quanto avviene nel Rito di ammissione al catecumenato (RICA 83-87): colui che presiede, i catechisti e i garanti tracciano sulla fronte dei candidati un segno di croce. Successivamente, seppure in via facoltativa, il segno di croce può essere tracciato sui sensi: sugli orecchi «per ascoltare la voce del Signore», sugli occhi «per vedere lo splendore del volto di Dio», sulla bocca «per rispondere alla parola di Dio», sul petto «perché Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori» e sulle spalle «per sostenere il giogo soave di Cristo».

Il gioco simbolico che emerge dall’analisi rituale aiuta a comprendere la profonda unità tra dentro e fuori, corpo e spirito. Il soggetto è chiamato a vivere il dono della fede non al livello dell’intenzione o del puro afflato interiore, ma nella totalità di alcune azioni basilari: ascoltare e parlare, recepire una parola proclamata e confessare con la voce la propria fede. Il suono, emanato e ricevuto, non è dunque innocuo per la dinamica della fede: non si crede infatti a ciò cha già si sa, ma si dà il proprio assenso a Colui che fa risuonare la sua inconfondibile parola hic et nunc. Non soltanto l’udito e il linguaggio sono rilevanti in questo segmento rituale, ma anche il tatto: esso esprime prossimità, rimuove le distanze tra i corpi e, soprattutto nel nostro caso, trasmette energia nuova al corpo che accoglie il gesto. Si tratta di ‘aprire’ l’uomo che non può rimanere chiuso e isolato nei confronti dei fratelli e di Dio; contro ogni astrazione il rito iscrive nella persona la convinzione che Dio è forza che risana e rinnova nel corpo e nell’intimo. Non questo senza quello. Siamo nella prospettiva del passaggio tra morte e vita, che ogni rito iniziatico comporta: il battezzato è chiamato a passare decisamente alla vita e a non essere un morto che cammina, incapace di comunicazione, di ascolto docile, di parola sincera, di dialogo cordiale. L’Effatà, allora, è un rito promettente poiché si apre al futuro e supera ogni nostalgia di morte.

Contrariamente a quanto avveniva nella “Estrema Unzione” del Rituale tridentino, nell’Effatà gli organi di senso non vengono toccati quali sedi di eventuali azioni malvagie, ma quali possibilità concrete di incontrare la salvezza di Dio. La parola e il gesto ‘toccante’ del presidente concorrono a stabilire una possibilità inedita dove la persona si lascia plasmare dalla parola che ascolta e interviene da protagonista nella professione di fede e nella lode.

Evidentemente anche l’Effatà domanda ai celebranti, pastori e fedeli, una maggiore consapevolezza del valore del corpo nell’opera della salvezza e nella liturgia. La fede, infatti, passa in primis attraverso un corpo toccato da una Parola reale, e non metaforica, e si sostiene grazie a continue professioni di fede all’interno della comunità di credenti. Mani, bocca e orecchi diventano, così, organi della vita nuova in Cristo nell’inizio simbolico affidato al rito che sancisce il primato della grazia di Cristo e nella testimonianza quotidiana del dono ricevuto.

domenica 9 settembre 2012

426 - UN GESTO SIMBOLICO - 09 Settembre 2012 – XXIIIª Domenica Tempo ordinario

(Isaia 35,4-7  Giacomo 2,1-5  Marco 7,31-37)
La guarigione del sordomuto non è uno dei tanti miracoli di Gesù, se proprio quel gesto dell’“Effatà! Apriti!” viene ripreso tutte le volte che si celebra un Battesimo. Perché? Perché è un gesto simbolico che mostra concretamente le conseguenze dell’incontro con Gesù. Egli ci strappa ai nostri isolamenti, a quelli forzati, obbligati, senza alcuna nostra colpa, ma anche a quelli voluti, cercati. Così noi veniamo restituiti alla comunicazione con gli altri: dal sospetto e dalla sensazione di estraneità, passiamo alla benevolenza, dal rifiuto alla solidarietà e alla condivisione. E tutto questo è reso possibile da un nuovo rapporto con Dio: un Dio che ci raggiunge con la sua Parola per offrirci la sua amicizia, la sua alleanza, un Dio al quale possiamo rivolgerci con la spontaneità e la franchezza dei figli.
Anche la comunicazione con Dio si nutre e si sostiene attraverso l’ascolto e la parola di risposta. Ecco perché il gesto con cui Gesù ha compiuto il miracolo viene ripetuto ad ogni Battesimo. «Il Signore Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre»: sono parole che spesso vengono ignorate perché si trovano proprio sul finire del rito. Eppure sono straordinariamente importanti. Ci richiamano ciò che è fondamentale nella nostra relazione con Dio. Non possiamo incontrarlo se non accogliamo la sua parola: rischiamo di perderci in tragici equivoci in cui gli attribuiamo un volto e delle intenzioni che non gli sono propri. Non possiamo vivere una autentica relazione con lui, se non rispondiamo al messaggio di amore e di verità che ci ha raggiunto …
Però … purtroppo ai preti questo gesto non ‘riesce’ sempre. Ci sono cristiani che restano muti, cioè non sentono mai il bisogno di rivolgersi a Dio, e molti di più che rimangono chiusi nella loro sordità, impenetrabili alla sua Parola. Da chi dipende? Penso che le cause non siano da cercare nell’abilità del celebrante, ma in coloro che circondano un bambino fin dai primi giorni e hanno tanta influenza sulla sua vita. Sì, si tratta proprio dei suoi genitori! Sono loro che hanno il compito delicato ed esaltante di aprirlo a Dio… ma se loro stessi sono ‘bloccati’, come realizzeranno questa missione? Non c’è altra via d’uscita se non quella di chiedere a Gesù di ripetere il miracolo, magari servendosi di qualche cristiano che è già stato guarito!
Tutti siamo un po’ sordomuti… Tutti noi attraversiamo dei periodi in cui siamo sordomuti, in cui rimaniamo bloccati, irrigiditi. Sordomuti nel rapporto di coppia o con i figli. Bloccati nei confronti di coloro che ci vivono accanto, dai colleghi di lavoro ai vicini di casa. Irrigiditi nella nostra incapacità di trovare la strada per una qualche comunicazione.
Anche nella Chiesa di Dio si vivono esperienze di mutismo e di sordità. Sordità di fronte ad una Parola che non arriva al cuore perché siamo troppo indaffarati. Mutismo di fronte ad un Dio a cui ripetiamo stancamente solo frasi fatte. Mutismo dei laici a cui non viene data la parola se non nella santa assemblea per rispondere con formule prefabbricate. Mutismo dei pastori di fronte a tante situazioni della vita comune, che richiedono una parola profetica e coraggiosa. Sordità dei fedeli e dei pastori di fronte a richieste che si finge di non aver nemmeno udito. Ma se qualcuno ci porta da lui, Gesù, c’è la possibilità di sentirsi dire: «Apriti!» e di conoscere una comunione insperata.
PREGHIERA - Ci sono condizioni che appaiono ineluttabilmente bloccate e sembra che non ci sia proprio nulla da fare, Gesù. Del resto come affrontare l’impossibilità di intendere la parola che ci raggiunge e l’incapacità di dare voce a quel che passa per l’anima? Non rimane che rassegnarsi, allora, ad una chiusura a doppia mandata che impedisce qualsiasi comunicazione? E cosa fare quando c’è una sordità che ci rende impenetrabili alla voce stessa di Dio, alla tua Buona Novella, quando un mutismo ostinato impedisce qualsiasi risposta all’amore che tu ci offri?
Ecco perché tu sei venuto: per guarirci nel profondo, per donarci una possibilità insperata di vivere in comunione con te e con il nostro prossimo, di proclamare con gratitudine i tuoi gesti di salvezza e per rispondere con l’intera esistenza ai doni smisurati della tua grazia.
Pronuncia, dunque, anche su di noi il tuo “Effatà” perché si aprano finalmente i miei orecchi e la mia lingua dica tutta la gioia che invade i miei giorni.

sabato 8 settembre 2012

425 - VEGLIARE DAL PROPRIO CUORE

Per una pausa spirituale durante la XXIIª Settimana del Tempo ordinario

L’invito è perentorio. Vigilare sul proprio cuore è la condizione essenziale per realizzare la propria vocazione umana, inscindibile dalla comunità in cui si è inseriti e dalla più ampia comunità degli uomini. Oggi si parla, con significato analogo, di “cura dell’anima” o di vita spirituale che si alimenta di contemplazione e di silenzio. Nella tradizione biblica si parla piuttosto di cuore (kardía) o di reni, per mettere in evidenza le diverse dimensioni dell’umano: quella esterna che si espone alla percezione dell’altro e quella interna che sfugge spesso all’occhio dell’uomo, ma non a quello penetrante di Dio. Quello che è interno dà valore all’esterno, nella misura della corrispondenza tra le due dimensioni. Se non esiste questa corrispondenza, tutto appare falso e non autentico. Si può celare il proprio mondo interiore allo sguardo di tanti, compresi quelli che ci sono più vicini, con cui condividiamo la quotidianità dell’esistenza, ma non lo si può nascondere a Dio che è per eccellenza il conoscitore del cuore umano.
Il cuore è il luogo dei sentimenti, dei pensieri, dei progetti e quindi delle decisioni in cui ne va di noi stessi. I progetti operativi incidono nelle relazioni dirette e nelle strutture che vengono costruite insieme. Le istituzioni infatti possono essere capaci di favorire le relazioni tra le persone o possono essere estremamente oppressive, avvolgendo persone, cose, la natura stessa dentro la logica del dominio. Non è un caso che anche nei documenti ecclesiali più impegnativi, da qualche anno circoli l’espressione «strutture di peccato» e che siano dichiarate effetto di un’attenzione inadeguata, o addirittura di opposizione alla dimensione morale, che conduce inevitabilmente alla disumanizzazione della vita associata. La coscienza interiore (il cuore) è criterio morale di azione e bisogna seguire quanto essa detta. È il significato della parola synéidēsis, che Paolo usa spesso nelle sue lettere.
Gesù manifesta una straordinaria coscienza di sé. Convinto com’era di possedere il potere di perdonare i peccati, si comporta di conseguenza richiedendo un’adesione totale ed esclusiva alla sua persona. Si presenta come una presenza decisiva sui cammini dell’umanità e della storia, e quale centro del progetto salvifico di Dio, eppure ha dovuto lottare per preservare la sua identità, il suo cuore, dalle pressioni dell’ambiente, dalle attese messianiche trionfalistiche e per tener fede al progetto divino su di lui, caratterizzato da un messianismo povero e addirittura inefficace agli occhi degli uomini, a cominciare da quelli dei suoi discepoli.
Le tentazioni diaboliche che deve affrontare all’inizio della sua missione, dopo aver ricevuto nel battesimo l’abilitazione carismatica alla sua missione, comportano una lotta drammatica e spossante nel suo cuore, che ha come teatro il deserto, il luogo della prova e della verità. Ancora più drammatica è la lotta che si svolge nel suo cuore lacerato dal desiderio di sfuggire alla morte violenta e insieme dalla spinta a fare la volontà del padre.Un conflitto interiore da cui emerge la sofferta decisione di rimanere fedele al progetto divino. Il cuore, dunque, ancora una volta come luogo della decisione: decisione di essere per la vita, pur sapendo che ciò comporta la morte del corpo, anche se essa non è definitiva.
Se, come si è detto all’inizio, il cuore nel senso biblico può essere considerato sinonimo di vita spirituale o di “cura dell’anima”, esso esige la contemplazione e il silenzio. Più che mai necessari nel mondo della comunicazione ininterrotta e della piazza (soprattutto mediatica) ribollente di voci contrastanti e devianti; nel mondo della creazione di bisogni indotti, che suscitano una continua tensione verso l’acquisizione di beni. Un trafelato presente in cui tutto è affidato all’esperienza del momento, con la perdita di senso e lo svuotamento dei criteri di rilevanza, che permettono di distinguere l’essenziale dal superfluo, il durevole dall’effimero.
Si tratta di Vite di corsa, per usare il titolo di un fortunato pamphlet di Zygmunt Bauman: gli individui sono immersi in un fiume inarrestabile di informazioni, di parole, di sollecitazioni, di seduzioni che sradicano la persona da sé, mantenendola in un’esteriorità largamente manipolata. «L’essere proprio di ciascuno è esteriorizzato, dominato da forze su cui non ha alcuna presa. Dipendenza che opera come una droga poiché diventa così vitale che è impossibile farne a meno» (Paul Valadier). Il filosofo tedesco Axel Honnet – allievo di Jürgen Habermas – parla, a questo proposito, di «patologie sociali gravi e destrutturanti», perché tendono a far disprezzare ogni forma di solitudine, senza la quale l’essere umano perde la propria interiorità e il proprio centro di gravità.
Senza momenti di solitudine, la persona è invasa, occupata, spossessata di se stessa, subisce un processo di ‘reificazione’, di costante inerzia spirituale che può essere disattivata solo nel silenzio, nella contemplazione, nel nutrimento della meditazione, nella frequentazione delle Scritture, in assoluta gratuità, senza attendersi vantaggi. Non si tratta solo di sfuggire dal rumore che ci circonda, ma di affrontare il rumore che ciascuno ha dentro di sé e di fare i conti con esso, di liberarsi da tutto ciò che preme dentro e distrae e obbliga a quel divertissement di cui parla Pascal, per aprirsi ed essere disponibili all’ascolto di Dio e del suo silenzio.
Silenzio che è necessario, perché il Dio cui ci si apre non è a nostra disposizione, non è obbligato a risponderci: va cercato e invocato nel silenzio interiore, nell’ascolto disponibile, nella rinuncia ad una ricerca troppo interessata. I mistici medievali parlano di ‘svuotamento’ e di ‘abbandono’ come premessa per entrare in relazione diretta con Dio. Un Dio che non risponde a comando. Con il suo silenzio ci aiuta a immergerci in una notte che purifica il nostro cuore, condizione dell’accoglienza di una Parola che si offre nella brezza leggera, nella presenza discreta, vissuta nel segreto, appunto, del nostro cuore.

 

sabato 1 settembre 2012

424 - DOVE NASCE IL MALE? - 02 Settembre 2012 – XXIIª Domenica Tempo ordinario

(Deuteronomio 4,1-8 Giacomo 1,17-27 Marco 1-23)

Gesù sembra affermare che il male non è esterno all’uomo, ma proviene dal di dentro. L’uomo è contaminato da ciò che produce il cuore, non dal contatto con sostanze estranee a lui. La questione anche qui è capitale: Dove nasce il male? Gesù sembra dire che il male nasce dall’interno dell’uomo. Questo non significa che l’uomo sia sempre cattivo, ma che l’uomo può coltivare il male dentro di sé. Il cuore, secondo Gesù, è la sede dove il male e il bene sono generati. Se l’uomo fa il male è perché dentro di sé ha coltivato pensieri cattivi, che si sono manifestati in azioni malvagie.
La vera frontiera tra puro e impuro passa attraverso il cuore dell’uomo – che nel mondo semita è la sede delle decisioni della persona. Tutto ciò che è esterno non lo tocca (cibi, riti, tradizioni), non compromette le relazioni. Tutto quello che invece parte dal cuore può essere buono o cattivo, puro o impuro. Dal cuore dell’uomo parte l’egoismo, l’orgoglio, la brama del piacere e dello sfruttare, sono queste cose che rompono la relazione con Dio. È su questo che occorre vigilare. Questo fa la differenza tra discepoli e non discepoli, non le consuetudini, che possono esserci, ma non sono decisive dal punto di vista religioso.
Il fariseismo è preoccupato dell’inquinamento che dall’esterno raggiunge l’uomo, ma il vero inquinamento è quello che ha sede e origine all’interno dell’uomo, perché è lì che nasce ciò che lo contamina: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi…» (v.21).
C’è sempre il rischio di polverizzare la legge di Dio in una serie di precetti, di seppellirla sotto una casistica da azzeccagarbugli, di imporre la legge della grazia con il ricatto della paura e la minaccia dei castighi, facendo perdere il nocciolo della questione, che è la retta intenzione, la legge dell’amore, la salvezza delle persone. Scrive sant’Ambrogio: «Una volta che tu abbia purificato ciò che sta nell’interno, hai purificato anche l’esterno; così se l’acqua scorre intorpidita, è inutile pensare di ripulire la cisterna, se l’acqua esce fangosa alla sorgente: non gioverà a nulla aver pulito le vasche, se il difetto è nella sorgente. Sei tu che devi purificarti per primo, se vuoi che da te scorra tutto ciò che è puro. Il tuo cuore è la sorgente da cui scaturiscono i tuoi pensieri. In quella fonte o viene vomitata l’acqua torbida dell’impudicizia, o sgorga la limpida vena della pietà».
Per far sì che le espressioni religiose dell’uomo non si riducano a formalità ipocrita e soffocante, è necessario riconoscere il primato della parola di Dio. Gesù, di fronte ai farisei, distingue tra ciò che sta veramente nella tradizione scritta della Parola e le pratiche successive aggiunte dalla «pietà» farisaica. Anche per la comunità cristiana vale questo principio, anche la comunità cristiana deve tornare sempre alla fonte vitale della Parola, per purificare le varie tradizioni che si sviluppano nel tempo all’interno della comunità dei credenti. Infine, è decisiva la questione dell’interiorità, del cuore dell’uomo, perché è lì che si decide la santità. L’evangelista Marco fa degli esempi che ricordano i dieci comandamenti (cfr. v. 22). Egli lascia intendere che il cuore dell’uomo è malato e deve guarire ispirandosi all’intenzione autentica di Dio, formandosi una coscienza morale realmente corrispondente al volere di Dio. Non si tratta di negare l’importanza e l’utilità delle forme esteriori, ma di fare sì che il cuore si formi secondo la mente di Dio, in modo che quanto l’uomo fa, le cose per cui si impegna, siano realmente trasparenza della vita divina che in Gesù è comunicata all’uomo. La parola di Dio rimane il criterio ultimo di giudizio dell’agire del discepolo di Gesù; la cosa importante non sono le pratiche esteriori, ma lo spirito di adesione alla volontà di Dio e di servizio del prossimo.

 PREGHIERA - Tu sai bene, Gesù, dove sta veramente il pericolo e non ti lasci impressionare da chi si ostina a compiere riti di purificazione per liberarsi dal male che proviene dall’esterno. Non è da quello, infatti, che dobbiamo guardarci, ma dalla cattiveria che esce dal profondo del nostro cuore e rivela un’esistenza deturpata e devastata.
Tu chiami per nome, Gesù, i diversi aspetti, le multiformi sembianze che assume questo male, capace di inquinare e rovinare seriamente questa nostra vita. Dal nostro cuore, infatti, possono uscire gesti e parole ispirati da vendetta ed astio, da invidia e gelosia, da malvagità e tradimenti, da voglie insane e piaceri sconsiderati, dalla superbia e dall’orgoglio.
Ecco il nome di quelle malattie che ci devono impensierire. Ecco su che cosa concentrare i nostri sforzi e il nostro impegno, se veramente desideriamo accogliere il tuo Vangelo.

423 - LA FEDE È UNA SCELTA

Per una pausa spirituale durante la XXIª Settimana del Tempo ordinario

Per i cristiani la fede è il nome della relazione che, mediante l’azione del suo Spirito, il Crocifisso risorto rende possibile in ogni tempo con lui. Credere è possibile a condizione di corrispondere alla sua offerta, nell’impegno della nostra libertà. Sotto questo aspetto, l’esperienza della fede non può che essere soggettiva, cioè calibrata sulla storia personale di ciascuno. Come non esistono due storie di amore uguali, così la decisione di credere assume in ciascuno tratti originali, come ben si vede nella straordinaria ricchezza delle biografie della santità.
Allo stesso tempo vale la pena almeno suggerire come la proposta di Gesù venga ad incontrare il dinamismo fondamentale della nostra libertà. La convinzione di questo approfondimento è che, per diventare credenti, si debba prendere sul serio la nostra umanità. Vi sono infatti alcune virtù della libertà – alcune condizioni affinché la libertà possa dispiegarsi senza mentire a se stessa – che valgono come requisiti per lasciarsi afferrare da Cristo. Due in particolare: a) la disponibilità a lasciarsi incontrare e b) la pratica della giustizia.
a) L’identità di ciascuno di noi prende forma nella trama di un riconoscimento. Dalla ricerca psicologica è stato ormai acclarato che l’ideale monologico è una tentazione pericolosa perché disumanizzante: pensare di venire a capo della propria libertà isolandosi dalla relazione significa tradire anzitutto se stessi. L’ideale autarchico viene smascherato come un clamoroso inganno, e la diffidenza come una riserva che isterilisce la vita. Umile dunque è la libertà che accetta di lasciarsi indicare da altri la direzione nella quale spendersi, mettendo in conto di non differire la propria implicazione, rimanendo “alla finestra”. La relazione è il luogo dove la libertà può scoprire la sua verità, perché la libertà ha una struttura estroversa: è in cerca di un legame che non la sopprima, ma la custodisca nella sua unicità.
b) Se il compimento della libertà è sospeso al destino delle relazioni, si profila una meta urgente e vincolante per la nostra umanità: custodire le relazioni nella giustizia. In termini tecnici è la “regola d’oro”. Possiamo tradurla così: per quanto dipende da me, voglio impegnare tutto di me per far essere l’altro come altro, offrendo un incontro che restituisca all’altro la dignità della sua libertà, fosse anche sul punto di terminare la sua esistenza; mantenendo certo la consapevolezza di non poter mai salvare (cioè detenere l’origine) della vita di altri, ma di poter condividere l’avventura misteriosa della vita (è la fraternità!). La forma simbolicamente più alta di questo atteggiamento è la generazione di un figlio, come atto che si estende fino al rischioso compito dell’educazione.
Chi si dispone a vivere così realizza anticipatamente quella speranza e quella carità che definiscono il singolare di Gesù. Infatti, chiunque entri nella vita cogliendola come un’opportunità buona per fare il bene (di contro abbiamo lo scoraggiamento e la disperazione, come anche la disposizione narcisistica e predatoria), anche se magari non esplicita il suo riferimento a Dio, professa fiducia nella verità buona dell’Origine (chiudendo, tra l’altro, le pratiche di risarcimento che rendono ardua l’accettazione di sé). Il brano di Mt 25,31-46 non offre un’alternativa solidaristica alla pratica della fede; piuttosto mette in scena la possibilità universale della fede proprio in ragione della sua forma cristologica. Ciò che soltanto i cristiani credono – che Dio in Gesù è colui che si offre per noi – è principio di una salvezza a portata di tutti: di tutti coloro che sono disposti ad amare, anche in perdita. In quali direzioni fondamentali viene orientata (convertita) la libertà di coloro che si lasciano incontrare da Cristo?

 1) Nel vocabolario paolino, cristiano è colui che è conformato a Cristo (Rm 8,29; Fil 3,10); che porta la sua immagine (1 Cor 15,49); che si riveste di Cristo (Rm 13,14; Gal 3,27; cfr. Col 3,10; Ef 4,24). “Vivere di fede” non designa dunque un vago riferimento ideale, quanto piuttosto una confessione determinata («Gesù è il Signore», Rm 14,9; Fil 2,11; Rm 10,9) ed una appartenenza totalizzante: «voi siete di Cristo» (1 Cor 3,23; 2 Cor 10,7; Gal 3,29; Rm 8,9; cfr. la metafora del sigillo: 2 Cor 1,22; Ef 1,13; 4,30). Il tema dell’inabitazione (Ef 3,17 e soprattutto Gal 2,20; cfr. Gal 4,19) ribadisce la radicalità di un legame nel quale l’identità singolare non viene dissolta, ma elevata ad una dignità inaudita: quella filiale. Il cristiano vive nella tensione – non spasmodica, ma amorosa – di conquistare colui dal quale è stato conquistato (Fil 3,7-12; cfr. 1 Cor 13,12), nella logica della corrispondenza ad una possibilità che gratuitamente ci anticipa (poiché: Ef 1,3; Col 1,15-21; allora: 2 Cor 5,17; Rm 6,11; 1 Cor 1,30). Essere «di Cristo» (cfr. 1 Cor 1,23; 6,15; Gal 5,24) comporta un decentramento da se stessi, persino un esproprio (cfr. Gal 2,20) che non è alienante, perché Gesù non è soltanto «vero uomo», ma “l’uomo vero”, ovvero l’uomo nuovo (cfr. Ef 4,24; Col 3,10; 1 Cor 15,47; Rm 5,14). Se la grazia della creazione reca la ferita della disobbedienza (cfr. Gen 3), la creazione nuova e definitiva è cominciata nell’obbedienza di Gesù ed è in gestazione nella nostra libertà sorretta dal suo Spirito. Per educarci a questo abbandono – da non confondere con la remissività e l’inattività parassitaria – la palestra privilegiata è la preghiera, che ci rende certi della nostra dignità filiale (cfr. Mt 6,9), abilitandoci a vivere – nella buona e nella cattiva sorte – alla sua Presenza (cfr. Mt 6,25-34).
2) Facendo eco alla testimonianza evangelica (cfr. Gv 8,32-36), Paolo annuncia che chi si lascia conquistare da Cristo diviene finalmente libero (cfr. Gal 5,13), perché nulla può contro il suo amore per noi (cfr. Rm 8,31-39). In particolare, la libertà che ci viene da Cristo spezza i ceppi della paura che sempre attanaglia l’amore. Infatti, siccome amare costa, chi si arrischia nell’amore viene assalito dalla paura di incappare non soltanto in uno sbilancio (tra ciò che riceve e ciò che impegna di sé), ma addirittura di ridursi sul lastrico (l’eventualità di perdersi). I vangeli ci offrono due quadretti deliziosi del superamento di questa paura: la posa scandalosa del Maestro che si atteggia nelle mansioni dello schiavo (cfr. Gv 13,3-17); e l’obolo della vedova (cfr. Mc 12,41-44). Cosa voglia dire mettere la propria vita a servizio non può essere determinato una volta per tutte, né può essere circoscritto ad un’unica modalità. Tutte le vocazioni, però, sono accomunate da una ‘legge’, che, di primo acchito, fa impietrire: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33). L’esistenza spesa a difendersi è una vita buttata; l’esistenza vissuta nello stile di una restituzione lieta è una vita affidata a colui che rende degno di Dio ogni frammento di generosità.

sabato 25 agosto 2012

422 - SIGNORE DA CHI ANDREMO? - 26 Agosto 2012 – XXIª Domenica Tempo ordinario

(Giosuè 24,1-18 Efesini 5,21-32 Giovanni 6,60-69)

Gesù termina il discorso sul pane di vita parlando con le persone che più da vicino lo hanno seguito. Tutti sono chiamati a sfamarsi e a saziarsi di Gesù «pane di vita» (cfr. 6,1-15), ma non a tutti è dato di comprendere il mistero di questo cibo che dà la Vita al mondo (cfr. 6,51), capace di donare la risurrezione nell’ultimo giorno (cfr. 6,54). A ciascuno, direbbe Origene, è dato di comprendere secondo le proprie capacità. Gesù alcune cose le dice a tutti, altre le riserva per i suoi discepoli. Il nostro brano evidenzia le due reazioni fondamentali dell’uomo di fronte alla proposta del vangelo: rifiuto o accoglienza (cfr. Gv 1,11-12). Il seguire Gesù come discepolo può, a un certo punto, stancare e diventare incomprensibile, e allora ci si tira indietro (cfr. v. 66); oppure, chiede di rilanciare continuamente la fiducia in lui aprendosi alla novità dello Spirito che dà la vita.

La conclusione del lungo discorso sul «pane di vita» vede i discepoli incapaci di comprendere le parole di Gesù, che – ironicamente stupito – chiede se sono scandalizzati. Egli dice loro che ci sono cose ancora più misteriose da comprendere, come vedere il Figlio dell’uomo salire dov’era prima (cfr. v. 62). Le parole di Gesù sono vive, perché contengono lo Spirito che dà vita a chi sa ascoltare, aprono alla fiducia in Dio e alla fede nella sua opera. Ancora una volta, Gesù lega in maniera forte l’atto di fede del discepolo al dono dello Spirito. Egli, però, ribadisce ciò che aveva già detto al v. 44: la fede è opera del Padre che attrae ogni uomo verso il Figlio, fonte e mediatore dello Spirito di vita.

Si ripresenta il tema fondamentale della fede. È interessante notare come, per l’autore del quarto vangelo, sia proprio la fede dei Dodici, guidati da Pietro, a rilanciare l’avventura con Gesù. La professione di fede di Pietro ci consente di continuare a leggere il vangelo, di continuare a vedere Cristo all’opera nella nostra storia. Gesù sembra disposto a rinunciare a tutto, anche ai suoi amici più intimi: «Volete andarvene anche voi?» (v. 67). La professione di fede di Pietro in Gesù, Santo di Dio, ribadisce l’adesione dei Dodici al loro Maestro.

La risposta di Pietro è convinta e senza esitazioni: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (v. 68). La portata di questa formulazione risalta ancora di più se viene paragonata al brano sinottico della confessione di Cesarea di Filippo. Rispetto alla risposta là riferita («Tu sei il Cristo»), qui Pietro afferma l’identità di Gesù («Signore, il Santo di Dio»), riconoscendone insieme il suo significato per loro («Tu hai parole di vita»). Non si può dire chi è Gesù, se non riconoscendolo come punto di riferimento esclusivo, e ponendo la propria vita sotto l’influsso della sua signoria e della sua parola.

Nella risposta di Pietro c’è un altro passaggio importante: «Noi abbiamo creduto e conosciamo che tu sei il Santo di Dio» (v. 69). Pietro dà due risposte a Gesù: «Tu hai... Tu sei...». Egli si concentra sempre di più sulla figura di Gesù come tale: «Tu hai» concentra l’attenzione sui doni di Gesù; «Tu sei» sulla figura stessa di Gesù, e perciò indica il vertice della risposta di Pietro; è come se dicesse: ti seguo non per interesse o per altri motivi simili, ma perché sei tu, il Santo di Dio, e in te troviamo il Padre.

PREGHIERA - Sia chiaro a tutti: tu non trattieni nessuno, non corri dietro al consenso, non sei vittima dei sondaggi, non cerchi approvazione a tutti i costi. No, Gesù, tu lasci ognuno del tutto libero di accoglierti, di rifiutarti e addirittura di ignorarti, di non vederti neppure.

Viene prima o poi il momento in cui ognuno deve prendere una decisione difficile: abbandonarsi a te, mettere la sua vita nelle tue mani, correre l’avventura della fede, oppure lasciar perdere, per non correre rischi, per stare tranquilli.

È vero: la tua parola talvolta è dura e ci obbliga a prendere vie inesplorate, sentieri ardui. Eppure solo questa parola ci fa entrare nella verità e sospinge l’esistenza all’approdo di una gioia senza fine. La tua parola è esigente e ci spinge a decidere, con gioiosa fiducia e senza rimpianti, con la determinazione di chi imbocca risolutamente una strada stretta ed impervia, ma già pregusta il sapore di una pienezza smisurata.

421 - IL PASTO COME RITO DEL’EUCARISTIA

Per una pausa spirituale durante la XXª Settimana del Tempo ordinario

Il pasto è l’atto fondamentale della celebrazione eucaristica. Ma di che atto si tratta? Se si osserva la storia dell’umanità si può notare che il pasto svolge due ruoli: uno di tipo biologico e l’altro di tipo culturale. La prima osservazione, del tutto ovvia, è che l’uomo appartiene al mondo biologico e ricorre all’atto del mangiare per conservare e incrementare la vita. La seconda osservazione, chiara a tutti, è che l’uomo si distingue dalle altre specie viventi perché crea cultura, ossia un insieme di comportamenti (fisici e mentali) con i quali tende a trasformare il mondo che lo circonda e a dargli senso. All’interno della cultura troviamo anche le religioni e i loro riti, tra i quali un posto rilevante è occupato dai pasti rituali. In quanto rito, l’atto del mangiare non è più legato solo alle esigenze biologiche, ma anche a quelle culturali. E se nel primo caso si ha il pasto come «alimento della vita», nel secondo caso si ha il pasto come «senso della vita». L’aspetto più importante, però, è l’operazione simbolica svolta dal rito. Noi potremmo pensare (e spesso pensiamo) che per alimentare la vita si deve andare in cucina o al ristorante, ossia in un luogo in cui poter consumare un pasto, mentre per dare senso alla vita si deve andare a scuola o in chiesa, ossia in un luogo in cui si trasmettono delle idee. Il rito, invece, tende a «tenere insieme» le due cose (per questo è «sim-bolico») dato che ricorre al pasto non solo come a un’azione con la quale alimentare la vita, ma anche come a un gesto col quale dare senso alla vita. Non a caso si parla di «nutrimento» fisico (che alimenta la vita) e spirituale (che dà senso alla vita). Il pasto rituale gioca sull’intreccio tra i due tipi di nutrimento, evitando di separare la vita dal senso della vita.

La celebrazione eucaristica è questo intreccio. Potremmo dire che è l’esasperazione di questo intreccio, dato che il fondamento stesso del senso della vita, ossia Gesù Cristo, è ciò di cui ci si nutre. Indubbiamente ci si nutre di Gesù Cristo ascoltando le sue parole e leggendo quello che si è scritto di lui. Eppure un modo fondamentale e irrinunciabile per nutrirsi di Gesù Cristo è mangiare il pane e bere il vino. Non basta leggere un libro (sacro), occorre anche mangiare un pane (consacrato), perché il senso della vita non può limitarsi alla comunicazione verbale, ma deve allargarsi alla comunicazione non verbale. Solo così infatti viene coinvolto tutto l’uomo e non solo una sua parte. Qui emerge un fatto decisivo, ossia che la fede implica il coinvolgimento di tutto l’uomo: il coinvolgimento di tutti i suoi linguaggi umani (verbali e non verbali) e di tutte le sue dimensioni (la vita e il senso della vita). La celebrazione eucaristica, in quanto pasto come rito, corrisponde alle esigenze della fede. Per comprendere meglio tale corrispondenza occorre tenere presenti altri aspetti del pasto e del rito.

Un aspetto quanto mai evidente è quello relativo alla dimensione conviviale del pasto. Il fatto che per mille motivi ci si trovi spesso a mangiare da soli non deve portare a sottovalutare questo aspetto. In primo luogo, proprio quando si è costretti a mangiare spesso da soli si possono comprendere meglio le caratteristiche del mangiare in compagnia di altre persone. In secondo luogo, è abbastanza ingenuo pensare di mangiare completamente da soli dato che il cibo consumato è un più o meno consapevole richiamo ad altre persone inevitabilmente coinvolte. Non si deve dimenticare che il cibo consumato dagli uomini non è mai solo ciò che fornisce la natura (per esempio il coniglio) ma sempre anche il risultato di attività legate alle capacità culturali dell’uomo (cuocere il coniglio). In altri termini, per l’uomo il pasto è sempre anche un fatto socio-culturale che implica il riferimento a una qualche comunità di appartenenza. Ovviamente l’esperienza della convivialità esige qualcosa di più, ossia la presenza reale di persone con le quali si condivide il pasto. Ed è questo un punto centrale del rito che è sempre un fenomeno ecologico e sociologico: ecologico perché coinvolge l’ambiente naturale (gli elementi dell’ambiente), sociologico perché coinvolge le relazioni umane (la preparazione e lo scambio degli elementi). E così, se il pasto come rito implica la stretta relazione tra «alimentare la vita» e «dare senso alla vita», ora emerge che il luogo originario di tale relazione è la comunità.

Un altro aspetto rilevante del pasto è quello dell’ospitalità. L’essere invitati a pranzo da qualcuno costituisce non solo un fenomeno riscontrabile ovunque, ma particolarmente rilevante nel caso del rito. Anzitutto proprio quando il pasto si consuma in un contesto di ospitalità, i commensali (tanto gli invitanti quanto gli invitati) adottano comportamenti rituali che agevolano i rapporti sociali. Inoltre nei contesti religiosi la forma rituale del pasto assume particolare rilevanza, dato che deve salvaguardare i rapporti tra l’uomo e Dio. Infine nell’ambito della liturgia cristiana, e più precisamente dell’eucaristia, il pasto concerne i rapporti tra l’uomo e Dio nel duplice versante del culto che l’uomo rende a Dio e del dono che Dio fa all’uomo. Tornando al tema dell’ospitalità, si può affermare che nella celebrazione eucaristica è Dio a invitare l’uomo. Indubbiamente è la Chiesa che celebra l’eucaristia, ed è stato Gesù il primo a compiere il gesto che ne è all’origine. Non si può dimenticare però il contesto pasquale di questo gesto, ossia il contesto nel quale Gesù si consegna al Padre, consentendo a Dio di compiere la sua opera. Sotto questo profilo la celebrazione eucaristica è il pasto trascritto in un rito che comunica l’esperienza dell’essere anticipati: l’uomo è anticipato da Dio.

Il tema dell’anticipazione non riguarda solo il passato, ma anche il futuro. Qui emerge un ulteriore aspetto rilevante del pasto: il banchetto escatologico. Su questo punto sarebbe opportuno non trascurare il legame tra il regno di Dio e il pasto. Un’affrettata spiegazione del banchetto escatologico come linguaggio puramente metaforico, finisce per sottovalutare una dimensione fondamentale della fede cristiana che si fonda sulla risurrezione di Gesù Cristo. Secondo i racconti evangelici, il Risorto è un corpo che presenta delle notevoli differenze rispetto alla sua condizione precedente (ossia prima della morte), come dimostra il fatto che non viene riconosciuto immediatamente dai discepoli; d’altra parte, quando Gesù vuole certificare ai presenti la sua identità, mostra le ferite, si fa toccare e chiede da mangiare. Il Risorto non è un evanescente essere spirituale, ma un concreto corpo vivente. Il tema del banchetto escatologico mantiene fede a questa natura profonda della risurrezione, secondo la quale l’uomo che vive in eterno è un corpo.

sabato 18 agosto 2012

420 - CHI MANGIA QUESTO PANE VIVRÀ IN ETERNO - 19 Agosto 2012 – XXª Domenica Tempo ordinario

(Proverbi 9,1-6 Efesini 5,15-20 Giovanni 6,51-58)

Il capitolo sesto di Giovanni ci ha abituati ad affermazioni solenni e sconcertanti di Gesù. Per comprendere il nostro brano, è opportuno riprendere e porre l’accento su alcuni temi fondamentali: Gesù si definisce «il pane vivo» che può dare la vita a chi ne mangia; questo cibo è la sua carne, cioè la sua umanità, il suo corpo, che fa vivere il mondo. Non va dimenticato lo sfondo antropologico fondamentale del «mangiare-vivere»: vive solo chi si nutre di un cibo buono, mentre chi non mangia muore. L’affermazione che apre il nostro brano dichiara l’assoluta necessità di mangiare il pane vivo che è Gesù (v. 51). Il paradosso della sequela di Gesù aumenta sempre più, e sconvolge le menti dei Giudei impreparati ad accogliere il senso profondo delle affermazioni del Rabbì di Nazareth.
La tecnica è sempre quella del dialogo, mediante il quale Gesù insegna sollecitando domande e provocazioni. La domanda dei Giudei prende le mosse dallo sconcerto che suscitano le parole di Gesù sulla possibilità di dare da mangiare la sua carne. Per un Giudeo l’idea di mangiare la carne di un uomo era considerata una profanazione, una maledizione che attirava l’ira di Dio (cfr. Lv 26,29).
«Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). La domanda nasce dalla difficoltà di accettare il mistero di Gesù, che sia cioè la sua incarnazione, passione e morte a darci la vita: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Giovanni preferisce la parola «carne» a «corpo», perché «carne» indica la condizione debole, fragile e mortale dell’uomo che, assunta da Gesù, diventa il mezzo della salvezza; è, infatti, la carne donata che, proprio perché donata, dà la vita (v. 52). I Giudei rifiutano di pensare che la loro salvezza, e la salvezza di tutti, dipenda dal dono di sé di un uomo; essi rifiutano di pensare che la loro vita dipenda dall’adesione totale e senza riserve all’uomo Gesù.
«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). La carne e il sangue sono definiti come la carne e il sangue del Figlio dell’uomo. Questo titolo è utilizzato dal quarto vangelo per indicare Gesù come rivelatore, come la nuova «scala di Giacobbe» che, con il suo itinerario di discesa e di salita (3,14-15; 8,27), mette in comunione il cielo e la terra (Gv 1,51). Mangiare la sua carne e bere il suo sangue significa lasciarsi totalmente attrarre da lui nel suo cammino verso il Padre.
«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (v. 55). La carne e il sangue richiamano il sacrificio della croce: l’uomo giunge alla sapienza e vive nutrendosi di Gesù che si dona, lasciandosi conformare a lui. La comunità che celebra nella liturgia la presenza del Risorto, non può separare questa presenza dal ricordo della sua morte. Il Risorto è presente, certo, ma come chi ha amato i suoi sino alla fine, ed è così che egli si offre come cibo al credente.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (vv. 56-57). La vita consiste nel dimorare di Cristo nel credente e del credente in Cristo, e nell’ottenere perciò di vivere mediante Cristo, come lui vive mediante il Padre. Il tema del «mangiare» sfocia in quello dell’assimilazione, che consiste nell’intimità e nella comunione di vita.
Il discorso, partito con il segno della moltiplicazione dei pani, termina con il dono di sé che Gesù compie. Condivisione e dono di sé è il duplice marchio che contraddistingue la realtà nuova che è la vita eterna. L’uomo deve rinunciare all’illusione che la vita eterna si compri con «duecento denari di pane», essa si dà solo come dono offerto a chi lo accoglie nella fede. La provocazione che ci viene da questa pagina di Giovanni non può che rimandarci al modo in cui viviamo l’eucaristia. L’autore del quarto vangelo non parla esplicitamente del sacramento dell’eucaristia, ma è fuor di dubbio che ciò di cui parla, soprattutto nel brano odierno, è ciò che siamo chiamati a vivere nel nostro rapporto con Cristo risorto presente nell’eucaristia. Cristo lo incontriamo nel pane eucaristico, vero cibo con cui viene a dimorare in noi. Si tratta di cogliere il valore eterno di questo semplice atto: il «fare la comunione». Gesù ha reso disponibile come cibo la sua vita, perché chiunque ne mangia possa trovare la forza e la gioia di vivere la sua stessa dinamica d’amore: offrire la vita per gli altri.

PREGHIERA - Mangiare e bere: due azioni, Gesù, che sembra non abbiano molto a che fare con la nostra fede. Eppure, stranamente, è proprio quello che proponi a quanti desiderano entrare in comunione con te. Tu ci chiedi di compiere due gesti semplici che vengono dalla nostra esistenza fisica. Sì, siamo uomini e donne che per vivere hanno bisogno di cibo e di bevande.
Ma questa volta il nutrimento è il tuo stesso corpo, la tua carne offerta in sacrificio, e a dissetarci è quel sangue che hai versato dalla croce. È attraverso di essi che ogni distanza viene annullata: tu rimani in noi e noi in te. Abitati dalla tua presenza, siamo trasformati nel profondo al punto da scoprire con gioioso stupore che tu vivi in noi e noi viviamo per te.
È la straordinaria esperienza che si rinnova ad ogni Eucaristia, è l’appuntamento di grazia che di domenica in domenica cambia ognuno di noi in un essere nuovo, cittadino del cielo.

martedì 14 agosto 2012

419 - LA FEDE È UN DONO.

Per una pausa spirituale durante la XIXª Settimana del Tempo ordinario

Quando si dice che la fede è un dono, da una parte si esprime una verità quasi ovvia; dall’altra ci si espone a numerosi equivoci. Cominciamo da questi ultimi; specialmente da quelli che inducono sofferenza. Dietro la rivendicazione della gratuità della fede non si cela forse un Dio arbitrario nel concederla? Perché non viene incontro al desiderio di coloro che vorrebbero credere, eppure ritengono di rimanerne inesorabilmente esclusi? Quanti vivono questa condizione non eccepiscono sull’incondizionatezza dell’agire di Dio (sarebbe arroganza vana avanzare pretese nei confronti della sua iniziativa); soltanto lamentano una discrezionalità subita come un torto. Magari qualcun altro ricava da qui l’alibi per una indifferenza che si mantiene a distanza di sicurezza da ogni coinvolgimento, sia nella forma del risentimento che della struggente nostalgia. Per porre rimedio alla sfaccettata ambiguità sommariamente messa in luce si deve ripartire dalla specifica identità cristiana del dono della fede.

IL DONO È GESÙ - Quanto i cristiani credono di Dio e da lui sperano trova la sua origine e il suo compimento nel Signore Gesù. Il cristocentrismo dell’intera testimonianza scritturistica trova compendio per esempio in Gv 3,16s. e Col 2,9: Gesù è il dono di Dio all’umanità e non è pensabile un dono più grande, poiché in lui Dio ci fa dono di se stesso. Ne La salita al Monte Carmelo (lib. 2, cap. 22, §§ 4-5), di Giovanni della Croce, Dio si rivolge così ad ogni orante che invochi grazie dal Cielo: «Tu domandi locuzioni e rivelazioni particolari, mentre, se tu fissi gli occhi su di lui, vi troverai l’intera rivelazione, perché egli è tutta la mia parola, tutta la mia risposta, tutta la mia visione e tutta la mia rivelazione. Ora, io ti ho già parlato, risposto, manifestato, rivelato, quando te l’ho donato come fratello, compagno, maestro, caparra e premio. […] Se uno mi interrogasse adesso come allora e mi chiedesse qualche visione o rivelazione, sarebbe come se mi chiedesse un’altra volta il Cristo o più fede di quanta ne abbia già offerta in Cristo».
Tra le enunciazioni magisteriali più recenti possiamo ricordare la conclusione di Dei Verbum 4: «L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13)». Il dono che è Gesù ha le caratteristiche di una grazia (cfr. Ef 2,8) che prende forma in una elezione particolare (Israele), per una destinazione universale (proprio perché lui è «morto per tutti» [cfr. 2 Cor 5,15], in nessun altro c’è salvezza [At 4,12; 1Tim 2,4-6]), che compie il dispositivo di storicità della creazione (cfr. Gv 1,1-18; Ef 1,3-14; Col 1,15-20). La fede è dono perché scaturisce da un’abundantia caritatis (cfr. DV 2), rispetto alla quale possiamo solamente disporci con meravigliata gratitudine (cfr. Rom 5). Dall’evento di Gesù scaturisce per tutti l’invito ad entrare nella sua amicizia (cfr. Gv 15). Di invito si tratta e non di una folgorazione. Perciò la responsabilità e il rischio dell’adesione personale non possono essere diminuiti. Il Crocifisso risorto è talmente discreto e delicato che può capitare che qualcuno gli dica di no per le ragioni più svariate, ma che nel concreto della vita gli dica di sì. Ci sono persone che vivono così; lasciamo a lui riconoscerli come suoi amici (cfr. Mt 25,31-46).

IL DONO È LO SPIRITO SANTO - La fede è un dono perché «non si può avere Dio senza Dio». Ogni altro percorso tracciato al di fuori della sua iniziativa è destinato all’idolatria ed alla superstizione. Condizione fondamentale della nostra contemporaneità al Dono che si è realizzato «una volta per tutte» (cfr. Eb 7,27; 9,12.26.28) è lo Spirito del Signore (cfr. DV 5), il quale mette misteriosamente in contatto ogni uomo con il mistero pasquale (cfr. GS 22). Per i cristiani la grazia suprema che possiamo ricevere da Dio è dunque lo Spirito, che sin dalla creazione orienta la storia all’incontro con lo Sposo, affinché si realizzi la vocazione universale a diventare figli nel Figlio (e della creazione intera ad entrare nella gloria dei figli di Dio; cfr. Rom 8,19-22). L’in19a vocazione umile e assidua dello Spirito è più importante delle consolazioni che se ne possono ricavare, perché il modellamento dei nostri sensi spirituali deve mettere in conto un’attesa che può durare una vita, addirittura la terribile purificazione di ogni gratificazione, in nome del desiderio supremo: volere Dio per Dio.

LA RESPONSABILITÀ DELLE MEDIAZIONI - Il riconoscimento di Gesù come il Dono di Dio all’umanità da una parte libera la comunità cristiana dall’ansia di «salvare il mondo», poiché la Grazia detiene il primato nei confronti di ogni nostra prestazione. Dall’altra sollecita la Chiesa ad una conversione continua, affinché la sua testimonianza lasci trasparire il fascino di Gesù. Quante ostilità e quante fatiche nei confronti della proposta di Gesù sono imputabili ai vissuti dei cristiani!
I ‘luoghi’ dove la Chiesa deve dare prova di docilità spirituale per custodire il Dono ricevuto coincidono con le forme obiettive dell’azione dello Spirito: la Parola, il Sacramento e la Carità. Soltanto nell’ascolto assiduo del suo Signore la Chiesa può efficacemente annunziare il Vangelo che attende sempre di nuovo di incarnarsi nelle storie degli uomini. Soltanto nel Memoriale eucaristico la comunità dei battezzati può ripresentare un Dio che «mette il grembiule» e ci dona il suo Pane perché viviamo di lui. Soltanto nella cura della fraternità intraecclesiale e nella dedizione universale i discepoli di Gesù possono offrire al mondo il segno della comunione, ricevuta da Colui che ha manifestato amore per i piccoli e i poveri, in nome della paternità di un Dio che ha cura di tutti i suoi figli (cfr. Preghiera eucaristica V/C e Prefazio comune VIII). Nell’adempiere al mandato missionario la Chiesa fa ogni giorno la scoperta di «essere portata da Ciò che porta». Questo vuol dire che chi pensa di essere suo discepolo non ne farà mai un titolo di arroganza. Anzi, vivrà con umiltà il suo ministero, nella consapevolezza di dovere al mondo quella Speranza che getta su «cieli nuovi e terra nuova» (cfr. Ap 21,1-7).

sabato 11 agosto 2012

418 - IL CENTRO ED IL CUORE DELLA FEDE - 12 Agosto 2012 – XIXª Domenica Tempo ordinario

(1ºRe 19,4-8 Efesini 4,30-5,2 Giovanni 6,41-51)
Credere in Gesù ha comportato, per gli interlocutori del suo tempo, la necessità di andare oltre le apparenze. Effettivamente tanto nel passato quanto nell’oggi, il numero di istrioni che imboniscono, che plagiano, che divengono star, è rilevante. Se non vi è una fede che va oltre, anche Gesù avrebbe potuto essere catalogato in queste categorie. La fede, invece, consente una lettura sapienziale della storia, delle profezie, delle attese, e sa applicare a lui la meta raggiunta dal cammino storico di Israele, il compimento delle profezie, la realizzazione delle attese. La fede si rivela, dunque, uno strumento per decodificare la storia, una chiave per interpretare la vita. Ed, in tal senso, è frutto certamente dell’adesione umana, ma è, principalmente, dono di Dio. Ogni qualvolta Gesù ha rivelato qualcosa di Dio e di se stesso, Giovanni si premura di annotare che «molti credettero in lui», come pure di constatare amaramente che qualcuno se ne va complottando contro di lui.

Tra molti credenti odierni circola la presunzione di sapere tutto, di saperne già troppo, su Gesù. Tale saccenza va a pregiudizio di tutti gli sforzi che le comunità cristiane mettono in campo per favorire una conoscenza vera e affettuosa del Signore. Effettivamente troppi, ormai, di Gesù conoscono solo ciò che torna loro comodo, rassicurante, o compatibile con proprie mentalità e costumi. Tutto ciò che richiede conversione è tranquillamente accantonato o ignorato. Occorre ribadire con forza che il Signore Gesù non è raffigurabile a nostro piacimento, a nostro uso e consumo, ma va cercato e accolto per come la Scrittura ce lo presenta.

Il mondo monastico ha elaborato la suggestiva immagine della ruminatio per descrivere come il credente deve nutrirsi di Cristo: mangiarne, masticarlo e rimasticarlo, per assimilarlo sino all’ultima fibra. Accogliere e incorporare la sua parola, la sua persona, la sua esperienza, per fare corpo. Giuseppe Prezzolini, pur nel suo travaglio spirituale, con arguzia descriveva così questa operazione: «Le religioni presiedono al commercio di Dio. Lo vendono a pezzi ed a bocconi, a fette ed a morselli, cotto, crudo e disossato, a credito ed a contanti. Bisogna invece inghiottirlo tutto intero perché faccia bene: grasso e magro, ossa e polpa, pelle e ciccia. Bisogna inghiottirlo, vivo e fresco… aprirsi tutti appena si scorge, aprir tutte le porte, quella volta è la buona, che è la prima e l’ultima. Non ci sarà un’altra occasione». Come non si vive senza mangiare ed assimilare, così non si può esistere da credenti senza incorporare Cristo a noi, o meglio, senza lasciarci incorporare a lui.

Questa comunione non ha come scopo il farci provare emozioni forti, ma, unicamente, il legarci vitalmente a lui, per apprendere l’arte di vivere come lui. E poiché la sua vita è stata tutta consacrata a «vivere per», per Dio e per l’uomo, il legarci a lui avviene nella speranza e nell’impegno di apprendere noi pure l’arte della pro-esistenza, cioè l’arte di vivere in spirito di gratuità, in spirito di dono, in spirito di servizio, in spirito di sacrificio, in una carità che dona sempre di più, sempre di meglio, educandoci ed abilitandoci a «vivere per» sino a «morire per». Si tratta di una prospettiva che può atterrire, anziché allettare, ma sta evidentemente a noi mostrarne la portata e le conseguenze, in termini di felicità, mostrando con i fatti la verità del detto neotestamentario: «Vi è più gioia nel donare che nel ricevere» (At 20,35).

PREGHIERA - Le tue affermazioni sconcertano, Gesù: come possono accettare che tu sia disceso dal cielo? Conoscono bene la tua famiglia, i tuoi parenti, il tuo villaggio. La tua vita finora è stata terribilmente simile alla loro. Ecco perché non vogliono credere che Dio li raggiunga attraverso un uomo che ha vissuto tra loro senza sconti e senza privilegi, condividendo le loro fatiche, le loro pene e le loro soddisfazioni…

Così nella vana attesa di un salvatore paracadutato direttamente dal cielo, essi si negano ad una gioia e ad una pienezza che li raggiunge nella semplicità dell’esistenza quotidiana. Strano comportamento, Gesù, che già annuncia il rifiuto che ti colpirà in modo inesorabile.

Sì, perché un Dio che si fa uomo risulta terribilmente scomodo e ci obbliga a rivedere le idee che ci siamo fatte di Lui, le maschere che abbiamo costruito e appiccicato al suo volto. Tu ti offri come un Pane che trasmette la vita eterna, tu accetti di spezzarti, di morire perché possiamo partecipare alla tua pienezza.

venerdì 10 agosto 2012

417 - CHE COSA SI PUÒ E SI DEVE CHIEDERE A DIO NELLA PREGHIERA?

Per una pausa spirituale durante la XVIIIª Settimana del Tempo ordinario
La liturgia della Parola di domenica chiama in causa, tra le altre cose, il nostro modo di pregare. E lo fa ponendoci di fronte alla preghiera con cui gli interlocutori di Gesù, dopo aver mangiato il pane che egli ha donato loro e dopo aver discusso con lui, anche polemicamente, gli dicono: «Signore, dacci sempre questo pane!». Non un pane qualsiasi, ma quello di cui Gesù ha appena parlato loro. Sono giunti a questa richiesta, dopo aver fatto un percorso, quasi condotti per mano da lui, dalla sua dialettica, dalle sue domande, dalla sua sapienza. Al termine della discussione con Gesù i suoi interlocutori sembrano aver capito che il dono più importante che possono attendersi da Dio non è il pane di cui hanno appena usufruito, per altro saziandosi; quello è solo un segno che rinvia ad un altro pane; è destinato a svegliare nel cuore delle donne e degli uomini un’altra fame, più profonda, benché meno facile da avvertire e da saziare. Da questo episodio ci sentiamo provocati a interrogarci su ciò che possiamo domandare a Dio con la nostra preghiera. La risposta ce la suggerisce il ritornello del salmo responsoriale, che raccoglie nell’espressione di poche parole ciò che dobbiamo chiedere a Dio: Donaci, Signore, il pane del cielo.
La preghiera manifesta i desideri del cuore, esprime ciò che ci preme di più, rende esplicita la gerarchia delle cose che ci interessano. Spesso c’è un certo ordine nelle attese delle persone comuni, anche tra i credenti: la salute, il lavoro, la tranquillità familiare, affetti positivi. I più ‘audaci’ inseriscono in questa scala anche la carriera, il successo, il benessere, la notorietà, la possibilità di affermarsi nella società. Forse anche molti di quelli che sono andati dietro a Gesù avevano nei suoi confronti delle aspettative materiali, mondane, legate alla vita di ogni giorno. Esattamente come noi, che spesso chiediamo a Dio che risolva i nostri problemi quotidiani. Certo questo non significa che non possiamo chiedere a Dio di guardare alle nostre esigenze materiali, ma a condizione che non pensiamo a lui come ad una specie di mago con la bacchetta magica in mano, a risolvere i problemi nostri e del mondo. Le nostre domande nella preghiera hanno un senso se esprimono la coscienza della nostra povertà e della nostra piccolezza davanti a Dio, se sono espressione di una fiducia in lui che è quella dei figli. Allora possiamo dire e chiedere tutto, perché il cuore di Dio è quello di un padre, davanti al quale si può stare nella verità della propria esistenza, che può avere anche fame di pane, di lavoro, di salute, di affetti buoni…
Tutto dipende dall’idea che abbiamo di Dio. Si potrebbe dire: «dimmi come preghi, e ti dirò in quale Dio credi». Dietro la preghiera che chiede la soddisfazione dei bisogni più esteriori e materiali, vi è una persona che crede in un Dio un po’ magico, distributore di miracoli, lontano da quello che Gesù ci ha presentato nel suo Vangelo. Se preghi pretendendo da Dio il miracolo, credi nel Dio magico dei pagani; se credi ponendo davanti a Dio con umiltà i bisogni della tua vita, credi in un Dio che è Padre.
Dal Dio dei miracoli al Dio che è Padre vi è un percorso lungo e difficile, che non si può fare da soli. Chi ha mangiato il pane dato da Gesù è rimasto con lui a discutere, a interrogarlo, ad ascoltare le sue parole. Solo Gesù può aprire altri orizzonti, ci può insegnare ad avere un cuore da figli e a pregare il Padre come lui.
Frequentare il Signore e la sua parola conduce a riconoscere la verità delle domande più importanti che si nascondono in noi: il bisogno di un senso alla vita, la domanda di un amore pieno, l’attesa di una giustizia senza ombre, il desiderio di una libertà senza confini… Alla scuola del Signore il cuore si allarga, i desideri si educano e imparano a non riconoscere solo la fame di pane; le esigenze diventano insaziabili: sono quelle che solo il Pane che viene dal cielo può soddisfare.
Gesù ci ha insegnato che cosa domandare. La preghiera del Padre nostro racchiude lo spirito, le parole, le domande che dobbiamo rivolgere al Padre. Tra esse c’è anche quella del pane quotidiano, ma prima ancora vi è la richiesta che il Regno di Dio venga per tutti, a cominciare dai poveri, gli umili, i derelitti; che si realizzi per l’umanità il disegno di amore che Dio ha pensato per essi; che la volontà di bene e di salvezza che il Padre ha per il mondo sia fatta, che il perdono che rigenera si diffonda sulla terra anche per la nostra capacità di perdonare e di amare; che il male non ci travolga… Se riflettiamo al tenore di queste domande, dobbiamo concludere che Gesù ci insegna a domandare al Padre l’impossibile, cioè un mondo trasformato secondo la misura del suo amore. Ma «nulla è impossibile a Dio»: così ci insegna a credere il Vangelo.
Ciò che possiamo e dobbiamo chiedere a Dio è nell’ordine dell’impossibile, del divino, dell’eterno. E Gesù ci dice di domandare tutto questo, e con la fiducia che il Padre ce lo darà. Ma ci interessa tutto questo? Ci interessa chiedere a Dio di essere coinvolti nel suo pensiero, di essere contagiati dai suoi desideri, di essere partecipi del suo mondo? Oppure ci interessano solo le nostre piccole cose di ogni giorno? Ci interessa solo il pane che sazia lo stomaco o desideriamo il pane del cielo? La liturgia di questa domenica ci invita a domandarci quanta audacia vi è nei nostri desideri sulla vita e sul mondo. E ci incoraggia ad osare!

sabato 4 agosto 2012

416 - TRE PASSI PER CONOSCERE GESÙ - 05 Agosto 2012 – XVIIIª Domenica ordinaria

(Esodo 16,2-4.12-15 Efesini 4,17.20-24 Giovanni 6,24-35)

I passi che la folla deve compiere per conoscere chi è veramente Gesù sono tre. Prima di tutto deve purificare il proprio desiderio. All’inizio la gente non sa esattamente che cosa vuole, e spetta a Gesù spiegarle l’ambiguità di cui è vittima: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (v. 26). L’uomo è pieno di desideri, sempre rivolti a persone o a oggetti concreti: desiderio di cibo, di affetto, di salute e così via; ma se si approfondisce il senso di questi desideri, ci si accorge che sono segno di qualcosa di più grande, di un desiderio più radicale; essi spingono verso l’Assoluto, il solo pane che sazia il desiderio dell’uomo.

Il secondo passo riguarda la fede, che è il solo e giusto atteggiamento verso il dono di Dio. Si è abituati a pensare che il rapporto con Dio passi attraverso le opere che si devono compiere per essergli fedeli. Gli interlocutori di Gesù ragionano in termini di «opere» da fare, le opere della Legge che si devono compiere per piacere a Dio. Mediante le «opere» della Legge l’uomo pensa di porre un’ipoteca sulla salvezza e di poter vantare meriti di fronte a Dio. Gesù risponde che l’«opera» di Dio è una sola: credere in colui che egli ha mandato. La fede è l’unica risposta adeguata al dono di Dio, e tutto deve essere orientato a quest’unica «opera»: credere al suo inviato. È la teologia del vangelo di Giovanni: più che sulle cose da fare, egli punta sull’opera fondamentale che è riconoscere e accettare il dono di Dio mediante la fede. Il credere è caratterizzato dall’accoglienza dell’agire di Dio più che dalle opere che l’uomo compie. La fede però impegna tutta la persona. Il termine greco per dire «opera» (érgon) significa anche «fatica», «lavoro», ed esprime il carattere impegnativo di questo affidamento di tutta la vita alla promessa di Dio.

Il terzo passo è riconoscere l’origine divina del pane che dà la vera vita (vv. 30-35). Esso può essere solo dono di Dio, di quel Dio che, se era già il dispensatore della manna, opera adesso con un dono nuovo. L’azione di Dio non è qualcosa di passato, ma qualcosa di attuale e presente, che va oltre Mosè e la sua Legge. Il Padre sta preparando adesso il pane vero, un pane che vale per il presente (i verbi in greco sono tutti al presente). La gente si apre allora alla domanda vera, e chiede questo pane. Ed è a questo punto che Gesù afferma: «Io sono il pane della vita» (v. 35). È lui l’opera di Dio, è lui il pane che va accolto con fede perché è il termine ultimo del desiderio di vita dell’uomo. Quando lo si riconosce non per i doni che dà, ma come dono del Padre, allora si è trovata la vita. Apparentemente non ha risposto alla folla che gli ha chiesto un segno, ma in realtà è lui stesso il segno, un segno che si può cogliere solo «venendo a lui», aprendosi alla fede in lui.

PREGHIERA - Tu offri un segno, Gesù, perché la folla raggiunga la realtà meravigliosa del tuo dono. Offri un pane che può sfamarli e saziarli per un giorno perché desiderino quel Pane che trasmette la vita eterna. Fai fiorire una stupenda esperienza di condivisione, un anticipo dei tempi messianici, perché avvertano la voglia di partecipare alla gioia del giorno senza tramonto.
Eppure ieri come oggi gli uomini rimangono attaccati alle realtà terrene e si rifiutano di compiere il salto verso i beni eterni. Sì, siamo fatti in modo strano. Tu ci fai intravedere una pienezza inimmaginabile e noi restiamo saldamente ancorati ai bisogni quotidiani.
Tu ci inviti a solcare il mare aperto per immergerci nella profondità della vita divina e noi ci condanniamo al piccolo cabotaggio. Tu desti in noi l’attesa di qualcosa di grande, capace di trasformare questa nostra esistenza e noi ti chiediamo di rimediare alle piccole angustie che ci assillano.

415 - GESÙ RIFIUTÒ DI FARE IL RE

Per una pausa spirituale durante la XVIIª Settimana del Tempo ordinario

In Mt 4,1-11 il racconto delle tentazioni di Gesù inizia con Satana che suggerisce a Gesù, nella solitudine del deserto, di mutare in pane le pietre per saziare la propria fame e termina con l’offerta, sempre ad opera di Satana, di «tutti i regni del mondo e la loro gloria» in cambio di un atto di adorazione. Matteo sottolinea la dimensione interiore della tentazione che avviene (al di là delle localizzazioni geografiche nel deserto, a Gerusalemme e su un monte alto) nel cuore di Gesù, nel suo profondo. Nel brano giovanneo (Gv 6,1-15) Gesù, dopo aver moltiplicato, mediante condivisione, il pane per folle numerose, si ritira in solitudine per sfuggire a chi voleva farlo re.

Gesù dunque legge come tentazione l’intenzione delle folle, che potrebbe apparire un riconoscimento della potenza di Gesù, un onore che gli viene accordato, anzi, forse perfino qualcosa di conforme al volere divino. Qualcosa che rende più efficace la sua missione tra gli uomini. Ma Gesù sa che la traduzione in potere politico di un gesto profetico è uccisione della profezia; Gesù sa che la trasformazione in istituzione politica di un gesto di rivelazione è spegnimento della rivelazione; Gesù sa che fare di un gesto di carità e condivisione un ente assistenziale è appiattimento burocratico della carità. Soprattutto, Gesù sa che la tentazione, che sempre agisce sul cuore umano allettandolo, avviene in situazioni quotidiane, mediante ministri umani e attraverso vie che a molti credenti potrebbero apparire non tentazione satanica, ma volontà divina. Come discernere?

Gesù coglie nell’intenzione delle folle la perversione del suo gesto di donazione sovrabbondante: esse lo stravolgono in un meccanismo di scambio, di do ut des, in cui esse accordano potere su di loro a chi dona loro cibo e sussistenza. Gesù non agisce con la logica di governatori e re che chiedono potere e legittimazione in cambio di elargizioni di beni. Accettare di essere re non sarebbe un poter servire meglio le persone avendo più potere e mezzi a disposizione, ma entrare in un gioco perverso di potere in cui non c’è servizio reciproco, ma uso l’uno dell’altro, non c’è servire gli altri, ma servirsi degli altri. La folla userebbe il Gesù-re che, a sua volta, si servirebbe delle folle, in un circolo vizioso che si oppone radicalmente alla logica evangelica che domina la vita di Gesù («Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»: Mc 10,45) e che dovrebbe dominare la vita delle comunità cristiane nel mondo: «Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servo» (Mc 10,43).

Il rifiuto di essere fatto re è rivelativo della volontà di Gesù di non volere che gli uomini si asserviscano, pagando con l’obbedienza e la sottomissione il pane che potrebbero ricevere. Gesù rifiuta radicalmente il populismo demagogico. Egli chiama alla libertà e fa della sua vita un insegnamento di libertà. Certo, a caro prezzo. Gesù rifiuta la logica espressa dal grande Inquisitore di Dostoevskij che afferma che l’uomo non è all’altezza della libertà e che per questo l’istituzione ecclesiastica dovette rivestire gli abiti regali per andare incontro all’ansia umana di inchinarsi davanti a qualcuno e per rimediare al dono troppo grande e schiacciante della libertà che Gesù fece all’umanità. «L’uomo non cerca Dio, ma miracoli» afferma con lucido cinismo il grande Inquisitore. Per questo, continua l’anziano cardinale del racconto di Dostoevskij, «noi accettammo da lui (cioè dal Tentatore) Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re… Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane?». Dietro al rifiuto di Gesù di essere fatto re, vi è dunque il rifiuto di servirsi del miracolo, del potere e del sacro come di strumenti di asservimento dell’uomo; vi è il rifiuto radicale dell’abuso dell’altro, del dominio sulla coscienza altrui. Rifiutando di essere fatto re, Gesù opera per la libertà anche di chi voleva sottomettersi a lui: per lui non esistono sudditi, ma fratelli.

Se la gente coglie correttamente il gesto di Gesù di moltiplicazione dei pani come segno che rivela qualcosa della sua identità profonda (Gv 6,14), essa però ne trae conseguenze che Gesù rigetta in modo netto. Tanto che egli dirà: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). La sua regalità è altra e apparirà nella paradossale gloria del crocifisso. Gesù si rifiuta di piegare la fame umana, il bisogno ontologico dell’uomo, la sua povertà, la sua debolezza, a un personale disegno di potere e di affermazione. E così interdice anche alla Chiesa di sfruttare la debolezza umana, il bisogno umano, la sofferenza, la paura, la malattia, l’angoscia, il peccato, la mediocrità stessa dell’uomo come strumento per indurre gli uomini a consegnare la propria coscienza in mano di chi potrà assicurare loro comprensione, perdono e consolazione. La sua logica è veramente all’opposto di quella espressa dal grande Inquisitore, logica che contiene in sé il disprezzo profondo per gli uomini e per la loro libertà: «Essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: ‘Riduceteci piuttosto in schiavitù, ma sfamateci’. Comprenderanno essi stessi che libertà e pane terreno sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno essere liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli».

Il testo dice che Gesù si ritirò (Gv 6,15), fece anacoresi, si rifugiò nella solitudine per sfuggire la folla, gli onori, gli applausi. Gesù si distanzia anche dai suoi discepoli, ben sapendo che anch’essi erano tentati di tentarlo sul tema della regalità e del potere. Sì, Gesù mette in atto una vera e propria fuga: alcuni manoscritti portano il verbo ‘fuggire’ invece del verbo ‘ritirarsi’ in Gv 6,15. Gesù svela così che a volte l’arte della fuga è l’unica possibilità di salvaguardare la qualità e la dignità della propria umanità e l’evangelicità della propria fede.

sabato 28 luglio 2012

414 - DIO SFAMA IN ABBONDANZA IL SUO POPOLO - 29 Luglio 2012 – XVIIª Domenica ordinaria

(2ºRe 4,42-44  Efesini 4,1-6  Giovanni 6,1-15)

Giovanni difficilmente usa il termine miracolo per descrivere i prodigi compiuti dal Signore. Preferisce parlare di segni, perché questi gesti hanno un valore simbolico, vogliono rimandare oltre, e spiegare qualcosa della persona di Cristo, del suo ‘mistero’, cioè del disegno di Dio che si rivela in Gesù. Il segno del pane moltiplicato avviene nell’imminenza della Pasqua ebraica, la festa dell’agnello immolato, la festa memorabile dei prodigi dell’esodo, tra cui la manna. Quell’agnello, quel pane, erano soltanto una prefigurazione ed una profezia, un pallido presagio, di ciò che il Figlio di Dio avrebbe compiuto: il dono di Sé come nuovo Agnello, nuovo Pane, nuova Alleanza. Non si tratta di una semplice sostituzione di cose simili, ma di una cosa completamente nuova, di qualità nettamente superiore, perché legata alla persona stessa del Dio fatto uomo.

Che cosa rivela, e a che cosa educa la moltiplicazione dei pani e dei pesci? Rivela un Dio tanto innamorato dell’uomo da donare, anzi, da donarsi senza riserve, senza risparmio, senza misura. È un passo iniziale, perché tale rivelazione avrà il suo apice nell’ultima cena e sulla croce. Non è un caso che i gesti e le parole che Gesù usa per moltiplicare i pani ed i pesci siano quasi identici ai gesti ed alle parole dell’ultima cena e della celebrazione dell’Eucaristia. Sono questi i gradi diversi, i passaggi logici di un Mistero tanto grande da non poter essere rivelato in un colpo solo, ma gradualmente, perché la mente ed il cuore umani possano comprendere e gustare l’immensità dell’amore di Dio.

A che cosa educa la moltiplicazione dei pani? Il segno compiuto da Gesù ha voluto mettere alla prova innanzitutto i discepoli. Nonostante i segni già compiuti dal Signore, essi sono ancora molto pragmatici, dei perfetti calcolatori. L’uno, Filippo, ragiona su numeri maggiori, Andrea constata la pochezza dei mezzi, ma nessuno dei due prende in considerazione l’ipotesi che Gesù possa compiere meraviglie quanto Dio. Solo la semplicità e l’ingenuità di un bambino sa sognare che da quella miseria Dio possa trarre un’eccedenza addirittura capace di sfamare l’intero popolo di Israele, che è rappresentato dalle dodici ceste avanzate, una cesta per ogni tribù.

PREGHIERA - La tua domanda, Gesù, probabilmente coglie di sorpresa l’apostolo Filippo. Una somma consistente non sarebbe bastata a sfamare quella grande folla. Ma è proprio partendo da questa constatazione realistica che tu mostri come il problema possa essere risolto in un altro modo.

Cinque pani d’orzo e due pesci: ecco quello che ti viene posto tra le mani. Ed è per quel dono che tu rendi grazie e cominci a distribuire pane e pesci alla gente. La “ricetta” che tu ci suggerisci non ha niente a che fare col denaro perché in fondo non è quella la vera soluzione.

È il dono di un ragazzo che innesca la catena di una sorprendente solidarietà. Ed è la forza dell’amore, un amore straordinario che sprigiona da te, a compiere il segno prodigioso. Riusciremo mai, Gesù, a donarti i nostri cinque pani e i due pesci? Saremo capaci di condividerli perché avvenga il miracolo?

413 - COMUNICARE LA FEDE È UN ATTO D’AMORE

Per una pausa spirituale durante la XVIª Settimana del Tempo ordinario

COMUNICARE LA FEDE COME UNA CHIAMATA - Comunicare la fede nelle varie circostanze della vita, da parte di una persona credente, costituisce un vero atto d’amore che rinnova e rischiara la vita. Si tratta dell’apertura del cuore credente a un’altra persona o a un gruppo non credente, a chi è in ricerca di senso o ancora nell’indifferenza, si tratta di un’apertura del cuore che si fa testimonianza di fede chiara e invitante.

Da un lato ci sono le varie persone che si incontrano in modo occasionale o sistematico, persone con la loro ricerca di un senso valido per la loro vita, senso a volte aperto alla fede, altre volte assorbito da realtà immanenti o immediate.

Dall’altro lato ci sono persone testimonianti la fede. Possono essere genitori ed educatori, compagni occasionali di lavoro o di viaggio, persone che vivono assieme. Spesso si tratta di persone, laiche o consacrate, che hanno fatto della testimonianza di fede la ragione della loro vita. Nelle varie situazioni di vita, su richiesta o per loro scelta, costoro svolgono il compito di comunicare la fede che vivono.

Ne deriva un servizio alla fede, un’azione che convoglia le proprie energie vitali verso la testimonianza della fede. Si tratta di una comunicazione che si svolge in modi differenti. Può essere una presa di posizione esplicita, una proposta su libera iniziativa, una risposta a una richiesta. Può essere una vita vissuta, che attraverso le concrete scelte di vita, le varie opere, manifesta il proprio credo religioso.

La comunicazione della fede è un vero atto di amore perché, da un lato, mette a disposizione del destinatario aspetti preziosi e personali del proprio vivere, trasmette le ragioni che danno senso alla sua vita, dunque qualcosa di molto personale; dall’altro lato il destinatario riceve ciò di cui ha bisogno, ne sia o meno consapevole, un senso valido anche per la sua vita. Il servizio genuino alla fede è in tal modo un vero servizio di amore.

COMUNICARE LA FEDE COME PROBLEMA - Comunicare la fede come atto d’amore non è però cosa facile. Non è realtà che va da sé, quasi automatica. Ci possono essere interferenze di varia natura, consce e inconsce, che limitano e talora alterano pesantemente il risultato.

Interferenze interne alla stessa comunicazione della fede: si verifica quando si comunica la fede perseguendo di fatto, in modo manifesto o latente, obiettivi autocentrati, quali il riconoscimento da parte dell’ambiente, la propria gloria, l’esercizio di un potere sugli altri, la manipolazione dei dati della realtà per mantenere una posizione di privilegio. Anziché servire le persone, di fatto ci si serve della fede o della persona a cui ci si rivolge per obiettivi di autoaffermazione personale o di gruppo.

Interferenze esterne: quando sono presenti fenomeni come l’esteriorismo che privilegia le apparenze superficiali, l’intellettualismo che impedisce un incontro personalizzato con il Signore della vita, l’emozionismo ugualmente di superficie, il ritualismo che, anziché essere soglia dell’esperienza di Dio, si fa barriera all’incontro con la trascendenza, l’opportunismo che si trasforma in ipocrisia.

Di fronte a questi ostacoli sorgono alcune domande: A quali condizioni la comunicazione della fede diviene atto di amore? Che cosa aiuta la persona in questo compito? Che cosa la frena? Su che cosa fare leva perché la comunicazione della fede possa essere sempre un atto d’amore?

I fattori che rendono la comunicazione della fede un atto d’amore sono vari e molteplici. Mi limito ad accennare ai fattori personali. La comunicazione della fede diventa un atto d’amore quando è fatta con un’affettività matura, quando è frutto prevalente di un cuore che ama con autenticità, fermezza e trasparenza.

Occorre che essa sia autentica comunicazione del dono di Dio, del suo agire salvifico, un dono che prima ha pervaso il cuore del donatore, rendendolo accogliente nei confronti della salvezza e desideroso di trasmetterla, perché il vero bene chiede di diffondersi.

PERCHÉ LA COMUNICAZIONE DELLA FEDE SIA EFFETTIVAMENTE UN ATTO D?AMORE - Tra le istanze pedagogiche necessarie si possono richiamare le seguenti:

a – Un’esperienza di fede genuina: La comunicazione della fede, fatta come atto di amore, presuppone nella persona comunicante un contatto vivo e permanente con la fonte da cui la fede sgorga. Si tratta del contatto personale con Dio, incontrato non come un’entità astratta, lontana e asettica, o temuta e tenuta a bada, ma come una persona viva, presente nell’intimo della coscienza, come pure nella famiglia e nella comunità dei credenti. Si tratta di un incontro autentico attraverso i segni sacramentali, attraverso la sua Parola, attraverso le mille realtà mediante le quali Dio si manifesta e si vela a un tempo. Questo richiede da parte di chi vuole trasmettere la fede un effettivo cammino spirituale nel concreto della sua vita, personale e comunitaria, una integrazione tra fede e vita.

b – Un’affettività sufficientemente matura: Il modo di relazionarsi con le persone e le situazioni deve essere, da un lato, sufficientemente libero dall’egocentrismo che strumentalizza l’altro, dall’impulsività che riduce l’altro a oggetto dei propri impulsi e frustrazioni, dall’idealismo che pretende che l’altro sia secondo le proprie attese, le proprie ambizioni, spesso compensatrici di carenze nascoste. Dall’altro lato dev’essere un modo di relazionarsi nutrito di reciprocità, capace di fare posto all’altro nella sua identità effettiva e di porsi di fronte all’altro nella sua verità e trasparenza. L’incontro va nutrito di empatia capace di porsi nei panni dell’altro, di attenzione per intuire ciò che l’altro sta vivendo, così da incontrarlo nella sua verità, restando se stessi; un incontro nutrito di gratuità nel dono di sé all’altro, perché questi possa crescere ed essere se stesso; nutrito di perdono, dato e ricevuto, per poter ripartire, pur negli inevitabili conflitti della vita, con rinnovata fiducia.

c – Una comunità sufficientemente viva e testimoniante: Le comunità credenti sono chiamate a mostrare dal vivo la validità e l’incisività della fede per la vita personale e comunitaria. Le opere di misericordia e di giustizia lo stanno a dire. Queste comunità possono essere la famiglia, la comunità religiosa, la parrocchia, un gruppo di vita, un gruppo di riferimento. La vita e l’azione di gruppo conferiscono alla testimonianza una forza particolare, oggettiva, visibilizzata, estesa nel tempo e nello spazio.

sabato 21 luglio 2012

412 - DIO VIENE IN NOSTRO AIUTO - 22 Luglio 2012 – XVIª Domenica ordinaria

(Geremia 23,1-6 Efesini 2,13-18 Marco 6,30-34)

Il motivo della nostra fiducia è la vicinanza che Gesù ci assicura: egli, infatti, è il pastore che Dio ci ha inviato. L’immagine del pastore che si prende cura delle pecore a lui affidate è frequente nella Bibbia per esprimere la sollecitudine di Dio nei confronti del suo popolo. Allo stesso tempo la sollecitudine di Dio è il modello a cui sono richiamate le guide del popolo, soprattutto nelle parole dei profeti. L’immagine richiama atteggiamenti di fiducia, sicurezza, attenzione, dono. Nel vangelo Gesù si presenta come il pastore annunciato. In lui Dio rivela in modo definitivo il suo volto di Padre-pastore, che procura a chi a lui si affida cibo, sicurezza e salvezza. È in questa prospettiva che va inteso l’invito che Gesù rivolge ai discepoli nel vangelo di oggi: «Venite in disparte… e riposatevi un po’». Il silenzio interiore e il dialogo personale con Dio ci aiutano a comprendere e a vivere la vita in modo meno superficiale rispetto alle proposte del mondo. Gesù si prende cura di noi, affinché scopriamo il vero senso dell’esistenza che ci è donata.

Il silenzio interiore e il dialogo con Dio ci aiutano a valutare in modo meno superficiale la vita, ci fanno ripensare alle scelte fatte, ci danno la carica giusta, ci aiutano a motivare meglio l’azione, a maturare delle scelte più impegnative. Il riposo è dunque anche un’esigenza profonda dello spirito, che non può lasciarsi travolgere dalle attività, guidare dalle situazioni, condizionare nelle scelte dall’incalzare delle cose da fare. Per questo il distacco dalle cose permette di riconoscere il valore relativo della nostra presenza, ridimensiona la portata della nostra azione. Spesso viviamo nell’insoddisfazione o nell’affanno per ciò che non riusciamo a realizzare. Il riposo ci fa capire che è più importante preoccuparci della qualità della nostra azione che non del numero delle iniziative che riusciamo a mandare avanti. Il fermarci a riflettere, per ricuperare noi stessi, ci aiuta a ritrovare il gusto delle cose semplici, ci fa trovare il coraggio di liberarci da certe schiavitù inutili.

PREGHIERA - L’urgenza di portare a tutti la Buona Novella del Regno non comporta alcun affanno, Gesù, e nemmeno ansia e impazienza. È un seme buono quello che viene deposto nel terreno dei cuori. Se viene accolto produrrà un frutto abbondante, al di là di qualsiasi più rosea attesa.

La carica di compassione, di bontà e di misericordia che porta con sé scatena un dinamismo che trasforma e trasfigura. Ecco perché ora, Gesù, tu chiedi ai tuoi di venire in disparte e di riposarsi. La tenerezza che provi per le folle, smarrite e disorientate, la usi anche a loro, provati dalla lotta contro il potere del male, dalla fatica che comporta l’annuncio del Vangelo, l’incontro con tante persone, con le sofferenze ed i problemi che segnano la loro esistenza.

Così chiedi ai tuoi discepoli di rimanere con te, di gustare quella gioia di cui sei la sorgente inesauribile.

411 - IL RISCHIO DELL’INSUCCESSO

Per una pausa spirituale durante la XVª Settimana del Tempo ordinario

Strano invito, quello di Gesù. I discepoli devono prendere solo il bastone che aiuta il camminare, i sandali che evitano le conseguenze della durezza del suolo, una sola tunica, senza il mantello che serve per ripararsi dalla umidità della notte. Proprio l’essenziale. Si potrebbe dire che è l’invito alla debolezza e a correre senza angosce accettando anche lo smacco e il rifiuto. Nel considerare così questo passaggio del vangelo di Marco(6,7-13), non corriamo anche il rischio di riproporre un cristianesimo dolorante, depressivo, autopunitivo?

I discepoli sono inviati ad annunciare la “bella notizia”: la notizia e la sua bellezza non dipendono dalla loro forza, dice in sostanza Gesù. Loro ne sono i semplici testimoni. Per questo raccomanda l’attrezzatura più semplice perché non succeda che l’attrezzatura, che deve semplicemente far passare il messaggio, lo oscuri con il suo ingombro eccessivo.

Si deve partire da qui per una rielaborazione positiva dell’insuccesso, così come sembra venir fuori dal testo: del «buon uso delle malattie», avrebbe detto Pascal. Tutti abbiamo fatto, prima o poi, un’esperienza simile. Puntiamo tutto sulla fede, per noi quella è la vita. Eppure ciò che per noi è tutto non è nulla per tanta gente che conosciamo e, talvolta, perfino per quelli «della nostra casa». In quegli smacchi dolorosi si può fare – ‘si può’, perché, ovviamente, non è facile – l’esperienza di una strana, paradossale purificazione della fede. Quando la fede ‘passa’ viviamo la soddisfazione di essere riusciti a trasmettere ciò in cui crediamo. La tentazione possibile, in quel caso, è di ritenerci noi gli artefici del successo, di considerare la fede una ‘cosa’ che siamo riusciti a trasmettere, come un pacco, ad altri. Abbiamo deciso noi che cosa c’era nel pacco, chi ne era il destinatario, quali i sistemi postali per farlo arrivare a destinazione. Quando, invece, non passa, capiamo che la fede non è un cosa, capiamo soprattutto che in essa si mettono in gioco la misericordia insondabile di Dio e il mistero della libertà dell’uomo. E, partendo da lì, arriviamo a mettere in discussione tutto. Non sappiamo bene che cosa ci sia nel pacco, perché è favolosamente più ricco di quello che possiamo immaginare; non sappiamo bene chi erano i destinatari, perché abitati dalla libertà sulla quale non possiamo mettere le mani; non sappiamo quasi nulla dei canali buoni per far arrivare a destinazione tutto, perché chi spedisce è imprevedibile.

Il passaggio evangelico e le sue possibili ricadute richiamano anche tante immagini letterarie che, in diversi modi, lo illustrano. Tra quelle che più mi piacciono e tra le più note c’è il racconto celebre della disavventura – una delle tante – di don Chisciotte. Siamo nei primi passaggi del grandioso racconto. Il cavaliere errante incontra dei mercanti di Toledo e parla loro della sua bellissima dama, Dulcinea, ne tesse tutte le lodi possibili e chiede che i suoi interlocutori ne riconoscano la bellezza, senza la minima possibilità di dubbio. Don Chisciotte ne è convintissimo. Solo che i mercanti sono gente concreta: stanno andando a Murcia a comperare i tessuti che servono per il loro lavoro e di fronte a quel profeta esagitato, chiedono qualche prova, pretendono di vedere almeno un’immagine di cotanta conclamata bellezza. Don Chisciotte, invece, non fa altro che esaltare la bellezza di Dulcinea e più è convinto della bellezza della sua dama tanto più è scandalizzato dalla incredulità dei mercanti. Tanto che, a un certo punto, vuol punire duramente uno di loro che insiste nel pretendere le ‘prove’.

E così dicendo, partì con la lancia abbassata contro colui che aveva parlato, con tanta collera e furia, che se la buona sorte non avesse fatto inciampare e cadere Ronzinante a metà strada, il temerario mercante se la sarebbe vista brutta. Ma cadde Ronzinante, e il suo padrone andò rotolando per un buon tratto nella terra dei campi; e ogni volta che cercava di rialzarsi, non ci riusciva, per l’impiccio che gli davano la lancia, lo scudo, gli sproni e la celata, insieme col peso della vecchia armatura. E mentre lottava senza esito per alzarsi, andava dicendo: «Non scappate, gente codarda; aspettate, razza di schiavi; che non per colpa mia, ma del mio cavallo, io son qui per terra».

Il don Chisciotte a terra, preda insieme della sua passione e della sua armatura, può essere un bell’esempio del cristiano e delle sue disavventure. Anche il credente, infatti, si affanna spesso a difendersi e a difendere il messaggio di cui è testimone. Ma è tale il suo affanno che spesso ne diventa vittima e, mentre ne soffre, non riesce a capire i suoi errori e accusa gli altri e le circostanze e la nequizia dei tempi, esattamente come don Chisciotte che accusa il suo cavallo, mentre dovrebbe accusare soltanto se stesso. E dovendo, a un certo punto, rimediare ai suoi eccessi, s’accorge di non riuscire a rialzarsi proprio perché troppo appesantito dalle sue attrezzature, quelle che avrebbero dovuto aiutarlo a difendersi.

E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. Altrimenti rischiamo di diventare dei don Chisciotte che cadono rovinosamente a terra, prigionieri della loro stessa forza. Altrimenti rischiamo di difendere precisamente quella forza, invece di usarla per annunciare la debolezza disarmata dell’uomo del Golgota.