sabato 25 agosto 2012

422 - SIGNORE DA CHI ANDREMO? - 26 Agosto 2012 – XXIª Domenica Tempo ordinario

(Giosuè 24,1-18 Efesini 5,21-32 Giovanni 6,60-69)

Gesù termina il discorso sul pane di vita parlando con le persone che più da vicino lo hanno seguito. Tutti sono chiamati a sfamarsi e a saziarsi di Gesù «pane di vita» (cfr. 6,1-15), ma non a tutti è dato di comprendere il mistero di questo cibo che dà la Vita al mondo (cfr. 6,51), capace di donare la risurrezione nell’ultimo giorno (cfr. 6,54). A ciascuno, direbbe Origene, è dato di comprendere secondo le proprie capacità. Gesù alcune cose le dice a tutti, altre le riserva per i suoi discepoli. Il nostro brano evidenzia le due reazioni fondamentali dell’uomo di fronte alla proposta del vangelo: rifiuto o accoglienza (cfr. Gv 1,11-12). Il seguire Gesù come discepolo può, a un certo punto, stancare e diventare incomprensibile, e allora ci si tira indietro (cfr. v. 66); oppure, chiede di rilanciare continuamente la fiducia in lui aprendosi alla novità dello Spirito che dà la vita.

La conclusione del lungo discorso sul «pane di vita» vede i discepoli incapaci di comprendere le parole di Gesù, che – ironicamente stupito – chiede se sono scandalizzati. Egli dice loro che ci sono cose ancora più misteriose da comprendere, come vedere il Figlio dell’uomo salire dov’era prima (cfr. v. 62). Le parole di Gesù sono vive, perché contengono lo Spirito che dà vita a chi sa ascoltare, aprono alla fiducia in Dio e alla fede nella sua opera. Ancora una volta, Gesù lega in maniera forte l’atto di fede del discepolo al dono dello Spirito. Egli, però, ribadisce ciò che aveva già detto al v. 44: la fede è opera del Padre che attrae ogni uomo verso il Figlio, fonte e mediatore dello Spirito di vita.

Si ripresenta il tema fondamentale della fede. È interessante notare come, per l’autore del quarto vangelo, sia proprio la fede dei Dodici, guidati da Pietro, a rilanciare l’avventura con Gesù. La professione di fede di Pietro ci consente di continuare a leggere il vangelo, di continuare a vedere Cristo all’opera nella nostra storia. Gesù sembra disposto a rinunciare a tutto, anche ai suoi amici più intimi: «Volete andarvene anche voi?» (v. 67). La professione di fede di Pietro in Gesù, Santo di Dio, ribadisce l’adesione dei Dodici al loro Maestro.

La risposta di Pietro è convinta e senza esitazioni: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (v. 68). La portata di questa formulazione risalta ancora di più se viene paragonata al brano sinottico della confessione di Cesarea di Filippo. Rispetto alla risposta là riferita («Tu sei il Cristo»), qui Pietro afferma l’identità di Gesù («Signore, il Santo di Dio»), riconoscendone insieme il suo significato per loro («Tu hai parole di vita»). Non si può dire chi è Gesù, se non riconoscendolo come punto di riferimento esclusivo, e ponendo la propria vita sotto l’influsso della sua signoria e della sua parola.

Nella risposta di Pietro c’è un altro passaggio importante: «Noi abbiamo creduto e conosciamo che tu sei il Santo di Dio» (v. 69). Pietro dà due risposte a Gesù: «Tu hai... Tu sei...». Egli si concentra sempre di più sulla figura di Gesù come tale: «Tu hai» concentra l’attenzione sui doni di Gesù; «Tu sei» sulla figura stessa di Gesù, e perciò indica il vertice della risposta di Pietro; è come se dicesse: ti seguo non per interesse o per altri motivi simili, ma perché sei tu, il Santo di Dio, e in te troviamo il Padre.

PREGHIERA - Sia chiaro a tutti: tu non trattieni nessuno, non corri dietro al consenso, non sei vittima dei sondaggi, non cerchi approvazione a tutti i costi. No, Gesù, tu lasci ognuno del tutto libero di accoglierti, di rifiutarti e addirittura di ignorarti, di non vederti neppure.

Viene prima o poi il momento in cui ognuno deve prendere una decisione difficile: abbandonarsi a te, mettere la sua vita nelle tue mani, correre l’avventura della fede, oppure lasciar perdere, per non correre rischi, per stare tranquilli.

È vero: la tua parola talvolta è dura e ci obbliga a prendere vie inesplorate, sentieri ardui. Eppure solo questa parola ci fa entrare nella verità e sospinge l’esistenza all’approdo di una gioia senza fine. La tua parola è esigente e ci spinge a decidere, con gioiosa fiducia e senza rimpianti, con la determinazione di chi imbocca risolutamente una strada stretta ed impervia, ma già pregusta il sapore di una pienezza smisurata.

421 - IL PASTO COME RITO DEL’EUCARISTIA

Per una pausa spirituale durante la XXª Settimana del Tempo ordinario

Il pasto è l’atto fondamentale della celebrazione eucaristica. Ma di che atto si tratta? Se si osserva la storia dell’umanità si può notare che il pasto svolge due ruoli: uno di tipo biologico e l’altro di tipo culturale. La prima osservazione, del tutto ovvia, è che l’uomo appartiene al mondo biologico e ricorre all’atto del mangiare per conservare e incrementare la vita. La seconda osservazione, chiara a tutti, è che l’uomo si distingue dalle altre specie viventi perché crea cultura, ossia un insieme di comportamenti (fisici e mentali) con i quali tende a trasformare il mondo che lo circonda e a dargli senso. All’interno della cultura troviamo anche le religioni e i loro riti, tra i quali un posto rilevante è occupato dai pasti rituali. In quanto rito, l’atto del mangiare non è più legato solo alle esigenze biologiche, ma anche a quelle culturali. E se nel primo caso si ha il pasto come «alimento della vita», nel secondo caso si ha il pasto come «senso della vita». L’aspetto più importante, però, è l’operazione simbolica svolta dal rito. Noi potremmo pensare (e spesso pensiamo) che per alimentare la vita si deve andare in cucina o al ristorante, ossia in un luogo in cui poter consumare un pasto, mentre per dare senso alla vita si deve andare a scuola o in chiesa, ossia in un luogo in cui si trasmettono delle idee. Il rito, invece, tende a «tenere insieme» le due cose (per questo è «sim-bolico») dato che ricorre al pasto non solo come a un’azione con la quale alimentare la vita, ma anche come a un gesto col quale dare senso alla vita. Non a caso si parla di «nutrimento» fisico (che alimenta la vita) e spirituale (che dà senso alla vita). Il pasto rituale gioca sull’intreccio tra i due tipi di nutrimento, evitando di separare la vita dal senso della vita.

La celebrazione eucaristica è questo intreccio. Potremmo dire che è l’esasperazione di questo intreccio, dato che il fondamento stesso del senso della vita, ossia Gesù Cristo, è ciò di cui ci si nutre. Indubbiamente ci si nutre di Gesù Cristo ascoltando le sue parole e leggendo quello che si è scritto di lui. Eppure un modo fondamentale e irrinunciabile per nutrirsi di Gesù Cristo è mangiare il pane e bere il vino. Non basta leggere un libro (sacro), occorre anche mangiare un pane (consacrato), perché il senso della vita non può limitarsi alla comunicazione verbale, ma deve allargarsi alla comunicazione non verbale. Solo così infatti viene coinvolto tutto l’uomo e non solo una sua parte. Qui emerge un fatto decisivo, ossia che la fede implica il coinvolgimento di tutto l’uomo: il coinvolgimento di tutti i suoi linguaggi umani (verbali e non verbali) e di tutte le sue dimensioni (la vita e il senso della vita). La celebrazione eucaristica, in quanto pasto come rito, corrisponde alle esigenze della fede. Per comprendere meglio tale corrispondenza occorre tenere presenti altri aspetti del pasto e del rito.

Un aspetto quanto mai evidente è quello relativo alla dimensione conviviale del pasto. Il fatto che per mille motivi ci si trovi spesso a mangiare da soli non deve portare a sottovalutare questo aspetto. In primo luogo, proprio quando si è costretti a mangiare spesso da soli si possono comprendere meglio le caratteristiche del mangiare in compagnia di altre persone. In secondo luogo, è abbastanza ingenuo pensare di mangiare completamente da soli dato che il cibo consumato è un più o meno consapevole richiamo ad altre persone inevitabilmente coinvolte. Non si deve dimenticare che il cibo consumato dagli uomini non è mai solo ciò che fornisce la natura (per esempio il coniglio) ma sempre anche il risultato di attività legate alle capacità culturali dell’uomo (cuocere il coniglio). In altri termini, per l’uomo il pasto è sempre anche un fatto socio-culturale che implica il riferimento a una qualche comunità di appartenenza. Ovviamente l’esperienza della convivialità esige qualcosa di più, ossia la presenza reale di persone con le quali si condivide il pasto. Ed è questo un punto centrale del rito che è sempre un fenomeno ecologico e sociologico: ecologico perché coinvolge l’ambiente naturale (gli elementi dell’ambiente), sociologico perché coinvolge le relazioni umane (la preparazione e lo scambio degli elementi). E così, se il pasto come rito implica la stretta relazione tra «alimentare la vita» e «dare senso alla vita», ora emerge che il luogo originario di tale relazione è la comunità.

Un altro aspetto rilevante del pasto è quello dell’ospitalità. L’essere invitati a pranzo da qualcuno costituisce non solo un fenomeno riscontrabile ovunque, ma particolarmente rilevante nel caso del rito. Anzitutto proprio quando il pasto si consuma in un contesto di ospitalità, i commensali (tanto gli invitanti quanto gli invitati) adottano comportamenti rituali che agevolano i rapporti sociali. Inoltre nei contesti religiosi la forma rituale del pasto assume particolare rilevanza, dato che deve salvaguardare i rapporti tra l’uomo e Dio. Infine nell’ambito della liturgia cristiana, e più precisamente dell’eucaristia, il pasto concerne i rapporti tra l’uomo e Dio nel duplice versante del culto che l’uomo rende a Dio e del dono che Dio fa all’uomo. Tornando al tema dell’ospitalità, si può affermare che nella celebrazione eucaristica è Dio a invitare l’uomo. Indubbiamente è la Chiesa che celebra l’eucaristia, ed è stato Gesù il primo a compiere il gesto che ne è all’origine. Non si può dimenticare però il contesto pasquale di questo gesto, ossia il contesto nel quale Gesù si consegna al Padre, consentendo a Dio di compiere la sua opera. Sotto questo profilo la celebrazione eucaristica è il pasto trascritto in un rito che comunica l’esperienza dell’essere anticipati: l’uomo è anticipato da Dio.

Il tema dell’anticipazione non riguarda solo il passato, ma anche il futuro. Qui emerge un ulteriore aspetto rilevante del pasto: il banchetto escatologico. Su questo punto sarebbe opportuno non trascurare il legame tra il regno di Dio e il pasto. Un’affrettata spiegazione del banchetto escatologico come linguaggio puramente metaforico, finisce per sottovalutare una dimensione fondamentale della fede cristiana che si fonda sulla risurrezione di Gesù Cristo. Secondo i racconti evangelici, il Risorto è un corpo che presenta delle notevoli differenze rispetto alla sua condizione precedente (ossia prima della morte), come dimostra il fatto che non viene riconosciuto immediatamente dai discepoli; d’altra parte, quando Gesù vuole certificare ai presenti la sua identità, mostra le ferite, si fa toccare e chiede da mangiare. Il Risorto non è un evanescente essere spirituale, ma un concreto corpo vivente. Il tema del banchetto escatologico mantiene fede a questa natura profonda della risurrezione, secondo la quale l’uomo che vive in eterno è un corpo.

sabato 18 agosto 2012

420 - CHI MANGIA QUESTO PANE VIVRÀ IN ETERNO - 19 Agosto 2012 – XXª Domenica Tempo ordinario

(Proverbi 9,1-6 Efesini 5,15-20 Giovanni 6,51-58)

Il capitolo sesto di Giovanni ci ha abituati ad affermazioni solenni e sconcertanti di Gesù. Per comprendere il nostro brano, è opportuno riprendere e porre l’accento su alcuni temi fondamentali: Gesù si definisce «il pane vivo» che può dare la vita a chi ne mangia; questo cibo è la sua carne, cioè la sua umanità, il suo corpo, che fa vivere il mondo. Non va dimenticato lo sfondo antropologico fondamentale del «mangiare-vivere»: vive solo chi si nutre di un cibo buono, mentre chi non mangia muore. L’affermazione che apre il nostro brano dichiara l’assoluta necessità di mangiare il pane vivo che è Gesù (v. 51). Il paradosso della sequela di Gesù aumenta sempre più, e sconvolge le menti dei Giudei impreparati ad accogliere il senso profondo delle affermazioni del Rabbì di Nazareth.
La tecnica è sempre quella del dialogo, mediante il quale Gesù insegna sollecitando domande e provocazioni. La domanda dei Giudei prende le mosse dallo sconcerto che suscitano le parole di Gesù sulla possibilità di dare da mangiare la sua carne. Per un Giudeo l’idea di mangiare la carne di un uomo era considerata una profanazione, una maledizione che attirava l’ira di Dio (cfr. Lv 26,29).
«Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (v. 52). La domanda nasce dalla difficoltà di accettare il mistero di Gesù, che sia cioè la sua incarnazione, passione e morte a darci la vita: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Giovanni preferisce la parola «carne» a «corpo», perché «carne» indica la condizione debole, fragile e mortale dell’uomo che, assunta da Gesù, diventa il mezzo della salvezza; è, infatti, la carne donata che, proprio perché donata, dà la vita (v. 52). I Giudei rifiutano di pensare che la loro salvezza, e la salvezza di tutti, dipenda dal dono di sé di un uomo; essi rifiutano di pensare che la loro vita dipenda dall’adesione totale e senza riserve all’uomo Gesù.
«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (v. 53). La carne e il sangue sono definiti come la carne e il sangue del Figlio dell’uomo. Questo titolo è utilizzato dal quarto vangelo per indicare Gesù come rivelatore, come la nuova «scala di Giacobbe» che, con il suo itinerario di discesa e di salita (3,14-15; 8,27), mette in comunione il cielo e la terra (Gv 1,51). Mangiare la sua carne e bere il suo sangue significa lasciarsi totalmente attrarre da lui nel suo cammino verso il Padre.
«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (v. 55). La carne e il sangue richiamano il sacrificio della croce: l’uomo giunge alla sapienza e vive nutrendosi di Gesù che si dona, lasciandosi conformare a lui. La comunità che celebra nella liturgia la presenza del Risorto, non può separare questa presenza dal ricordo della sua morte. Il Risorto è presente, certo, ma come chi ha amato i suoi sino alla fine, ed è così che egli si offre come cibo al credente.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (vv. 56-57). La vita consiste nel dimorare di Cristo nel credente e del credente in Cristo, e nell’ottenere perciò di vivere mediante Cristo, come lui vive mediante il Padre. Il tema del «mangiare» sfocia in quello dell’assimilazione, che consiste nell’intimità e nella comunione di vita.
Il discorso, partito con il segno della moltiplicazione dei pani, termina con il dono di sé che Gesù compie. Condivisione e dono di sé è il duplice marchio che contraddistingue la realtà nuova che è la vita eterna. L’uomo deve rinunciare all’illusione che la vita eterna si compri con «duecento denari di pane», essa si dà solo come dono offerto a chi lo accoglie nella fede. La provocazione che ci viene da questa pagina di Giovanni non può che rimandarci al modo in cui viviamo l’eucaristia. L’autore del quarto vangelo non parla esplicitamente del sacramento dell’eucaristia, ma è fuor di dubbio che ciò di cui parla, soprattutto nel brano odierno, è ciò che siamo chiamati a vivere nel nostro rapporto con Cristo risorto presente nell’eucaristia. Cristo lo incontriamo nel pane eucaristico, vero cibo con cui viene a dimorare in noi. Si tratta di cogliere il valore eterno di questo semplice atto: il «fare la comunione». Gesù ha reso disponibile come cibo la sua vita, perché chiunque ne mangia possa trovare la forza e la gioia di vivere la sua stessa dinamica d’amore: offrire la vita per gli altri.

PREGHIERA - Mangiare e bere: due azioni, Gesù, che sembra non abbiano molto a che fare con la nostra fede. Eppure, stranamente, è proprio quello che proponi a quanti desiderano entrare in comunione con te. Tu ci chiedi di compiere due gesti semplici che vengono dalla nostra esistenza fisica. Sì, siamo uomini e donne che per vivere hanno bisogno di cibo e di bevande.
Ma questa volta il nutrimento è il tuo stesso corpo, la tua carne offerta in sacrificio, e a dissetarci è quel sangue che hai versato dalla croce. È attraverso di essi che ogni distanza viene annullata: tu rimani in noi e noi in te. Abitati dalla tua presenza, siamo trasformati nel profondo al punto da scoprire con gioioso stupore che tu vivi in noi e noi viviamo per te.
È la straordinaria esperienza che si rinnova ad ogni Eucaristia, è l’appuntamento di grazia che di domenica in domenica cambia ognuno di noi in un essere nuovo, cittadino del cielo.

martedì 14 agosto 2012

419 - LA FEDE È UN DONO.

Per una pausa spirituale durante la XIXª Settimana del Tempo ordinario

Quando si dice che la fede è un dono, da una parte si esprime una verità quasi ovvia; dall’altra ci si espone a numerosi equivoci. Cominciamo da questi ultimi; specialmente da quelli che inducono sofferenza. Dietro la rivendicazione della gratuità della fede non si cela forse un Dio arbitrario nel concederla? Perché non viene incontro al desiderio di coloro che vorrebbero credere, eppure ritengono di rimanerne inesorabilmente esclusi? Quanti vivono questa condizione non eccepiscono sull’incondizionatezza dell’agire di Dio (sarebbe arroganza vana avanzare pretese nei confronti della sua iniziativa); soltanto lamentano una discrezionalità subita come un torto. Magari qualcun altro ricava da qui l’alibi per una indifferenza che si mantiene a distanza di sicurezza da ogni coinvolgimento, sia nella forma del risentimento che della struggente nostalgia. Per porre rimedio alla sfaccettata ambiguità sommariamente messa in luce si deve ripartire dalla specifica identità cristiana del dono della fede.

IL DONO È GESÙ - Quanto i cristiani credono di Dio e da lui sperano trova la sua origine e il suo compimento nel Signore Gesù. Il cristocentrismo dell’intera testimonianza scritturistica trova compendio per esempio in Gv 3,16s. e Col 2,9: Gesù è il dono di Dio all’umanità e non è pensabile un dono più grande, poiché in lui Dio ci fa dono di se stesso. Ne La salita al Monte Carmelo (lib. 2, cap. 22, §§ 4-5), di Giovanni della Croce, Dio si rivolge così ad ogni orante che invochi grazie dal Cielo: «Tu domandi locuzioni e rivelazioni particolari, mentre, se tu fissi gli occhi su di lui, vi troverai l’intera rivelazione, perché egli è tutta la mia parola, tutta la mia risposta, tutta la mia visione e tutta la mia rivelazione. Ora, io ti ho già parlato, risposto, manifestato, rivelato, quando te l’ho donato come fratello, compagno, maestro, caparra e premio. […] Se uno mi interrogasse adesso come allora e mi chiedesse qualche visione o rivelazione, sarebbe come se mi chiedesse un’altra volta il Cristo o più fede di quanta ne abbia già offerta in Cristo».
Tra le enunciazioni magisteriali più recenti possiamo ricordare la conclusione di Dei Verbum 4: «L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13)». Il dono che è Gesù ha le caratteristiche di una grazia (cfr. Ef 2,8) che prende forma in una elezione particolare (Israele), per una destinazione universale (proprio perché lui è «morto per tutti» [cfr. 2 Cor 5,15], in nessun altro c’è salvezza [At 4,12; 1Tim 2,4-6]), che compie il dispositivo di storicità della creazione (cfr. Gv 1,1-18; Ef 1,3-14; Col 1,15-20). La fede è dono perché scaturisce da un’abundantia caritatis (cfr. DV 2), rispetto alla quale possiamo solamente disporci con meravigliata gratitudine (cfr. Rom 5). Dall’evento di Gesù scaturisce per tutti l’invito ad entrare nella sua amicizia (cfr. Gv 15). Di invito si tratta e non di una folgorazione. Perciò la responsabilità e il rischio dell’adesione personale non possono essere diminuiti. Il Crocifisso risorto è talmente discreto e delicato che può capitare che qualcuno gli dica di no per le ragioni più svariate, ma che nel concreto della vita gli dica di sì. Ci sono persone che vivono così; lasciamo a lui riconoscerli come suoi amici (cfr. Mt 25,31-46).

IL DONO È LO SPIRITO SANTO - La fede è un dono perché «non si può avere Dio senza Dio». Ogni altro percorso tracciato al di fuori della sua iniziativa è destinato all’idolatria ed alla superstizione. Condizione fondamentale della nostra contemporaneità al Dono che si è realizzato «una volta per tutte» (cfr. Eb 7,27; 9,12.26.28) è lo Spirito del Signore (cfr. DV 5), il quale mette misteriosamente in contatto ogni uomo con il mistero pasquale (cfr. GS 22). Per i cristiani la grazia suprema che possiamo ricevere da Dio è dunque lo Spirito, che sin dalla creazione orienta la storia all’incontro con lo Sposo, affinché si realizzi la vocazione universale a diventare figli nel Figlio (e della creazione intera ad entrare nella gloria dei figli di Dio; cfr. Rom 8,19-22). L’in19a vocazione umile e assidua dello Spirito è più importante delle consolazioni che se ne possono ricavare, perché il modellamento dei nostri sensi spirituali deve mettere in conto un’attesa che può durare una vita, addirittura la terribile purificazione di ogni gratificazione, in nome del desiderio supremo: volere Dio per Dio.

LA RESPONSABILITÀ DELLE MEDIAZIONI - Il riconoscimento di Gesù come il Dono di Dio all’umanità da una parte libera la comunità cristiana dall’ansia di «salvare il mondo», poiché la Grazia detiene il primato nei confronti di ogni nostra prestazione. Dall’altra sollecita la Chiesa ad una conversione continua, affinché la sua testimonianza lasci trasparire il fascino di Gesù. Quante ostilità e quante fatiche nei confronti della proposta di Gesù sono imputabili ai vissuti dei cristiani!
I ‘luoghi’ dove la Chiesa deve dare prova di docilità spirituale per custodire il Dono ricevuto coincidono con le forme obiettive dell’azione dello Spirito: la Parola, il Sacramento e la Carità. Soltanto nell’ascolto assiduo del suo Signore la Chiesa può efficacemente annunziare il Vangelo che attende sempre di nuovo di incarnarsi nelle storie degli uomini. Soltanto nel Memoriale eucaristico la comunità dei battezzati può ripresentare un Dio che «mette il grembiule» e ci dona il suo Pane perché viviamo di lui. Soltanto nella cura della fraternità intraecclesiale e nella dedizione universale i discepoli di Gesù possono offrire al mondo il segno della comunione, ricevuta da Colui che ha manifestato amore per i piccoli e i poveri, in nome della paternità di un Dio che ha cura di tutti i suoi figli (cfr. Preghiera eucaristica V/C e Prefazio comune VIII). Nell’adempiere al mandato missionario la Chiesa fa ogni giorno la scoperta di «essere portata da Ciò che porta». Questo vuol dire che chi pensa di essere suo discepolo non ne farà mai un titolo di arroganza. Anzi, vivrà con umiltà il suo ministero, nella consapevolezza di dovere al mondo quella Speranza che getta su «cieli nuovi e terra nuova» (cfr. Ap 21,1-7).

sabato 11 agosto 2012

418 - IL CENTRO ED IL CUORE DELLA FEDE - 12 Agosto 2012 – XIXª Domenica Tempo ordinario

(1ºRe 19,4-8 Efesini 4,30-5,2 Giovanni 6,41-51)
Credere in Gesù ha comportato, per gli interlocutori del suo tempo, la necessità di andare oltre le apparenze. Effettivamente tanto nel passato quanto nell’oggi, il numero di istrioni che imboniscono, che plagiano, che divengono star, è rilevante. Se non vi è una fede che va oltre, anche Gesù avrebbe potuto essere catalogato in queste categorie. La fede, invece, consente una lettura sapienziale della storia, delle profezie, delle attese, e sa applicare a lui la meta raggiunta dal cammino storico di Israele, il compimento delle profezie, la realizzazione delle attese. La fede si rivela, dunque, uno strumento per decodificare la storia, una chiave per interpretare la vita. Ed, in tal senso, è frutto certamente dell’adesione umana, ma è, principalmente, dono di Dio. Ogni qualvolta Gesù ha rivelato qualcosa di Dio e di se stesso, Giovanni si premura di annotare che «molti credettero in lui», come pure di constatare amaramente che qualcuno se ne va complottando contro di lui.

Tra molti credenti odierni circola la presunzione di sapere tutto, di saperne già troppo, su Gesù. Tale saccenza va a pregiudizio di tutti gli sforzi che le comunità cristiane mettono in campo per favorire una conoscenza vera e affettuosa del Signore. Effettivamente troppi, ormai, di Gesù conoscono solo ciò che torna loro comodo, rassicurante, o compatibile con proprie mentalità e costumi. Tutto ciò che richiede conversione è tranquillamente accantonato o ignorato. Occorre ribadire con forza che il Signore Gesù non è raffigurabile a nostro piacimento, a nostro uso e consumo, ma va cercato e accolto per come la Scrittura ce lo presenta.

Il mondo monastico ha elaborato la suggestiva immagine della ruminatio per descrivere come il credente deve nutrirsi di Cristo: mangiarne, masticarlo e rimasticarlo, per assimilarlo sino all’ultima fibra. Accogliere e incorporare la sua parola, la sua persona, la sua esperienza, per fare corpo. Giuseppe Prezzolini, pur nel suo travaglio spirituale, con arguzia descriveva così questa operazione: «Le religioni presiedono al commercio di Dio. Lo vendono a pezzi ed a bocconi, a fette ed a morselli, cotto, crudo e disossato, a credito ed a contanti. Bisogna invece inghiottirlo tutto intero perché faccia bene: grasso e magro, ossa e polpa, pelle e ciccia. Bisogna inghiottirlo, vivo e fresco… aprirsi tutti appena si scorge, aprir tutte le porte, quella volta è la buona, che è la prima e l’ultima. Non ci sarà un’altra occasione». Come non si vive senza mangiare ed assimilare, così non si può esistere da credenti senza incorporare Cristo a noi, o meglio, senza lasciarci incorporare a lui.

Questa comunione non ha come scopo il farci provare emozioni forti, ma, unicamente, il legarci vitalmente a lui, per apprendere l’arte di vivere come lui. E poiché la sua vita è stata tutta consacrata a «vivere per», per Dio e per l’uomo, il legarci a lui avviene nella speranza e nell’impegno di apprendere noi pure l’arte della pro-esistenza, cioè l’arte di vivere in spirito di gratuità, in spirito di dono, in spirito di servizio, in spirito di sacrificio, in una carità che dona sempre di più, sempre di meglio, educandoci ed abilitandoci a «vivere per» sino a «morire per». Si tratta di una prospettiva che può atterrire, anziché allettare, ma sta evidentemente a noi mostrarne la portata e le conseguenze, in termini di felicità, mostrando con i fatti la verità del detto neotestamentario: «Vi è più gioia nel donare che nel ricevere» (At 20,35).

PREGHIERA - Le tue affermazioni sconcertano, Gesù: come possono accettare che tu sia disceso dal cielo? Conoscono bene la tua famiglia, i tuoi parenti, il tuo villaggio. La tua vita finora è stata terribilmente simile alla loro. Ecco perché non vogliono credere che Dio li raggiunga attraverso un uomo che ha vissuto tra loro senza sconti e senza privilegi, condividendo le loro fatiche, le loro pene e le loro soddisfazioni…

Così nella vana attesa di un salvatore paracadutato direttamente dal cielo, essi si negano ad una gioia e ad una pienezza che li raggiunge nella semplicità dell’esistenza quotidiana. Strano comportamento, Gesù, che già annuncia il rifiuto che ti colpirà in modo inesorabile.

Sì, perché un Dio che si fa uomo risulta terribilmente scomodo e ci obbliga a rivedere le idee che ci siamo fatte di Lui, le maschere che abbiamo costruito e appiccicato al suo volto. Tu ti offri come un Pane che trasmette la vita eterna, tu accetti di spezzarti, di morire perché possiamo partecipare alla tua pienezza.

venerdì 10 agosto 2012

417 - CHE COSA SI PUÒ E SI DEVE CHIEDERE A DIO NELLA PREGHIERA?

Per una pausa spirituale durante la XVIIIª Settimana del Tempo ordinario
La liturgia della Parola di domenica chiama in causa, tra le altre cose, il nostro modo di pregare. E lo fa ponendoci di fronte alla preghiera con cui gli interlocutori di Gesù, dopo aver mangiato il pane che egli ha donato loro e dopo aver discusso con lui, anche polemicamente, gli dicono: «Signore, dacci sempre questo pane!». Non un pane qualsiasi, ma quello di cui Gesù ha appena parlato loro. Sono giunti a questa richiesta, dopo aver fatto un percorso, quasi condotti per mano da lui, dalla sua dialettica, dalle sue domande, dalla sua sapienza. Al termine della discussione con Gesù i suoi interlocutori sembrano aver capito che il dono più importante che possono attendersi da Dio non è il pane di cui hanno appena usufruito, per altro saziandosi; quello è solo un segno che rinvia ad un altro pane; è destinato a svegliare nel cuore delle donne e degli uomini un’altra fame, più profonda, benché meno facile da avvertire e da saziare. Da questo episodio ci sentiamo provocati a interrogarci su ciò che possiamo domandare a Dio con la nostra preghiera. La risposta ce la suggerisce il ritornello del salmo responsoriale, che raccoglie nell’espressione di poche parole ciò che dobbiamo chiedere a Dio: Donaci, Signore, il pane del cielo.
La preghiera manifesta i desideri del cuore, esprime ciò che ci preme di più, rende esplicita la gerarchia delle cose che ci interessano. Spesso c’è un certo ordine nelle attese delle persone comuni, anche tra i credenti: la salute, il lavoro, la tranquillità familiare, affetti positivi. I più ‘audaci’ inseriscono in questa scala anche la carriera, il successo, il benessere, la notorietà, la possibilità di affermarsi nella società. Forse anche molti di quelli che sono andati dietro a Gesù avevano nei suoi confronti delle aspettative materiali, mondane, legate alla vita di ogni giorno. Esattamente come noi, che spesso chiediamo a Dio che risolva i nostri problemi quotidiani. Certo questo non significa che non possiamo chiedere a Dio di guardare alle nostre esigenze materiali, ma a condizione che non pensiamo a lui come ad una specie di mago con la bacchetta magica in mano, a risolvere i problemi nostri e del mondo. Le nostre domande nella preghiera hanno un senso se esprimono la coscienza della nostra povertà e della nostra piccolezza davanti a Dio, se sono espressione di una fiducia in lui che è quella dei figli. Allora possiamo dire e chiedere tutto, perché il cuore di Dio è quello di un padre, davanti al quale si può stare nella verità della propria esistenza, che può avere anche fame di pane, di lavoro, di salute, di affetti buoni…
Tutto dipende dall’idea che abbiamo di Dio. Si potrebbe dire: «dimmi come preghi, e ti dirò in quale Dio credi». Dietro la preghiera che chiede la soddisfazione dei bisogni più esteriori e materiali, vi è una persona che crede in un Dio un po’ magico, distributore di miracoli, lontano da quello che Gesù ci ha presentato nel suo Vangelo. Se preghi pretendendo da Dio il miracolo, credi nel Dio magico dei pagani; se credi ponendo davanti a Dio con umiltà i bisogni della tua vita, credi in un Dio che è Padre.
Dal Dio dei miracoli al Dio che è Padre vi è un percorso lungo e difficile, che non si può fare da soli. Chi ha mangiato il pane dato da Gesù è rimasto con lui a discutere, a interrogarlo, ad ascoltare le sue parole. Solo Gesù può aprire altri orizzonti, ci può insegnare ad avere un cuore da figli e a pregare il Padre come lui.
Frequentare il Signore e la sua parola conduce a riconoscere la verità delle domande più importanti che si nascondono in noi: il bisogno di un senso alla vita, la domanda di un amore pieno, l’attesa di una giustizia senza ombre, il desiderio di una libertà senza confini… Alla scuola del Signore il cuore si allarga, i desideri si educano e imparano a non riconoscere solo la fame di pane; le esigenze diventano insaziabili: sono quelle che solo il Pane che viene dal cielo può soddisfare.
Gesù ci ha insegnato che cosa domandare. La preghiera del Padre nostro racchiude lo spirito, le parole, le domande che dobbiamo rivolgere al Padre. Tra esse c’è anche quella del pane quotidiano, ma prima ancora vi è la richiesta che il Regno di Dio venga per tutti, a cominciare dai poveri, gli umili, i derelitti; che si realizzi per l’umanità il disegno di amore che Dio ha pensato per essi; che la volontà di bene e di salvezza che il Padre ha per il mondo sia fatta, che il perdono che rigenera si diffonda sulla terra anche per la nostra capacità di perdonare e di amare; che il male non ci travolga… Se riflettiamo al tenore di queste domande, dobbiamo concludere che Gesù ci insegna a domandare al Padre l’impossibile, cioè un mondo trasformato secondo la misura del suo amore. Ma «nulla è impossibile a Dio»: così ci insegna a credere il Vangelo.
Ciò che possiamo e dobbiamo chiedere a Dio è nell’ordine dell’impossibile, del divino, dell’eterno. E Gesù ci dice di domandare tutto questo, e con la fiducia che il Padre ce lo darà. Ma ci interessa tutto questo? Ci interessa chiedere a Dio di essere coinvolti nel suo pensiero, di essere contagiati dai suoi desideri, di essere partecipi del suo mondo? Oppure ci interessano solo le nostre piccole cose di ogni giorno? Ci interessa solo il pane che sazia lo stomaco o desideriamo il pane del cielo? La liturgia di questa domenica ci invita a domandarci quanta audacia vi è nei nostri desideri sulla vita e sul mondo. E ci incoraggia ad osare!

sabato 4 agosto 2012

416 - TRE PASSI PER CONOSCERE GESÙ - 05 Agosto 2012 – XVIIIª Domenica ordinaria

(Esodo 16,2-4.12-15 Efesini 4,17.20-24 Giovanni 6,24-35)

I passi che la folla deve compiere per conoscere chi è veramente Gesù sono tre. Prima di tutto deve purificare il proprio desiderio. All’inizio la gente non sa esattamente che cosa vuole, e spetta a Gesù spiegarle l’ambiguità di cui è vittima: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (v. 26). L’uomo è pieno di desideri, sempre rivolti a persone o a oggetti concreti: desiderio di cibo, di affetto, di salute e così via; ma se si approfondisce il senso di questi desideri, ci si accorge che sono segno di qualcosa di più grande, di un desiderio più radicale; essi spingono verso l’Assoluto, il solo pane che sazia il desiderio dell’uomo.

Il secondo passo riguarda la fede, che è il solo e giusto atteggiamento verso il dono di Dio. Si è abituati a pensare che il rapporto con Dio passi attraverso le opere che si devono compiere per essergli fedeli. Gli interlocutori di Gesù ragionano in termini di «opere» da fare, le opere della Legge che si devono compiere per piacere a Dio. Mediante le «opere» della Legge l’uomo pensa di porre un’ipoteca sulla salvezza e di poter vantare meriti di fronte a Dio. Gesù risponde che l’«opera» di Dio è una sola: credere in colui che egli ha mandato. La fede è l’unica risposta adeguata al dono di Dio, e tutto deve essere orientato a quest’unica «opera»: credere al suo inviato. È la teologia del vangelo di Giovanni: più che sulle cose da fare, egli punta sull’opera fondamentale che è riconoscere e accettare il dono di Dio mediante la fede. Il credere è caratterizzato dall’accoglienza dell’agire di Dio più che dalle opere che l’uomo compie. La fede però impegna tutta la persona. Il termine greco per dire «opera» (érgon) significa anche «fatica», «lavoro», ed esprime il carattere impegnativo di questo affidamento di tutta la vita alla promessa di Dio.

Il terzo passo è riconoscere l’origine divina del pane che dà la vera vita (vv. 30-35). Esso può essere solo dono di Dio, di quel Dio che, se era già il dispensatore della manna, opera adesso con un dono nuovo. L’azione di Dio non è qualcosa di passato, ma qualcosa di attuale e presente, che va oltre Mosè e la sua Legge. Il Padre sta preparando adesso il pane vero, un pane che vale per il presente (i verbi in greco sono tutti al presente). La gente si apre allora alla domanda vera, e chiede questo pane. Ed è a questo punto che Gesù afferma: «Io sono il pane della vita» (v. 35). È lui l’opera di Dio, è lui il pane che va accolto con fede perché è il termine ultimo del desiderio di vita dell’uomo. Quando lo si riconosce non per i doni che dà, ma come dono del Padre, allora si è trovata la vita. Apparentemente non ha risposto alla folla che gli ha chiesto un segno, ma in realtà è lui stesso il segno, un segno che si può cogliere solo «venendo a lui», aprendosi alla fede in lui.

PREGHIERA - Tu offri un segno, Gesù, perché la folla raggiunga la realtà meravigliosa del tuo dono. Offri un pane che può sfamarli e saziarli per un giorno perché desiderino quel Pane che trasmette la vita eterna. Fai fiorire una stupenda esperienza di condivisione, un anticipo dei tempi messianici, perché avvertano la voglia di partecipare alla gioia del giorno senza tramonto.
Eppure ieri come oggi gli uomini rimangono attaccati alle realtà terrene e si rifiutano di compiere il salto verso i beni eterni. Sì, siamo fatti in modo strano. Tu ci fai intravedere una pienezza inimmaginabile e noi restiamo saldamente ancorati ai bisogni quotidiani.
Tu ci inviti a solcare il mare aperto per immergerci nella profondità della vita divina e noi ci condanniamo al piccolo cabotaggio. Tu desti in noi l’attesa di qualcosa di grande, capace di trasformare questa nostra esistenza e noi ti chiediamo di rimediare alle piccole angustie che ci assillano.

415 - GESÙ RIFIUTÒ DI FARE IL RE

Per una pausa spirituale durante la XVIIª Settimana del Tempo ordinario

In Mt 4,1-11 il racconto delle tentazioni di Gesù inizia con Satana che suggerisce a Gesù, nella solitudine del deserto, di mutare in pane le pietre per saziare la propria fame e termina con l’offerta, sempre ad opera di Satana, di «tutti i regni del mondo e la loro gloria» in cambio di un atto di adorazione. Matteo sottolinea la dimensione interiore della tentazione che avviene (al di là delle localizzazioni geografiche nel deserto, a Gerusalemme e su un monte alto) nel cuore di Gesù, nel suo profondo. Nel brano giovanneo (Gv 6,1-15) Gesù, dopo aver moltiplicato, mediante condivisione, il pane per folle numerose, si ritira in solitudine per sfuggire a chi voleva farlo re.

Gesù dunque legge come tentazione l’intenzione delle folle, che potrebbe apparire un riconoscimento della potenza di Gesù, un onore che gli viene accordato, anzi, forse perfino qualcosa di conforme al volere divino. Qualcosa che rende più efficace la sua missione tra gli uomini. Ma Gesù sa che la traduzione in potere politico di un gesto profetico è uccisione della profezia; Gesù sa che la trasformazione in istituzione politica di un gesto di rivelazione è spegnimento della rivelazione; Gesù sa che fare di un gesto di carità e condivisione un ente assistenziale è appiattimento burocratico della carità. Soprattutto, Gesù sa che la tentazione, che sempre agisce sul cuore umano allettandolo, avviene in situazioni quotidiane, mediante ministri umani e attraverso vie che a molti credenti potrebbero apparire non tentazione satanica, ma volontà divina. Come discernere?

Gesù coglie nell’intenzione delle folle la perversione del suo gesto di donazione sovrabbondante: esse lo stravolgono in un meccanismo di scambio, di do ut des, in cui esse accordano potere su di loro a chi dona loro cibo e sussistenza. Gesù non agisce con la logica di governatori e re che chiedono potere e legittimazione in cambio di elargizioni di beni. Accettare di essere re non sarebbe un poter servire meglio le persone avendo più potere e mezzi a disposizione, ma entrare in un gioco perverso di potere in cui non c’è servizio reciproco, ma uso l’uno dell’altro, non c’è servire gli altri, ma servirsi degli altri. La folla userebbe il Gesù-re che, a sua volta, si servirebbe delle folle, in un circolo vizioso che si oppone radicalmente alla logica evangelica che domina la vita di Gesù («Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»: Mc 10,45) e che dovrebbe dominare la vita delle comunità cristiane nel mondo: «Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servo» (Mc 10,43).

Il rifiuto di essere fatto re è rivelativo della volontà di Gesù di non volere che gli uomini si asserviscano, pagando con l’obbedienza e la sottomissione il pane che potrebbero ricevere. Gesù rifiuta radicalmente il populismo demagogico. Egli chiama alla libertà e fa della sua vita un insegnamento di libertà. Certo, a caro prezzo. Gesù rifiuta la logica espressa dal grande Inquisitore di Dostoevskij che afferma che l’uomo non è all’altezza della libertà e che per questo l’istituzione ecclesiastica dovette rivestire gli abiti regali per andare incontro all’ansia umana di inchinarsi davanti a qualcuno e per rimediare al dono troppo grande e schiacciante della libertà che Gesù fece all’umanità. «L’uomo non cerca Dio, ma miracoli» afferma con lucido cinismo il grande Inquisitore. Per questo, continua l’anziano cardinale del racconto di Dostoevskij, «noi accettammo da lui (cioè dal Tentatore) Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re… Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane?». Dietro al rifiuto di Gesù di essere fatto re, vi è dunque il rifiuto di servirsi del miracolo, del potere e del sacro come di strumenti di asservimento dell’uomo; vi è il rifiuto radicale dell’abuso dell’altro, del dominio sulla coscienza altrui. Rifiutando di essere fatto re, Gesù opera per la libertà anche di chi voleva sottomettersi a lui: per lui non esistono sudditi, ma fratelli.

Se la gente coglie correttamente il gesto di Gesù di moltiplicazione dei pani come segno che rivela qualcosa della sua identità profonda (Gv 6,14), essa però ne trae conseguenze che Gesù rigetta in modo netto. Tanto che egli dirà: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). La sua regalità è altra e apparirà nella paradossale gloria del crocifisso. Gesù si rifiuta di piegare la fame umana, il bisogno ontologico dell’uomo, la sua povertà, la sua debolezza, a un personale disegno di potere e di affermazione. E così interdice anche alla Chiesa di sfruttare la debolezza umana, il bisogno umano, la sofferenza, la paura, la malattia, l’angoscia, il peccato, la mediocrità stessa dell’uomo come strumento per indurre gli uomini a consegnare la propria coscienza in mano di chi potrà assicurare loro comprensione, perdono e consolazione. La sua logica è veramente all’opposto di quella espressa dal grande Inquisitore, logica che contiene in sé il disprezzo profondo per gli uomini e per la loro libertà: «Essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: ‘Riduceteci piuttosto in schiavitù, ma sfamateci’. Comprenderanno essi stessi che libertà e pane terreno sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno essere liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli».

Il testo dice che Gesù si ritirò (Gv 6,15), fece anacoresi, si rifugiò nella solitudine per sfuggire la folla, gli onori, gli applausi. Gesù si distanzia anche dai suoi discepoli, ben sapendo che anch’essi erano tentati di tentarlo sul tema della regalità e del potere. Sì, Gesù mette in atto una vera e propria fuga: alcuni manoscritti portano il verbo ‘fuggire’ invece del verbo ‘ritirarsi’ in Gv 6,15. Gesù svela così che a volte l’arte della fuga è l’unica possibilità di salvaguardare la qualità e la dignità della propria umanità e l’evangelicità della propria fede.

sabato 28 luglio 2012

414 - DIO SFAMA IN ABBONDANZA IL SUO POPOLO - 29 Luglio 2012 – XVIIª Domenica ordinaria

(2ºRe 4,42-44  Efesini 4,1-6  Giovanni 6,1-15)

Giovanni difficilmente usa il termine miracolo per descrivere i prodigi compiuti dal Signore. Preferisce parlare di segni, perché questi gesti hanno un valore simbolico, vogliono rimandare oltre, e spiegare qualcosa della persona di Cristo, del suo ‘mistero’, cioè del disegno di Dio che si rivela in Gesù. Il segno del pane moltiplicato avviene nell’imminenza della Pasqua ebraica, la festa dell’agnello immolato, la festa memorabile dei prodigi dell’esodo, tra cui la manna. Quell’agnello, quel pane, erano soltanto una prefigurazione ed una profezia, un pallido presagio, di ciò che il Figlio di Dio avrebbe compiuto: il dono di Sé come nuovo Agnello, nuovo Pane, nuova Alleanza. Non si tratta di una semplice sostituzione di cose simili, ma di una cosa completamente nuova, di qualità nettamente superiore, perché legata alla persona stessa del Dio fatto uomo.

Che cosa rivela, e a che cosa educa la moltiplicazione dei pani e dei pesci? Rivela un Dio tanto innamorato dell’uomo da donare, anzi, da donarsi senza riserve, senza risparmio, senza misura. È un passo iniziale, perché tale rivelazione avrà il suo apice nell’ultima cena e sulla croce. Non è un caso che i gesti e le parole che Gesù usa per moltiplicare i pani ed i pesci siano quasi identici ai gesti ed alle parole dell’ultima cena e della celebrazione dell’Eucaristia. Sono questi i gradi diversi, i passaggi logici di un Mistero tanto grande da non poter essere rivelato in un colpo solo, ma gradualmente, perché la mente ed il cuore umani possano comprendere e gustare l’immensità dell’amore di Dio.

A che cosa educa la moltiplicazione dei pani? Il segno compiuto da Gesù ha voluto mettere alla prova innanzitutto i discepoli. Nonostante i segni già compiuti dal Signore, essi sono ancora molto pragmatici, dei perfetti calcolatori. L’uno, Filippo, ragiona su numeri maggiori, Andrea constata la pochezza dei mezzi, ma nessuno dei due prende in considerazione l’ipotesi che Gesù possa compiere meraviglie quanto Dio. Solo la semplicità e l’ingenuità di un bambino sa sognare che da quella miseria Dio possa trarre un’eccedenza addirittura capace di sfamare l’intero popolo di Israele, che è rappresentato dalle dodici ceste avanzate, una cesta per ogni tribù.

PREGHIERA - La tua domanda, Gesù, probabilmente coglie di sorpresa l’apostolo Filippo. Una somma consistente non sarebbe bastata a sfamare quella grande folla. Ma è proprio partendo da questa constatazione realistica che tu mostri come il problema possa essere risolto in un altro modo.

Cinque pani d’orzo e due pesci: ecco quello che ti viene posto tra le mani. Ed è per quel dono che tu rendi grazie e cominci a distribuire pane e pesci alla gente. La “ricetta” che tu ci suggerisci non ha niente a che fare col denaro perché in fondo non è quella la vera soluzione.

È il dono di un ragazzo che innesca la catena di una sorprendente solidarietà. Ed è la forza dell’amore, un amore straordinario che sprigiona da te, a compiere il segno prodigioso. Riusciremo mai, Gesù, a donarti i nostri cinque pani e i due pesci? Saremo capaci di condividerli perché avvenga il miracolo?

413 - COMUNICARE LA FEDE È UN ATTO D’AMORE

Per una pausa spirituale durante la XVIª Settimana del Tempo ordinario

COMUNICARE LA FEDE COME UNA CHIAMATA - Comunicare la fede nelle varie circostanze della vita, da parte di una persona credente, costituisce un vero atto d’amore che rinnova e rischiara la vita. Si tratta dell’apertura del cuore credente a un’altra persona o a un gruppo non credente, a chi è in ricerca di senso o ancora nell’indifferenza, si tratta di un’apertura del cuore che si fa testimonianza di fede chiara e invitante.

Da un lato ci sono le varie persone che si incontrano in modo occasionale o sistematico, persone con la loro ricerca di un senso valido per la loro vita, senso a volte aperto alla fede, altre volte assorbito da realtà immanenti o immediate.

Dall’altro lato ci sono persone testimonianti la fede. Possono essere genitori ed educatori, compagni occasionali di lavoro o di viaggio, persone che vivono assieme. Spesso si tratta di persone, laiche o consacrate, che hanno fatto della testimonianza di fede la ragione della loro vita. Nelle varie situazioni di vita, su richiesta o per loro scelta, costoro svolgono il compito di comunicare la fede che vivono.

Ne deriva un servizio alla fede, un’azione che convoglia le proprie energie vitali verso la testimonianza della fede. Si tratta di una comunicazione che si svolge in modi differenti. Può essere una presa di posizione esplicita, una proposta su libera iniziativa, una risposta a una richiesta. Può essere una vita vissuta, che attraverso le concrete scelte di vita, le varie opere, manifesta il proprio credo religioso.

La comunicazione della fede è un vero atto di amore perché, da un lato, mette a disposizione del destinatario aspetti preziosi e personali del proprio vivere, trasmette le ragioni che danno senso alla sua vita, dunque qualcosa di molto personale; dall’altro lato il destinatario riceve ciò di cui ha bisogno, ne sia o meno consapevole, un senso valido anche per la sua vita. Il servizio genuino alla fede è in tal modo un vero servizio di amore.

COMUNICARE LA FEDE COME PROBLEMA - Comunicare la fede come atto d’amore non è però cosa facile. Non è realtà che va da sé, quasi automatica. Ci possono essere interferenze di varia natura, consce e inconsce, che limitano e talora alterano pesantemente il risultato.

Interferenze interne alla stessa comunicazione della fede: si verifica quando si comunica la fede perseguendo di fatto, in modo manifesto o latente, obiettivi autocentrati, quali il riconoscimento da parte dell’ambiente, la propria gloria, l’esercizio di un potere sugli altri, la manipolazione dei dati della realtà per mantenere una posizione di privilegio. Anziché servire le persone, di fatto ci si serve della fede o della persona a cui ci si rivolge per obiettivi di autoaffermazione personale o di gruppo.

Interferenze esterne: quando sono presenti fenomeni come l’esteriorismo che privilegia le apparenze superficiali, l’intellettualismo che impedisce un incontro personalizzato con il Signore della vita, l’emozionismo ugualmente di superficie, il ritualismo che, anziché essere soglia dell’esperienza di Dio, si fa barriera all’incontro con la trascendenza, l’opportunismo che si trasforma in ipocrisia.

Di fronte a questi ostacoli sorgono alcune domande: A quali condizioni la comunicazione della fede diviene atto di amore? Che cosa aiuta la persona in questo compito? Che cosa la frena? Su che cosa fare leva perché la comunicazione della fede possa essere sempre un atto d’amore?

I fattori che rendono la comunicazione della fede un atto d’amore sono vari e molteplici. Mi limito ad accennare ai fattori personali. La comunicazione della fede diventa un atto d’amore quando è fatta con un’affettività matura, quando è frutto prevalente di un cuore che ama con autenticità, fermezza e trasparenza.

Occorre che essa sia autentica comunicazione del dono di Dio, del suo agire salvifico, un dono che prima ha pervaso il cuore del donatore, rendendolo accogliente nei confronti della salvezza e desideroso di trasmetterla, perché il vero bene chiede di diffondersi.

PERCHÉ LA COMUNICAZIONE DELLA FEDE SIA EFFETTIVAMENTE UN ATTO D?AMORE - Tra le istanze pedagogiche necessarie si possono richiamare le seguenti:

a – Un’esperienza di fede genuina: La comunicazione della fede, fatta come atto di amore, presuppone nella persona comunicante un contatto vivo e permanente con la fonte da cui la fede sgorga. Si tratta del contatto personale con Dio, incontrato non come un’entità astratta, lontana e asettica, o temuta e tenuta a bada, ma come una persona viva, presente nell’intimo della coscienza, come pure nella famiglia e nella comunità dei credenti. Si tratta di un incontro autentico attraverso i segni sacramentali, attraverso la sua Parola, attraverso le mille realtà mediante le quali Dio si manifesta e si vela a un tempo. Questo richiede da parte di chi vuole trasmettere la fede un effettivo cammino spirituale nel concreto della sua vita, personale e comunitaria, una integrazione tra fede e vita.

b – Un’affettività sufficientemente matura: Il modo di relazionarsi con le persone e le situazioni deve essere, da un lato, sufficientemente libero dall’egocentrismo che strumentalizza l’altro, dall’impulsività che riduce l’altro a oggetto dei propri impulsi e frustrazioni, dall’idealismo che pretende che l’altro sia secondo le proprie attese, le proprie ambizioni, spesso compensatrici di carenze nascoste. Dall’altro lato dev’essere un modo di relazionarsi nutrito di reciprocità, capace di fare posto all’altro nella sua identità effettiva e di porsi di fronte all’altro nella sua verità e trasparenza. L’incontro va nutrito di empatia capace di porsi nei panni dell’altro, di attenzione per intuire ciò che l’altro sta vivendo, così da incontrarlo nella sua verità, restando se stessi; un incontro nutrito di gratuità nel dono di sé all’altro, perché questi possa crescere ed essere se stesso; nutrito di perdono, dato e ricevuto, per poter ripartire, pur negli inevitabili conflitti della vita, con rinnovata fiducia.

c – Una comunità sufficientemente viva e testimoniante: Le comunità credenti sono chiamate a mostrare dal vivo la validità e l’incisività della fede per la vita personale e comunitaria. Le opere di misericordia e di giustizia lo stanno a dire. Queste comunità possono essere la famiglia, la comunità religiosa, la parrocchia, un gruppo di vita, un gruppo di riferimento. La vita e l’azione di gruppo conferiscono alla testimonianza una forza particolare, oggettiva, visibilizzata, estesa nel tempo e nello spazio.

sabato 21 luglio 2012

412 - DIO VIENE IN NOSTRO AIUTO - 22 Luglio 2012 – XVIª Domenica ordinaria

(Geremia 23,1-6 Efesini 2,13-18 Marco 6,30-34)

Il motivo della nostra fiducia è la vicinanza che Gesù ci assicura: egli, infatti, è il pastore che Dio ci ha inviato. L’immagine del pastore che si prende cura delle pecore a lui affidate è frequente nella Bibbia per esprimere la sollecitudine di Dio nei confronti del suo popolo. Allo stesso tempo la sollecitudine di Dio è il modello a cui sono richiamate le guide del popolo, soprattutto nelle parole dei profeti. L’immagine richiama atteggiamenti di fiducia, sicurezza, attenzione, dono. Nel vangelo Gesù si presenta come il pastore annunciato. In lui Dio rivela in modo definitivo il suo volto di Padre-pastore, che procura a chi a lui si affida cibo, sicurezza e salvezza. È in questa prospettiva che va inteso l’invito che Gesù rivolge ai discepoli nel vangelo di oggi: «Venite in disparte… e riposatevi un po’». Il silenzio interiore e il dialogo personale con Dio ci aiutano a comprendere e a vivere la vita in modo meno superficiale rispetto alle proposte del mondo. Gesù si prende cura di noi, affinché scopriamo il vero senso dell’esistenza che ci è donata.

Il silenzio interiore e il dialogo con Dio ci aiutano a valutare in modo meno superficiale la vita, ci fanno ripensare alle scelte fatte, ci danno la carica giusta, ci aiutano a motivare meglio l’azione, a maturare delle scelte più impegnative. Il riposo è dunque anche un’esigenza profonda dello spirito, che non può lasciarsi travolgere dalle attività, guidare dalle situazioni, condizionare nelle scelte dall’incalzare delle cose da fare. Per questo il distacco dalle cose permette di riconoscere il valore relativo della nostra presenza, ridimensiona la portata della nostra azione. Spesso viviamo nell’insoddisfazione o nell’affanno per ciò che non riusciamo a realizzare. Il riposo ci fa capire che è più importante preoccuparci della qualità della nostra azione che non del numero delle iniziative che riusciamo a mandare avanti. Il fermarci a riflettere, per ricuperare noi stessi, ci aiuta a ritrovare il gusto delle cose semplici, ci fa trovare il coraggio di liberarci da certe schiavitù inutili.

PREGHIERA - L’urgenza di portare a tutti la Buona Novella del Regno non comporta alcun affanno, Gesù, e nemmeno ansia e impazienza. È un seme buono quello che viene deposto nel terreno dei cuori. Se viene accolto produrrà un frutto abbondante, al di là di qualsiasi più rosea attesa.

La carica di compassione, di bontà e di misericordia che porta con sé scatena un dinamismo che trasforma e trasfigura. Ecco perché ora, Gesù, tu chiedi ai tuoi di venire in disparte e di riposarsi. La tenerezza che provi per le folle, smarrite e disorientate, la usi anche a loro, provati dalla lotta contro il potere del male, dalla fatica che comporta l’annuncio del Vangelo, l’incontro con tante persone, con le sofferenze ed i problemi che segnano la loro esistenza.

Così chiedi ai tuoi discepoli di rimanere con te, di gustare quella gioia di cui sei la sorgente inesauribile.

411 - IL RISCHIO DELL’INSUCCESSO

Per una pausa spirituale durante la XVª Settimana del Tempo ordinario

Strano invito, quello di Gesù. I discepoli devono prendere solo il bastone che aiuta il camminare, i sandali che evitano le conseguenze della durezza del suolo, una sola tunica, senza il mantello che serve per ripararsi dalla umidità della notte. Proprio l’essenziale. Si potrebbe dire che è l’invito alla debolezza e a correre senza angosce accettando anche lo smacco e il rifiuto. Nel considerare così questo passaggio del vangelo di Marco(6,7-13), non corriamo anche il rischio di riproporre un cristianesimo dolorante, depressivo, autopunitivo?

I discepoli sono inviati ad annunciare la “bella notizia”: la notizia e la sua bellezza non dipendono dalla loro forza, dice in sostanza Gesù. Loro ne sono i semplici testimoni. Per questo raccomanda l’attrezzatura più semplice perché non succeda che l’attrezzatura, che deve semplicemente far passare il messaggio, lo oscuri con il suo ingombro eccessivo.

Si deve partire da qui per una rielaborazione positiva dell’insuccesso, così come sembra venir fuori dal testo: del «buon uso delle malattie», avrebbe detto Pascal. Tutti abbiamo fatto, prima o poi, un’esperienza simile. Puntiamo tutto sulla fede, per noi quella è la vita. Eppure ciò che per noi è tutto non è nulla per tanta gente che conosciamo e, talvolta, perfino per quelli «della nostra casa». In quegli smacchi dolorosi si può fare – ‘si può’, perché, ovviamente, non è facile – l’esperienza di una strana, paradossale purificazione della fede. Quando la fede ‘passa’ viviamo la soddisfazione di essere riusciti a trasmettere ciò in cui crediamo. La tentazione possibile, in quel caso, è di ritenerci noi gli artefici del successo, di considerare la fede una ‘cosa’ che siamo riusciti a trasmettere, come un pacco, ad altri. Abbiamo deciso noi che cosa c’era nel pacco, chi ne era il destinatario, quali i sistemi postali per farlo arrivare a destinazione. Quando, invece, non passa, capiamo che la fede non è un cosa, capiamo soprattutto che in essa si mettono in gioco la misericordia insondabile di Dio e il mistero della libertà dell’uomo. E, partendo da lì, arriviamo a mettere in discussione tutto. Non sappiamo bene che cosa ci sia nel pacco, perché è favolosamente più ricco di quello che possiamo immaginare; non sappiamo bene chi erano i destinatari, perché abitati dalla libertà sulla quale non possiamo mettere le mani; non sappiamo quasi nulla dei canali buoni per far arrivare a destinazione tutto, perché chi spedisce è imprevedibile.

Il passaggio evangelico e le sue possibili ricadute richiamano anche tante immagini letterarie che, in diversi modi, lo illustrano. Tra quelle che più mi piacciono e tra le più note c’è il racconto celebre della disavventura – una delle tante – di don Chisciotte. Siamo nei primi passaggi del grandioso racconto. Il cavaliere errante incontra dei mercanti di Toledo e parla loro della sua bellissima dama, Dulcinea, ne tesse tutte le lodi possibili e chiede che i suoi interlocutori ne riconoscano la bellezza, senza la minima possibilità di dubbio. Don Chisciotte ne è convintissimo. Solo che i mercanti sono gente concreta: stanno andando a Murcia a comperare i tessuti che servono per il loro lavoro e di fronte a quel profeta esagitato, chiedono qualche prova, pretendono di vedere almeno un’immagine di cotanta conclamata bellezza. Don Chisciotte, invece, non fa altro che esaltare la bellezza di Dulcinea e più è convinto della bellezza della sua dama tanto più è scandalizzato dalla incredulità dei mercanti. Tanto che, a un certo punto, vuol punire duramente uno di loro che insiste nel pretendere le ‘prove’.

E così dicendo, partì con la lancia abbassata contro colui che aveva parlato, con tanta collera e furia, che se la buona sorte non avesse fatto inciampare e cadere Ronzinante a metà strada, il temerario mercante se la sarebbe vista brutta. Ma cadde Ronzinante, e il suo padrone andò rotolando per un buon tratto nella terra dei campi; e ogni volta che cercava di rialzarsi, non ci riusciva, per l’impiccio che gli davano la lancia, lo scudo, gli sproni e la celata, insieme col peso della vecchia armatura. E mentre lottava senza esito per alzarsi, andava dicendo: «Non scappate, gente codarda; aspettate, razza di schiavi; che non per colpa mia, ma del mio cavallo, io son qui per terra».

Il don Chisciotte a terra, preda insieme della sua passione e della sua armatura, può essere un bell’esempio del cristiano e delle sue disavventure. Anche il credente, infatti, si affanna spesso a difendersi e a difendere il messaggio di cui è testimone. Ma è tale il suo affanno che spesso ne diventa vittima e, mentre ne soffre, non riesce a capire i suoi errori e accusa gli altri e le circostanze e la nequizia dei tempi, esattamente come don Chisciotte che accusa il suo cavallo, mentre dovrebbe accusare soltanto se stesso. E dovendo, a un certo punto, rimediare ai suoi eccessi, s’accorge di non riuscire a rialzarsi proprio perché troppo appesantito dalle sue attrezzature, quelle che avrebbero dovuto aiutarlo a difendersi.

E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. Altrimenti rischiamo di diventare dei don Chisciotte che cadono rovinosamente a terra, prigionieri della loro stessa forza. Altrimenti rischiamo di difendere precisamente quella forza, invece di usarla per annunciare la debolezza disarmata dell’uomo del Golgota.

sabato 14 luglio 2012

410 - PRESE A MANDARLI A DUE A DUE - 15 Luglio 2012 – XVª Domenica ordinaria

(Amos 7,12-15  Efesini 1,3-14  Marco 6,7-13)

Gesù, dopo il rifiuto da parte dei compaesani, invia in missione il gruppo dei Dodici, esprimendo in questo modo la sua volontà di non lasciarsi piegare dai rifiuti. Il Dio che lui predica è fedele, non si lascia fermare dall’incredulità, ma risponde con un’offerta ancora più generosa della sua parola di salvezza.

La prima impressione che si ricava dalle parole di Gesù è la determinazione che egli chiede ai suoi apostoli. Il distacco dalle cose e il portarsi dietro solo lo stretto indispensabile pone l’accento sull’idea di fondo: l’unica cosa che conta lungo questo viaggio è non perdere di vista lo scopo per cui si è intrapresa la missione e non lasciarsi quindi distrarre da altro. L’elemento più caratteristico è indubbiamente quello della povertà che non nasce da motivi ascetici o da desiderio di penitenza (questo era presente nella predicazione del Battista e del suo movimento), ma dall’urgenza dell’annuncio e dalla necessità di non porre ostacoli a esso; se Marco permette di portare bastone e sandali, è perché il missionario deve portare con sé solo ciò che rende più spedito e veloce il suo cammino (v. 8).

La povertà che Gesù raccomanda è motivata dal fatto che chi annuncia il vangelo è chiamato a vivere di fiducia in colui che lo ha inviato. I discepoli non portano avanti un loro progetto, ma il progetto di Gesù, e proprio per questo saranno chiamati «apostoli», cioè «inviati», perché non rappresentano se stessi, ma un «Altro». Gesù invita i Dodici a presentarsi alla gente da poveri, in modo che si veda chiaramente che non hanno da offrire vantaggi materiali.

L’argomento della predicazione degli apostoli è lo stesso di Gesù: la conversione e l’annuncio del realizzarsi del regno di Dio. Quest’annuncio è accompagnato anche da miracoli, gli apostoli, infatti, si ritrovano gli stessi poteri di Gesù: «Scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano» (v. 13). Gesù fa capire agli apostoli che devono ritenere normale anche l’eventualità dell’insuccesso. Egli stesso l’ha sperimentato più volte con amarezza. Essi non devono scomporsi di fronte al rifiuto, né sentirsi colpevoli di un fallimento di cui non hanno colpa. Di fronte al rifiuto, il missionario si comporta come Gesù con i suoi compaesani: se ne va altrove, dove è possibile continuare l’annuncio.

Le parole di Gesù valgono ancora oggi e riguardano ciascuno di noi. Spesso siamo portati a credere che la chiesa, la parrocchia, le attività caritative dipendano dalle capacità umane dei sacerdoti, dei laici impegnati, ma questo è vero solo in parte. L’invio degli apostoli e la storia della Chiesa dicono qualcosa di diverso: i primi partono quasi allo sbaraglio, la seconda è stata forte e fiorente proprio nei periodi di persecuzione. Questo aiuta a capire che la cosa essenziale non è l’abilità degli uomini, ma l’azione dello Spirito di Dio. Anche oggi la Chiesa ha poche possibilità di essere accettata quando si presenta con apparati di grandiosità e potenza: l’uomo contemporaneo vuole testimoni capaci di dare valore al loro annuncio con i segni della fede (cioè con il loro affidarsi al Dio che annunciano), come Gesù che è stato potente nella debolezza della croce.

PREGHIERA - Tu invii i tuoi discepoli in missione e trasmetti loro il tuo potere, Gesù. Il potere di guarire e liberare non lo tieni gelosamente per te, ma ne fai partecipi gli operai del Vangelo. A loro affidi la tua Parola e chiedi di proclamarla con uno stile particolare: totalmente disarmati, privi di mezzi e di sostegni, di risorse che diano una qualche sicurezza.

Ciò che conta più di ogni cosa è infatti la forza della Parola deposta nelle loro mani. È questa Parola che è capace di scandagliare i cuori e di chiamarli a conversione. È questa Parola che porta in sé una fecondità imprevista, un lievito buono che trasforma la storia di ogni creatura.

È questa Parola che spezza ogni catena e ogni laccio che ci tengono prigionieri. È questa Parola che disegna in mezzo alle tenebre più profonde i sentieri della speranza. Davanti a questa Parola che lo raggiunge, ognuno è chiamato a prendere posizione e ad assumere la sua responsabilità.

409 - QUANDO L’INCREDULITÀ IMPEDISCE A DIO DI OPERARE

Per una pausa spirituale durante la XIVª Settimana del Tempo ordinario
Spesso e volentieri si pensa che Dio potrebbe e dovrebbe fare «tutto da solo». Si pensa: se c’è Dio, basta che Lui voglia alcune cose, le potrebbe e dovrebbe fare. Invece, sorprendentemente, il vangelo di oggi ci ricorda una verità chiave del cristianesimo: se non esiste una collaborazione da parte dell’uomo, l’azione di Dio non può dispiegarsi. Dice testualmente Marco: «E lì non poteva compiere nessun prodigio…» (Mc 5,5). Gesù, colui che rende presente in terra la signoria del Padre, colui nel quale abita la pienezza della divinità, vorrebbe compiere prodigi anche a Nazareth, sua terra natale; ma lì non può, anzi – dice il greco – «non poteva», modalità verbale che esprime un’impossibilità che continua nel tempo, che, cioè, (purtroppo) è duratura. Ma per quale ragione Gesù è impossibilitato a compiere prodigi? Che cosa può fermare l’onnipotente presenza della grazia, dell’amore di Dio? Chi mai ha un ‘potere’ simile? È lo stesso vangelo che si premura di spiegare che tale impossibilità ha un nome ben preciso: l’incredulità: «E si meravigliava della loro incredulità» (Mc 5,6). La non fede, dunque, ha la capacità di impedire a Gesù di operare quanto desidererebbe fare. Tant’è che il vangelo precisa come alcune guarigioni Gesù sia riuscito a compierle: «ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (Mc 5,5); come a ricordare che la presenza dell’azione di grazia di Dio in Gesù c’è, è presente, non si è bloccata a monte… bensì il suo dispiegamento è in relazione alla fede o non fede di chi la incontra.
Pare importante provare a riflettere su tale tratto della proposta di Gesù. Dio, infatti, avrebbe potuto decidere di agire da solo, indipendentemente dalla volontà dell’uomo; avrebbe, cioè, potuto scegliere di agire nei confronti dell’uomo senza rispettare la sua libertà. Si potrebbe tradurre tutto questo in un’affermazione più o meno siffatta: «siccome lo voglio io – dice Dio –, anche se tu non lo vuoi (uomo), io lo faccio lo stesso». Questo modo avrebbe definito Dio certo onnipotente, grande, forte… ma avrebbe relegato l’uomo a piccola marionetta che subisce l’azione di Dio. Invece Dio ha voluto essere scelto e non subito dall’uomo: Dio è una presenza che non si vuole im-porre a prescindere dal libero consentimento umano, per cui, se Egli viene accolto liberamente (fede), allora può dispiegare tutte le potenzialità del suo essere presente; se Egli non viene accolto (incredulità), allora non può dispiegare tutte le potenzialità del suo essere presente. Detto con i concetti della teologia: se Dio desidera un incontro personale e libero con l’umanità, l’agire di Dio (la sua rivelazione) è possibile solo laddove si dia un’accoglienza da parte di un uomo (la fede). Questo non vuol dire che Dio è condizionato o dipendente dall’uomo in senso assoluto, ma che alla rivelazione appartiene intrinsecamente l’uomo che la riceve: la rivelazione, in altri termini, avviene, diventa realtà, soltanto e sempre là dove c’è la fede di un uomo, laddove cioè l’offerta di incontro (ex parte Dei) trova una corrispondenza nell’accoglienza (ex parte hominis).
Nell’impareggiabile capacità icastica di Agostino, questo tratto decisivo della fede cristiana è così restituito: «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te» (Agostino, Sermo CLXIX, 13). Esiste, cioè, un agire di Dio che è all’origine di ogni altra possibilità: il fatto di esserci, il fatto di poter essere come uomo non è frutto della decisione dell’uomo e non è in potere dell’uomo nascente. Non per nulla, anche a livello esperienziale, nessuno di noi ‘si nasce’, è all’origine della decisione di nascere; noi ‘nasciamo’, nel senso che qualcun altro ci mette al mondo, qualcun altro prende la decisione senza di noi. Dio, quindi, crea (è l’azione iniziale, primordiale) senza la decisione libera e consapevole dell’uomo ivi interessato.
Ma è proprio quest’atto di decisione iniziale preso da qualcun altro che regala la possibilità all’uomo, poi, di poter decidere di sé: proprio perché ci sono, esercito la mia libertà fino anche a contrastare la volontà di colui che mi ha messo al mondo. Infatti, ciascuno di noi conserva la (triste) possibilità di ribellarsi a Dio, di respingerlo, di «scandalizzarsi» di Lui (Mc 6,3): i nazareni trovano che le parole e le azioni di Gesù sono «pietre di inciampo» (così letteralmente il verbo scandalizzarsi) perché non corrispondono (secondo loro) a quanto un ‘giusto’ Messia dovrebbe fare per tracciare la via diritta; ma proprio questo loro atteggiamento diventa «di inciampo» all’azione salvifica di Gesù, che è impedito di operare come vorrebbe.
Aprirsi a Dio, avere fede, prendersi cura della propria fede, continuare a decidere di vivere ogni giorno la propria vita come Gesù, riconoscendo che il suo stile e il suo agire sono la via che porta alla verità della vita… diventano, allora, una grande occasione di grazia, perché, da una parte, l’uomo è destinatario di una benevola azione d’amore da parte di Dio e, dall’altra, l’uomo ‘permette’ a Dio stesso di operare e rendersi presente nel mondo. Esempio massimo di tale situazione è forse proprio la celebrazione eucaristica: se non ci fosse una comunità riunita e non ci fosse un presbitero che pronuncia le parole della consacrazione, si potrebbe essere anche le persone più interessanti di questo mondo, ma Gesù non si renderebbe presente nel suo corpo, anima e divinità.

sabato 7 luglio 2012

408 - ERA PER LORO MOTIVO DI SCANDALO - 08 Luglio 2012 – XIVª Domenica ordinaria

(Ezechiele 2,2-5  2ª Corinti 12,7-10  Marco 6,1-6)

Il profeta è sempre un personaggio scomodo proprio perché precorre i tempi. Il profeta porta, con la vita e con la parola, un nuovo progetto di vita che, preso sul serio, scuote abitudini consolidate, mette in crisi false sicurezze, scomoda troppo. Provoca dunque facilmente il rifiuto: rifiuto del messaggio e del messaggero. È la storia di sempre che si è attuata anche con Gesù, e il vangelo di Marco è particolarmente attento a scandirne le tappe: c’è prima la rottura con i farisei (3,6); poi con i «compaesani»; alla fine lo lasceranno anche i discepoli (14,50). Sulla croce sarà quasi solo, l’evangelista Giovanni racconta che ci sono solo la Madre, alcune donne e Giovanni (cfr. 19,25) che incarnano la fede, la comprensione del suo mistero, contro la incomprensione e la cecità dei più.

I compaesani di Gesù hanno avuto difficoltà ad accettare un Messia che era uno di loro, un Messia di cui conoscevano madre e parenti, in definitiva un Messia nascosto nel quotidiano. Questo si ripete ogni volta che si rifiuta il Cristo che si manifesta e si presenta nella persona del fratello che si trova in difficoltà, o in un servizio che chiede sacrificio e dedizione. Si può aggiungere che i compaesani di Gesù lo accettano come uomo, ma non come inviato di Dio. Accettano cioè una parte del mistero della sua persona, ma lo rifiutano nella sua integralità. Anche questa è una situazione che si ripresenta spesso ai nostri giorni: Gesù Cristo grande uomo sì, Dio no; oppure: Gesù Cristo sì, la Chiesa no. E così Cristo è fatto a pezzi. Non ci possono essere mezze misure: o si accetta tutto, o si rifiuta tutto. Quando poi non si osa rifiutare Gesù Cristo e la sua verità, si cerca di «addomesticarla». Si cerca di ridurre il vangelo a una dimensione «accettabile», addolcendolo, riducendolo agli schemi della nostra piccola saggezza umana. Allora, però, diventa sale che non insaporisce più (cfr. Mt 5,13). Il vangelo va preso così com’è, senza addolcimenti e con la capacità di mettere in gioco noi stessi su quella parola. Solo così si ha quella piena accettazione di Cristo che nel linguaggio del vangelo si chiama «fede».

PREGHIERA - Dovrebbe essere un ritorno in grande stile nel tuo villaggio, Gesù. Già ti accompagna la fama dei miracoli compiuti e alla tua parola sono riconosciute una saggezza e una forza speciali.

Ma le cose vanno ben diversamente… Se ci sono, almeno all’inizio, ammirazione e stupore, poi si manifestano dubbi e incomprensioni. Perché? Perché un’accoglienza del genere? Perché un’incredulità che blocca la forza prodigiosa del tuo amore che risana e rialza?

A suscitare scandalo tra i tuoi compaesani, tra quanti credono di conoscerti da sempre è proprio il fatto che ti ritengono uno di loro, come loro. E pare loro impossibile che Dio parli ed agisca non attraverso personaggi altolocati, o dignitari prestigiosi, o capi di famiglie sacerdotali, ma per mezzo di un uomo che ha condiviso in tutto e per tutto la loro esistenza.

Aiutami, Gesù, ad accogliere con gioia e gratitudine l’azione dello Spirito, anche quando mi sorprende.

407 - TOCCARE: MANIFESTAZIONE (AMBIGUA?) DELLA FEDE

Per una pausa spirituale durante la XIIIª Settimana del Tempo ordinario

Il pope si rimbocca le maniche accingendosi all’unzione con l’olio dei catecumeni. Il piccolo neonato, spogliato, viene collocato sopra il fonte battesimale per essere unto su tutto il corpo. La mamma collabora reggendo il bambino e spalmando olio: la forza dell’azione. Segue il battesimo per immersione. Un candido lenzuolino accoglie il neobattezzato per detergerne le membra.

Siamo in una chiesa ortodossa, in Bulgaria. Le icone che tappezzano i muri e chiudono l’altare dietro l’iconostasi, il semibuio dell’ambiente, gli abiti liturgici del celebrante e i canti tradizionali contrastano con l’atteggiamento dei partecipanti al rito: abiti all’ultima moda, minigonne e chiacchiericci nelle retrovie. Si tratta effettivamente di un battesimo di un bimbo nato in Italia, da padre romano e madre bulgara.

I genitori sono voluti tornare al paese di origine materna per ritrovare il contesto religioso e umano favorevole al rito tradizionale (come fanno sovente gli italiani emigrati dal sud al nord, quando esprimono il desiderio di ritrovare i luoghi dei propri natali per celebrare le nozze o il battesimo di un figlio).

Ripenso ai battesimi amministrati nella mia chiesa cattolica del nord Italia: il gesto dell’unzione (un piccolo tocco sul collo); l’acqua fatta scendere sul capo stando attento a non bagnare gli occhi; la vesta bianca simbolica posata sul petto e non indossata. Ripenso anche al pane eucaristico: un’ostia così stereotipata da non sembrare più pane (piuttosto ‘polistirolo’) e il vino che non si può assumere comunitariamente per motivi igienici e pratici.

«Metti qua il tuo dito; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!» (Gv 20,27). Non è così lontano dal bisogno umano il gesto di toccare. Il bambino vuole toccare gli oggetti per poterli ‘conoscere’ e porta immediatamente ogni cosa alla bocca per poterla anche ‘gustare’.

Quanti milioni di persone saranno sfilate davanti alla statua di S. Pietro in Vaticano perché il dito del piede della statua in bronzo sia stato consumato dai baci e dallo strofinamento?

Oggi in Italia, come altrove nella vecchia Europa, si fa fatica a riempire le chiese alla domenica o nelle altre feste ‘comandate’. Ma quando si distribuiscono il pane di S. Antonio, o le rose di Santa Rita, o l’olio per lenire i mali con l’intercessione di qualche altro Santo, allora si accalca la gente, anziana e anche più giovane. Forse non si ferma molto davanti al tabernacolo e non esprime con gesti esterni la fede nella presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata, ma ritorna alle proprie case senza rispetto umano, con l’oggetto di devozione tra le mani o nella borsa. Ne porterà anche ai vicini perché il contatto è già efficace; e andrà a procurarsene anche al di fuori del rito perché il potere è nell’oggetto più che nell’intenzione.

Il corpo umano è oggi molto più esposto e reso pubblico in ogni forma, la privacy è più un assillo legale che una realtà vissuta, e il pudore è rimpiazzato dalla paura di contagio e di promiscuità dannosa. La famigliarità con le manifestazioni fisiche era invece più continua e normale un tempo.

In molte regioni d’Africa la gente vive ancora accalcata nelle capanne; non c’è sala da pranzo, soggiorno, camera da letto, bagno. Il contatto fisico è continuo e la vita è esposta in pubblico.

In Vietnam, nelle immense distese di riso del Mekong, i bambini cavalcano lo zebù che trascina l’erpice, piccoli cocchieri sul pachiderma. E quando rientrano la sera, dormono in cinquanta sul letto di pula.

L’asetticità corrisponderà, in parte, anche alla perdita di influenza reciproca, all’impossibilità di creazione dell’humus vitale? La fede non passerà forse dalla coscienza di essere parte e di dipendere dal corpo comune? Il luogo della fede non sarà davvero il Corpo mistico?

Allora l’incarnazione non è soltanto la via dell’incontro con l’uomo, scelta da Dio creatore in risposta al peccato di Adamo, ma la modalità originale di salvezza perché il dono della vita possa fiorire nell’umanità.

Non sarà forse che senza la mediazione della materia non si può, nella condizione umana, attingere al divino? Due mediazioni veicolano la fede nel mondo degli umani:

– L’incontro con l’altro (il prossimo), mediazione universale condivisa da tutta l’umanità: «Ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato…» (Mt 25,31ss.). Questa mediazione raggiunge anche i cosiddetti ‘atei’ e tutti i ‘cercatori della verità’. Il giudizio finale sarà giusto perché non considererà la collocazione storico-geografico-sociale di ciascuno, ma il coinvolgimento con la vita dell’‘Altro’.

– L’incontro con la Chiesa, mediazione storica scelta da Dio Padre nel suo Figlio Gesù Cristo, luce del mondo e maestra di umanità, carica di rughe e di contraddizioni, ma sempre madre. Il paralitico che giace ai bordi della piscina di Betzaida ha bisogno ancora di chi lo immerga nelle acque. Per questo vale il mandato: «Andate e predicate il vangelo a tutte le genti». Un vangelo di vita proposto non da maestri insediati in cattedra, ma da testimoni coerenti e convinti della carità.

La generazione attuale, in Occidente, è il frutto di periodi storici che ne hanno imbastito la stoffa. Benedetto XVI ritorna continuamente sulle radici religiose e classiche dell’Europa, che non dovrebbero essere tradite. Siamo figli di Roma, di Atene, di Gerusalemme…

L’illuminismo e il razionalismo dei secoli dei lumi hanno segnato profondamente il pensiero e anche la prassi dell’uomo ‘moderno’, il quale si trova sollecitato dai messaggi più disparati che gli vengono non più dai vicini dei quali riconosce la voce e l’odore, ma dall’etere, in forma anonima, anche se ti danno del ‘tu’.

Da una parte le prove della scienza ci rendono scettici e sospettosi di fronte a qualsiasi manifestazione che non cada sotto il controllo dei sensi e degli strumenti di osservazione. Dall’altra il fascino dell’irrazionale e la convinzione che si possa andare al di là delle cose sperimentabili spinge l’uomo a cercare oltre, ad aggrapparsi alla medicina magica per riacquistare la salute, a credere nei veggenti e nei manipolatori.

Quando Naaman rispose sdegnato: «Forse i fiumi di Damasco non sono migliori di tutte le acque di Israele?», i servi dissero: «Che cosa ti costa?» (2 Re 5,10-14).

I nostri occhi un giorno vedranno la realtà così com’è: oggi come in uno specchio. Intanto è importante toccare. L’emorroissa, purificata dal dolore di tanti anni di malattia e con la fiducia dei figli, si è accostata al Maestro convinta che il tocco l’avrebbe fatta incontrare con la fonte della salute.