giovedì 30 settembre 2010

65 - Alla scuola della sapienza ... impariamo a crescere in famiglia!

IL CONTADINO E I BARATTI (seconda parte)

Giunti che furono alla fattoria, l'amico si nascose dietro l'uscio e stette a sentire.
«Eccoti di ritorno, sia lodato Iddio! » disse la donna. « Come hai passato la giornata? Sei stato al mercato?»
«No, faceva troppo caldo. Per via ho incontrato un tale che portava un porco al mercato, e gli ho dato in cambio la mucca».
«Ma che buona idea! Così avremo del buon prosciutto per quest'inverno ... »
«Ma non l'ho portato fin qui. Strada facendo, ho cambiato parere. Ho visto una bella capretta e l’ho presa in cambio del maiale».
«L'ho sempre detto che sei un uomo saggio! Ci darà latte e formaggio, e forse un caprettino ... Andiamo a metterla nella stalla».
«Ma poi ho dato la capra in cambio di un'oca ...»
«Tu pensi sempre alle cose che possono farmi piacere! Prenderemo le piume per il nostro copriletto, e poi mangeremo l'oca!»
«Ma poi ho barattato l'oca con un gallo ...»
«Un gallo! Questa sì, che é una buona idea! Ci servirà da svegliarino per alzarci alla mattina!»
«Neppure il gallo ho portato. Ti dirò: verso sera mi é venuta una fame da lupo, sono entrato in una osteria, e ho mangiato e bevuto talmente che ho dovuto dare il gallo per pagare la cena ... »
«Dio sia lodato! Così staremo a letto fin che ci piace, e dormiremo tranquilli senza che il gallo ci svegli. A me importa solo, lo sai, di saperti contento » .
... La scommessa era vinta, e il compare sborso i venti scudi, più che bastanti per una mucca.
HANS C. ANDERSEN

Le riflessioni che avete fatto sono simili a questa? Ci sta nel vostro immaginario la capacità di questa donna di leggere sempre bene e rivolta come attenzione a lei qualsiasi scelta faccia il marito?...se anche non vincesse i venti scudi sono due persone felici perché ognuno cerca la felicità dell’altro!!!...e questo è un tesoro inestimabile ed inesauribile per il quale la coppia che ce l’ha vive un eterna “luna di miele”! La meta sembra lontana ma se facciamo un passo al giorno la raggiungiamo!

sabato 25 settembre 2010

64 - XXVI DOMENICA – LA MORTE PERMETTE UNA LUCE DIVERSA SULLA VITA - 26 SETTEMBRE 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
( Amos 6.1.4-7 1° Timoteo 6,11-16 Luca 16,19-31 )

La vita del ricco epulone e del povero Lazzaro con la morte cambia totalmente.
Nella luce del Vangelo la morte non è solo una forza che travolge, ma è anche un’occasione perché essa sia l’ultimo gesto della vita. Un gesto di offerta, ultimo dei gesti di offerta, per i quali la vita non è segnata dalla disperazione che chiude in un destino, ma incontra un’apertura nella possibilità di amore e di grazia, per cui le piaghe da fonte di dolore diventano sorgenti di energie. E’ la forma feriale di risurrezione. E’ il dono di speranza che permette di non cedere alla disperazione che conduce all’eutanasia.
Questo porta a cogliere tutti i ‘più’ della vita, anzi a costruirli con la serena ironia della maturità della fede, che sa non solo accettare e pazientare, ma anche sfruttare i ‘meno’ della vita.
Questo discorso apre anche la luce sul giudizio, che ordinariamente viene visto come sentenza, mentre è “l’attuazione definitiva della storia”. Il darsi del giudizio significa che la storia è sotto il progetto, le disposizioni di Dio. E’ il giudizio di Dio che avviene sempre, ogni giorno, ad ogni biforcarsi della strada. Teilhard de Chardin ricorda che ad ogni bivio avviene un dramma: davanti alle creature sta o la via per evolversi, abbandonando quello che si è stati fino ad allora, o rifiutare il di più, il nuovo, rimanendo quello che si è stato fino ad allora (che risulta essere un meno a fronte del più offerto). Il giudizio avviene ogni momento nel quale la libertà risponde (è l’atto della responsabilità). Il peccato allora più che fare il male è “preferire di rimanere nelle nostre cose, lasciando le cose di Dio a Dio! Così avviene il giudizio e la determinazione della vita, per cui il giudizio finale, personale ed universale, è come una presa d’atto di Dio di ciò che abbiamo deciso di essere, più che una sentenza su ciò che abbiamo fatto.
Il senso del giudizio pertanto non è uno spauracchio, ma un incentivo a quel di più che Dio vuole per noi, ma anche a quel di più che ogni persona desidera, perché in se stessa ogni creatura è desiderio di infinito, desiderio di Dio.

In famiglia serve pazienza e mitezza
In famiglia il lavoro di entrambi i genitori e le molteplici attività scolastiche ed extrascolastiche dei ragazzi tolgono spesso spazio all’incontro tra i componenti. Quando i rapporti intrafamiliari vengono gestiti in modo rivendicativo, o come momento di scarico delle tensioni accumulate nella giornata e nella settimana, non vi è più la possibilità di pensare alla famiglia come chiesa domestica, luogo in cui riconosciamo e viviamo l’amore e la delicatezza di Dio Padre. Pazienza e mitezza, al contrario, offrono il vero volto di Dio rivelatosi in Gesù Cristo, paziente e mite Buon Pastore.
Teniamo sempre presente che nella vita la parola paziente e mite di una persona, che si fa compagno di viaggio pronto a portare anche i pesi dell’altro, ha valenza ben superiore degli interventi sporadici attuati come risposta alle emergenze.
La comprensione che la nostra vita è nelle mani di Dio e l’individuazione che l’obiettivo del nostro vivere è essere nella comunione con il Signore ci offre nuove possibilità di vita: ci rende più disposti alla condivisione dei beni materiali e spirituali; ci rende pazienti e miti con le persone della nostra famiglia e con quelle che incontriamo ogni giorno nel nostro vivere; ci permette di crescere nella vita cristiana modellata secondo fede, speranza e carità.

mercoledì 22 settembre 2010

63 - Alla scuola della sapienza ... impariamo a crescere in famiglia!

IL CONTADINO E I BARATTI (prima parte)
C'era una volta un vecchio contadino chiamato Barbagrigia, che viveva in una fattoria insieme alla moglie. Questa non era una moglie come tutte le altre: infatti, aveva una particolarità tutta sua: era sempre contenta di ciò che il marito faceva.
Un giorno gli disse: «Abbiamo due mucche, ce n'é una di troppo per noi, che siamo vecchi oramai. Che ne diresti di andare a venderne una al mercato? »
Il marito approvò, e si avviò verso il mercato con la sua mucca. Ma la strada era lunga, e il sole scottava. Così, quando vide passare un contadino che portava al mercato un grasso e tondo maiale, gli venne in mente che avrebbe potuto barattarlo con la sua mucca. Avrebbe risparmiato la strada fino al mercato. «Vuoi scambiare il tuo porco con la mia mucca? » gli chiese. L'altro accettò di buon grado, e Barbagrigia si rimise in cammino.
Ma il maiale era stanco anche lui, e non ci fu verso di farlo camminare, neppure a forza di calci e spintoni. In quel mentre, ecco passare un altro contadino che menava al mercato una vispa capretta. « Ah, questa almeno non si farà tirare », penso il brav'uomo, esausto dalla lotta con il maiale. E barattò il suino con la capretta.
Ma le capre, si sa, sono capricciose e bizzarre. Quella cominciò a puntare le corna, a saltellare qua e là, lasciando il poveretto senza fiato. Per fortuna, s'imbatté in un contadino carico di una bella oca bianca. «Me la daresti in cambio di questa capra? » Detto fatto; e Barbagrigia si mise l'oca sotto il braccio.
Quella però non voleva saperne di stare in quella posizione: sbatteva le ali, agitava le zampe, menava beccate a destra e sinistra. Tanto che alla prima fattoria, Barbagrigia la barattò con un gallo.
Quello aveva le zampe legate e lo si poteva portare senza inconvenienti, salvo il suo «chicchirichì» che forava i timpani. A Barbagrigia non parve vero di venderlo per uno scudo in una locanda dove entrò per ristorarsi un po'. Lo scudo bastò giusto giusto per un buon pasto innaffiato di birra.
«Ed ora, come oserai presentarti a tua moglie?», domandò un compare quando ebbe inteso la storia di tutti quei baratti. «Oh, sarà contentissima», rispose Barbagrigia. «Vieni e vedrai».
«Che cosa scommetti?» «Quello che vuoi».
«Venti scudi?» «Vada per venti scudi ».

Chi vincerà la scommessa? Come reagirà la moglie davanti a tutti questi baratti?....annotate bene le vostre riflessioni che confronteremo la settimana prossima con la seconda parte del racconto.

sabato 18 settembre 2010

62 - XXV DOMENICA – SERVIRE A DIO O A MAMMONA? - 19 SETTEMBRE 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
L’amore di Dio … in famiglia! ( Amos 8,4-7 1° Timoteo 2,1-8 Luca 16,1-13 )

L’insegnamento sulla ricchezza di Gesù è molto chiaro: i beni sono un ostacolo insuperabile per il Regno; i ricchi, che non investono i loro beni nel grande fiume dell’Amore, non entreranno nel Regno. Dio ed il denaro si oppongono frontalmente come due padroni tra i quali è necessario scegliere: “Nessun servo può servire a due padroni!”. Ossia dovete scegliere tra il Dio dell’amore e il dio del denaro, che Gesù chiama ‘disonesto’ e che personifica in un potere assoluto opposto al suo – un potere che fa parte del regno delle tenebre.
Nella parabola dell’amministratore astuto Gesù ci dà un ulteriore insegnamento. Proprio quella ‘ricchezza di ingiustizia’, che spesso è frutto di iniquità, di sotterfugi e compromessi con la propria coscienza, causa di divisioni, invidie e conflitti anche in seno alle famiglie, può diventare strumento capace di dilatare gli spazi dell’amore e dell’amicizia. Rinunciare agli averi per darli in elemosina non è solo una condizione per seguire il Signore, ma costituisce pure la vera ‘astuzia spirituale’ che apre l’accesso ai tesori del Regno: “Perché, quando questa verrà a mancare, i poveri vi accolgano nelle dimore eterne”.
Il Signore ci invita a preparare il nostro avvenire e a darGli conto della gestione con il dono dei nostri beni ai poveri mediante la condivisione. La ricchezza non è maledetta in se stessa. E’ un servizio ed un dono ai fratelli che il Signore ci dona. Ma la ricchezza può essere un rischio permanente. Una volta che la sete della ricchezza ci afferra non ci molla più. Tende di per sé a sottometterci e ad assorbire tutto il nostro interesse. Così, a poco a poco, Dio finisce per diventare secondario, o peggio, finisce per diventare un avversario pericoloso che bisogna assolutamente eliminare dalla nostra vita. Al contrario quanto più Dio diventa il nostro solo amore, l’unico sole della vita, il tutto del proprio cuore, tanto più si affievolisce l’amore alla ricchezza, fino a scomparire del tutto, come in S. Francesco, per il quale Dio diventa l’unico tesoro da condividere con i fratelli. O, come diceva lui stesso, il suo ‘forziere celeste’.

Dall’amore di Dio nasce l’amore al prossimo, che è prima di tutto la propria famiglia, e l’amore del prossimo alimenta l’amore di Dio. Chi trascura di amare Dio, non può amare il prossimo; e invece progrediamo nel più autentico amore di Dio se prima veniamo nutriti nel grembo del suo amore mediante l’amore verso il prossimo. Poiché l’amore di Dio genera l’amore del prossimo, il Signore che per mezzo della legge avrebbe detto: “Ama il tuo prossimo”, prima disse: “Ama il Signore tuo Dio”; e cioè, prima nel terreno del nostro cuore deve mette radice il suo amore perché questo poi germogli attraverso i rami dell’amore fraterno.
E che a sua volta l’amore di Dio sia alimentato dall’amore del prossimo, lo afferma Giovanni, il quale ammonisce: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. L’amore divino nasce sì per mezzo del timore, ma crescendo si tramuta in affetto.

61 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt

Ottavo giorno: Vivere il dipinto

Che io sia il figlio più giovane o il figlio maggiore, l’unico desiderio del Padre è di portarmi a casa. “Il padre ama ogni figlio a dà ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente. Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una “casa”. Come si concluderà la storia dipende da loro. Il fatto che la parabola non abbia una finale garantisce che l’amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto. L’amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte della sua scelta. Come dice Shakespeare in uno dei suoi sonetti: “L’amore non è amore se muta quando trova mutamenti”.
La gioia per il drammatico ritorno del figlio più giovane non significa assolutamente che il figlio maggiore fosse meno amato, meno apprezzato, meno favorito. Il padre non stabilisce confronti tra i due figli. Li ama entrambi di un amore totale ed esprime quell’amore in sintonia con i loro itinerari individuali. Li conosce entrambi intimamente. E’ consapevole delle loro peculiari qualità e difetti. Vede con amore la passione del figlio minore, anche quando non è regolata dall’obbedienza. Con lo stesso amore vede l’obbedienza del figlio maggiore, anche quando non è vivificata dalla passione. Il padre risponde ad entrambi rispettando la loro personalità. Il ritorno del figlio più giovane lo porta a sollecitare festeggiamenti gioiosi. Il ritorno del figlio maggiore lo induce ad estendere l’invito ad una piena partecipazione a quella gioia.
Dio mi spinge a raggiungere la sua casa, a entrare nella sua luce e a scoprire che lì, in Lui, tutte le persone sono amate in modo unico e totale. Nella sua luce posso vedere il mio vicino come mio fratello, come colui che appartiene a Dio quanto appartengo io. Ma fuori della casa di Dio, fratelli e sorelle, mariti e mogli, innamorati e amici diventano rivali e persino nemici; ognuno continuamente afflitto da gelosie, sospetti e risentimenti.
Sono in grado di far crescere il figlio più giovane e il figlio maggiore in me fino alla maturità del padre misericordioso? Il lungo viaggio mi ha condotto dal figlio minore inginocchiato e scarmigliato, al cuore indurito del figlio primogenito, fino al padre in piedi e ricurvo; dal luogo in cui si è benedetti, all’oscurità dell’egoismo chiusa ad ogni benedizione, al luogo in cui si benedice….. Quando guardo le mie mani ormai invecchiate, capisco che mi sono state date per tendersi verso tutti quelli che soffrono, per posarsi sulle spalle di tutti quelli che vengono e per offrire la benedizione che emerge dall’immensità dell’amore misericordioso di Dio.

(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

60 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt

Domenica: Diventare il padre

Sin dall’inizio ero preparato ad accettare che non solo il figlio minore, ma anche il figlio maggiore, mi avrebbero rivelato un aspetto importante della mia vita. Per lungo tempo il padre è rimasto “l’altro”, colui che mi avrebbe ricevuto, perdonato, offerto la sua casa e dato pace e gioia. Il padre era il rifugio cui tornare, la meta del mio viaggio, il luogo del riposo finale. Solo gradualmente e spesso piuttosto dolorosamente sono arrivato a capire che il mio viaggio spirituale non sarebbe mai stato completo finché il padre fosse rimasto, per così dire, un estraneo.
Mi stupisco se penso a tutto il tempo che mi ci è voluto per porre il padre al centro della mia attenzione. E’ stato così facile invece identificarsi con i due figli. La loro ritrosia esteriore ed interiore è così comprensibile e così profondamente umana che l’identificazione avviene quasi spontaneamente. Ma perché prestare tanta attenzione ai figli quando è il padre ad essere al centro e quando è con il padre che mi devo identificare?
Forse l’affermazione più radicale che Gesù abbia mai fatto è questa: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”(Luca 6,36). La misericordia di Dio viene descritta da Gesù non solo per mostrarmi quanto il Padre sia pronto ad avere compassione di me o a perdonare i miei peccati e offrirmi una vita nuova e la felicità, ma per invitarmi a diventare come Lui e a mostrare la stessa compassione agli altri come Lui la mostra a me.
Osservando il padre, nel dipinto di Rembrandt, riesco ad individuare tre vie che portano ad una vera paternità di misericordia: il dolore, il perdono e la generosità.
Il dolore mi chiede di consentire che i peccati del mondo, i miei compresi, strazino il mio cuore e mi facciano versare lacrime, molte lacrime, per essi. Non c’è compassione senza lacrime. Il dolore mi consente di vedere al di là del mio muro e di capire l’immensa sofferenza che deriva dalla rovina dell’uomo. Apre il mio cuore ad una solidarietà autentica con tutte le persone del mondo intero.
Il perdono è la via per superare questo muro e accogliere gli altri nel mio cuore senza aspettarmi nulla in cambio. Mi chiede di superare quella parte ferita del mio cuore che si sente offesa e maltrattata e che vuole “mantenere il controllo” e porre un po’ di condizioni tra me e colui che mi si chiede di perdonare. Solo quando ricordo di essere il figlio prediletto, posso accogliere gratuitamente quelli che vogliono tornare a casa con la stessa misericordia con cui il Padre accogli me.
La generosità: Dio non offre soltanto di più di quanto ci si possa ragionevolmente aspettare da chi è stato offeso, ma si dà completamente, senza riserve. La parabola ci presenta un Dio la cui bontà, il cui amore e perdono, la cui sollecitudine, gioia e misericordia sono senza confini. Proprio come il Padre dà tutto se stesso ai propri figli, così devo dare tutto me stesso ai miei fratelli e sorelle.

(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

59 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt

Sabato: Il mio essere figlio maggiore

Da quando un amico mi ha fatto notare che potrei essere molto più simile al fratello maggiore che non a quello più giovane, ho osservato questo “uomo alla destra” con più attenzione e ho visto molte cose nuove e anche dure da accettare. Mi è difficile ammettere che questo uomo amaro, risentito e sdegnato, da un punto di vista spirituale possa essermi più vicino del sensuale fratello più giovane. Tuttavia più penso al figlio maggiore e più mi ci riconosco.
Lo smarrimento del figlio più giovane è evidente, facile da comprendere e compatire. Ha fatto cattivo uso del denaro, del tempo, degli amici e del suo stesso corpo. Lo smarrimento del figlio maggiore, invece, è molto più difficile da identificare. Dopo tutto faceva le cose per bene. Era obbediente, ligio al dovere, rispettoso della legge e gran lavoratore. La gente lo rispettava, lo ammirava, lo elogiava e probabilmente lo considerava un figlio modello. All’esterno era irreprensibile. Ma, di fronte alla gioia del padre per il ritorno del fratello, una forza oscura erompe in lui e ribolle in superficie. Improvvisamente emerge una persona risentita, orgogliosa, cattiva ed egoista, una persona rimasta nascosta nel subconscio, anche se si era sempre fatta più forte e operante nel corso degli anni.
Guardando in profondità dentro di me e poi intorno a me la vita degli altri, mi chiedo cosa sia più dannoso, la lussuria o il risentimento? C’è tanto risentimento tra i “giusti” e i “retti”. C’è tanta facilità a giudicare, condannare ed esistono tanti pregiudizi tra i “santi”. C’è tanta rabbia repressa tra le persone preoccupate di evitare il peccato. Lo smarrimento del “santo” pieno di risentimento è così difficile da individuare proprio perché è strettamente unito al suo desiderio di essere buono e virtuoso. Io so, dall’esperienza della mia vita, con quanto zelo ho cercato di essere buono, ben accetto, amabile e di buon esempio. Ma nonostante questo, sono subentrati una severità e un fervore moralistico che mi hanno reso sempre più difficile sentirmi a casa nella casa di mio Padre. Sono diventato meno libero, meno spontaneo, meno allegro, e gli altri hanno finito per vedermi sempre più come una persona piuttosto “pesante”.
A differenza delle fiabe, la parabola non si chiude con un lieto fine. Ci lascia invece faccia a faccia con una delle scelte spirituali più difficili della vita: fidarsi o non fidarsi dell’amore di Dio che tutto perdona. Soltanto io posso fare questa scelta.
Dipingendo non soltanto il figlio più giovane tra le braccia del padre, ma anche il figlio maggiore Rembrandt dà anche a quest’ultimo la possibilità di scegliere o non scegliere l’amore che gli viene offerto.

(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

venerdì 17 settembre 2010

58 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt


Venerdì: Il figlio maggiore

Ora passiamo al lato destro del quadro dove ci sono i volti di coloro che circondano il “ritorno”. Sono enigmatici, a dir poco, specialmente quello dell’uomo alto che sta alla destra del dipinto. Sì, in esso c’è bellezza, gloria, salvezza …ma ci sono anche gli occhi critici di coloro che guardano senza sentirsi coinvolti.
Non ho mai dubitato, nemmeno per un momento, che l’uomo in piedi alla destra della pedana su cui il padre abbraccia il figlio che ha fatto ritorno, fosse il figlio maggiore. E’ l’osservatore principale che guarda la scena ma se ne sta rigidamente sulle sue. Guarda il padre, ma non con gioia. Non si protende in avanti né sorride o esprime il suo benvenuto. Sta semplicemente lì, a lato della pedana, evidentemente non desideroso di farsi coinvolgere.
E’ vero che il “ritorno” è l’evento dominante del dipinto; non è comunque situato al centro fisico della tela. Ha luogo sul lato sinistro del quadro, mentre il fratello maggiore, alto ed impassibile, domina il lato destro. C’è un ampio spazio che separa il padre da questo figlio, uno spazio dove si crea una tensione che esige una soluzione.
Il modo in cui il figlio maggiore è stato dipinto da Rembrandt lo mostra molto simile al padre. Entrambi hanno la barba ed indossano ampi mantelli rossi sulle spalle. Questi elementi esterni suggeriscono come figlio e padre abbiano molto in comune e questa comunanza è sottolineata dalla luce sul figlio maggiore che in modo molto diretto collega il suo al volto luminoso del padre.
Ma che differenza penosa tra i due! Il padre si piega sul figlio che è tornato. Il figlio maggiore sta in piedi irrigidito, posizione accentuata dal lungo bastone che dalla mano arriva sino a terra. Il mantello del padre è ampio e accogliente; quello del figlio cade giù rigido e uniforme lungo il corpo. Le mani del padre sono stese e toccano colui che ritorna in un gesto di benedizione; quelle del figlio maggiore sono strette insieme e tenute vicino al petto. C’è luce su entrambi i volti, ma la luce che emana dal volto del padre fluisce per tutto il corpo – specialmente le mani – e riverbera sul figlio più giovane un grande alone di calore luminoso; mentre la luce del volto del figlio maggiore è fredda e circoscritta. La sua figura rimane nell’oscutità e le sue mani congiunte restano nell’ombra.
Nella storia ci si può immaginare che il figlio maggiore sia fuori al buio e non voglia entrare nella casa illuminata, piena di allegri rumori. Ma Rembrandt non dipinge né la casa né i campi. Ritrae tutto con la luce e l’oscurità. L’abbraccio del padre, peino di luce, è la casa di Dio. Tutta la musica e le danze sono lì. Il figlio maggiore rimane al di fuori del cerchio di questo amore, rifiutandosi di entrarvi. La luce sul suo volto fa capire che anche lui è chiamato alla luce, ma non può essere forzato.

(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

giovedì 16 settembre 2010

57 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt

Giovedì: Il mio essere figlio più giovane

Andarsene da casa è molto più di un evento storico legato al tempo e al luogo. E’ la negazione della realtà spirituale che appartengo a Dio in ogni parte del mio essere, che Dio mi tiene al sicuro in un abbraccio eterno, che sono veramente scolpito nelle palme delle mani di Dio e nascosto alla loro ombra. Andarsene da casa significa ignorare la verità che Dio mi ha “formato nel segreto, intessuto nella profondità della terra,e tessuto nel seno di mia madre”. Andarsene da casa è partire come se ancora non avessi una casa e dovessi cercare in lungo ed in largo per trovarne una.
Esistono molte voci, voci forti, piene di promesse e seduzioni. Queste voci dicono: “Esci e dimostra di valere qualcosa”. Pressoché da quando ho avuto le orecchie per sentire, ho udito quelle voci, e da allora esse sono state sempre con me. Nonostante le mie intenzioni, spesso mi trovo a sognare ad occhi aperti sul come diventare ricco, potente e famoso….. Tutti questi giochi mentali mi rivelano la fragilità della mia fede nel fatto di essere il prediletto in cui Dio si è compiaciuto. Ho così paura di non piacere, di essere biasimato, messo da parte, trascurato, ignorato, perseguitato ed ucciso che mi trovo a sviluppare continue strategie per difendermi ed assicurarmi, perciò, l’amore di cui penso aver bisogno e meritare. E così facendo mi allontano dalla casa di mio padre e scelgo di dimorare in un “paese lontano”. Sono il figlio prodigo ogni volta che cerco l’amore incondizionato dove non può essere trovato.
Osservando di nuovo la raffigurazione del ritorno del figlio più giovane fatta da Rembrandt, ora riesco a vedere che ciò che vi si descrive è molto di più di un semplice gesto compassionevole verso un figlio ribelle. Il grande evento che mi si para davanti è la fine della grande ribellione. La ribellione di Adamo e di tutti i suoi discendenti è perdonata e la benedizione originale, attraverso cui Adamo ricevette la vita eterna, è ripristinata. Ora mi sembra che quelle mani siano sempre state stese – anche quando non vi erano spalle su cui posarsi. Dio non ha mai ritirato le sue braccia, non ha mai rifiutato la sua benedizione, non ha mai smesso di considerare suo figlio come il prediletto. Ma il padre non poteva costringere il figlio a rimanere a casa. Non poteva imporre con la forza il suo amore al prediletto. Doveva lasciarlo andare in libertà, anche se sapeva il dolore che ciò avrebbe causato sia al figlio che a se stesso. E’ stato l’amore a impedirgli di trattenere il figlio a casa a tutti i costi. E’ stato l’amore a consentirgli di lasciare che il figlio vivesse la sua vita, anche a rischio di perderlo.
Qui si svela il mistero della mia esistenza. Sono amato a tal punto che mi si lascia libero di andarmene da casa. La benedizione c’è fin dall’inizio. L’ho lasciata e persisto a lasciarla. Ma il Padre continua a cercarmi sempre con le braccia tese per accogliermi di nuovo e sussurrarmi ancora all’orecchio: “Tu sei il mio figlio prediletto, l’amato, in te mi sono compiaciuto”.
(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

mercoledì 15 settembre 2010

56 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt

Mercoledì: Il figlio più giovane

Ogni volta che guardo il figlio prodigo che si inginocchia davanti al padre e affonda il viso contro il suo petto, non posso che scorgere in lui l’artista, un tempo così sicuro di sé e venerato, giunto alla dolorosa consapevolezza che tutta la gloria da lui attinta non è che vana gloria. Invece dei ricchi indumenti della partenza, ora indossa soltanto una lacera sottoveste che copre il suo corpo emaciato, e i sandali, coi quali ha tanto camminato, sono ormai consunti e inservibili.
Il dipinto di Rembrandt non rivela nessun movimento esterno…è un dipinto di assoluta immobilità. Il fatto che il padre tocchi il figlio è una benedizione perenne, il figlio che riposa sul petto del padre è una pace eterna. “Il momento dell’accoglienza e del perdono nell’immobilità della sua composizione dura all’infinito. Il movimento del padre e del figlio parla di qualcosa che non passa ma dura per sempre”. “Il gruppo padre e figlio esternamente è quasi immobile, ma all’interno è estremamente dinamico …la storia si occupa non dell’amore umano di un padre terreno … ciò che si intende ed è qui rappresentato sono l’amore e la misericordia divini nella loro forza di trasformare la morte in vita”.
Il giovane abbracciato e benedetto dal padre è un uomo povero, molto povero. Ha abbandonato la propria casa con tanto orgoglio e denaro, deciso a vivere la sua vita lontano dal padre e dalla famiglia. Ritorna con niente: il denaro, la salute, l’onore, il rispetto di sé, la reputazione … ogni cosa è stata sperperata. Il figlio inginocchiato non ha nessun mantello. La tunica consunta, marrone chiaro, copre appena il suo corpo esausto e sfinito dal quale è scomparsa ogni forza. Le piante dei piedi raccontano la storia di un viaggio lungo ed umiliante. Il piede sinistro, sfilato dal sandalo logoro, è segnato da cicatrici. Il piede destro, solo in parte coperto da un sandalo scalcagnato, parla anch’esso di sofferenza e miseria. E’ un uomo spoglio di tutto …eccetto di una cosa, la spada. L’unico segno di dignità che gli rimane è la piccola spada che gli pende dal fianco – l’emblema della sua nobiltà. Pur in mezzo alla degradazione, non ha perso del tutto la consapevolezza di essere ancora il figlio di suo padre. Diversamente avrebbe venduto la spada di grande valore, simbolo della sua condizione di figlio. La spada è lì a mostrare che, quantunque sia tornato atteggiandosi come un mendicante e un proscritto, non ha dimenticato di essere ancora il figlio del proprio padre. E’ stata questa condizione di figlio ricordata e soppesata a persuaderlo finalmente a tornare a casa.

(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

martedì 14 settembre 2010

55 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt

Martedì: Il padre misericordioso

Osservando le fattezze con cui è ritratto il padre ho compreso all’improvviso, in modo tutto nuovo, il significato della tenerezza, della misericordia e del perdono. Raramente, se mai ciò sia avvenuto, l’immenso amore misericordioso di Dio è stato espresso in maniera così intensa. Ogni dettaglio della figura del padre – l’espressione del volto, il suo atteggiamento, i colori dell’abbigliamento e, soprattutto, la gestualità delle mani – parla dell’amore divino per l’umanità che è esistito dall’inizio e che sempre esisterà.
Ciò che dà al ritratto del padre una forza così irresistibile è il fatto che ciò che vi è di più divino venga espresso con ciò che vi è di più umano. Vedo un uomo anziano mezzo cieco, con baffi e barba bipartita, vestito con indumenti ricamati in oro e con un mantello rosso scuro, che posa le sue mani, grandi e calme, sulle spalle del figlio che ritorna. Tutto questo e ben definito, concreto e descrivibile.Però vedo anche una infinita misericordia, un amore senza riserve, un perdono eterno - realtà divine – che emanano da un Padre che è il creatore dell’universo. Qui, sia l’umano che il divino, il fragile ed il potente, il vecchio e l’eternamente giovane, sono pienamente espressi.
Particolarmente significativo è il fatto che Rembrandt scelga un uomo anziano quasi cieco per comunicare l’amore di Dio. Egli riconosce il proprio figlio non con gli occhi del corpo, ma con l’occhio interiore del cuore. Sembra che le mani che toccano le spalle del figlio siano gli strumenti dell’occhio interiore del padre. Il padre quasi cieco vede un intero orizzonte. La sua è una vista eterna che spazia su tutta l’umanità. E’ una vista che comprende lo smarrimento di donne e uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che capisce con compassione immensa la sofferenza di coloro che hanno scelto di andarsene da casa. Quanto avrebbe voluto trattenerli con la sua autorità paterna e tenerli vicini a sé perché non si facessero del male.
Ma il suo amore è troppo grande per comportarsi così. Non può forzare, costringere, spingere o trattenere. Offre la libertà di rifiutare o ricambiare tale amore. Proprio l’immensità dell’amore divino costituisce la fonte della sofferenza divina. Dio, creatore del cielo e della terra, ha scelto di essere, prima di tutto e soprattutto, un Padre.
Come Padre, vuole che i suoi figli siano liberi, liberi di amare. Tale libertà include la possibilità che lascino la loro casa, se ne vadano in un paese lontano e perdano ogni cosa. Il cuore del Padre conosce tutto il dolore che questa scelta comporterà, ma il suo amore non gli consente di prevenirlo.
Come Padre l’unica autorità che rivendica per sé è l’autorità della compassione. Essa deriva dal consentire che i peccati dei figli feriscano il suo cuore.

(Queste riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen
L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

lunedì 13 settembre 2010

54 - Una settimana con il capolavoro Figlio prodigo di Rembrandt


Lunedì: Le mani della misericordia

Al centro del quadro ci sono le mani del padre. Esse sono molto diverse tra loro. La mano sinistra, posata sulla schiena del figlio, è forte e muscolosa. Le dita sono aperte e coprono gran parte della spalla destra del figlio prodigo. Possiamo intuire una certa pressione, specialmente del pollice. Quella mano sembra non soltanto toccare, ma anche, con la sua forza, sorreggere. Anche se la mano sinistra del padre si posa sul figlio con una certa delicatezza, è una mano che stringe con energia.
Come è diversa la mano destra! Essa non sorregge né afferra: E’ una mano raffinata, delicata e molto tenera. Le dita sono ravvicinate e hanno un aspetto elegante. La mano è posata dolcemente sulla spalla del figlio. Vuole accarezzare, calmare,offrire conforto e consolazione. E’ una mano di madre.
Appena mi sono reso conto della differenza tra le due mani del padre, mi si è dischiuso un nuovo mondo di significati. Il padre non è semplicemente un padre ma anche una madre. Lui sorregge, lei accarezza. Lui rafforza e lei consola. E’ dunque Dio, nel quale sono pienamente presenti l’esser-padre e l’esser-madre, la paternità e la maternità.
La mano femminile e carezzevole del padre è in corrispondenza con il piede nudo e ferito del figlio, mentre la forte mano maschile è in corrispondenza con il piede che calza il sandalo. Una mano protegge la parte vulnerabile del figlio, mentre l’altra rinvigorisce la sua forza ed il suo desiderio di migliorare la propria vita.

(Questa e le seguenti riflessioni sono tolte dal libro di Henri J.M. Nouwen L’abbraccio benedicente - Editrice Queriniana)

domenica 12 settembre 2010

53 - XXIV DOMENICA – L’ESPERIENZA DEL PERDONO DI DIO - 12 SETTEMBRE 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
La pace dipende dalla misericordia ( Esodo 32,7-11.13-14 1° Timoteo 1,12-17 Luca 15,1-32 )

Il Vangelo di questa domenica racconta tre bellissime parabole sulla misericordia di Dio.
Prima di tutto vogliamo conoscere che cos’era la misericordia al tempo di Gesù!
Quando un uomo aveva contratto molti debiti…se non poteva pagare…veniva venduto lui e tutta la sua famiglia per saldare una parte dei debiti. Se un parente o un amico interveniva e copriva tutti i debiti…questa cifra che doveva sborsare per salvare l’amico dalla schiavitù era chiamata misericordia.
La misericordia era una grande cifra di denaro data per salvare una persona e la sua famiglia dalla schiavitù…era quindi una testimonianza concreta di un amore vero, grandissimo, gratuito, generoso, solidale….
L’amore di Dio è veramente misericordioso perché in Gesù ha pagato tutto il debito contratto dall’umanità con il peccato di Adamo ed Eva e da ciascuno di noi con i suoi peccati personali.
La parabola della pecorella smarrita ci svela come la misericordia di Dio sia personale. Non ama solo i 99 che sono bravi e buoni…ma cerca chi fa di testa sua e per questo si perde nella vita …e trovatolo…se lo mette sulle spalle …lo accarezza …gioisce con lui e per lui …lo porta a casa tutto contento e felice anche se gli è costata molta fatica …meglio…la vita di suo Figlio Gesù!
Nella parabola della moneta d’oro perduta Dio è buono e misericordioso non solo perché perdona il peccatore che gli chiede scusa ma soprattutto perché con molto impegno cerca chi si è perduto finchè non lo trova!
La parabola del padre misericordioso rivela Dio Padre che va verso i propri figli. Quello più giovane lo sogna, guarda da lontano oltre l’orizzonte. Scruta le strade su cui il figlio potrebbe trovare la via del ritorno. Appena lo scorge, quando ancora è confuso con l’orizzonte lontano, ha un sussulto di gioia. Non resta in casa ad attenderlo, ma gli corre incontro, lo abbraccia e lo bacia. Sente le parole che il figlio gli dice, ma il suo cuore è altrove. Ordina di rivestirlo con l’abito più bello e fa preparare una grande festa per celebrare il suo ritorno. La stessa cosa la fa per il primogenito, fisicamente più vicino ma con il cuore molto lontano da lui…il risultato è ben diverso!
Questo è il nostro Dio….
Questo è il Dio che Gesù ci ha fatto conoscere…
Questo è il Dio che il Vangelo annuncia in ogni pagina…
Questo è il Dio che noi chiamiamo Padre…
Questo è il Dio che ama più di una Madre…

La misericordia è indispensabile nella vita familiare:
° il marito deve portare gli sbagli della moglie e la moglie gli sbagli del marito;
° i genitori devono portare il peso dei figli ed i figli il peso dei genitori;
° insieme condividiamo le difficoltà del vivere in famiglia;
° ci sono momenti in cui è chiesto più all’uno, altri in cui deve dare il meglio l’altro… ed i tempi
non sono determinati dal calendario né dall’orologio… ma alla fine della vita ciascuno si
accorgerà di aver portato il 50% del peso;
° beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia!

domenica 5 settembre 2010

52 - XXIII DOMENICA – SCELTA DI FEDE SCELTA RADICALE - 05 SETTEMBRE 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Educare all’autonomia e alla dedizione ( Sapienza 9,13-19 Filemone 9-10.12-17 Luca 14,25-33 )

“L’atto di fede in Gesù si realizza e diventa concreto afferrando la realtà dell’uomo in tutte le sue dimensioni, da quella corporea a quella sociale e storica. L’adesione alla sua persona che si vive nella nuova comunità, ha esigenze radicali e comporta rotture e il sacrificio di realtà e valori tali che la rinuncia ad essi o è un atto di disperazione o rassegnazione nei confronti del senso della resistenza, oppure il dischiudere l’ordine terreno alla realtà di Dio che viene dall’alto come grazia” (Karl Rahner).
Se nel Vangelo Gesù moltiplica gli appelli alla rinuncia, se invita a portare la propria croce e a seguirlo, non è per far evadere l’uomo dal mondo, ma piuttosto per promuovere l’assunzione e la fedeltà alla condizione umana fino in fondo.
Mentre l’uomo peccatore tenta di realizzare la felicità cercando di evitare tutto ciò che fa soffrire e tenta di mettere tra parentesi la morte, puntando unicamente su ciò che può offrire la vita presente, il cristiano è invitato dalla fede a guardare in faccia questa vita col massimo realismo. Attraverso la sofferenza ed anche la morte egli dà il suo apporto insostituibile alla riuscita della avventura umana. Egli sa che la morte è la via della vita. Ma un tale progetto riesce soltanto nel seguire Gesù sotto l’influsso del suo Spirito.
La garanzia del discepolo è quindi di andare da Gesù senza avere niente. La vera sapienza consiste nel non portare pesi che ci impediscono la marcia dietro a Gesù. Positivamente, si tratta di portare un solo peso: la croce di Gesù. E il peso della croce è il peso del suo amore. Non si tratta di fare calcoli, di misurare il numero delle pietre per la costruzione della casa…l’intenzione del Signore non è questa. Essere discepoli significa non preferire nient’altro all’infuori dell’amore di Gesù. Preferire solo e sempre il Signore, ossia sceglierlo di nuovo ogni giorno e offrirgli tutta la nostra vita. Il dono della sapienza, che è sempre da chiedere al Signore, ci permette di darci per intero, con libertà e in maniera trasparente a questo amore. Colui che è avvinto da
questo amore non ha più paura di niente perchè l’amore vince ogni timore.

L’educazione alla fede, specie nei giovani, deve tener conto …dell’autonomia per cui si è sé stessi, la quale include l’accettazione di sé stesso, l’accettazione degli altri , l’accettazione del senso dell’esistenza ….della dedizione che dice capacità di stringere legami con le persone in modo disinteressato, nel rispetto sia del loro valore che della propria dignità. Se non si forma una personalità autonoma nelle relazioni con se stesso, col prossimo e con Dio attraverso l’esperienza, si rischia di compromettere la crescita nella fede.
Educazione alla fede è educazione integrale; parte dal rifiuto del puro apprendimento mnemonico, della cultura libresca, e giunge ad inserire il giovane all’interno della comunità come luogo di esperienza dell’incontro con Dio.
Ma poiché la fede è primariamente dedizione personale, è risposta ad un amore che si manifesta a noi, l’educazione alla dedizione anche umana diventa importante perché abilita a dedicarci a Dio. La famiglia è il luogo ideale per una educazione alla fede. L’amore e la dedizione tra papà e mamma, il donare tutte le proprie energie ai figli diventa possibilità di comprendere l’amore di Dio per noi e stimolo a rispondere concretamente a tale aiuto.

sabato 28 agosto 2010

51 - XXII DOMENICA – LA SCELTA DELL’UMILTA’ - 29 AGOSTO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

Scegliere l’ultimo posto in famiglia ( Siracide 3,19-21.30-31 Ebrei 12,18-19.22-24 Luca 14,1.7-14 )

Mettere l’umiltà al centro delle nostre considerazioni non è certamente cosa agevole, oggi, anche perché il termine ‘umiltà’ sembra essere stato completamente radiato dal vocabolario corrente. E se il vocabolario lo ignora, vuol dire che l’umiltà come atteggiamento di vita è diventata ormai un optional, anzi, una stranezza indesiderata. Eppure, non solo il cristiano ma ogni vero credente, se si mantiene alla scuola di Dio e, a maggior ragione, alla scuola del vangelo, avverte ogni giorno di più di essere chiamato sulla strada dell’umiltà. Questa è la via che Dio ha aperto dal cielo alla terra quando è sceso fino a noi. Questa è la via sulla quale Gesù si è mosso, quando abitava in mezzo a noi. Questa è la via sulla quale hanno camminato i santi ed i martiri. Questa è la via della perfezione cristiana, aperta davanti a tutti coloro che, pellegrini sulla terra, si sentono chiamati alla patria del cielo.
La liturgia della Parola odierna mette peraltro in grande evidenza il risvolto positivo dell’umiltà, quando essa è assunta sinceramente e coraggiosamente come atteggiamento di vita: con essa e per essa veniamo ammessi al banchetto del Regno. E’ questa la veste nuziale della quale non possiamo fare a meno; con essa invece riusciamo graditi al Signore e veniamo ammessi alla gioia del banchetto nuziale. E’ come dire che l’umiltà ci rende simili a Gesù e solo così Gesù riconosce in noi la nostra somiglianza con Lui. Per un cristiano l’umiltà è, ad un tempo, atteggiamento di vita e attitudine interiore. Se non è umile l’animo non possono essere umili le parole e i gesti. Ed è una lezione questa, che si può imparare solo da Gesù. E’ stato Lui a dire -e si rivolgeva ai suoi discepoli- “imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29) Chi di noi può dire con tutta la verità di avere “imparato Cristo”? (cfr Ef 4,20)

La società, e spesso anche la famiglia, si organizza e vive sulla competitività, sulla lotta ad oltranza per i primi posti, sul denaro, come il valore ultimo ed assoluto.
I giovani ed i ragazzi oggi si preparano ad inserirsi in questo tipo di società attraverso una educazione familiare e scolastica troppo spesso fondata su una educazione all’agonismo sociale, all’arrivismo. E’ grave il pericolo di una scuola che diventa luogo di selezione sociale massificando i più, relegandoli alla categoria di “inferiori” e facendo emergere i “meglio-dotati”. Un’educazione cristiana che non punti a fare l’uomo più umano, più capace di vera relazione con l’altro, ma invece più sicuro di sé, più aristocratico, più distaccato….finisce per renderlo potenzialmente più egoista e sfruttatore.
Ovunque, ma specialmente in famiglia, scegliere l’ultimo posto significa usare il proprio posto per il servizio degli altri e non per il dominio su di loro.

domenica 22 agosto 2010

50 - XXI DOMENICA – UN AMORE ESIGENTE ED UNIVERSALE - 22 AGOSTO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Il TU dell’amore familiare ( Isaia 66,18-21 Ebrei 12,5-7.11-13 Luca 13,22-30 )

Quello di Dio è un amore esigente: è un amore da Dio! Ma è evidente che tale esigenza è dettata solo dall’amore. Non può essere segno di una volontà dispotica e tanto meno indice di una autorità che non lascia spazio alla libertà altrui. Anche noi conosciamo le esigenze dell’amore che non sono meno forti delle esigenze dell’autorità. Non dovremmo perciò far fatica a considerare le esigenze di Dio come segno manifestativo del suo amore assoluto e incondizionato, preveniente ed indulgente. Quello di Dio è anche un amore universale: non può essere costretto dentro categorie o limiti umani, ma vuole spaziare su tutti i tempi e in tutti i luoghi per raggiungere tutta l’umanità. A differenza del nostro, l’amore di Dio non diminuisce quando viene partecipato, anzi comunicandosi si realizza in pienezza.

Se ci illudiamo di aver diritto ad un posto di riguardo solamente perché fin da piccolo siamo immersi in una cultura cristiana, o perché siamo amici di un prete o di una suora, la nostra delusione sarà cocente. Non basterà neppure conoscere le tradizioni cattoliche, aver partecipato talvolta alla Messa, né aver ascoltato la Parola di Dio. Ciò che conta infatti è ben altro.
Il vangelo di Gesù non è un distintivo da mettere sul bavero,un divisa da indossare nelle grandi occasioni, una tessera da esibire per essere ammessi in luoghi esclusivi, un pass che dà diritto ad accedere a sconti privilegiati per entrare nel Regno.
La Buona Novella è tale solo se viene messa in pratica, se diventa carne e sangue della nostra esistenza, se trasforma le nostre decisioni e ci fa assumere atteggiamenti nuovi, improntati all’amore e alla giustizia, alla fraternità e alla misericordia. E’ questo l’essenziale e pertanto Gesù annuncia grosse sorprese quando le apparenze faranno posto alla realtà: allora ci saranno primi che diventeranno ultimi e ultimi che prenderanno il posto dei primi.

Il TU nella coppia…. si presenta anzitutto come un mistero, su cui non si possono mettere le mani, che è sempre al di là di quanto si pensa di aver capito o colto di lui.
Si presenta con la caratteristica di dono, qualcosa cioè che non si può pretendere ma che viene dato e il cui esserci dato ci sorprende perché ha sempre la connotazione del gratuito, del non dovuto.
Si presenta come colui che parla, che dice parole di conforto, di incoraggiamento, anche di giudizio ma che sempre rialzano e fanno camminare ancora.
Si presenta come qualcuno che attrae, con un’attrazione che suscita ricerca continua.
Si presenta come un’alleato che è dalla mia parte, che mi permette di dire in ogni circostanza: “sono amato!”.
Si presenta come colui che apre sempre nuove prospettive, nuovi orizzonti di azione, e quindi scioglie continuamente i nodi della vita, prospetta nuove vie d’uscita, nuovi possibili inizi.
Si presenta come colui che si dona, che si comunica, si manifesta, che offre una comunicazione di esperienza.

sabato 14 agosto 2010

49 - ASSUNZIONE DI MARIA: UNA DONNA VESTITA DI SOLE - 15 agosto 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

Una mamma in Cielo (Apocalisse 11,19;12,1-6.10 1 Corinti 15,20-27 Luca 1,39-56 )

La persona di Maria racchiude e realizza in sé un cammino particolare di fede: pur nell’elezione che l’ha vista non toccata dal peccato originale e che l’ha resa Madre di Dio, essa “ha creduto per prima”. Questa precedenza nel cammino di fede la rende un modello per chiunque vuole capire cosa significhi riconoscere la completa signoria di Dio sulla propria vita.
Questa signoria trova compimento già a livello del nostro cammino di crescita umana. Mano a mano che la signoria di Dio entra nella nostra storia riusciamo a vedere con occhi nuovi la realtà che ci circonda. I nostri occhi non vedono più i soprusi, le ingiustizie di chi opprime il debole, le fandonie di chi ha la superbia nella propria lingua, la ricchezza che diventa uccisione del povero… pian piano i nostri occhi diventano simili a quelli di Maria che la rendono capace di riconoscere la potenza di Dio all’opera nella storia in favore della giustizia e della pace e ci accorgiamo come noi stessi possiamo diventare a nostra volta storia di liberazione, proprio come Maria, se ci affidiamo a questo annuncio.
La signoria di Dio trova compimento anche nel nostro cammino di fede. Con Maria ci accorgiamo di essere ‘servi del Signore’, chiamati a proclamare l’opera del Signore e le sue meraviglie, chiamati a magnificare la presenza Sua nella nostra vita. Con Maria non abbiamo paura a riconoscere di fronte al mondo la nostra elezione, non abbiamo paura a chiamarci servi e figli di Dio, non abbiamo paura dell’opera che lo Spirito Santo sta compiendo dentro di noi. Questo cammino si compie nella preghiera, nel servizio e nella testimonianza, insieme a Maria che è stata capace di rendere effettivi nella propria carne la sua preghiera del Magnificat, il suo servizio verso gli altri (la visitazione è prima di tutto risposta a un bisogno di Elisabetta) e il suo annuncio di liberazione.
L’ultimo annuncio di questa signoria di Dio sulla nostra vita avviene quando riusciamo a comprendere che essa non rimane estranea nemmeno alla nostra corporeità. Lo possiamo già intuire nell’annuncio dell’incarnazione o sentire nella nostra vita nella corporeità dei vari sacramenti. La realtà della risurrezione, che per la nostra natura umana diventa già efficace nell’assunzione di Maria al Cielo, è il richiamo ultimo ad abbandonare anche il nostro corpo alla potenza del Regno di Dio. Persino il nostro corpo, con i suoi bisogni infimi e con i suoi desideri più alti, con le sue grida di “ho fame!” e i suoi “ti amo!”, è compreso nel Regno di Dio. Il corpo di Maria, che ha portato in sé il corpo del Verbo incarnato, eppure ha affrontato il dolore della storia, diventa nella sua assunzione la promessa e la realizzazione del fatto che i nostri sogni, i nostri desideri, i nostri stessi bisogni non possono più distoglierci dalla presenza divina che ha toccato la nostra vita.

Donaci, Padre, di lodarti con le stesse parole di Maria, con le espressioni di gioia di tanti uomini e donne che hanno creduto e sperato in Te. Sì, o Dio, Tu sei veramente grande nel Tuo amore smisurato, che non conosce confini: in Maria Tu ci offri un segno di sicura speranza perché ognuno possa contemplare nella sua gloria il compimento e la pienezza a cui è destinato.
Attraverso di lei, giovane donna e madre di Nazareth, Tu hai realizzato il prodigio dell’Incarnazione del Tuo Figlio. A lei Tu lo hai affidato come un bambino da far crescere e preparare alla vita, nutrito del suo affetto di madre. E lei gli è rimasta accanto fino in fondo, fino al Calvario, fino alla morte sulla croce.
Per questo ha partecipato, anima e corpo, alla sua risurrezione. Per questo non ha conosciuto la corruzione del sepolcro, ma è stata trasfigurata subito dopo la morte per condividere accanto al Figlio la gioia dell’eternità. Amen.

sabato 7 agosto 2010

48 - XIX DOMENICA: POVERTA’ VOLONTARIA SEGNO DEL REGNO - 08 AGOSTO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
La famiglia come tesoro - ( Sapienza 18,3.6-9 Ebrei 11,1-2.8-19 Luca 12,32-48 )

L’uomo nella sua riflessione morale ha sempre visto nell’avere, nella ricchezza un pericolo di alienazione, Il dio-denaro, secondo Gesù, mette l’uomo nel pericolo più minaccioso di non accorgersi della Sua venuta, di non percepire la chiamata di Dio, di non possedere quella radicale libertà di cuore che è necessaria per l’accettazione piena del Regno, Chi vuole il Regno deve dare in elemosina ai poveri i propri beni.
La povertà volontaria dei beni è una “novità assoluta”, il segno della nuova fraternità. “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune…”, scrive Luca nel libro degli Atti 2,44. La donazione libera e gratuita dei beni è una risposta al Vangelo, è un atto di fede nell’avvento del Regno che unifica gli uomini attraverso la grazia di Dio, è un atto d’amore per l’uomo in risposta all’atto di grazia e d’amore di Dio per noi. La povertà evangelica volontaria perciò non è un programma di giustizia sociale e nemmeno una pratica ascetica, anche se non esclude questi valori, ma è un atto di fede e di amore.

Ogni autentico incontro umano deve avvenire nella povertà, perché dobbiamo saperci dimenticare e tirarci da parte affinché l’altro venga veramente a noi nella sua unicità. “ Non temete, piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto di darvi il suo Regno”…..questa dichiarazione stupenda di Gesù può essere benissimo applicata alla famiglia. Da essa gli sposi possono ricavare luce per il loro cammino di fede, conforto per le loro difficoltà e forza per la loro crescita nella carità.
“Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore!”…è un’altra verità assai nota ma che facciamo finta di non conoscere. Se sono concentrato su me stesso, sul mio lavoro, sul mio divertimento, sul rapporto con gli altri….e la famiglia è molto distante, è all’ultimo posto delle mie preoccupazioni…certamente il mio cuore è altrove…ha altre fonti a cui dissetarsi. La famiglia deve essere l’unico tesoro che assorbe le migliori nostre energie.

Beati coloro che hanno scelto di vivere sobriamente
per condividere i loro beni con i poveri.
Beati coloro che rinunciano a più offerte di lavoro
per risolvere i problemi dei disoccupati.
Beati i funzionari che sveltiscono gli iter burocratici
e tentano di risolvere i problemi delle persone non informate.
Beati i banchieri, i commercianti e gli agenti di vendita
che non approfittano delle situazioni per aumentare i loro guadagni.
Beati i politici ed i sindacalisti
che si impegnano a trovare soluzioni concrete alla disoccupazione.
Beati noi quando smetteremo di pensare:“Che male c’è nel frodare? Lo fanno tutti…”
allora la vita sociale sarà un’anticipazione del Regno dei Cieli.
Beati i genitori che fanno della famiglia il loro tesoro
avranno figli felici e sereni.
Beate le famiglie che sanno dare a “Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare”
non saranno mai sole nelle difficoltà.

giovedì 5 agosto 2010

47 - A META’ SETTIMANA…PER RIASSAPORARE LA PAROLA!

Guardare in Cielo…per vivere meglio!
“ Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra!”. Sono parole che abbiamo ascoltato nella lettera dei Colossesi di domenica.
Possiamo notare, secondo S; Paolo, tre momenti della nostra unione con il Signore Gesù: “risorti con Cristo”, “vita nascosta con Cristo”, “manifestati con Lui”. Il battesimo ci fa partecipi della risurrezione di Cristo, ci fa morire al peccato e condividere la vita umile e nascosta di Cristo, e finalmente prendere parte alla sua glorificazione. Durante questa vita siamo impegnati a sviluppare i primi due momenti: quello che fa morire “le cose della terra”, i comportamenti cattivi che derivano dalla natura umana corrotta, e quello che cerca “le cose di lassù”, per cui il cristiano si rinnova continuamente e diventa icona vivente sempre più simile al Padre, presso il quale si è assiso il Signore risorto.
Notiamo in particolare due cose negative da evitare. La prima è quella di mentirsi reciprocamente. Tale modo di essere non ha ragione d’essere: gli altri non sono degli stranieri … ma in forza del battesimo sono dei fratelli e delle sorelle nei quali è presente Cristo “tutto in tutti”. Quanto è importante la reciproca sincerità all’interno della vita di coppia e familiare. Nelle bugie non si cresce e non si educa. Come dice il vecchio proverbio…le bugie hanno le gambe corte e non portano da nessuna parte anzi rendono i rapporti tumultuosi e difficili. La seconda realtà da far morire è “quella avarizia insaziabile che è idolatria”….che suppone una totale consacrazione al dio-denaro. Impariamo ad essere saggi gestendo con responsabilità le realtà di questo mondo secondo la legge di Dio, a utilità nostra e dei fratelli…è questa una grazia che dobbiamo chiedere con costanza al Signore.

Il nome…un patrimonio!
Il nome, specialmente nella sua valenza etimologico-simbolica, rivela l’identità più vera dell’essere di Dio come anche della persona umana, fonda le relazioni in termini positivi o negativi, dice conoscenza,appartenenza, presenza reciproca, cura perso-nale, protezione…apre a possibilità inedite di accesso al potere dell’altro in forza di un’alleanza, esprime iconicamente la missione cui si è destinati.
Rivelare il nome vuol dire manifestare la propria essenza e le proprie caratteristiche in prospettiva relazionale; dare il nome è prerogativa di sovranità; cambiare il nome è un’azione tipicamente divina, di cui Dio si avvale per indicare i nuovi ruoli assegnati a coloro che Egli sceglie come suoi servi ed amici; conferire un nome nuovo è dono ed espressione di fiducia, contiene una promessa, ma al tempo stesso esige un impegno, responsabilità, fedeltà da parte di chi lo riceve in ordine alla missione affidata; invocare il nome è proprio di formule di giuramento, di benedizione, di maledizione, chiamando in causa la potenza divina, ma anche evocazione di una presenza reale; chiamare per nome implica una familiarità, una conoscenza ed intimità che sono ultimamente indirizzate ad una cura speciale in vista della salvezza.

sabato 31 luglio 2010

46 - XVIII DOMENICA – IL DENARO, UNA FALSA SICUREZZA - 01 Agosto 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
In famiglia le cose diventino segni di comunione (Qoèlet 1.2; 2,21-23 Colossesi 3,1-5.9-11 Luca 12,13-21)
Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è la sicurezza. Egli ricerca appassionatamente e necessariamente un fondamento stabile su cui poggiare la propria esistenza. Ora un movimento antico quanto l’uomo è quello di chi sceglie come pietra angolare nella propria vita le cose, il denaro.
Il denaro è tutto, si dice. Il denaro è potere, meglio è il potere. Senza denaro non si può far nulla. Il denaro dà all’uomo il senso della sicurezza, della possibilità di fare tutto. Scatta allora il meccanismo dell’accumulazione: il denaro non è mai troppo… diventa idolatria. Quando il denaro diventa dio, per averlo si è disposti a tutto.
Il denaro è la sorgente di tutte le gerarchie sociali, di tutte le discriminazioni: chi ha di più è più in alto; gli uomini non sono più uguali, si distinguono per quello che hanno. Ma l’uomo del denaro diventa un uomo ‘solo’, un uomo alienato, schiavo. Il denaro diventa una prigione. L’uomo del denaro è l’uomo vecchio….
Le cose sono una falsa sicurezza. Il possesso è in realtà illusorio: il ricco è posseduto dalle cose……non le possiede. La morte rivela in modo evidente questa verità. La meditazione della morte compie nell’uomo la liberazione da un’illusione, una prima liberazione dalle cose.
Il fondamento sicuro dell’esistenza è Dio solo, in Lui acquista significato anche l’uso delle cose, in sé buone. Non saranno più sorgente di divisione ma di comunione. L’uomo non le tiene egoisticamente per sé, ma le trasforma in ‘segno’ di comunione.

La divisione dell’eredità è sempre stata un momento difficile per le famiglie. Fare le parti giuste è quasi impossibile. La divisione dell’eredità diventa la divisione della famiglia. Davanti al dio-denaro emergono tutte le nostre povertà.
Ci sono poi delle soluzioni dinnanzi alle quali rimango di stucco. Una coppia nella quale ciascuno mantiene il suo conto bancario, come da fidanzati, e le spese della famiglia si dividono a metà…prendendo lui il doppio della moglie…risultato: il conto del marito è ben fornito, quella della moglie a zero! Mi è sembrato strano che solo un mio intervento abbia fatto emergere che l’impostazione non reggeva…Famiglie che vivono al di sopra delle proprie possibilità…se entrano € 1.500,00 al mese non possiamo spendere tutti i mesi 1.600/1.700,00…ma se non si sono mai registrate le spese è difficile sapere dove si deve risparmiare…
Dobbiamo anche chiederci come stiamo educando i figli nel rapporto con il denaro…se quanto ricevono (paghetta, feste, compleanni…) viene considerato tutto proprietà personale da potersi spendere a piacimento….e questo sistema continua con lo stipendio…è chiaro che sposati i soldi non basteranno mai…In educazione è necessario unire il piacevole con il necessario anche nell’uso dei soldi!

45 - A META’ SETTIMANA…PER RIASSAPORARE LA PAROLA!

Preghiera verbale e preghiera vitale
Il rapporto con Dio si vive all’interno dell’esistenza, nella fitta trama di rapporto con le persone. La preghiera perciò è un fatto vitale prima che verbale. Però il momento verbale è un momento antropologicamente necessario ed ineliminabile. Certo le otto ore di lavoro duro per un operaio sono amore concreto per la moglie ed i figli, ma se si toglie il momento del dialogo, si perde una dimensione essenziale dell’esistenza umana. Così anche per il nostro rapporto con Dio. La preghiera è parola, è coscientizzazione del rapporto con Dio, è nutrimento del rapporto personale con Lui: quando non ci si parla più lentamente si diventa estranei.
La preghiera in quanto parola è vera o falsa. E? vera quando esprime la realtà ossia la vita, falsa quando ne è dissociata.

Tre condizioni costitutive della preghiera
1) La fede in un Dio personale, vivente: non si parla ad un’idea o ad una cosa o ad una forza impersonali. Chi prega sa di trovarsi di fronte alla Sapienza suprema che lo conosce. Non basta una fede nel significato della vita o in una persona umana, occorre la fede in Dio, nell’Amore.
2) La fede nella presenza reale: Dio è sempre presente e questa presenza è sorgente di vita e di luce. In essa viviamo con intensità il momento presente, perché incontriamo il Signore della storia nella riconoscenza per quanto ci ha dato nel passato e nell’attesa della trasfigurazione finale.
3) La fiducia che il Dio che ci ha parlato e continua a rivelarsi ascolterà la nostra preghiera: la preghiera suppone un rapporto tu-io io-tu. La fede che dà forza alla preghiera si può condensare così: “Tu sei ed io sono per mezzo di Te e Tu mi inviti a vivere con Te”. Per mezzo della preghiera si realizza la reciprocità delle coscienze, la presenza reciproca.

Le forme fondamentali della preghiera
1) Preghiera di ascolto: Il vero orante è anzitutto colui che ascolta! E’ l’ascolto che immette nella relazione di filialità con il Padre. L’ascolto è preghiera perché è accoglienza di Colui che parla, inizio della relazione con Lui, dell’obbedienza a Lui. (Salmo 95 – Venite, cantiamo al Signore…)
2) Preghiera di adorazione: è il riconoscere il tutto di Dio ed il nulla dell’uomo, l’assoluta signoria di Dio e la totale indigenza dell’uomo. La persona si accetta in fondamentale libertà come totalmente e continuamente dipendente da Dio come il nulla dal Tutto. (Salmo 63 – O Dio tu sei il mio Dio…)
3) Preghiera di lode: è confessione della grandezza Dio. Alla luce della Parola che rivela quello che “Dio è” sgorga spontaneo, nella gioia e nella libertà, un sentimento che prorompe nella lode…espressione del proprio ‘sì’, del proprio ‘amen’ a Dio. (Salmo 113 – Lodate, servi del Signore…)
4) Preghiera di ringraziamento: Alla gratuità dell’agire di Dio verso l’umanità risponde il riconoscimento del dono e la riconoscenza e gratitudine dell’uomo. Se da un lato la preghiera di ringraziamento considera il ‘passato’, ciò che Dio ha fatto per noi, dall’altro essa apre al ‘futuro’, alla speranza: e tutto questo mentre si configura come dimensione peculiare in cui vivere cristianamente il ‘presente’, lo spazio stesso della vita. (Salmo 92 – E’ bello rendere grazie al Signore…)
5) Preghiera di intercessione: Inter-cedere significa ‘fare un passo tra’, ‘interporsi’, in una compromissione attiva che coinvolge tanto il rapporto con Dio quanto il rapporto con gli uomini. Nell’intercessione il cristiano si apre al bisogno dell’altro facendone memoria davanti a Dio e ricevendo nuovamente l’altro da Dio illuminato dalla luce della volontà divina. L’icona dell’intercessore è Cristo crocifisso che presenta al Padre l’umanità. (Salmo 80 – Tu, Pastore d’Israele, ascolta…)
6) Preghiera di domanda: La domanda non è solo qualcosa che l’uomo fa, ma è una dimensione costitutiva del suo stesso essere: l’uomo è domanda, è appello. Con la preghiera di domanda il credente stabilisce un tempo di attesa tra il bisogno ed il suo soddisfacimento, pone una distanza tra sé e la sua situazione concreta: egli si innalza dal suo bisogno e lo trasfigura in desiderio. Impariamo quindi a desiderare, cioè a conoscere e disciplinare i nostri desideri, distinguendoli dai nostri bisogni e cercando di accordarli con il desiderio di Dio. Noi chiediamo i doni che colmino i nostri bisogni, e lo Spirito Santo ci porta ad invocare la presenza del Donatore, ovvero chiedere l’amore, desiderio del desiderio. (Salmo 130 – Dal profondo a te grido, o Signore…)
7) Preghiera di perdono: In Gesù Cristo si manifesta il senso pieno del perdono di Dio, frutto del suo amore gratuito, della sua potenza creatrice e della sua misericordia…una grazia che cambia il cuore dell’uomo e lo strappa dalla sua schiavitù, se l’uomo riconosce di essere peccatore, chiede perdono e accetta di essere invitato al banchetto della vita. (Salmo 51 – Pietà di me o Dio, nel tuo amore…)

sabato 24 luglio 2010

44 - XVII DOMENICA – PREGHIERA VERBALE E PREGHIERA VITALE - 25 LUGLIO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
La famiglia che prega…..vive!( Genesi 18,20-21.23-32 Colossesi 2,12-14 Luca 11,1-13 )

La preghiera, nella sua definizione più universale e condivisa da ogni religione, è dialogo con Dio.
Però mettere l’uomo in dialogo con Dio può essere un rischio. L’uomo nella preghiera può snaturare se stesso e Dio. Può ridurre Dio ad un suo bene di consumo, ad un facile rimedio alle proprie insufficienze e alle proprie pigrizie. E può ridurre se stesso a un essere che scarica le proprie responsabilità su un altro.
Per il vero credente la preghiera è legata essenzialmente alla fede. Una libera risposta al Dio che si rivela e che parla, un’azione di grazie per i grandi eventi che Dio compie per l’umanità. La preghiera è perciò prima risposta che domanda.
Inoltre per il cristiano la preghiera è partecipazione alla preghiera di Gesù. Con il ‘Padre nostro’ Gesù ci introduce nel segreto del Suo rapporto filiale con il Padre rivelandoci le grandi parole su cui intrattenerci nel colloquio con Lui. Gesù ci assicura che ogni preghiera sarà esaudita, purché sia piena di fiducia, e non manchi, se ce ne fosse di bisogno, l’insistenza. Il Padre, che sa di cosa abbiamo bisogno, non ci dà solo “cose buone”, ma anche il dono per eccellenza, lo Spirito Santo.
Dire che è inutile pregare perché Dio non ascolta…è una tentazione perché Gesù ha detto che sempre il Padre ascolta anche se non sempre fa quello che Gli si chiede…. o perché non è cosa buona per noi (nessuno si scandalizza se un padre nega al figlio diabetico il dolce anche se il figlio insiste, ci meraviglieremmo del contrario)…o perché il suo disegno d’amore e di salvezza è diverso (non dimentichiamo che il Padre ‘ha lasciato’ che i soldati romani massacrassero di botte Suo Figlio Gesù…).

Pregare insieme in famiglia è un momento fondamentale della vita familiare perché:
* ci apre il cuore verso l’altro/a…gli altri;
* crea comunione e condivisione;
* dona un momento di silenzio, di ascolto, di riflessione;
* scioglie le nostre diversità facendoci sentire figli dello stesso Padre;
* ci aiuta a ridimensionare i nostri contrasti mettendo prima di tutto il Regno di Dio;
* ci porta a perdonare le offese e saper chiedere scusa degli sbagli;
* attualizza quotidianamente il sacramento del matrimonio che abbiamo celebrato;
* nei primi giorni della settimana…rende presente e viva la messa domenicale;
* negli ultimi giorni della settimana…ci prepara alla messa domenicale;
* diventa un momento molto educativo e formativo per i figli………………
(aspetto i vostri contributi per continuare le motivazioni della preghiera in famiglia…..)

IL DIAVOLO ED IL CONTADINO
Un giorno il diavolo si recò in perlustrazione per vedere come gli uomini pregassero. Il suo giro fu breve – poiché gli uomini in preghiera erano ormai rari come le mosche bianche – e soddisfacente – poiché i loro gemebondi biascichii erano del tutto innocui.
Se ne stava tornando allegro a casa, quando notò in un campo un contadino che stava gesticolando. Incuriosito, si nascose dietro ad una zolla e stette ad osservare. L’uomo stava litigando violentemente con Dio: lo strapazzava, lo trattava senza riguardo, gliene diceva di tutti i colori. Il diavolo si sfregò le mani.
Ma in quel momento passò di lì un prete: “Buon uomo – disse al contadino – perché mai ti comporti così? Non sai che insultare Dio è peccato?”. “Reverendo, – rispose l’uomo – se me la prendo con Dio, è perché ci credo; se lo strapazzo, è perché ci sono affezionato; se grido, è perché so che mi ascolta!”. “ Tu vaneggi! – disse il prete allontanandosi”.
Ma il diavolo, che ne sapeva una più di un prete, fu molto allarmato: aveva scoperto un uomo capace ancora di pregare!

sabato 17 luglio 2010

43 - XVI DOMENICA: CASA CRISTIANA CASA OSPITALE - 18 luglio 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Vincere la solitudine all’interno della famiglia - ( Genesi 18,1-10 Colossesi 1,24-28 Luca 10,38-42 )
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Abramo è un modello di ospitalità e ne mostra i tratti fondamentali: prontezza (appena li vide, corse loro incontro), compie gesti di omaggio (si prostrò fino a terra), e di attenzione (si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero), considera un favore poter offrire accoglienza (se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre), vede come un diritto del forestiero essere ospitato (è ben per questo che voi siete passati), è sollecito nel prestare servizio personalmente e nel coinvolgere i familiari (corse lui stesso…presto…), è generoso e fa preparare molte cose (focacce…vitello tenero e buono…latte acido e latte fresco…), e resta disponibile a prestare altri servizi (stava in piedi presso di loro).
Ma quando si accoglie Dio-Gesù nella propria casa il primo dovere non è quello di “molti servizi” ma dell’ascolto fatto con attenzione e partecipazione. Marta e Maria non sono l’emblema di due tipi di vita (attiva e contemplativa) ma esempi concreti che illustrano il terzo e quarto tipo di terreno della parabola del seminatore(cfr Luca 8,4-15). Il preoccuparsi e l’agitarsi di Marta richiama “il seme caduto in mezzo alle spine” cioè “coloro che si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni della vita e non giungono a maturazione”. L’ascoltare di Maria ricorda invece il “seme caduto nel buon terreno” cioè “coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza”).
Dove si colloca il nostro modo di vivere, nel terzo o nel quarto tipo di terreno?

Quanto è importante imparare ad essere ospitali all’interno della vita di famiglia. Accogliere l’altro/a come dono, non abituarmi alla sua presenza, non dare per scontato quello che lui/lei fa per me, essere pronto ad aiutarlo/a nei momenti di difficoltà, essere interessati alla sua vita con discrezione e rispetto, sentire la sua presenza fisica, personale e spirituale dentro il mio corpo, la mia mente e la mia anima, trasformare i suoi difetti in qualità uniche particolari che fa di lui/lei quella persona unica di cui siamo innamorati, saper leggere nel suo sguardo i suoi desideri ed anche le sue voglie, saper dire grazie anche delle azioni più comuni ed ordinarie, saper condividere i suoi gusti con partecipazione e maturità……….
Quando non si è ospitali…anche in famiglia ci si sente soli…allora la televisione è sempre accesa ed il silenzio da molto fastidio…..Se si riesce a passare una serata in famiglia senza tv e non si va fuori di testa…facilmente i rapporti sono ancora vivi, in caso contrario…c’è da spegnere più spesso la tv….e vedere dove siamo!
“Sono lieto/a delle sofferenze che sopporto per te e completo nella mia carne quello che manca alla tua vita per il bene della nostra famiglia. Di essa sono diventato ministro=servo, secondo la missione affidatami da Dio per te…di realizzare cioè la Sua parola, il mistero d’amore nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato attraverso di noi nel sacramento che abbiamo celebrato con Lui…” è una parafrasi dell’inizio della lettura ai Colossesi!

mercoledì 7 luglio 2010

42 - XV DOMENICA: CHI AMA I FRATELLI RIVELA DIO - 11 luglio 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
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La famiglia è il luogo dove si impara ad amare gratuitamente (Deuteronomio 30,10-14 Colossesi 1,15-20 Luca 10,25-37)
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Nella parabola del buon samaritano Gesù trasforma la domanda del dottore della legge “Chi è il mio prossimo?”, che non coinvolge la nostra vita, in una domanda che ci tocca personalmente “Chi di questi tre (sacerdote, levita, samaritano) ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Se poi partiamo dalla domanda iniziale del Vangelo “Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” ci accorgiamo che il problema è molto serio e la conclusione di Gesù “Va’ e anche tu fa così” indica per tutti i cristiani una strada ben precisa….quella della compassione = patire insieme, condividere la sofferenza.
Con la sua parabola Gesù ci chiede un cambio di mentalità. Invita a lasciarci investire della medesima misericordia che muove il pastore a cercare la pecora smarrita, il padre a correre incontro al figlio perduto….I figli di Dio sono resi capaci di amare gratuitamente, come Dio ama: “farsi prossimo” è stata la ragione profonda della Sua visita nel cuore della nostra umanità, il mistero più sconvolgente della venuta di Dio nella nostra carne.
La compassione porta alla solidarietà come ce la descrive Giovanni Paolo II: “La solidarietà non è un sentimento di vaga compassione e di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti”.

Anche in famiglia dobbiamo imparare a “farsi prossimo”, a provare vera compassione….Come?!?

Mentre sfogliava i suoi dossier matrimoniali, il diavolo notò con dispetto che c’era ancora una coppia, sulla terra, che filava d’amore e d’accordo. Decise di fare un’ispezione. Si trattava in realtà di una coppia comune. Eppure sprigionava tanto amore che attorno ad essa pareva ci fosse una eterna primavera.
Il diavolo volle conoscere il segreto di quell’amore!
“Nessun segreto, gli spiegarono i due! Viviamo il nostro rapporto come una gara: °quando uno dei due sbaglia….è l’altro che se ne assume la colpa!
°quando uno dei due fa bene….è l’altro che ne ha le lodi!
°quando uno dei due soffre……è l’altro che ne ha consolazione!
°quando uno dei due gioisce…..è l’altro che ne ricava piacere!
…….Insomma, facciamo sempre a chi arriva per primo!”
Al diavolo tutto ciò parve scemo….e se ne andò senza far loro del male.
Ed è così che possono ancora esistere delle coppie felici sulla terra!

venerdì 2 luglio 2010

41 - XIV DOMENICA: I DISCEPOLI MESSAGGERI DELLA SALVEZZA – 04 LUGLIO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
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La famiglia primo testimone della bontà della salvezza ( Isaia 66,10-14c Galati 6,14-18 Luca 10,1-12.17-20 )
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Gesù chiama per mandare. L’essere discepoli non è un privilegio per sé, ma un servizio per il Regno di Dio. La bontà e la misericordia del Padre arrivano agli uomini attraverso la testimonianza di coloro che ne hanno fatto esperienza nella propria persona…….
Spesse volte la Parola di Dio per toccare il nostro cuore usa immagini prese dalla vita coniugale e familiare. Per esempio la lettura di Isaia gioca su intense simbologie materne: Gerusalemme è la madre capace di offrire ai suoi figli vita, alimento e protezione. La metafora di una città dai caratteri femminili, ora di “donna”, ora di “madre”, ora di “figlia”, costituisce una tradizione ampiamente presente nei profeti. Il testo di oggi riesce a farci percepire forti sensazioni, quando descrive in modo vivo e somatico il tenero rapporto che la madre (Gerusalemme) intrattiene con i suoi figli. Si parla dell’atto di nutrire le sue creature (“sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni”), della partecipazione piena della madre alla gioia dei figli che rientrano nelle sue mura, di tenere e amorevoli affettuosità (“portati in braccio e sulle ginocchia accarezzati”). E’ interessante notare come dietro queste affettuose premure materne ci si rivela la presenza del Signore stesso che si prende cura del suo popolo (“come una madre consola un figlio, così Io vi consolerò”).
C’è un’altra perla nella Parola di oggi sulla quale e bene fermarci: “rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Questo vuol dire che ciascuno di noi è stato pensato, voluto ed amato sin dall’eternità, vuol dire che Qualcuno ci ha disegnato sulle palme delle Sue mani. L’Architetto, che ha ideato il mondo e l’umanità all’alba dei tempi, è lo stesso che, donando la vita a ciascuno di noi, ne garantisce il compimento nel tempo e nello spazio: Egli conosce il progetto e la chiave di volta per realizzarlo, ma si appella alla libera decisione di ciascuno perché il disegno si compia.
A tutti è concesso il dono dell’esistenza per conoscere e giungere alla Vita vera, alla Vita che non muore. L’amore che abbiamo realizzato in terra in tutte le occasioni e in tutte le forme possibili, è la manifestazione più pura e più duratura del nostro essere partecipi alla Vita della Trinità, fonte unica di carità piena.
Notiamo che “sono scritti” è un verbo al presente-passivo: l’iscrizione nel libro della Vita è opera di Dio ed è tale non dopo la nostra morte, ma nel qui ed ora della storia, perché il Salvatore ha già compiuto l’opera della salvezza. Sta a noi esercitare la libertà in modo di essere parte attiva nel meraviglioso piano d’amore che Dio sta realizzando con il suo Regno e non piuttosto per autoescluderci.
La famiglia è il luogo dove queste verità sono vissute quotidianamente. Che bello pensare che i nostri due nomi sono scritti in Cielo e che Qualcuno crede nel nostro amore al di là delle nostre povertà e lo sostiene con la sua presenza e con la sua grazia! Che bello pensare che quando doniamo la vita ad un figlio/a…..con Dio scriviamo il suo nome nel Libro della Vita che mai finisce!

sabato 26 giugno 2010

40 - XIII DOMENICA: CRISTIANO E’ CHI HA SCELTO CRISTO E LO SEGUE - 27 Giugno 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Chiamati a condividere la vita dell’altro/a - (I Re 19,16b.19-21 Galati 5,1.13-18 Luca 9,51-62)


In tutte le religioni i grandi maestri di spirito hanno avuto discepoli, assidui al loro insegnamento e preoccupati di raccogliere le loro parole. Questo fenomeno lo troviamo anche nella Bibbia, quantunque si configuri in modo del tutto particolare vivendo il popolo d’Israele in un rapporto di alleanza e di fede. L’alleanza non si fonda su tradizioni da maestro a discepolo, ma su se stessa. Certo il popolo eletto ha bisogno di guide che lo orientino nella lettura di fede degli eventi. Ma questa necessità è provvisoria ed i profeti stessi auspicano un avvenire in cui Dio stesso ammaestri i cuori dei suoi fedeli senza la mediazione di maestri terreni e tutti saranno discepoli di Dio.
Dio incontra la persona umana nelle situazioni più diverse, nelle sue paure e perplessità, e anche nei suoi slanci di generosità, ma chiede comunque di fare un cammino che è al tempo stesso esigente e liberante. Questo ci porta a riflette sul senso della sequela cristiana: come cristiani siamo chiamati a condividere il destino di Gesù. La fede sta nel riconoscere Gesù e nell’accettarLo con una adesione decisa alla sua persona. Solo da qui può nascere un sentimento di gioia interiore.
Anche la vita di coppia, soprattutto se vuol vivere il sacramento del matrimonio, si caratterizza per queste dinamiche. Ci sono momenti in cui i rapporti sono caratterizzano dallo schema “maestro/a – discepola/o” . Nelle faccende della casa ed in cucina generalmente la moglie è più esperta del marito, nei lavori manuali avviene il contrario; se uno è infermiere….l’altro si deve far curare; se uno ha studiato da ragioniere è più facile che se ne intenda di amministrazione; nella sensibilità educativa la donna è più perspicace dell’uomo…. Non dobbiamo avere vergogna di imparare lungo tutta la nostra vita.
Ma il rapporto di coppia si gioca fondamentalmente su altre due parole: alleanza e fede. Senza una vera alleanza ed un rapporto fondata sulla fede reciproca anche la convivenza terrena avrà rapidamente fine. Un camminare con l’altro/a basato unicamente su motivi fisico-umani conduce fatalmente alla catastrofe della separazione. Sono l’alleanza e la fede che trasformano il rapporto di coppia in un’adesione assoluta, incondizionata e definitiva alla persona con cui abbiamo celebrato il nostro matrimonio….e questa scelta va fatta tutti i santi giorni nessuno escluso se si vuole arrivare a celebrare le nozze d’argento, d’oro, di platino………..
Il credere realmente nell’altro/a trova la sua verifica nell’amore quotidiano sponsale e familiare. E’ questo amore che ci trasforma in persone libere, mature ed in pace con se stesse e gli altri.
Una donna abbandonata dopo 5 anni di matrimonio mi ha chiesto: “Che ci ho guadagnato ad avere amato mio marito per 8 anni (5 di matrimonio + 3 di fidanzamento)!”..….Questa domanda la sento parallela ad una fatta a me qualche anno fa: “Se poi di là non c’è niente che fregata che ti sei preso!”…..Nessuna fregata perché la mia vita non la cambierei con quella di nessuno. Mi ha dato croci e gioie in giuste proporzioni….mi ha offerto esperienze straordinarie di amore e di amicizia…più di così non potevo avere dalla vita per quello che sono io, anzi mi sembra di avere avuto molto di più di quello che pensavo!
L’amore non cade mai nel nulla ma sempre nelle mani di Dio che è amore il quale saprà ricompensare in una forma straordinaria chi ha sofferto per amore….già in questa vita. Chi ha vissuto nella coerenza, nell’onestà una vita d’amore vero è in pace con Dio, con se stesso e con gli altri….e se ascoltiamo questa piccola verità tutto si illumina di una Luce nuova.

venerdì 18 giugno 2010

39 - XII DOMENICA: LA MORTE COME STRADA ALLA VITA – 20 giugno 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per la persona amata. (Zaccaria 12,10-11;13,1 Galati 3,26-29 Luca 9,18-24)

A fondamento di ogni vita di coppia sta questo detto evangelico che Gesù rivolge a tutti: “Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Molte coppie sembrano ad un famoso disegno dove ci sono due asini legati da una corda troppo corta con due mucchi di fieno uno a destra e l’altro a sinistra…..ognuno tira dalla sua parte rendendo impossibile il mangiare! Quando in famiglia ognuno pensa a se stesso…mette al primo posto il suo io….la vita familiare diventa impossibile, l’amore coniugale se ne va in ricerca di qualche altra coppia che abbia il coraggio di metterlo al primo posto…..Finalmente i due asini si sono guardati negli occhi e, stanchi di lottare, si sono messi d’accordo e sono andati a mangiare prima il mucchio di fieno di sinistra poi quello di destra…alla fine sono tutti e due ben sazi. La vita trattenuta è destinata a sfiorire e marcire….la vita donata diventa fonte inesauribile che disseta sé e gli altri. E’ ancora Gesù che dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo…..se invece muore porta molto frutto”. Nella famiglia dove si fa a gara a chi ama per primo e di più…si respira aria di eterna primavera. Ripetiamolo…..queste non sono belle poesie ma l’essenza dell’amore e, dato che la vita affonda le sue radici nell’amore, la sorgente della vita.
L’identità della propria persona difficilmente è colta dalla “gente”….perchè spesso si ferma alle apparenze e alle tradizioni…E’ nel rapporto vissuto all’interno della propria vita familiare che emerge la mia identità di sposo, di sposa, di genitore...E’ lì dove il mio amare entra in contatto vivo con l’altro e da questo incontro ne esce una verità nuova, spesso diversa, del mio modo di voler bene, del mio modo di esprimere attenzione e disponibilità, del mio modo di farmi compagno di viaggio inseparabile ed indispensabile, del mio modo di offrire gratuitamente amicizia vera e vitale, del mio modo di accogliere l’amore dell’altro scoprendolo anche là dove non appare immediatamente visibile…..
La morte violenta di Gesù ha due facce: da una parte rivela la potenza terribile del peccato, e dall’altra parte la potenza positiva dell’amore più forte della morte. La morte violenta di Cristo, in quanto atto di amore assoluto, è insieme la rivelazione piena di Dio all’uomo e dell’uomo a se stesso.
Solo quando i due sposi sono disposti a morire l’uno per l’altro, e lo fanno concretamente in ogni gesto quotidiano ed in ogni scelta dalla più piccola alla più grande, la vita esplode in ciascuno di loro ed in tutta la famiglia.

domenica 13 giugno 2010

38 - XI DOMENICA: L’AMORE GRATUITO VINCE IL PECCATO – 13 giugno 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

La persona umana liberata dall’amore di Dio, diventa liberante

Il perdono annuncia che Dio è più grande del nostro cuore, che la sua benevolenza è più forte della nostra colpa, che dall’incontro tra il nostro gemito di peccatori con l’amore che perdona può scaturire una novità di vita.
Nella tradizione della Chiesa non solo perdono ma anche il movimento del peccatore verso la richiesta di perdono è mosso dal Signore! La consapevolezza di essere perdonato richiede umiltà, capacità di riconoscere l’impossibilità di costruire la propria vita contando unicamente sulle proprie energie, disponibilità al perdono vero degli altri…..
Il perdono non solo sta alla base della mia vita personale, ma è di particolare rilevanza negli ambiti primari dell’esistenza umana. Nella famiglia si giocano due relazioni: quella tra uomo e donna (marito e moglie) e quella tra generazioni (genitori e figli e viceversa).
Marito e moglie: dopo che nel fidanzamento si sono conosciuti a fondo e hanno deciso di affrontare la vita insieme, non sempre vedono realizzarsi quel dono, quell’accoglienza reciproca che hanno manifestato nella celebrazione del sacramento del matrimonio. Per vivere la loro fedeltà reciproca nel tempo, finchè morte non li separi, hanno bisogno di perdonarsi l’un l’altra; non per sentirsi autorizzati a compiere gesti contrari alla fedeltà, ma per superare quegli ostacoli che quotidiana-mente si presentano dovuti alla diversità di carattere, di educazione familiare, di mentalità, di sesso……L’essersi scelti reciprocamente non toglie ai coniugi di dover affrontare problemi di convivenza….alla base della cui soluzione sta sempre ilk perdono scambievole.
Genitori e figli: le difficoltà tra le generazioni sono, spesse volte, maggiori di quelle della coppia. Ritrovare il giusto equilibrio nel passaggio dalla vita di famiglia all’autonomia ed indipendenza è un’arte educativa e di crescita difficile da raggiungere in pienezza. Sarebbe importante che nessuno si chiudesse nel proprio mondo ma che i genitori si ricordassero di quando erano figli, e che i figli si proietassero in genitori di domani (“quando sarò io papà o mamma questo comportamento, questa azione mi piacerebbe in mio figlio o figlia?!?”). Il perdono ricompone i conflitti tra libertà personale e dipendenza dagli altri.
Alcune considerazioni finali:
° il perdono, prima di un dovere cristiano, è un diritto della persona offesa;
° perdonare non è solo dimenticare…ma portare con l’altra persona i suoi sbagli;
° il perdono è parte essenziale dell’amore: chi non perdona…non sa amare;
° distinguere molto bene il “chiedere scusa” dal “perdonare”…difficilmente il 100% della colpa è tutta da una parte! Quando ci si perdona ognuno deve chiedere scusa della parte di colpa propria…fosse anche solo l’uno %;
° i genitori, quando sbagliano, devono chiedere scusa ai propri figli anche se hanno solo un anno;
° avere il coraggio di chiedere scusa apertamente e non con gesti indiretti (più disponibilità, silenzio….) è segno di maturità umana e cristiana;
° attenzione alle offese indirette (attacco la tua famiglia di origine per offendere te), alle offese personali (si condanna il peccato…mai il peccatore), ai pregiudizi (sei sempre quello/a….);
° attenzione a voler mettere indosso agli altri i propri vestiti o a pensare che la realtà sia quella che vediamo noi…non abbiamo occhi dietro la faccia per cui vediamo solo a 180° e la realtà ha almeno due facce una delle quali io non la vedo ma l’altro sì;
° la ragione ed il torto non sono legati all’età ma alla verità che spesso va cercata;
° quando una persona soffre, è in difficoltà, piange, si sente giù…mettiamocela sulle spalle, come ha fatto spesse volte Gesù personalmente con noi, e lasciamola riposare nel nostro cuore…ci saranno altri momenti per chiarire le varie situazioni.