sabato 25 febbraio 2012

338 - ECCO IL MOMENTO FAVOREVOLE - 26 Febbraio 2012 – Iª Domenica di Quaresima

(Genesi 9,8-15 1ªPietro 3,18-22 Marco 1,12-15)

Il tempo della Quaresima è tempo ‘favorevole’ (nel linguaggio biblico, un kairós!) per accorgerci che Dio ci accompagna verso la rivelazione del nostro futuro, quale apparirà nella risurrezione di Gesù. È tempo ‘favorevole’ per aprire il cuore a lui e cambiare la direzione della nostra vita. È il tempo di lasciarci riconciliare con Dio.
Gesù resiste alla tentazione ‘diabolica’ perché sceglie la via del Padre. In Gesù anche noi possiamo trovare il coraggio di superare la provocazione continua del male e restare fedeli a Dio. Fede, infatti, significa trovare stabilità, accettare Dio come fondamento sicuro della nostra esistenza, accogliere nella vita il progetto divino di misericordia.
Gesù è stato tentato di rinunciare alla sua identità divina ed ha vinto. Noi, oggi, siamo tentati di rinunciare alla nostra identità cristiana: dobbiamo accettare questo passaggio della tentazione, lottare e con Gesù vincere.
Dopo aver superato la prova Gesù può affermare: «Il tempo è compiuto; il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo». Perché il Regno si compia bisogna convertirsi e credere. Il credere come atto consequenziale alla conversione significa capovolgere il piano, sradicare i valori dai terreni umiliati, trapiantarli in terra buona (cuore retto e sincero), rimettere in piedi ciò che è andato in avaria. È un vero e proprio rinascere. Anche se ciò comporta sacrificio, rinuncia, impopolarità, audacia e costanza.
PREGHIERA DI INIZIO QUARESIMA - Signore Gesù, cominciamo oggi il percorso che ci condurrà a celebrare la tua Pasqua di morte e di risurrezione. Di anno in anno tu ci offri questo appuntamento di grazia perché la nostra fede conosca una nuova primavera, noi veniamo rinnovati nel profondo dell’esistenza e ritroviamo un’armonia perduta.
Così tu ci indichi subito con quali mezzi possiamo guarire il nostro cuore e instaurare una relazione autentica con noi stessi, con gli altri e con il Padre tuo.
Attraverso l’elemosina tu apri la nostra vita alla compassione e alla solidarietà e la liberi da un inguaribile egoismo che la soffoca e la rende sterile.
Con la preghiera tu ci inviti a ristabilire il rapporto con Dio, appannato dalla nostra negligenza, offuscato da numerose infedeltà.
Con il digiuno tu ci chiedi di guarire lo spirito partendo dal nostro corpo, di avvertire fame di tutto ciò che conta veramente.
E perché ogni strumento si riveli efficace tu ci domandi di agire senza alcuna ostentazione.
PREGHIERA - La tua missione è appena iniziata, Gesù, e lo Spirito ti spinge nel deserto perché tu sia messo alla prova e conosca il tempo oscuro della tentazione. Sei un uomo, come ognuno di noi, e quindi devi fare i conti con tutto ciò che ostacola la fedeltà al progetto di Dio.
Il compito che ti è affidato non è facile: annuncerai un Dio che si fa vicino per liberare l’uomo dal potere del male, un Dio disposto a lottare a mani nude contro la cattiveria e l’egoismo, un Dio pronto a scontrarsi con le malattie e la morte.
Porterai una Buona Notizia che può trasformare la vita, ma solo se si è disposti ad imboccare con risolutezza una strada nuova e a lasciarsi guidare dalla tua parola.
Chiederai di riporre in te una fiducia totale, a tutta prova, quella fiducia che tu, per primo, sei chiamato a vivere nei confronti del Padre tuo.
Luogo di prova, il deserto porta allo scoperto il legame tenace che ti unisce al Padre, quell’amore che guiderà ogni tuo passo, quell’obbedienza filiale che ti renderà vittorioso su Satana.

venerdì 24 febbraio 2012

337 - CHE COSA HO FATTO DI MALE?

Per una pausa spirituale durante la VIIª Settimana del Tempo ordinario

LA DOMANDA - Questo interrogativo erompe come un grido quando la persona si scopre, inaspettatamente, ferita da una grave malattia che compromette il suo futuro, o si trova lacerata negli affetti più preziosi. Il faccia a faccia con la morte è la causa più frequente che lo provoca. Tale espressione contiene una domanda su Dio. È a lui che viene rivolta. Di fronte alla voglia di vivere e alla ricerca di essere felici, sembra che egli si ponga come intralcio, e sia implicato in un evento crudele.
«Che male ho fatto per meritarmi questa punizione?». Dio è visto come l’autore di ogni evento, anche di quello funesto. È entrata nel pensiero collettivo l’idea non biblica del «non si muove foglia che Dio non voglia». Quindi anche la disgrazia deriverebbe da lui. Chissà come mai, dopo anni di annuncio del Vangelo è ancora resistente la convinzione che Dio punisca le trasgressioni morali con la sofferenza. Purtroppo dobbiamo ammettere che anche alcuni interventi di gruppi cristiani e, a volte, addirittura di responsabili di comunità ecclesiali, hanno generato e generano questo orientamento. Di fronte al drammatico disastro dello tsunami in Thailandia, nel dicembre del 2004, qualche voce di intonazione cristiana non si è forse levata a dire che Dio sarebbe intervenuto proprio per sanzionare le trasgressioni sessuali avvenute in quel luogo? Altri luoghi e popoli non sarebbero allora ugualmente punibili? L’idea di un «Dio che castiga» è dunque ancora molto diffusa e radicata. Essa, però, annulla la rivelazione biblica del «Dio amore». Se Dio è amore, come può far del male alle persone? Se Dio è Padre, come può inviare sofferenze ai suoi figli? Nel Vangelo si afferma francamente che «Dio ha mandato il suo figlio non per condannare o punire, ma per salvare e liberare».
BISOGNA SLEGARE IL DOLORE DA DIO - Il dolore non proviene da Dio. Dio non può che amare e non può che amare il bene, non può che volere la ‘gioia’ degli uomini. Quindi, di fronte al ‘dolore’ proprio o altrui non si dovrebbe più dire: «Dio ha voluto così». Equivarrebbe a porre in Dio la causa della sofferenza. Questo contrasta con il messaggio biblico che presenta Dio come liberatore dal male. Ma oltre che rifiutare la provenienza del dolore da Dio, è altrettanto importante non affidare a Dio neppure la risoluzione della sofferenza. Egli è sì il liberatore, ma libera richiamando l’uomo alla sua responsabilità nell’eliminare la sofferenza; Dio spinge l’uomo a superare una fede magica: quella che lo porterebbe ad abdicare alla sua intelligenza.
DIO NON PUNISCE - Se fosse vero che Dio punisce le colpe degli uomini con la malattia o con le disgrazie, si affaccerebbero due devastanti contraddizioni. La prima è insita nel dato di fatto che molte persone oneste soffrono mentre altre persone disoneste prosperano. Lo stesso Gesù, il ‘giusto’ per eccellenza, ha sperimentato una sofferenza che sembra sia stata risparmiata storicamente a tanti uomini mediocri. Allora dove va la giustizia divina? Occorre forse ricordare il passo della guarigione del cieco dalla nascita, nel Vangelo di Giovanni (cap. 9), in cui, di fronte al pregiudizio del male della cecità imputato ai peccati personali, se non addirittura a quelli della parentela, è ribadito fermamente: «Né lui ha peccato né i suoi genitori»? La seconda criticità sarebbe ancora più radicale: se Dio è così severo, è uno che alimenta il terrore e non può quindi conquistare il nostro cuore, ma soltanto condizionare la nostra psiche. Nasce la paura. E la paura non aiuta l’uomo ad avere una relazione con lui basata sulla fiducia e sull’amore. È per fugare questa paura, e soprattutto per l’impossibilità di accettare la presenza di un Dio insensibile al dolore umano, che molti sono arrivati a dire: «Dio non esiste». Il fatto è che il mistero del male e del dolore è così vasto che l’uomo non può comprenderlo. Dio ha delle vie che non sono le nostre vie. Abbandonarsi a lui, al suo sguardo lungimirante, è il modo per vivere la fede.
IL SILENZIO DI DIO - Se Dio non manda il dolore, perché, se è Padre, non interviene almeno a toglierlo? «Ma dimmi, quand’è che sei stato buono, buon Dio? Fosti buono quando lasciasti straziare dall’esplosione di una bomba il mio bambino di appena un anno? … Non l’hai sentito quando egli urlava, e quando esplodevano le bombe? O fosti buono quando caddero undici uomini della mia pattuglia?… Fosti buono a Stalingrado, fosti buono là, come?» (W. Borkert). Anche Simone Weil è quasi ossessionata dal problema di Dio e dalla presenza del dolore. «Mi sento dentro un disagio che si aggrava sempre di più, tanto nella mia intelligenza quanto al centro del mio cuore, dovuto alla mia incapacità di pensare allo stesso tempo all’infelicità degli uomini, alla perfezione di Dio e alla relazione tra queste due nozioni». Questo problema è, da secoli, drammaticamente tematizzato nel libro di Giobbe. Il problema di Giobbe non è tanto la sofferenza, ma la fede. Come poter credere e in quale Dio credere, nonostante l’assurdo della vita? Giobbe rompe con le concezioni teologiche e religiose del tempo e si avventura alla ricerca di un nuovo e diverso volto di Dio.
VIVERE L’ENIGMA - L’enigma fa parte della nostra vita. «Dateci degli enigmi per comprenderci»: sono parole rivolte da alcuni giovani ai loro professori. L’enigma non è una sventura, porta a riconoscere il proprio limite, ma soprattutto a non cessare mai di cercare, senza voler possedere. In questa linea possiamo leggere l’espressione di Lévinas: «Amare senza voler comprendere, amare prima di comprendere, amare senza concupiscenza». Comprendere vuol dire ‘prendere dentro’, pretendere di chiarire tutto, non accettando l’oscurità che c’è in noi e negli altri. Questo ‘mistero’ o ‘enigma’ emerge non solo perché la realtà non è traslucida, ma perché è imprevedibile. La persona, il mondo, Dio sono più di ciò che sappiamo. Anche Gesù ha provato il brivido dell’oscurità. Ha ‘gridato’ dalla croce (senza la compostezza di un Socrate) l’enigma dell’abbandono, ed è stata questa la parola più forte tra quelle che ha pronunciato.
La fuga dal dolore è fuga da se stessi, è fuga dalle provocazioni e dalle sollecitazioni che prorompono dal dolore. Accettare il dolore non è sottostare al non senso: è sperimentare la propria finitezza, ma anche il modo per camminare in avanti verso la pienezza del proprio essere. Qui si innesta il tema del coraggio: il coraggio di non sottrarsi al dolore, di non volerlo escludere dalla propria vita, sia quello inflitto dalla natura (sofferenza), sia quello sanzionato dal potere (la croce). Il dolore è una via di verità. Ti insegna il limite. «È la cifra di ciò che sta oltre il limite» (E. Peyretti). Gesù e Buddha hanno messo al centro della loro vita la croce. Per ‘croce’ si intende l’opposizione, il dissenso, la persecuzione che essi hanno dovuto affrontare. Ma essi non hanno rivolto altrove lo sguardo. Il loro coraggio li ha fatti nostri maestri. Certamente il dolore non è da cercare (ci si deve opporre ad una cultura vittimista), ma neppure da eludere, da tradire.

domenica 19 febbraio 2012

336 - PADRE GIOVANNI BATTISTA PIAMARTA - PRESTO SANTO!

Papa Benedetto XVI, oggi 18 Febbraio 2012, ha pubblicato la data della Canonizzazione del Beato Padre Giovanni Piamarta. La Canonizzazione avrà luogo a Roma nella Basilica Vaticana Domenica 21 Ottobre 2012. Ringraziamo il Signore per questo dono che ci fa e lo preghiamo perchè ci dia forza per imitarne gli esempi.


Per conoscere la vita e le opere di padre Piamarta clicca qui: http://danilop-passalaparola.blogspot.com/2009/01/beato-giovanni-battista-piamarta.html

sabato 18 febbraio 2012

335 - TI SONO PERDONATI I TUOI PECCATI - 19 Febbraio 2012 – VIIª Domenica ordinaria

(Isaia 43,18-25 2ª Corinti 1,18-22 Marco 2,1-12)

Ricevere il perdono dei peccati significa possibilità di ricominciare da capo, ogni volta. Significa perciò poter ritornare a vivere, poiché il peccato è per il credente come una paralisi interiore che impedisce alla vita di manifestarsi. Gesù rivendica per sé il ‘potere’ di perdonare e lo trasmette anche a chi crede in lui.
L’intento di Marco nel racconto della guarigione del paralitico è quello di affermare che ciò che Gesù dice, accade. Come il paralitico in forza della parola di Gesù è guarito, così il peccatore in forza della stessa parola è perdonato. L’espressione «Figlio dell’uomo», che qui Marco usa per la prima volta, è presa dai testi apocalittici di Daniele (c.7). Si tratta di un personaggio misterioso al quale viene dato il potere di giudicare le nazioni. Definendosi «Figlio dell’uomo», Gesù annuncia velatamente di essere proprio colui che verrà a compiere il giudizio alla fine dei tempi. Ma questo potere egli lo possiede fin d’ora e può disporne, anticipando sulla terra l’ora del giudizio. Tuttavia nel tempo presente, che è tempo di grazia e di misericordia, il Figlio dell’uomo si vale della sua autorità non per punire il peccato, ma per dare salvezza e perdono a chi crede in lui. Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare e dare la vita per gli uomini (cfr. Gv 12,47).
Questa pagina evangelica dona la certezza che Dio offre sempre la possibilità di ricominciare la relazione con lui. Il paralitico è un uomo che la malattia ha bloccato. La guarigione lo rimette in piedi, gli consente di riprendere la relazione con il mondo. Il peccato è una situazione che blocca l’uomo nelle maglie dell’egoismo, dell’orgoglio, della solitudine. Il perdono lo libera per nuove relazioni e nuovi progetti. Dio ha inviato Gesù a donare questo perdono. Il discepolo di Gesù è colui che gli riconosce tale autorità, ma c’è anche chi, fisso nelle sue consolidate convinzioni, non è disposto a dargli credito e non è capace di cogliere la novità che è Gesù, e che egli manifesta con fatti concreti ed evidenti, come la guarigione dal male fisico.
La vita è una bella avventura, anche perché è sempre possibile ogni mattino, aprendo gli occhi, dire: Oggi ricomincio. Poveri noi se certe esperienze negative fossero irreversibili! E invece si può buttarle dietro le spalle e dire: Questa sarà una giornata nuova, diversa. Ma, è veramente possibile ricominciare sempre? È possibile per chi si appoggia in Dio che ci dice: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova» (Is 43,18-19). Il suo perdono proietta in avanti, permette sempre di ricominciare. Nessun male e nessun peccato è irreparabile. Quello che Gesù ha detto al paralitico: «Ti sono perdonati i peccati», lo ripete a chiunque si accosti a lui con cuore pentito. Non è che con questo Dio chiuda gli occhi sulle nostre miserie, faccia finta di non vedere e ci lasci così come siamo. Con il perdono il Signore ci ricrea. Ci dà «un cuore nuovo e uno spirito nuovo» (Ez 36,26), capace di trionfare sul male e di mantenerci nella sua amicizia. Questo non significa che fa tutto lui senza di noi. Anzi, senza la nostra collaborazione non ci può essere salvezza. Scrive infatti Sant’Agostino: «Dio che ti ha creato senza che tu lo voglia, non ti salva senza che tu lo voglia».
PREGHIERA - Se te l’hanno portato, Gesù, è perché da solo non avrebbe mai potuto raggiungerti. Ma si sono trovati davanti un ulteriore ostacolo: una folla che faceva ressa e ostruiva ogni passaggio. E tuttavia non si sono arresi. Hanno scoperchiato il tetto, te l’hanno calato davanti. Gesti un po’ folli, ma dettati dalla fede in te, nella tua parola che guarisce da ogni male.
È proprio per questo che sono venuti: perché tu gli restituisca l’uso delle gambe, perché possa tornare a percorrere le strade degli uomini. Quello che tu solo vedi, però, è un’altra debolezza cronica che ha intaccato la vita del paralitico e gli impedisce di camminare per le vie di Dio, le sole che portano alla vita. Ecco perché cominci col trasmettergli il perdono e solo dopo ridoni ai suoi arti la forza perduta.
In fondo è proprio per questo che tu sei venuto in mezzo a noi: per strapparci ad ogni paralisi che ci impedisce di venirti incontro, per liberarci da tutto ciò che blocca il nostro corpo e il nostro spirito.

334 - QUANDO L’ATTENZIONE AL MIRACOLO NON È IN ARMONIA CON QUANTO CI HA INSEGNATO GESÙ

Per una pausa spirituale durante la VIª Settimana del Tempo ordinario

L’esperienza del soffrire, in tutte le sue manifestazioni, fa emergere spontaneamente nella persona un’invocazione di aiuto. Il meccanismo della regressione porta facilmente l’individuo ad assumere atteggiamenti infantili, caratterizzati dall’attesa di interventi miracolistici da parte dei genitori o di altre persone significative. Non è raro che quanti si trovano a vivere situazioni negative reagiscano in questo modo nei confronti non solo di coloro che posseggono competenze scientifiche e tecniche, ma
anche del Signore. In questi casi, spesso il sentimento dell’impotenza spinge la persona ad attendere o addirittura a pretendere il miracolo; se questo non avviene, può accadere che essa perda la sua fiducia in Dio, mettendo così in evidenza l’immaturità della propria fede. È quanto è possibile constatare in alcune celebrazioni cosiddette di guarigione, in cui l’attenzione di frange di partecipanti si concentra più sull’attesa di eventi miracolosi che sul cambiamento del cuore operato dall’intervento del Cristo, divino samaritano delle anime e dei corpi.
I vangeli registrano numerosi incontri di Gesù con persone bisognose di aiuto, come il lebbroso di cui ci parla la liturgia della Parola di questa domenica. In nessuno di essi egli ha rimproverato i malati per le loro richieste di un miracolo. Al contrario, ripetutamente il Cristo ha esortato a chiedere al Padre grazie e favori con insistenza, fino a stancarlo. Nel suo modo di comportarsi, però, egli manifesta una metodologia pedagogica significativa. Accogliendo le persone là dove esse si trovano in termini sia psicologici che spirituali, le aiuta a rendersi conto che il miracolo della guarigione psico-fisica è una freccia che indica un obiettivo più elevato, la salvezza. Seguendo questo percorso, Gesù fa leva su quel bisogno di auto-superamento che è presente in ogni essere umano, anche se non sempre avvertito oppure avvertito in maniera diversa, aprendo la persona al mistero, «ad una comprensione più profonda di sé e delle cose, a lasciarsi inquietare da un annuncio che supera l’orizzonte abituale, ma che da esso trae sollecitazione, a cogliere nelle esperienze difficili del quotidiano, il rimando ad una ricerca, ad una Presenza».
In questo senso, si può affermare che il Signore risponde sempre con un miracolo a chi, mosso dalla fede, gli chiede di essere aiutato a passare attraverso le vicende dolorose della vita. Solo raramente, però, il miracolo si realizza secondo le attese immediate della persona, ma ubbidisce ad una logica divina che mira al suo vero bene.
Per inserirsi in tale logica occorre prendere coscienza che le proprie sofferenze sono strettamente connesse con la sofferenza dello stesso Dio e mantenere viva tale connessione. In altre parole, ciò che gli uomini soffrono, leggero o grave che sia, è un’esperienza che, lungi dal rimanere isolata, si relaziona con la sofferenza stessa di Dio. Gesù sana i nostri dolori togliendoli dal nostro ambito egocentrico, individualista e privato e connettendoli con il dolore di tutta l’umanità, da lui assunto. In questo senso curare non significa, quindi, innanzitutto eliminare i dolori, bensì rivelare che i nostri dolori sono compresi in una sofferenza maggiore, che la nostra esperienza costituisce parte dell’esperienza di Colui che disse: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24, 26).
Quanto sia impegnativo tale cammino è ben espresso in un noto episodio della Genesi (32, 23-32). Di ritorno in Palestina, dopo una lunga assenza, Giacobbe attraversa il torrente Yaboc, un affluente del fiume Giordano. Fatta avanzare la carovana, egli rimane solo alla riva del torrente. Verso la fine della notte, egli intraprende la lotta con un misterioso personaggio. Quest’ultimo, non potendo vincerlo, colpisce Giacobbe al nervo sciatico, lasciandolo zoppo. Il misterioso personaggio, quando la notte sta per finire, chiede a Giacobbe di lasciarlo andare, ma egli non acconsente se prima non riceve la sua benedizione. Il simbolismo più evocativo di questo episodio è quello della lotta del popolo di Israele con il mistero di Dio, specialmente con il suo procedere nei confronti della sofferenza umana. Perché il dolore? Come conciliarlo con l’onnipotenza e la bontà del Signore? Questa lotta avviene nella piena notte del mistero e dura quanto dura la notte. Il dolore è messo in relazione con l’oscurità della notte, non considerata come valore negativo, bensì come mistero, del quale solo Dio conosce la risposta. La notte è il momento in cui Dio condensa in sommo grado la sua azione misteriosa. Però ogni notte ha la sua alba…
L’azione redentrice di Cristo ha reso maggiormente accessibile il miracolo della luce che illumina l’oscurità della sofferenza, aprendo alla speranza. Miracolo che la mediazione di atteggiamenti ricchi di umanità rende più facilmente percepibile e sperimentabile.

sabato 11 febbraio 2012

333 - DIO DELLA COMPASSIONE - 12 Febbraio 2012 – VIª Domenica ordinaria

(Levitico 13,1-2.45-46 1ª Corinti 10,31-11,1 Marco 1,40-45)

Un nuovo racconto di guarigione: il lebbroso viene guarito da Gesù «mosso a compassione». In questo episodio Gesù rivela un aspetto profondo del volto di Dio: Dio è mosso a compassione per tutte le nostre forme di ‘lebbra’. Allo stesso tempo il racconto evangelico di guarigione è un invito a chi vuol seguire Gesù: anche il cristiano è chiamato ad essere liberatore nella sua storia.
La malattia è sempre qualcosa di cui non riusciamo a comprendere pienamente il senso, è una limitazione che crea insofferenza, che porta spontaneamente più alla ribellione e alla bestemmia che alla serena accettazione. Perché Dio, che può tutto, fa soffrire? L’atteggiamento di Dio nei confronti della malattia è però di un uguale rifiuto. Dio non ama la malattia; Gesù infatti ha compassione per tutti gli ammalati. La malattia non è un bene per l’uomo, è un momento di prova, di sofferenza. Lottare con tutte le forze contro la malattia è quindi non solo un atteggiamento legittimo, ma significa mettersi dalla parte di Dio. Gesù ha guarito gli ammalati che lo hanno accostato; oggi tocca all’uomo continuare l’opera di Gesù, compiere altri ‘miracoli’ servendosi dei mezzi che la scienza mette a sua disposizione.
I miracoli hanno la funzione di accreditare la persona e l’opera di Gesù. Il rabbì di Nazaret compie miracoli per dire che Dio è all’opera, ora, in forma nuova e definitiva. Le profezie dell’Antico Testamento annunciavano infatti le guarigioni di malati come segno dell’arrivo del tempo messianico. Il miracolo, per il suo carattere di evento straordinario, suscita sempre stupore. Si tratta però di uno stupore che non è fine a se stesso. Il miracolo è come una freccia scoccata dall’arco che orienta lo sguardo sul bersaglio, è come un dito puntato che attira l’attenzione non su se stesso, ma sulla cosa indicata. I miracoli di Gesù raggiungono il loro scopo se diventano dei «segni», infatti, dinanzi ad essi la gente si interroga (Mc 1,27; 4,41; 6,14-16...). Possiamo dire che il miracolo si sviluppa su due livelli: il primo riguarda il fatto da tutti percepibile, il secondo riguarda il significato del fatto, colto solo da coloro che vedono nel miracolo un segno. Proprio il carattere di ‘segno’ diventa l’elemento distintivo del miracolo evangelico. Se il miracolo non rimanda alla persona di Gesù, rimane vuoto e inefficace. Quante persone in Palestina furono testimoni dei miracoli compiuti da Gesù eppure non si convertirono!
Marco presenta Gesù che annuncia la vicinanza del regno di Dio (1,15), ma finora Dio non è stato mai nominato da Gesù, egli si è invece occupato degli uomini e dei loro problemi. C’è qui un insegnamento importante per i discepoli di ogni tempo: Dio è il Dio della compassione e lo serviamo solo quando ci prendiamo cura dell’uomo e della sua liberazione dal male fisico, sociale e morale.
PREGHIERA - Al tuo tempo, Signore Gesù, la lebbra non era una malattia qualsiasi. Distruggeva un essere umano, deturpando le sue membra, fino a far loro perdere
l’aspetto di un tempo. Per questo faceva nascere la paura folle del contagio, che allontanava i malati dalla loro famiglia e dal paese, condannandoli ad un’esistenza raminga e solitaria.
Così la lebbra intaccava, Gesù, le fibre profonde dell’anima, fino a far perdere la voglia di lottare, gettando nello sconforto chi si sentiva abbandonato, cacciato e rigettato dalla comunità civile e religiosa.
Per questo, Gesù, quel giorno, guarendo il lebbroso tu l’hai restituito in un colpo solo
alla salute perduta, ai suoi affetti e al suo lavoro, al calore di una famiglia, alla vita del villaggio.
Lo hai fatto rinascere alla speranza di una vita nuova, lo hai sottratto all’incubo di una sofferenza senza via d’uscita. Tutto questo ha operato la tua bontà, la tua compassione.

332 - LA PREGHIERA DI GESÙ VISTA NEL CONTESTO DEL SUO MINISTERO

Per una pausa spirituale durante la Vª Settimana del Tempo ordinario

Le testimonianze evangeliche dicono che l’esperienza di preghiera di Gesù è quella di una preghiera ricevuta e trasmessa. Ricevuta dalla sua assidua partecipazione alle officiature sinagogali, trasmessa rispondendo alla richiesta dei discepoli: «Insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Tra i due momenti vi è l’appropriazione personale della preghiera da parte di Gesù e la sua trasformazione. Ovvero l’inflessione particolare che Gesù accorda al suo pregare, sintetizzata nell’invocazione fiduciosa e filiale rivolta a Dio quale Abbà. Questa preghiera personale, solitaria, silenziosa, spesso notturna o alle prime luci dell’alba, lontano dalla folla e anche dai discepoli, appare sorgente vitale che nutre la fede di Gesù, lo conferma nella sua vocazione, gli dona perseveranza nel suo ministero. Cioè, lo radica nella relazione con colui che l’ha inviato.
Spesso si parla della ‘missione’ di Gesù, ma missione dice anzitutto relazione vitale e imprescindibile con colui che ha inviato, prima ancora che con i destinatari. Nel contesto del suo ministero, Gesù non vive affatto la preghiera in maniera funzionale, in vista di una predicazione o di un’attività, ma in maniera vitale e personale come dimora nello spazio vitale con il Padre che l’ha inviato. Lì egli trova salde fondamenta al suo agire, parlare, operare, abitando l’intimità con colui che è all’origine della sua obbedienza: «Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (cfr. Gv 6,38). E le salde fondamenta che trova sono l’esperienza di essere ascoltato e amato. Il momento iniziale del suo ministero pubblico, il battesimo, è accompagnato da un’esperienza di preghiera (esplicitamente in Lc 3,21), in cui Gesù assume nella sua persona le parole tante volte ascoltate nella Scrittura circa il Messia («Tu sei il mio figlio»: Sal 2,7), circa Isacco («l’amato»: Gen 22,2), circa il Servo («In te mi sono compiaciuto»: Is 42,1). L’essere amato dal Padre lo sorregge nel cammino messianico che gli si apre dinanzi e che si conformerà al cammino del servo sofferente di cui parlò Isaia. Questo essere amato si esprime nella coscienza di essere ascoltato, e dunque accolto: «Ti ringrazio, Padre, perché mi hai ascoltato. Io sapevo che tu mi ascolti sempre» (Gv 11,41- 42). La preghiera fonda la fiducia di Gesù nel Padre e il coraggio e la libertà nei confronti dei discepoli, delle folle, degli uomini tutti. E questo, situando Gesù nell’amore: amore del Padre per lui («Il Padre ama il Figlio»: Gv 3,35) e suo per il Padre («Io amo il Padre»: Gv 14,31); amore per i discepoli e gli uomini (Gv 13,1), che accetta di non essere sempre compreso e ricambiato, anzi, di essere anche misconosciuto e rifiutato.
Nel contesto del suo ministero la preghiera ha per Gesù un’importante valenza nei confronti della comunità dei suoi discepoli. Avendoli radunati attorno a sé, egli vive anche con la preghiera la responsabilità nei loro confronti. Dalla sua preghiera solitaria nascono le domande da porre ai suoi discepoli per farli crescere nel cammino spirituale e nel coinvolgimento comunitario: «Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: ‘Le folle, chi dicono che io sia?’» (Lc 9,18). La preghiera è l’alveo che prepara il suo lavoro di far crescere nei discepoli la consapevolezza della loro chiamata, di dare una sterzata alla comunità, di situarla nuovamente in rapporto a Dio.
La preghiera di Gesù, che lo evidenzia in un rapporto stretto con Dio, che lo mostra uomo di Dio, figlio di Dio, appartenente a lui, dà autorevolezza a Gesù e rafforza il suo essere guida e luce del gruppo dei discepoli. La trasfigurazione è l’esperienza di preghiera che consente anche ad alcuni discepoli di cogliere che l’ascolto della parola di Gesù è l’essenziale della loro vocazione.
Gesù intercede anche per i suoi discepoli, prega per loro, e li custodisce portandoli davanti a Dio nella loro assenza. L’intercessione diviene momento essenziale del suo essere pastore. A Simon Pietro, Gesù dice: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,32). La preghiera personale di Gesù appare anche il luogo in cui egli discerne e decide con Dio le azioni da compiere e i passi da fare. Spesso si dice che la preghiera di Gesù accompagna e segna i momenti capitali della vita di Gesù, ma in realtà è la preghiera che plasma la realtà e che fa del quotidiano l’occasione di un evento decisivo. La preghiera appare così come luogo di gestazione di decisioni, come preludio al parto che avverrà con l’azione. Dopo aver passato tutta la notte in preghiera, Gesù al mattino convoca i discepoli e ne sceglie dodici che stabilisce quali apostoli (cfr. Lc 6,12-13).
Gesù inoltre vive la preghiera personale durante il suo ministero come presa di distanza dalle folle e dai discepoli: il ministero non vive solo di attività, di fare e parlare, ma abbisogna di respiro, di sosta, di pausa. Anzi, il ministero muore se ridotto solo ad attività. La preghiera ricorda che il ministero è inserito in una vita, e che questa è l’essenziale vocazione.
La preghiera diviene infine anche luogo di lotta spirituale, acquisendo una dimensione drammatica nei momenti finali della vita e del ministero di Gesù. Al Getsemani, l’andirivieni di Gesù tra il luogo solitario in cui prega e i tre discepoli a cui ha chiesto di vegliare accanto a lui, visibilizza il dramma interiore tra desiderio di evitare la morte e l’angoscia di dover accogliere il precipitare degli eventi (cfr. Mt 26,36-46). Visibilizza la crisi della relazione che Gesù sta vivendo tra discepoli che si addormentano e non sanno vegliare con lui e un Dio di cui presto, sulla croce, griderà l’abbandono. La preghiera non salva Gesù dalla solitudine, dall’abbandono dei suoi discepoli e nemmeno dall’abbandono di Dio. Ma è ciò che gli consente di accogliere anche questa derelizione come compimento del suo ministero. È ciò che resta di lui e del suo ministero. Resta come grido che invoca risposta, come grido con cui Gesù, nella sua impotenza di crocifisso, chiede a Dio di farsi rispondente. E, una volta risorto, resta come intercessione per gli uomini tutti: Cristo, infatti, «è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,25).

sabato 4 febbraio 2012

331 - UNA GIOIRNATA DI GESÙ - 05 Febbraio 2012 – Vª Domenica ordinaria

(Giobbe 7,1-4.6-7 1ª Corinti 9,16-19-22-23 Marco 1,29-39)

La cosiddetta giornata di Gesù (Marco 1,21-39) è inclusa tra due momenti dedicati alla preghiera: quella pubblica nella sinagoga (dove Gesù insegna) e quella privata nella solitudine di un luogo deserto. Inoltre, si svolge in due spazi tipici della vita quotidiana: la casa, spazio della vita privata con l’intimità e gli affetti che la caratterizzano, e la porta della città, spazio per eccellenza della vita pubblica. L’annuncio della parola, le guarigioni e la preghiera sono le azioni dominanti. Il brano presenta tre momenti: Gesù guarisce la suocera di Simone (vv. 29-31); la sera, dopo il tramonto del sole, guarisce molti malati (vv. 32-34); il mattino seguente si porta a pregare in un «luogo deserto» per prepararsi a un nuovo annuncio missionario (vv. 35-39).
Gesù ha da poco cominciato la sua missione; ora, nella casa di Pietro, compie uno dei primi miracoli, uno di quei gesti che parlano della vicinanza di Dio a chi si trova in stato di bisogno e di necessità. Il Maestro agisce nell’intimità di una casa, intimità accresciuta dal fatto che in quella casa Gesù ha scelto due figli, Pietro e Andrea. La casa di Simone è quasi la culla del Vangelo nascente, qui la buona notizia è data non solo ai dodici, che poi saranno i testimoni ufficiali, ma anche a una donna di cui poi non sappiamo più nulla e che tuttavia, per le poche cose che ci vengono dette, diventa un modello di come avviene e cosa può produrre l’incontro con Gesù.
In un ambiente e per una mentalità che considerava la malattia come «segno» e conseguenza del peccato (cfr. Gv 9,2), la guarigione istantanea della suocera di Pietro (vv. 30-31) acquista il significato evidente di una vittoria sul potere della morte e del peccato; è quindi una nuova rivelazione del potere divino di Gesù e della sua misericordia per i peccatori.
Marco oppone alla sinagoga, da cui Gesù è appena uscito, la casa di Pietro, immagine visibile della Chiesa, della comunità cristiana. Nella Chiesa il credente può sempre, e nuovamente, entrare in contatto con la potenza guaritrice di Gesù. La sua parola e i gesti sacramentali rendono sempre attuale la forza risanatrice della mano di Gesù.
Importanti sono anche gli altri due brevi segmenti del racconto: le guarigioni (vv. 32-34) e la preghiera di Gesù (vv. 35-38). La gente non ha potuto condurre a Gesù i malati durante il sabato, a motivo del riposo, ma a sera, quando il riposo è finito, quella piccola piazza davanti alla casa di Simone si riempie di poveri che chiedono guarigione e aiuto. È l’intera città che, secondo Marco, si raduna davanti alla porta, una città che si presenta con i suoi malati a testimoniare la drammaticità dell’esistenza quotidiana; è evidente l’intenzione polemica nei confronti di una concezione legalistica del sabato, per la quale un’istituzione che prefigura il riposo e la pace alla quale Dio chiama l’uomo impedisce ai malati di accostarsi a Gesù, l’inviato di Dio. La legge di Dio non può essere intesa come una oppressione che mantiene l’uomo nella sua miseria. Dio ha il volto di Gesù che va incontro a quell’umanità infelice.
Infine, la preghiera solitaria di Gesù, al mattino presto, richiama l’atteggiamento del pio israelita che, fedele all’insegnamento biblico, prolunga la sua preghiera tutta la notte (Sal 16,7-8; 134,1) e desidera essere in preghiera al sopraggiungere del nuovo giorno (Sal 57,9: «Svegliati, mio cuore, voglio svegliare l’aurora»). Nel contesto in cui Marco la rievoca, la preghiera di Gesù ha anche un chiaro valore di contestazione: mentre Pietro, e gli altri che lo cercano, vogliono mettere Gesù al servizio dei loro piani di gloria, Gesù ritrova ogni volta nella preghiera il vero orientamento della sua vita. Lo si vede dalla risposta che dà ai discepoli: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (v. 38), espressione, quest’ultima, che fa chiaramente riferimento alla missione che gli è stata affidata e alla quale deve obbedire. Sta qui una delle ragioni del fascino di questo brano: un Gesù sempre in attività, ma che si ferma per chi ha veramente bisogno di lui. Egli ha fretta, ma ha anche tempo per gli uomini. È l’urgenza del Regno, che vince la fretta dell’inquietudine, ma rende disponibili di fronte alle povertà del prossimo.
PREGHIERA - La tua giornata a Cafarnao, Gesù, ci mostra qual è l’anima segreta della tua missione. Tu non sei venuto a compiere un viaggio frettoloso in mezzo a noi, ma per condividere da vero fratello la nostra condizione di uomini segnati dalla fragilità, sottomessi al peccato, prigionieri della sofferenza, umiliati da fardelli troppo pesanti.
Tu sei venuto per strapparci a tutto ciò che deturpa e devasta la nostra esistenza e per farci assaporare la dignità e la grandezza di una nuova identità, quella di figli oggetto di una bontà e di una misericordia sconfinate, quella di fratelli chiamati alla generosità e al perdono.
Ecco perché nella dura lotta che ingaggi contro il male tu hai bisogno più che mai di tener costantemente desta la tua relazione con il Padre. È il suo amore, infatti, a muovere ogni tuo gesto, ad ispirare ogni tua parola. È il suo disegno di salvezza che tu vuoi portare a compimento. È il suo volto che desideri rivelare ad ognuno di noi.

330 - LA POSSESSIONE DIABOLICA

Per una pausa spirituale durante la IVª Settimana del Tempo ordinario

La possessione diabolica è una delle esperienze che vanno affrontate da più angolature. Di essa, in particolare, si sono interessate l’azione pastorale della Chiesa e, da un secolo a questa parte, pure le scienze umane, soprattutto la psicologia.
La possessione diabolica o demoniaca è il fenomeno per cui, in determinate culture e religioni, si ritiene che un organismo o uno spirito estraneo, definito come diavolo o, nella maggior parte dei casi, come demone possa prendere possesso del corpo di una persona vivente, legarsi alla sua anima e torturarla mentre è ancora in vita. La persona in questione viene definita indiavolata o indemoniata.
Il fenomeno della possessione affonda le sue radici nei testi sacri: nel Nuovo Testamento, ad esempio, vengono riportati degli episodi in cui Gesù Cristo affronta e libera alcuni indemoniati. Nella religione cattolica si assume l’idea che una persona
sia indemoniata quando:
• dimostra una forza fisica molto superiore alla sua normale capacità;
• parla lingue a lei sconosciute;
• dimostra avversione al sacro;
• passa da osservante della religione all’astensione totale;
• prevede eventi non ancora accaduti, o conosce cose che non dovrebbe conoscere.
Devono in ogni caso coesistere molti sintomi. Il maligno può impossessarsi di qualcuno attraverso tre vie principali: ferite emotive, peccato, attività occulte.
La possessione viene debellata negli ambienti religiosi mediante la pratica dell’esorcismo. A giudizio degli esorcisti, sono quattro le CAUSE per cui una persona può cadere nella possessione diabolica o in disturbi di origine malefica.
1.Può trattarsi di semplice permissione di Dio, allo scopo di dare alla persona un’occasione di purificazione e di meriti. L’hanno subìta santi come Angela da Foligno, Gemma Galgani, Giovanni Calabria. Altri sono stati vittime di disturbi malefici con percosse e cadute: Curato d’Ars e padre Pio.
2.La causa può essere data da un maleficio che si subisce: fattura, maledizione, malocchio.
3.Si espone al rischio di influenze malefiche o di possessione chi si rivolge a maghi, cartomanti, stregoni; chi partecipa a sedute spiritiche o a sette sataniche; chi si dedica all’occultismo e alla negromanzia.
4.Si può cadere in malefici per il persistere di colpe gravi e multiple. Don Gabriele Amorth, prete esorcista della diocesi di Roma, ha avuto casi di giovani dediti alla droga o colpevoli di delitti e perversioni sessuali.
Ma su quali SINTOMI ci si basa per procedere a un esorcismo? L’esorcista prende in considerazione anche le cartelle cliniche. Il sintomo più significativo è l’avversione al sacro, che si manifesta in tante forme:
1. ripugnanza alla preghiera e per tutto ciò che è benedetto, anche senza sapere che lo è;
2. reazioni violente e furiose in persona che di natura è tutt’altro, con bestemmie ed aggressioni;
3. sintomo culminante: reazioni furiose della persona se si prega su di lei o la si benedice.
A seconda della religione, l’esorcismo è praticato da un sacerdote o da un esponente o ministro della religione stessa, il quale, tramite una serie di scongiuri e preghiere, dovrebbe far sì che l’entità che tormenta la persona posseduta abbandoni il corpo della stessa. Il rituale può durare un tempo indeterminato, da alcuni giorni ad alcuni mesi o, in casi particolarissimi, anni.
L’ATTIVITÀ DI SATANA - L’opera del demonio si manifesta nelle seguenti gradazioni, in ordine crescente: tentazione, oppressione, vessazione, possessione diabolica. Queste attività possono avere vari gradi:
– Possessione di primo grado: Talvolta, misteriosamente, il demonio può invadere la psiche di un essere umano, prendendo il controllo del suo corpo e della sua intenzionalità. Il fenomeno dura finché non è annullato dall’esorcismo. In questo grado di possessione il demonio è latente, si limita ad alterare gli atteggiamenti del posseduto, le sue reazioni al sacro, gli istilla sentimenti di disperazione e depressione.
– Possessione di secondo grado: Questa possessione è più evidente: cambiamenti di voce, fenomeni preternaturali quali la glossolalia, la levitazione, la pirocinesi (potere di incendiare gli oggetti a distanza). In genere per ‘possessione diabolica’ si intende questa situazione intermedia.
– Possessione di terzo grado: A questo grado, lo spirito maligno ha preso un dominio tale della persona da alterare orribilmente persino i suoi tratti somatici (che divengono veramente raccapriccianti!), il suo odore, la temperatura. Questo è il caso più arduo; occorrono di solito numerosi esorcismi per la liberazione definitiva.
IL PUNTO DI VISTA RELIGIOSO - In tempi recenti la credenza nella possessione si è indebolita anche da parte degli stessi ambienti ecclesiastici, poiché è stato scoperto come molti presunti casi di ‘indemoniati’ debbano in realtà essere messi in relazione con malattie mentali, come la schizofrenia e alcune forme di psicosi. D’altra parte molte persone che richiedono aiuto agli esorcisti vengono da essi stessi riconosciute come bisognose non di cure spirituali, ma psichiche (vedi il libro di padre Gabriele Amorth, Confessioni di un Esorcista). Padre Gabriele Amorth afferma che una persona che pensi di essere posseduta, con ogni probabilità non è vittima del demonio ma di disturbi psichici, in quanto satana avrebbe anzitutto cura di nascondersi.
IL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO - È parere quasi comune che durante le presunte possessioni demoniache che sono state esaminate, nessuno scienziato o medico ha rilevato attività paranormali, mentre è sempre stato accertato che si trattava di malattie psichiatriche. Ciò, tuttavia, non esaurisce tutti i fenomeni. È importante notare che, nei casi di malattie mentali, il fenomeno si esprime secondo le regole della propria cultura, perciò si ritiene che l’interpretazione di esso come possessione sia solo la conseguenza della credenza religiosa.
Il fenomeno della possessione si ha quando l’entità disturbante prende totalmente il controllo dell’individuo, sostituendosi a lui nella mente e nel corpo. In tal caso, l’entità annulla la volontà dell’individuo e il corpo di questi diventa una sorta di burattino soggiogato dalla volontà dell’entità. In queste condizioni l’entità può far compiere al corpo del posseduto atti e azioni le quali, in circostanze normali, sarebbero impossibili: contorsioni muscolo-scheletriche estreme, manifestazione di conoscenze di lingue straniere o antichissime del quale il soggetto ignora l’esistenza, personalità multiple, forza sovraumana, telepatia, chiaroveggenza, telecinesi, psicocinesi, rigurgito di fluidi vitali (sangue) o di corpi estranei all’organismo (chiodi, pezzi di vetro, pezzi di metallo arrugginito, capelli, peli animali o umani, ecc).
Oggi, grazie soprattutto allo studio delle malattie mentali condotto con criteri scientifici, i casi di possessione sono molto più rari. Ci sono però alcune patologie molto vicine e collegate alla possessione. La prima è la schizofrenia. Il termine comprende attualmente un numero vario di sottotipi di disordini mentali, ognuno dei quali caratterizzato da sintomi e prognosi ben definiti e distinti. In generale, si tratta di un disordine psicotico che altera profondamente il comportamento e la cognizione, in particolar modo la modalità in cui prende forma il pensiero
In genere per tutti questi fenomeni esiste una spiegazione scientifica e razionale; tuttavia, ci sono dei casi davanti ai quali la scienza ufficiale si è dovuta fermare e farsi da parte. In questi casi, alla scienza è subentrata la religione che, nel corso degli anni, ha messo a punto un rituale specifico atto a scacciare i demoni che posseggono e controllano la persona. Questo rituale è conosciuto in tutte le religioni esistenti con il nome di ‘esorcismo’.
Di fronte al fenomeno della possessione diabolica occorre perciò procedere con molta oculatezza e discernimento. Da parte dell’approccio scientifico e di quello religioso serve non preclusione, ma inclusione. Una collaborazione oculata consente un miglior servizio per le persone afflitte da tali sofferenze.

sabato 28 gennaio 2012

329 - STUPITI DEL SUO INSEGNAMENTO - 29 Gennaio 2012 – IVª Domenica ordinaria

(Deuteronomio 18,15-20 1ª Corinti 7,32-35 Marco 1,21-28)

Lo stupore è l’origine della conoscenza. I discepoli che si stupiscono dell’insegnamento di Gesù conoscono la sua novità: egli insegna con un’autorità nuova, la sua parola è nuova perché realizza ciò che dice. Di fronte al vuoto delle nostre parole, delle troppe parole umane dette a vanvera, questa parola efficace manifesta la serietà della presenza di Dio nella nostra storia.
LA VERA LIBERTÀ: QUELLA INTERIORE. La pagina evangelica che oggi meditiamo ci assicura che la verità libera dal male. Forse a orecchi assuefatti a parole di circostanza, a frasi scontate, a slogan ripetitivi, la parola di Gesù suona come una dolce, morbida melodia che suscita stupore e gratitudine, fascino e simpatia, consenso e condivisione. Eppure il vangelo registra una opposizione ruvida e accanita a questa libertà che dilaga con la Verità. C’è un nemico che si infuria, inveisce e lotta strenuamente perché la Verità non si imponga e liberi l’uomo. Ciò che Marco, nel linguaggio della sua epoca, ci narra come una situazione di possessione demoniaca, oggi lo vediamo con i nostri occhi sotto altre forme, magari più subdole e meno appariscenti. Ciò non toglie, anzi ‘intensifica’ la sfida che consiste nel combattere il male, soprattutto prevenendolo. La migliore prevenzione ogni battezzato e ogni comunità cristiana la fa educando a quella «vita buona secondo il vangelo» che i nostri vescovi ci hanno chiesto di fissare come obiettivo di questo decennio pastorale. Il brano evangelico di oggi ci assicura che si tratta di una trincea impegnativa, di una guerra perennemente dichiarata, ma ci assicura che, se alcune battaglie potremo perderle, la guerra sarà certamente vinta, e non dalle nostre astuzie o dalle tattiche belliche, ma dalla potenza di verità e di amore di Gesù Cristo, il vero amico dell’uomo.
DEDICARSI A CRISTO, dunque, non significa rinnegare l’essere umano e la sua libertà, ma comporta – come afferma Gaudium et spes 17 – che «l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà. I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male. La vera libertà, invece, è nell’uomo un segno privilegiato dell’immagine divina». In questa luce, forse, comprendiamo meglio anche le parole dell’apostolo Paolo, che non ci insegnano a disprezzare le realtà create (le quali sono sempre e comunque dono di Dio), ma a viverle in una visione globale, alla luce di Dio, e a trovare in qualsiasi aspetto o scelta della vita l’ordine giusto delle cose, le priorità dei valori, la giusta gerarchia che ci consente di salire sempre più a quella vetta di umanità che Cristo ci ha esemplificato e a quella dignità che si riassume in un progetto di vita ambizioso: dedicarsi a Cristo per dedicarsi come Cristo.
PREGHIERA - Non mancano le esperienze oscure in cui entriamo liberamente, un po’ per curiosità e un po’ per scelta, sicuri di poterle gestire e di uscirne quando e come vorremo. E invece, Gesù, finiamo per saggiare le conseguenze dolorose dei nostri sbagli: credevamo di possedere istanti esaltanti, un’ebbrezza magica e finiamo con l’essere posseduti da voglie insane, da bramosie senza limiti, posseduti dalle cose accumulate senza ritegno, posseduti da piaceri a cui non mettiamo argini, posseduti dal male compiuto impunemente, sporcati, resi impuri fin nel profondo dell’anima.
Solo tu, Signore Gesù, puoi strapparci alle catene costruite con le nostre mani. Solo tu puoi riportarci sui sentieri abbandonati con superbia ed arroganza, illusi di poter farcela da soli. Solo tu puoi donarci di nuovo una pace da tempo sconosciuta.
La tua parola ci regala uno sguardo limpido e un cuore retto. Il tuo amore ridesta la nostalgia di un’autentica libertà.

mercoledì 25 gennaio 2012

328 - LA PERCEZIONE DEL TEMPO OGGI

Per una pausa spirituale durante la IIIª Settimana del Tempo ordinario

Il tempo si spiega solo per mezzo del tempo. Sembra impossibile dire che cosa esso sia senza fare uso di una serie di termini (mobilità, continuità, vicende, successione, evoluzione, illimitato, svolgimento, durata, azione...) che ne presuppongono la conoscenza o almeno l’esperienza.
Platone, nella sua prospettiva idealista per cui ciò che cambia è effimero e inferiore, definisce il tempo «l’immagine mobile dell’eternità». Aristotele lo considera invece la misura del movimento articolata secondo il ‘prima’ e il ‘poi’, e così afferma che lo spazio è necessario per definire il tempo: solo Dio, motore immobile, è eterno, cioè fuori del tempo. Einstein lo considerava la quarta dimensione, dopo altezza, larghezza e profondità; oggi anche le neuroscienze cercano di trovarne una possibile definizione sulla base di dati oggettivi, dei processi cerebrali, degli effetti sul comportamento.
La nostra vita è strutturata temporalmente, distesa, talvolta letteralmente portata via nel fluire inquieto del tempo, tanto che riflettere sul senso del tempo non è distinguibile dal riflettere sul senso stesso della vita. Non possiamo fare a meno del tempo, non possiamo uscirne, è quasi impossibile ignorarlo; e tuttavia spesso ci si chiede se esista davvero o se sia solo una sovrastruttura culturale, insomma una creazione degli esseri umani. Dice Agostino nelle Confessiones che il tempo, come l’universo, è stato creato da Dio e riguarda l’uomo, ma ovviamente ciò non basta a definirlo, la sua intima natura resta misteriosa, anche se l’uomo lo sente così inseparabile dal proprio vivere, così familiare: «Se non mi chiedi che cosa sia il tempo lo so; ma se me lo chiedi, non lo so».
Siamo così ‘nel tempo’ per costituzione che forse senza di esso non potremmo più conservare la nostra autocoscienza, la nostra individualità; non potremmo pensare né avere rapporti con gli altri, perché anche la nostra capacità di amare è strutturata nel tempo. Senza le coordinate fondamentali di spazio e tempo noi non sappiamo più parlare né pensare né vivere, forse nemmeno sentire.
E questo farebbe pensare talvolta che anche oltre il tempo nostro qualcosa della nostra temporalità debba essere preservato. Cioè che un qualche divenire nel tempo non possa restare estraneo neppure alla Vita eterna. Certo è che l’immobilità nello spazio e nel tempo che connotava la concezione tradizionale del paradiso non ha aiutato a elaborare una spiritualità cristiana in prospettiva escatologica.
In qualche momento perfetto abbiamo un senso intensificato di noi stessi, degli altri, forse della bellezza del mondo della natura, e allora, come si dice, desidereremmo che il tempo si fermasse. Anche per chi giunge ad averne l’esperienza, la felicità è fatta di momenti: è difficile distenderla nel tempo. Anzi la percezione del tempo che passa può gettare un’ombra sui nostri momenti di gioia, come se portasse con sé il pensiero dell’impossibilità di conservare un momento perfetto (etimologicamente perfetto significa ‘compiuto’: dunque, in un certo senso, come uscito dal tempo, fuori dalla nostra esperienza…). Addirittura, mentre si è ancora nel momento felice, sembra di essere già proiettati in un futuro in cui questo ‘adesso’ sarà ricordo o rimpianto.
In questo senso il tempo, senza cui non solo non potremmo vivere, ma nemmeno pensare la vita, può apparire come un limite alla pienezza umana e alla felicità possibile. Così Orazio in una delle sue odi più famose anche per la fascinosa brevità, esorta a «tagliare via la speranza a lungo termine» dallo spazio della vita che forse sarà breve, forse no, comunque non possiamo esserne sicuri. Quindi, carpe diem! Noi di solito lo traduciamo un po’ liberamente «cogli l’attimo», perché per noi il giorno è già un intervallo di tempo un po’ troppo lungo per poter essere vissuto in pienezza. L’idea del carpe diem ha un suo fascino anche al di fuori della prospettiva epicurea di Orazio, se intesa come invito a caricare di senso ogni momento della vita, a viverlo più intensamente; recepita da una personalità più debole e poco strutturata, può anche indurre a sbriciolare l’esperienza umana senza ricavarne senso né frutto.
Anche ammettendo che questa vita fatta di attimi intensi – ma può davvero ogni attimo essere intenso? – possa essere considerata appagante, sembra priva di un filo conduttore che leghi insieme questi attimi in un tutto coerente; resta una serie di attimi, ma impedisce di vivere la propria esistenza come storia ricca di senso; soprattutto impedisce di pensare una conclusione che sia il vertice di questa storia e ne sveli il senso implicito. In realtà l’essere umano non può fare a meno della speranza a lungo termine, anche se di solito la ignora anche solo come esigenza.
Ma se non può appagarci in pieno l’idea epicurea di Orazio nonostante il suo fascino, nemmeno quella stoica di Seneca, nonostante la sua nobiltà e ragionevolezza, risponde ai nostri bisogni più profondi. Seneca, nel De brevitate vitae e nelle Lettere a Lucilio, disapprova gli atteggiamenti correnti a riguardo della fugacità del tempo e della brevità della vita umana, osservando che la vita non sarebbe poi così breve se non fosse in gran parte sprecata; non dipende da noi aggiungere anni o mesi alla nostra vita, ma dipende da noi usare bene del tempo che ci è dato. Stigmatizza con preoccupazione il nostro perdere tempo, rinviare, lasciar scorrere la vita senza frutto. E di sicuro vi è molta verità nella sua osservazione secondo cui «certi spazi di tempo ci vengono rubati, altri sottratti senza che ce ne accorgiamo, altri ci scorrono via inavvertiti…». Non possiamo fare a meno di rilevare che anche la soluzione di Seneca è sulla linea dell’efficientismo, sia pure nobile e rivolto alla cura dell’interiorità; non appaga fino in fondo lo spirito, non sembra guardare alla vita umana come storia.
È vero che la maggior parte del nostro tempo sembra talvolta un tempo di attesa vuota e ansiosa, di passaggio inevitabile o di preparazione – ‘tecnica’, in prosa – a una vita vera, importante, che però rimane sempre in arrivo e quando arriva non sempre viene riconosciuta, perché si configura già come passaggio a un’altra fase. Il tempo scorre. Anzi, nonostante la lentezza disperante di certi particolari momenti che tutti conosciamo, fugge: «fugit irreparabile tempus». «La vita fugge e non s’arresta un’ora / e la morte vien dietro a gran giornate/ e le cose presenti, e le passate / mi danno guerra, e le future ancora», dice Petrarca in un suo sonetto agitato e struggente.
Sommando il tempo di passaggio, il tempo che abbiamo chiamato ‘in prosa’ e infine quello dell’indispensabile sonno – quasi sempre un po’ meno del necessario –, si resta sospesi e sgomenti al pensiero di quanto poco tempo resta per vivere davvero, per crescere, per scoprire, per amare e anche (possibilmente) per sentirsi felici. È possibile vivere nel tempo senza essere imprigionati in schemi e parcellizzazioni senza senso, oppure imprigionati nella quotidianità fino a sentirsi deprivati di sé, del proprio vivere? Guardandoci intorno abbiamo l’impressione che oggi la percezione del tempo sia nello stesso tempo sminuzzata e immobile.
E non ci è di molto aiuto l’abituale distinzione fra tempo fisico, misurabile, e tempo soggettivo o fenomenico o psicologico. Di solito il bambino piccolo non ha la percezione chiara del tempo: al più una percezione relativa, del tipo «è mattina – è sera». Impara più tardi a distinguere le stagioni, solo più tardi – ma forse allora già non è più bambino – acquisisce la consapevolezza del passato in quanto passato, di un tempo che non torna. I giovanissimi hanno di solito l’impressione che il tempo scorra troppo lentamente perché hanno fretta di crescere, di conquistare autonomia; gli adulti lo sentono scorrere troppo in fretta non solo perché avvertono il disagio dell’età che avanza, la stranezza di ritrovarsi talvolta più vecchi anagraficamente di quanto interiormente si sentono, più vicini alla morte…
La percezione, la coscienza del tempo che si vive non procede sempre secondo orologi e calendari, ma può anche essere in contrasto con le misurazioni oggettive del tempo. Nel nostro mondo di «adulti attivi e impegnati» (ma è una situazione che sempre più coinvolge anche i ragazzi, presi da tanti impegni quotidiani e pressati da obblighi tipo quelli scolastici, non sempre ignorabili; e anche tanti anziani, sempre più attivi fino a un’età avanzata) predomina la sensazione di non poter essere veramente padroni del proprio tempo, che le giornate volino via senza essere state veramente vissute, ma solo sfiorate superficialmente, correndo da un impegno a un altro, correndo sempre senza arrivare realmente da nessuna parte.
Il presente è l’unico tempo veramente ‘nostro’: sia perché è l’unico su cui possiamo influire, sia perché è l’unico che riusciamo realmente a percepire. Possiamo pensare anche il passato, per mezzo della memoria, e il futuro, per mezzo dell’immaginazione; ma il passato è sempre filtrato dalla sensibilità e dai bisogni del presente, e con gli strumenti del presente viene immaginato il futuro. È importante essere consapevoli di questo, perché l’inevitabile schema di passato-futuro non sia per il nostro spirito una prigione, ma un’ispirazione: un ‘più’ e non un ‘meno’ di vita qui e ora.
Il tempo è anche una responsabilità che ci interpella come persone e come credenti; è un luogo teologico, perché è nel fluire feriale del krónos che ci viene incontro, non sempre folgorante o immediatamente riconoscibile, il kairós del nuovo di Dio.

sabato 21 gennaio 2012

327 - IL REGNO SI FA CHIAMATA - 22 Gennaio 2012 – IIIª Domenica ordinaria

(Giona 3,1-5.10 1ª Corinti 7,29-31 Marco 1,14-20)

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (v. 15). Sono le prime parole di Gesù nel vangelo di Marco e può essere considerata la sintesi del Vangelo. Il tempo dell’attesa è compiuto, è arrivato il momento decisivo: Dio inaugura il regno, si fa presente nella storia dell’uomo per liberarlo e salvarlo. Cosa intendeva dire Gesù con l’espressione: «Il regno di Dio è vicino»? La prima impressione è che si tratti di una vicinanza di tempo: oggi, domani, tra pochissimo. Come quando si dice che la primavera è vicina: una vicinanza inevitabile, basta aspettare. Gesù però, con l’avverbio «vicino», voleva dire «possibile subito». Questo è importante: un frutto pende a un metro da me, mi basta un piccolo movimento per prenderlo e mangiarlo. Mi è vicino dal punto di vista dello spazio, ma non è questa vicinanza che me lo fa cadere in bocca. È il mio gesto di impossessarmene. Se non compio questo gesto, il frutto penderà e resterà là, come se fosse lontanissimo da me o addirittura inesistente. Il regno di Dio è già presente in mezzo a noi, è Gesù stesso, basta fargli spazio, farlo entrare nella nostra vita. Il regno di Dio può essere vicino o lontano, tutto dipende da noi, dalla nostra decisione. Per entrare nel regno è necessario convertirsi e credere al vangelo. ‘Convertirsi’ significa fare spazio a Dio e ai suoi progetti, abbandonare un modo di pensare e di agire non conforme alla sua parola. ‘Credere’ significa accogliere e aderire alla persona e all’azione di Gesù, inviato da Dio per annunciare e offrire il perdono, la riconciliazione, la pace e la salvezza; significa aprirsi con fiducia a Gesù e al suo annuncio, mettendo lui a fondamento della propria esistenza. «Convertitevi e credete» non indica un atto momentaneo, transitorio, ma un comportamento costante e continuativo, significa: perseverate nella conversione e nella fede.
La sintesi del messaggio di Gesù è seguita dalla chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (vv. 16-20). Gesù è la figura dominante, il protagonista assoluto, il soggetto dei verbi principali: «vedere, dire, chiamare». Tutto è messo in movimento dalla sua parola autorevole. Non sono i quattro fratelli che scelgono Gesù, ma è Gesù che li sceglie. I discepoli non si presentano di propria iniziativa a Gesù, non fanno domanda per partecipare alla sua opera. D’altra parte Gesù non li assume come collaboratori, con stipendio e vacanze assicurate. Gesù li chiama. La sua chiamata è esigente, ma è anche tale da dare pienezza di senso alla loro vita.
I primi quattro discepoli vengono chiamati mentre stanno svolgendo il loro lavoro: «Passando lungo il mare di Galilea vide Simone e Andrea mentre gettavano le reti» (v. 16). Sembra un’annotazione accidentale, invece è molto significativa. Gesù fa la sua proposta a partire da ciò che stanno facendo e propone loro di lasciare quel che stanno facendo: «Vi farò diventare pescatori di uomini» (v. 17). La promessa è formulata al futuro («Vi farò diventare»), cioè vocazione e missione non avvengono nello stesso momento, la missione si sviluppa solo dal discepolato, dalla consuetudine di vita e dalla familiarità con Gesù.
L’immagine della pesca, di per sé, non è un’immagine di salvezza; infatti, essere presi nella rete non è un fatto positivo. Ma Gesù usa questa immagine in maniera nuova. Le acque profonde del mare sono simbolo di morte, quindi, applicata agli uomini, la pesca, il prendere nella rete, diventa immagine di riunificazione degli uomini per sottrarli alla morte, per salvarli. La sua chiamata è un invito a prendersi cura degli uomini per far loro conoscere la salvezza e renderli partecipi di essa.
La risposta dei primi discepoli diventa modello esemplare di ogni risposta: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono» (v. 18); «Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui» (v. 20). Comincia l’impegno su un altro fronte, che li porterà a lasciare il lago, la terra, il padre... Quello che è fortemente evidenziato è il seguire Gesù, nella sua stessa missione di annunciare il vangelo agli uomini, ovunque si trovino.
PREGHIERA - Il tuo non è un messaggio qualsiasi. Ogni giorno veniamo bombardati da parole accompagnate da immagini seducenti che si propongono di piegarci a qualche scopo preciso. Vogliono catturare il nostro consenso per costruire il potere di qualcuno o raggiungere il nostro portafoglio per accaparrarsi il denaro che abbiamo. Talvolta si tratta di idee luccicanti lanciate in modo sofisticato per guadagnare seguaci a questo o quel sistema.
Tu ci porti un “Vangelo”, una buona notizia, che può realmente trasformare la nostra esistenza. Ci riveli che Dio è all’opera, agisce in mezzo a noi e offre a tutti la possibilità di una pienezza e di una gioia sconosciute. Non c’è nulla che possa fermarlo, nessuno che possa impedire il realizzarsi dei suoi progetti. Ma egli vuole fare appello alla nostra libertà, alla nostra decisione.
Niente sarà più come prima, Gesù, se accetteremo di metterci nelle tue mani, tu però non ci proponi un’esperienza passeggera, non ti accontenti dello slancio di un momento. Solo se siamo pronti a lasciare tutto per te assaporeremo il gusto di un mondo nuovo.

326 - È POSSIBILE TRASMETTERE L’ESPERIENZA DELLA FEDE?

Per una pausa spirituale durante la IIª Settimana del Tempo ordinario

A dir la verità, la domanda non solo suona un po’ strana, ma la risposta sembra anche altrettanto ovvia, visto che da secoli «si trasmette la fede cristiana». Eppure la questione non è così banale. Infatti, se la fede fosse una questione di ‘contenuti’ da credere (come un libro, un catechismo o la stessa Scrittura) o di azioni da tramandare (come celebrare un sacramento o come vivere nella propria vita alcune indicazioni del vangelo), allora è facile trasmetterla: basta far arrivare dal passato queste ‘cose’ e questi ‘insegnamenti’ in modo da renderli accessibili anche all’oggi e favorire così la decisione delle persone. Ma se la fede è una scelta di libertà per una persona amata, una decisione di vita, prima e ancor più che una questione di ‘cose’ e di ‘insegnamenti’, come è possibile trasmetterla ad un altro? È mai possibile trasmettere una realtà così personale?
La questione, dunque, è degna di essere pensata, perché qui non è solo in gioco la necessità di essere dei credenti che trasmettono non solo a parole ma con i fatti la loro fede, bensì è in gioco il cuore stesso della fede cristiana.
Spieghiamoci. L’esperienza di vita pastorale e catechistica insegna che non è sufficiente semplicemente enunciare i ‘contenuti’ del credere, perché solo dentro una buona testimonianza quegli stessi contenuti possono diventare un’occasione seria per l’interlocutore di incontrare Gesù. Per dirla con la famosa affermazione di papa Paolo VI: «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri… o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi [1975], n. 41). Questa dimensione rimane vera, ma rimane vera per tutte le realtà, non solo per il cristianesimo: l’uomo (non solo d’oggi) cerca nella testimonianza di vita una verifica della credibilità delle parole annunciate con le labbra, per lo meno di quelle che riguardano il senso del vivere (l’esempio, banale, ma spesso ripetuto: come può un figlio ‘credere’, ascoltare un genitore fumatore che gli dice che non deve fumare perché il fumo fa male?).
Ma la questione in gioco con la ‘trasmissione della fede’ è ancor più radicale e investe la singolarità del cristianesimo, che a differenza delle altre grandi religioni monoteistiche, non è una ‘religione del Libro’ (come l’ebraismo e l’islam), bensì la ‘religione della Persona’, cioè di Gesù. Se per trasmettere l’ebraismo e l’islam è sufficiente che almeno il Libro sacro venga trasmesso, per il cristianesimo no: anche se mi fosse trasmesso il vangelo, ma non la persona di Gesù, il compito della trasmissione della fede non sarebbe assolto, perché credere è sempre un incontrare personalmente Gesù presente. Ma come è possibile ‘trasmettere Gesù’? Si può ‘trasmettere’ una persona?
Al tempo della vita terrena di Gesù, raccontataci dal vangelo di Giovanni di oggi, fare tale esperienza era abbastanza facile: a chi cercava di sapere dove «dimorasse» (v. 38) il Maestro, Gesù stesso rispondeva dicendo della necessità di andare con lui e di «vedere» con i propri occhi (v. 39). E i discepoli «andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui» (v. 39). Così, avendo «trovato il Messia» (v. 41), è facile per loro ‘trasmettere’ questo incontro, «conducendo» direttamente da Gesù (v. 42) chi fosse interessato all’incontro. Ma oggi? Come è possibile ‘trasmettere’ Gesù? Come è possibile condurre all’incontro personale proprio con il Maestro, con la sua persona e non solo con i suoi insegnamenti o le sue idee?
Qui ci vengono in aiuto alcune affermazioni del concilio Vaticano II, il quale ha parlato della Chiesa, che «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento» della presenza di Dio nel mondo (Lumen gentium, n. 1). Il «segno» e lo «strumento», che permette l’incontro reale con Gesù Vivente oggi, è la comunità dei credenti che vive della presenza di Gesù. Come ogni sacramento ha bisogno di una ‘materia’ per far agire la grazia (il pane per l’eucaristia, l’acqua per il battesimo, ecc.), così Gesù ha bisogno della ‘materia’ (passi l’espressione) ‘Chiesa’ per rendersi presente nel mondo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Ecco dov’è, oggi, la «dimora», il luogo in cui è possibile incontrare il Maestro: Egli vive dentro la vita di chiunque possa dire: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
La necessità della Chiesa (che è diversa da qualsiasi altro tipo di comunità sia sociale sia religiosa), dunque, deriva direttamente dal fatto che il cristianesimo è incontrare personalmente Gesù. Proprio perché la ‘verità’ che deve essere trasmessa non è semplicemente un’idea, una ‘cosa’ (un ‘contenuto’), ma una ‘vita’, una persona, la ‘via’ che la rende accessibile è data non da un libro, ma da una comunità di persone (la Chiesa) che, vivendo di quella verità-vita, la rendono presente. Per questo è decisivo domandarsi, dalla fede delle nostre comunità, dall’insieme della vita delle nostre comunità, quale immagine di Gesù si stia trasmettendo: Chi incontra le nostre comunità, incontra davvero Gesù? Chi vede le nostre comunità che immagine, che idea può farsi del Dio di Gesù?

sabato 14 gennaio 2012

325 - LA FEDE: INCO0NTRARE CRISTO - 15 Gennaio 2012 – IIª Domenica ordinaria

(1° Samuele 3,3b-10.19 1ª Corinti 6,13-15.17-20 Giovanni 1,35-42)

La radice cristiana della nostra esistenza, ciò che le dà fondamento, è l’incontro con Gesù: essere cristiani non significa aderire a una dottrina, ma incontrare la sua persona. Egli ci trasmette la volontà di Dio: la nostra salvezza! Seguire Gesù, perciò, non è un fatto privato, impegna a costruire il corpo della Chiesa, la famiglia di Dio come segno di salvezza nel e per il mondo.
Il cristianesimo non è una «religione del Libro», ma l’incontro con la stessa persona di Gesù, riconosciuto come il Vivente e presente nella storia dell’umanità. Segno e strumento, che permette l’incontro reale con Gesù vivente oggi, è la comunità dei credenti che vive della presenza di Gesù. Per questo l’ascolto della sua Parola e la disponibilità all’esperienza di comunione sono la condizione per seguirlo. La sua chiamata è personale, ma coinvolge con altri e, idealmente, con tutta la terra, nella reciproca responsabilità e nella lode riconoscente a Dio.
L’evangelista Giovanni nel brano di oggi descrive un passaggio di consegne, racconta la fine di un discepolato e l’inizio di un altro. Il vecchio maestro indica ai discepoli il nuovo maestro: Gesù. Questa pagina fotografa uno sguardo e raccoglie alcune parole importanti pronunciate dal Battista: «Ecco l’agnello di Dio!» (v. 36). Per i due discepoli è stato sufficiente fissare gli occhi rapiti del loro primo maestro e dare credito a queste parole per intraprendere un nuovo cammino. Tra sguardi che si incrociano e parole decisive finisce una storia e ne inizia un’altra. Gesù «passava» (v. 36). Non sappiamo né da dove, né verso dove. Non abbiamo alcuna indicazione di luogo. Sappiamo soltanto che Gesù in quel momento «passava». L’espressione ha tutta l’aria di volerci dire qualcosa di più. Essa descrive l’eterno movimento di Gesù che desidera raggiungere ed entrare nella vita dell’uomo: non c’è vita in cui Gesù non passi, non c’è storia che Gesù non tocchi. Il suo discreto procedere ai margini della nostra vita chiede la risposta della libertà, chiede quell’affidamento rischioso che è la sequela. I due discepoli raccolgono l’appello verbale del Battista e quello silenzioso di Gesù che, semplicemente, passa.
Il primo atto di questo affidamento è rappresentato dal «seguire» Gesù. I due discepoli seguono l’uomo indicato da Giovanni senza conoscerlo. Camminano dietro a lui senza condividere null’altro se non la strada che stanno facendo. Seguono Gesù sullo slancio infuso loro dal Battista, un Gesù ancora muto e anonimo.
Il secondo atto di questo racconto è costituito dalla domanda di Gesù: «Che cosa cercate?» (v. 38). Sono le prime parole di Gesù nel quarto vangelo. Questa domanda è ben più che un atto di cortesia di Gesù verso questi due sconosciuti che lo seguono, è una specie di macigno gettato nel mare della nostra presunta tranquillità. Ogni uomo ha mille risposte per questa domanda, e allo stesso tempo sa che nessuna è quella davvero giusta. Ogni uomo sa che sta cercando. La domanda di Gesù mette i due discepoli, e tutti noi, in contatto con il dinamismo del desiderio umano. Prenderne coscienza è il primo passo verso Dio.
Il terzo atto del racconto è un’altra domanda con cui i due rispondono a Gesù: «Rabbì, dove dimori?» (v. 38). In questa domanda ne è nascosta un’altra molto più profonda. I due hanno chiesto a Gesù di manifestare la sua identità. La replica di Gesù costituisce l’essenza del cristianesimo: «Venite e vedrete» (v. 39). È l’invito ad un’esperienza che ognuno deve compiere in prima persona. Non sono ammesse deleghe, nessuno la può vivere al posto di un altro. «Andarono e videro»: questa esperienza è la radice di tutte le successive, è la radice di quella conoscenza del maestro che fece scrivere all’evangelista l’indimenticabile frase del prologo: «Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (1,14). In quel pomeriggio, i due discepoli iniziarono ad intuire il mistero del «Verbo fatto carne». «E videro dove abitava e rimasero con lui» (v. 39): il verbo «rimanere» è quello che per eccellenza caratterizza il discepolato nel quarto vangelo. È il termine che domina il capitolo 15, nel quale Gesù, «vera vite», esorta i suoi discepoli a rimanere in lui, a restare nel suo amore. Non sappiamo che cosa Gesù disse e fece in quel pomeriggio. Sappiamo solo che, dall’esperienza che fecero con Gesù, nacque nei due discepoli la certezza di avere trovato quello che cercavano. La loro ricerca poteva dirsi conclusa. Andrea, uscito da quell’incontro, trovò suo fratello Simone e con entusiasmo gli annunciò: «Abbiamo trovato il Messia» (v. 41). Chi ha incontrato Cristo, e si è fatto discepolo, diventa uno che a sua volta invita altri a partecipare a questa importante scoperta.
PREGHIERA - È Giovanni il Battista, Gesù, a fornire l’indicazione attesa perché è lui che riconosce in te «l’agnello di Dio». Ed è sulla sua parola che i due discepoli si mettono per strada e ti seguono. La storia della fede comincia proprio così: muovendo i nostri passi sulle tue orme, accettando di venirti dietro, mossi da un desiderio importante, quello di conoscerti e di stare con te.
No, non c’è nulla di magico, di istantaneo. Una relazione non si improvvisa: ci vuole tempo se si vuole entrare nel mistero di una persona e poi bisogna essere pronti ad accogliere un dono insperato.
Le domande, a questo punto, si incrociano tra loro. Tu ti accorgi quando qualcuno vuole veramente incontrarti ed è disposto a lasciare ogni cosa pur di trovare il tesoro più prezioso. Sì, perché sei proprio tu il destinatario della nostra attesa, tu il Maestro che pronuncia parole che scandagliano l’esistenza, tu la Guida che conduce per sentieri sconosciuti, tu il Messia, l’Inviato di Dio, capace di trasformare la vita facendoci partecipare all’avventura del Regno.

324 - INCARNAZIONE E MISSIONE

Per una pausa spirituale a metà settimana della Festa del Battesimo di Gesù

C’è una buona notizia da portare a tutti, una parola che diventa realtà di gioia e di liberazione per tutti coloro che l’accolgono con cuore sincero. C’è un’umanità dolente, provata dal male, dal peccato, dalla sofferenza che attende l’Inviato di Dio per essere liberata e generata ad una speranza nuova. È a questa gente che Gesù si mescola. Vanno da Giovanni il Battista. Vanno a compiere un gesto di conversione, di cambiamento, per andare incontro a Colui che viene nel nome di Dio. Anche Gesù riceve quel battesimo, lui che non ha commesso peccato. Anche Gesù condivide questa preparazione, questo entusiasmo, questa decisione di volgersi verso Dio.
In fondo non è venuto per coloro che si ritengono giusti e non hanno nulla da rimproverarsi. Non è stato mandato a chi è gonfio d’orgoglio, cosciente dei suoi meriti davanti a Dio, ma proprio ai peccatori, alla gente che si è sporcata di cattiveria e di infedeltà, ma ora ha voglia, una voglia intensa, del nuovo, di un profumo di pulito che solo Dio può regalarle. Saranno loro i primi destinatari della sua parola. Per loro affronterà i rimproveri e le critiche dei benpensanti. Per difendersi arriverà ad esporre mortalmente se stesso. In quell’inizio, al fiume Giordano, c’è già il senso di tutto ciò che sta per accadere.
E così il suo battesimo diventa una ‘manifestazione’. I cieli si aprono perché ora non c’è più nessuna separazione tra Dio e l’umanità, dal momento che il suo Figlio è diventato anch’esso un uomo. Lo Spirito discende su Gesù perché egli affronti le difficoltà e gli ostacoli che incontrerà nel suo cammino. Lo Spirito non è estraneo, ma partecipa intensamente alla sua missione. La voce del Padre riconosce in Gesù il Figlio prediletto, il dono perfetto del suo Amore fatto a tutti gli uomini.
Se non ci fosse la festa del Battesimo del Signore noi rischieremmo, molto probabilmente, di fermarci al presepio. E in un qualche modo di separare il mistero dell’Incarnazione dalla Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. Così non apparirebbe quanto è, invece, decisivo, e cioè che il Figlio di Dio si è fatto uomo perché ha una missione da compiere: salvare l’umanità. Egli dona ad ognuno misericordia e grazia attraverso un annuncio di gioia (un ‘vangelo’ per l’appunto) e gesti di liberazione e di guarigione, ma soprattutto offre se stesso, la sua stessa vita sulla croce, per amore. Il tempo del Natale non può dunque terminare senza l’evento del battesimo di Gesù. In esso appare la solidarietà del Cristo con l’umanità peccatrice, ma anche la sorgente profonda della sua azione, la comunione del tutto unica che lo lega al Padre nello Spirito.
La scena di per sé non sembra avere proprio nulla di ‘natalizio’. Non si svolge a Betlemme, ma in riva al Giordano. Non mette al centro un bambino, ma un uomo fatto, sulla trentina. Non gli pone accanto Maria e Giuseppe, i pastori e i magi, ma un profeta dallo stile inusuale e dai toni perentori. Eppure, nonostante tutto, si tratta di un racconto di ‘incarnazione’ in cui possiamo toccare con mano cosa significhi che «il Verbo si è fatto carne». Quello che abbiamo ricordato a Natale non è solo un mistero da contemplare, ma anche la strada scelta da Dio per venire incontro all’umanità, per strapparla al potere del male e per offrirle di entrare in un’alleanza d’amore che è partecipazione alla comunione trinitaria.
La scelta di farsi uomo non è stata, per il Figlio, una semplice passeggiata, un percorso trionfale: egli si è immerso totalmente nella condizione umana, condividendo tutto ciò che la caratterizza, eccetto il peccato. Scendendo nelle acque del Giordano, dunque, ricevendo il battesimo dal Battista, ha mostrato di essere tenacemente unito al popolo dei peccatori che si volgono verso Dio con un cuore nuovo. In mezzo ad essi ha «piantato la sua tenda»: della loro esistenza nulla gli sarà ignoto. Perché non è a «distanza di sicurezza» che li vuole salvare, ma attraverso un contatto che finirà col fare di lui l’Agnello che prende su di sé i peccati del mondo e che accetta di lasciarsi inchiodare ad una croce. Non è casuale, dunque, che – per guarirli – egli ‘tocchi’ coloro che sono afflitti da qualsiasi malattia, ‘tocchi’ anche i lebbrosi, il cui contagio fa decisamente paura. Non è casuale che venga accusato di mescolarsi ai pubblicani, di prendere cibo con loro e di lasciarsi avvicinare anche dalle donne di cattiva reputazione. Se lo fa è perché questo fa parte della sua missione, perché attraverso di lui il Padre vuole offrire a tutti il suo perdono. E quindi, costi quel che costi, egli vuole andare fino in fondo, su questa strada di fedeltà che pagherà duramente.

sabato 7 gennaio 2012

323 - TU SEI IL FIGLIO MIO, L’AMATO - 08 GENNAIO 2012 – Battesimo di Gesù

(Isaia 55,1-11 1ª Giovanni 5,1-9 Marco 1,7-11)

Ultima delle solennità del tempo di Natale, la festa del Battesimo del Signore costituisce una specie di saldatura tra il mi stero dell’Incarnazione e il percorso delle prime domeniche del tempo ordinario. Ci strappa, in modo piuttosto brusco, alla capanna di Betlemme, ai pastori e ai magi, per farci cogliere in profondità il significato di ciò che è accaduto.
Quel bambino, che ci sorride nel presepio, dalla sua culla improvvisata, senza dire nulla, è venuto per realizzare il progetto di Dio, il Padre suo. Ha un messaggio da portare perché è la Parola fatta carne, e si tratta di un lieto annuncio che cambia la vita di tutti quelli che l’accoglieranno. La sua parola verrà resa efficace da gesti di bontà e di liberazione, di guarigione e di perdono: non è stato annunciato già dalla notte della sua nascita come «il Salvatore, il Cristo, il Signore»? Certo, le sue azioni e le sue scelte scandalizzeranno farisei e scribi, sacerdoti del Tempio e capi del popolo. Ma i poveri ne riceveranno consolazione e speranza. Il suo amore si mostrerà nel dono della sua vita, fino in fondo, fino alla morte sulla croce: non è il conquistatore che impone la sua forza, ma l’Agnello che offre se stesso. E, proprio quando tutto sembrerà compromesso in modo irrimediabile, Dio manifesterà con la risurrezione che quella era l’unica strada da percorrere per raggiungere gli uomini e realizzare il suo disegno di salvezza.
È dall’acqua del Giordano che esce questo Messia, che realizza il disegno di Dio. È lì che avviene la manifestazione, lì che si aprono i cieli. Perché la terra ora è abitata dal Figlio di Dio, perché in lui c’è la pienezza dello Spirito. Se siamo disposti a seguire Gesù, come ci proporranno le domeniche a venire, potremo scoprire tutto questo.
In questo modo, con una pedagogia che è veramente splendida, la Chiesa ci fa passare dal Gesù bambino al Gesù adulto, dal Gesù che ci sorride al Gesù che ci parla, dal Gesù del presepio (di legno o di terracotta o di materiale plastico) al Gesù vivo. È quest’incontro che può cambiare la nostra vita.
Il presepio, dunque, è solo un passaggio, una rappresentazione che ci ha messo di fronte all’inizio di tutto: Dio che si fa uomo. Ma fermarsi lì vorrebbe dire perdere ciò che conta veramente: incontrare oggi il Salvatore, accogliere la sua Parola, ricevere la sua grazia nei santi Sacramenti, riconoscerlo nei poveri che incontriamo.
La festa del battesimo di Gesù ci porta a riflettere con consapevolezza sul nostro battesimo, del quale rivela il senso autentico: anche a noi viene detto, in forza del battesimo, «tu sei il figlio mio, l’amato». Siamo stati resi ‘figli di Dio’: qui sta la nostra radice, per una conversione continua al vangelo di Gesù.
PREGHIERA - È al fiume Giordano, Gesù, che tu oggi ci dai appuntamento. Ti mescoli alla folla dei peccatori disposti a cambiar vita, a prendere sul serio l’appello del Battista e a farsi battezzare per esprimere la loro decisione di liberarsi dal peccato. Per questi uomini e per queste donne tu sei venuto, Gesù, per offrire misericordia e grazia, per rivelare un Dio tenero e compassionevole.
È al fiume Giordano, Gesù, che lo Spirito scende su di te e il Padre ti riconosce come il Figlio, l’amato, mandato a realizzare il suo progetto d’amore.
È così che comincia la tua missione, è a partire da quel momento che tu dissemini attorno a te gesti e parole di speranza. È dal fiume Giordano, Gesù, che comincia il tuo viaggio tra le nostre debolezze e le nostre malattie, tra le nostre fatiche e le nostre speranze.
Lotterai a mani nude contro il male e la morte e con la forza dell’amore ci aprirai la via della vita.

venerdì 6 gennaio 2012

322 - MANIFESTAZIONE DI DIO AL MONDO - 06 GENNAIO 2012 – Epifania del Signore

(Isaia 60,1-6 Efesini 3,2-6 Matteo 2,1-12)

Benedetta storia dei Magi, che incanta i bambini e conduce i grandi a ripercorrere il loro itinerario di fede e a ringraziare Dio di quest’avventura che cambia la vita. A guardarci dentro, con attenzione e con cuore vigilante, emergono tutti i presupposti di una ricerca autentica.
CERCATORI DI DIO - Ci voleva costanza per sottrarre ore al sonno e al riposo e continuare a scrutare i cieli nella notte, per cogliere ogni traccia di luce. Ma la loro fatica ed i loro sacrifici sono stati ricompensati quando è apparsa quella stella, così diversa da tante altre. Per questo, nel silenzio non possono fare a meno di aver inteso i battiti dei loro cuori.
Ci voleva coraggio per abbandonare una vita tranquilla ed agiata, la propria terra e la propria gente. Ci voleva audacia per partire, per mettersi in viaggio, senza neppure una meta precisa, un obiettivo sicuro, mossi solo dal desiderio di comprendere quell’appello scritto nella volta del firmamento.
Ci voleva determinazione per andare avanti, per macinare chilometri e chilometri, accettando la polvere e la stanchezza di ogni giorno, i miraggi e le illusioni di un percorso accidentato, lasciandosi guidare solo da quella stella…
Ci voleva umiltà per rivolgersi alla competenza di altri uomini, alle loro conoscenze, dando voce all’interrogativo tenuto desto da tanto tempo: Dov’è il re dei Giudei che è nato? La loro poteva sembrare addirittura impertinenza, spudoratezza di stranieri che si interessano agli affari che non sono di loro competenza, che vogliono intendere i segreti di un libro non destinato a loro.
Ci voleva fiducia per accogliere la risposta saccente dei dotti che in ogni caso non si muovevano dalla capitale e prendere per buona l’antica indicazione del profeta.
Ci voleva un cuore di poveri e di semplici per riconoscere in quel bambino, figlio di povera gente, sistemato dentro un alloggio di fortuna, il Messia atteso, il re destinato a governare per sempre.
Ci voleva speranza per intravedere in quel piccolo d’uomo il Protagonista autentico della storia dell’umanità e per offrirgli dei doni preziosi.
La loro costanza, tuttavia, il loro coraggio e la loro determinazione, la loro umiltà, la loro fiducia di poveri, la loro speranza sono ancora oggi i segni distintivi di tutti coloro che cercano sinceramente il volto di Dio e che finiscono irrimediabilmente con l’incontrarlo.
ELOGIO DEL DESIDERIO - Sì, se accostiamo tra loro i testi della Scrittura proposti dal lezionario di oggi ci accorgiamo che emergono gli elementi decisivi dell’esperienza di fede.
• Nulla avviene se Dio non ci viene incontro. È la sua presenza, la sua venuta a rendere possibile l’incontro. Se Gerusalemme è invitata a rivestirsi di luce è perché «la gloria del Signore»brilla su di lei. Ecco cosa attira l’attenzione delle genti (1a lettura). Allo stesso modo l’apostolo deve ammettere che tutto è cominciato con la ‘rivelazione’ del mistero e che il suo ‘ministero’ consiste nell’annunciare una ‘grazia’ destinata a tutti gli uomini (2a lettura). È quanto emerge anche nel racconto dei Magi. È sempre Dio a fare il primo passo: il suo Figlio si fa uomo per venire incontro agli uomini. Quel segno nel cielo, del resto, non è casuale: grazie ad esso comincia un viaggio che porterà i Magi ai piedi di Gesù.
• Ma senza il desiderio l’incontro non sarebbe possibile. In effetti è questo desiderio che induce a lanciarsi in un’avventura non priva di rischi. Esso nasce dalla coscienza di «qualcosa che manca» ed è riconducibile ad una sorta di ferita originaria che abita ogni essere umano. Il ‘desiderio’ è diverso dal ‘bisogno’. Il bisogno implica necessità (bisogna mangiare per vivere), appartiene all’ordine dell’assimilazione e della consumazione: l’oggetto (e purtroppo questo avviene anche quando si tratta di una persona) viene ingoiato, ridotto, distrutto. La soddisfazione del bisogno si realizza attraverso la consumazione dell’oggetto: preso dal bisogno-fame io faccio sparire dentro le mie fauci l’oggetto-pane. E di fatto l’uno annulla l’altro, secondo una logica divorante. In ambito religioso il bisogno produce l’idolo. Certo, bisogno e desiderio non possono essere separati rigidamente: il desiderio dell’altro trova la sua origine nel bisogno dell’altro, ma non è riducibile solamente ad esso. Il desiderio, infatti, accetta la distanza e la diversità dell’altro, si sottomette alla fatica del tempo, di una conoscenza e di una relazione che non esige un soddisfacimento immediato. In tal modo si articola con la verità e con l’essere.
• È il desiderio di conoscere «colui che è nato, il re dei Giudei» a muovere i Magi. La partenza, la fatica della strada, la domanda che si portano dentro e che pongono agli specialisti: tutto questo comporta dei ‘passaggi’ non facili. Ma il risultato è una ‘trasformazione’, un ‘cambiamento’. Il ritorno, infatti, avviene, ma ‘per un’altra strada’, non più da stranieri, ma da pellegrini. Così il viaggio è divenuto un pellegrinaggio, i viandanti dei pellegrini, e la via per tornare a casa è quella «della semplicità e dell’umiltà vista e contemplata a Betlemme di Giudea. I Magi – come ha concluso il biblista – sono i primi discepoli di Cristo che guidati dai loro desideri più profondi accolgono la proposta dell’ordine nuovo del Vangelo».
PREGHIERA - Nelle notti del mondo quando tutto tace hanno rivolto lo sguardo al firmamento e hanno scoperto, Signore, la tua stella, così diversa da tante altre che pur brillano nel cielo. Per questo si sono messi in viaggio, hanno affrontato i disagi di un viaggio inedito, denso di fatiche e di sorprese. È la storia dei Magi e di tutti quelli che attendono un segno, per partire e lasciarsi guidare dalla fiamma del desiderio.
Per le strade del mondo, nelle contrade più lontane hanno posto una domanda che bruciava loro in petto finché hanno trovato l’indicazione che cercavano.
È la storia di uomini misteriosi venuti dall’Oriente e di tutti quelli che non si lasciano
scoraggiare o intimorire perché abitati da una sete profonda.
In mezzo a tante case hanno individuato il luogo in cui tu, Signore, li attendevi. Ti hanno riconosciuto e adorato e hanno provato finalmente una grande gioia. È la storia di tutti i pellegrini che approdano alla fede. È la nostra storia, Signore.

321 - LA BENEDIZIONE DI DIO RAGGIUNGE TUTTI VOLENTIERI

Per una pausa spirituale nella prima settimana dell’anno

È la prima Parola di Dio che abbiamo ascoltato all’apertura del nuovo anno. Vale la pena rileggerla con calma e meditarla.
DAL LIBRO DEI NUMERI: «Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò». (6,22-27)
Trai testi più antichi che possediamo dell’AT si può annoverare certamente il brano che abbiamo appena letto. Si tratta di benedizioni, una delle forme più arcaiche e semplici per esprimere l’alleanza tra Dio e l’uomo. Se consideriamo il brano all’interno del suo contesto letterario del libro dei Numeri, l’atto del benedire è centrale tra le molte azioni divine a favore del popolo. Infatti i primi capitoli del quarto libro della Bibbia sono dedicati alla descrizione della organizzazione cultuale delle tribù d’Israele attorno alla tenda che contiene l’arca dell’alleanza. In cammino verso la terra promessa Israele non procede in maniera disordinata e scomposta, ma si lascia guidare nel suo viaggio dalle disposizioni divine che vengono impartite tramite Mosè. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non ha solo compiuto l’atto di liberare il popolo dalla schiavitù di Egitto, ma si è incaricato di accompagnare questa gente raccogliticcia (cfr. Nm 11,4) per educarla a stare alla sua presenza, trovando per ciascuno un posto adeguato.
In questa logica la centralità spaziale dell’arca nella disposizione del popolo di Israele è elemento fondamentale che dà senso alle varie norme di purità cultuale che gli autori sacri descrivono. Solo i leviti possono avvicinarsi all’arca e solo i sacerdoti, davanti all’arca, possono offrire a nome di tutto il popolo i sacrifici richiesti. Se per la nostra sensibilità odierna questo ordine può sembrare un creare divisioni e separazioni, per la sensibilità antica, terrorizzata dal caos e dalla confusione, che significa prevaricazione, tale ordine organizzato in classi distinte, uffici e differenti funzioni garantisce l’ordine dato nella creazione, assicurando a tutti la possibilità di intravvedere il primato di Dio in ogni cosa. Per chi si trova nell’accampamento l’essere vicino o lontano dall’arca conta poco, l’importante è che ciascuno stia al suo posto, nel luogo stabilito da Dio, né troppo vicino né troppo lontano, affinché ciascuno possa lodare Dio da quel luogo assegnato e così ricevere la benedizione divina.
Volgiamo lo sguardo al testo un po’ più da vicino. L’incarico di benedire viene direttamente da Dio che rimane soggetto principale di ogni benedizione. Infatti è Dio che incarica Mosè di dire ad Aronne le parole con le quali il popolo viene assicurato dei favori divini. La benedizione però è mediata attraverso Mosè, il grande amico di Dio, con il quale parlava faccia a faccia (cfr. Dt 34,10). Come la promessa fatta ad Abramo, anche la liberazione e la benedizione avvengono tramite uomini scelti da Dio per il bene del popolo. Fa parte della struttura della rivelazione biblica il coinvolgimento umano nell’opera di Dio per il bene di tutti. Nessun chiamato riceve un incarico solo per sé, ma sempre in vista di tutto il popolo. Lo stesso Mosè, probabilmente tentato a volte di fare da solo (cfr. Nm 11), riceve da Dio il comando di coinvolgere altri nell’incarico ricevuto; in primis Aronne suo fratello, il capostipite dei leviti, coloro che si dedicheranno, a nome di tutto il popolo, alla lode di Dio. Così in una scala discendente la benedizione di Dio raggiunge tutto il popolo di Israele, attraverso le parole stesse di Dio affidate ai suoi ministri.
La benedizione viene spiegata con diverse espressioni significative: custodire, sentire su di sé il volto splendente di Dio, ricevere la grazia di Dio, avere pace. Ogni espressione è densa di significato e trova in ampie pagine della Scrittura esempi concreti. All’inizio dell’anno val la pena puntare il nostro sguardo sul volto di Dio che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18), ma della cui luce abbiamo bisogno per procedere nel cammino. Come la nube ha accompagnato Israele nel deserto, facendosi luce di notte e ombra di giorno, così la benedizione del Signore accompagna il cammino dei suoi figli facendosi luce nei momenti di tenebra e protezione da tutto ciò che acceca e brucia.
Benedizione … una parola chiave che ci deve accompagnare tutto l’anno. Come abbiamo visto, benedizione fa emergere l’esperienza benefica della relazione con Dio: l’essere custoditi, avere il suo volto splendente davanti agli occhi, ricevere la sua grazia, trovare pace. Per tutte queste ragioni il credente «dice bene» di Dio e proprio questo gli infonde fiducia all’inizio di un nuovo tornante della storia!
BUON ANNO ACCOMPAGNATO DA 366 BENEDIZIONI!

sabato 31 dicembre 2011

320 - MARIA, MADRE DI DIO - 01 GENNAIO 2012 – Buon Anno

(Numeri 6,22-27 Galati 4,4-7 Luca 2,16-21)

Oggi è l’ottava del Natale, e quindi è la festa di Maria, la Madre di Dio. Nello stesso tempo ricordiamo l’inizio di un nuovo anno civile e viviamo la Giornata mondiale della pace. Vogliamo aprire il 2012 nel segno della speranza, della fiducia e liberi della paura.
È vero: la speranza è la più piccola e sembra la più fragile delle tre virtù teologali, ma è proprio lei a prenderle per mano e a trascinarle verso il futuro di Dio. Il suo sguardo ci aiuta a cogliere le tracce di un mondo nuovo, anche se appaiono coperte da tanti segni contrari che indurrebbero alla disillusione e al disincanto. La sua bocca pronuncia parole che incoraggiano anche quando solo la tristezza e l’angoscia sembrano realistiche. In mezzo al buio e al freddo della notte, essa annuncia il giorno nuovo che sta levandosi. Quando l’ostilità e la violenza sembrano farle da padrone, essa proclama possibili la riconciliazione e la pace, la giustizia e la fraternità. Le sue mani, tenere e delicate, sono fatte apposta per ricucire strappi considerati ineluttabili, per lanciare ponti arditi sui baratri della terra, per stringere in una catena di solidarietà mani che hanno conosciuto solo il metallo spietato delle armi.
È nel segno della speranza che siamo invitati a cominciare questo nuovo anno. Non una speranza generica: quella di coloro che affermano di aver bisogno di credere in ‘qualcosa’, e si accontentano di un sogno qualsiasi. Non una speranza d’obbligo: quella di ciechi che si stringono l’uno all’altro nell’illusione di vincere l’oscurità ed i pericoli disseminati nel cammino.
La nostra speranza ha un volto ed un nome. Il volto di un uomo che è il Figlio di Dio. Il suo nome è Gesù ed annuncia a tutti un Dio che salva, che strappa l’umanità ad ogni schiavitù e ad ogni paura, per farle conoscere un’esistenza nuova. Accogliamo questa speranza con il cuore di Maria, con la saggezza di colei che fa scendere nel profondo dell’anima ogni parola ed ogni evento. Accogliamola con la determinazione dei pastori che vanno senz’indugio alla capanna per vedere il Bambino e riferiscono con gioia l’annuncio di grazia che li ha raggiunti. Accogliamola con la pazienza e la sollecitudine di tutti gli uomini e di tutte le donne di buona volontà, disposti a soffrire ed a lottare per un mondo di pace e di giustizia.
Come cristiani avvertiamo in questo momento particolare un duplice pericolo: il disorientamento e la paura. Il disorientamento è legato ai messaggi controversi che ci raggiungono e che inducono, nella fragilità, a cercare appoggi e compromessi. Ma la nostra rotta è tracciata dal Vangelo, un Vangelo non edulcorato, annacquato, un Vangelo ‘sine glossa’ come 800 anni fa Francesco d’Assisi chiedeva ai frati che lo volevano seguire. Il disorientamento è perdita di ciò che distingue le scelte, i comportamenti, gli atteggiamenti dei cristiani. Seguire Cristo povero, crocifisso, adottare i mezzi poveri da lui utilizzati – la parola ed i gesti concreti – ci consegna disarmati alle vicende della storia. Ma è proprio questa fedeltà, tenace e talora ostinata, feriale e mite che alla lunga risulterà vincente. Non l’appoggio dei potenti di turno. Non i compromessi volti ad assicurare posizioni di rendita. Non il cedimento alla logica di questo mondo. Perché questo avvenga bisogna uscire dalla paura: la paura che blocca, che riduce al silenzio, il silenzio dell’omertà, il silenzio della connivenza, il silenzio della neutralità che consente l’affermarsi dei violenti, degli arroganti, dei furbi. È vero che, come riconosceva don Abbondio nei Promessi Sposi: «Il coraggio uno non se lo può dare». Ma è altrettanto vero che lo si può ricevere e questo dono si chiama fiducia. Fiducia nel Signore Gesù: è lui il Salvatore, il Cristo, il Signore, e non Cesare o l’Augusto di turno. Fiducia nella sua Parola e nella saggezza della Croce, e non nei mezzi della propaganda. Fiducia nell’amore che è sempre tolleranza, comprensione, dialogo, rispetto, condivisione, e non esibizione di potenza, di muscoli o di immagine.
PREGHIERA - Nel cominciare questo nuovo anno noi non possiamo fare a meno, Signore, di volgerci indietro e di guardare alla carovana di giorni che ci lasciamo alle spalle, ai momenti difficili di trepidazione e di paura, al carico pesante dei giorni oscuri, ai sogni infranti, alle promesse non mantenute, ai progetti rimasti sulla carta.
Eppure, Signore, nonostante tutto non vogliamo lasciarci catturare dalla paura, dalla delusione o dal disincanto. Sì, noi osiamo sperare che verrà quel giorno in cui vedrà la luce una nuova terra e questo mondo lascerà il posto ad un giardino di pace e di giustizia.
Nel cominciare questo nuovo anno ci lasciamo prendere per mano da Maria, la Madre tua. Da lei impariamo a custodire ogni frammento prezioso della nostra esistenza e a collegarlo con la tua Parola perché emerga un percorso di grazia, rischiarato dalla tua luce. Da lei impariamo ad esprimere il canto della lode e della riconoscenza, a dare voce alla gioia dei poveri che riconoscono la forza del tuo amore.