sabato 31 luglio 2010

46 - XVIII DOMENICA – IL DENARO, UNA FALSA SICUREZZA - 01 Agosto 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
In famiglia le cose diventino segni di comunione (Qoèlet 1.2; 2,21-23 Colossesi 3,1-5.9-11 Luca 12,13-21)
Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è la sicurezza. Egli ricerca appassionatamente e necessariamente un fondamento stabile su cui poggiare la propria esistenza. Ora un movimento antico quanto l’uomo è quello di chi sceglie come pietra angolare nella propria vita le cose, il denaro.
Il denaro è tutto, si dice. Il denaro è potere, meglio è il potere. Senza denaro non si può far nulla. Il denaro dà all’uomo il senso della sicurezza, della possibilità di fare tutto. Scatta allora il meccanismo dell’accumulazione: il denaro non è mai troppo… diventa idolatria. Quando il denaro diventa dio, per averlo si è disposti a tutto.
Il denaro è la sorgente di tutte le gerarchie sociali, di tutte le discriminazioni: chi ha di più è più in alto; gli uomini non sono più uguali, si distinguono per quello che hanno. Ma l’uomo del denaro diventa un uomo ‘solo’, un uomo alienato, schiavo. Il denaro diventa una prigione. L’uomo del denaro è l’uomo vecchio….
Le cose sono una falsa sicurezza. Il possesso è in realtà illusorio: il ricco è posseduto dalle cose……non le possiede. La morte rivela in modo evidente questa verità. La meditazione della morte compie nell’uomo la liberazione da un’illusione, una prima liberazione dalle cose.
Il fondamento sicuro dell’esistenza è Dio solo, in Lui acquista significato anche l’uso delle cose, in sé buone. Non saranno più sorgente di divisione ma di comunione. L’uomo non le tiene egoisticamente per sé, ma le trasforma in ‘segno’ di comunione.

La divisione dell’eredità è sempre stata un momento difficile per le famiglie. Fare le parti giuste è quasi impossibile. La divisione dell’eredità diventa la divisione della famiglia. Davanti al dio-denaro emergono tutte le nostre povertà.
Ci sono poi delle soluzioni dinnanzi alle quali rimango di stucco. Una coppia nella quale ciascuno mantiene il suo conto bancario, come da fidanzati, e le spese della famiglia si dividono a metà…prendendo lui il doppio della moglie…risultato: il conto del marito è ben fornito, quella della moglie a zero! Mi è sembrato strano che solo un mio intervento abbia fatto emergere che l’impostazione non reggeva…Famiglie che vivono al di sopra delle proprie possibilità…se entrano € 1.500,00 al mese non possiamo spendere tutti i mesi 1.600/1.700,00…ma se non si sono mai registrate le spese è difficile sapere dove si deve risparmiare…
Dobbiamo anche chiederci come stiamo educando i figli nel rapporto con il denaro…se quanto ricevono (paghetta, feste, compleanni…) viene considerato tutto proprietà personale da potersi spendere a piacimento….e questo sistema continua con lo stipendio…è chiaro che sposati i soldi non basteranno mai…In educazione è necessario unire il piacevole con il necessario anche nell’uso dei soldi!

45 - A META’ SETTIMANA…PER RIASSAPORARE LA PAROLA!

Preghiera verbale e preghiera vitale
Il rapporto con Dio si vive all’interno dell’esistenza, nella fitta trama di rapporto con le persone. La preghiera perciò è un fatto vitale prima che verbale. Però il momento verbale è un momento antropologicamente necessario ed ineliminabile. Certo le otto ore di lavoro duro per un operaio sono amore concreto per la moglie ed i figli, ma se si toglie il momento del dialogo, si perde una dimensione essenziale dell’esistenza umana. Così anche per il nostro rapporto con Dio. La preghiera è parola, è coscientizzazione del rapporto con Dio, è nutrimento del rapporto personale con Lui: quando non ci si parla più lentamente si diventa estranei.
La preghiera in quanto parola è vera o falsa. E? vera quando esprime la realtà ossia la vita, falsa quando ne è dissociata.

Tre condizioni costitutive della preghiera
1) La fede in un Dio personale, vivente: non si parla ad un’idea o ad una cosa o ad una forza impersonali. Chi prega sa di trovarsi di fronte alla Sapienza suprema che lo conosce. Non basta una fede nel significato della vita o in una persona umana, occorre la fede in Dio, nell’Amore.
2) La fede nella presenza reale: Dio è sempre presente e questa presenza è sorgente di vita e di luce. In essa viviamo con intensità il momento presente, perché incontriamo il Signore della storia nella riconoscenza per quanto ci ha dato nel passato e nell’attesa della trasfigurazione finale.
3) La fiducia che il Dio che ci ha parlato e continua a rivelarsi ascolterà la nostra preghiera: la preghiera suppone un rapporto tu-io io-tu. La fede che dà forza alla preghiera si può condensare così: “Tu sei ed io sono per mezzo di Te e Tu mi inviti a vivere con Te”. Per mezzo della preghiera si realizza la reciprocità delle coscienze, la presenza reciproca.

Le forme fondamentali della preghiera
1) Preghiera di ascolto: Il vero orante è anzitutto colui che ascolta! E’ l’ascolto che immette nella relazione di filialità con il Padre. L’ascolto è preghiera perché è accoglienza di Colui che parla, inizio della relazione con Lui, dell’obbedienza a Lui. (Salmo 95 – Venite, cantiamo al Signore…)
2) Preghiera di adorazione: è il riconoscere il tutto di Dio ed il nulla dell’uomo, l’assoluta signoria di Dio e la totale indigenza dell’uomo. La persona si accetta in fondamentale libertà come totalmente e continuamente dipendente da Dio come il nulla dal Tutto. (Salmo 63 – O Dio tu sei il mio Dio…)
3) Preghiera di lode: è confessione della grandezza Dio. Alla luce della Parola che rivela quello che “Dio è” sgorga spontaneo, nella gioia e nella libertà, un sentimento che prorompe nella lode…espressione del proprio ‘sì’, del proprio ‘amen’ a Dio. (Salmo 113 – Lodate, servi del Signore…)
4) Preghiera di ringraziamento: Alla gratuità dell’agire di Dio verso l’umanità risponde il riconoscimento del dono e la riconoscenza e gratitudine dell’uomo. Se da un lato la preghiera di ringraziamento considera il ‘passato’, ciò che Dio ha fatto per noi, dall’altro essa apre al ‘futuro’, alla speranza: e tutto questo mentre si configura come dimensione peculiare in cui vivere cristianamente il ‘presente’, lo spazio stesso della vita. (Salmo 92 – E’ bello rendere grazie al Signore…)
5) Preghiera di intercessione: Inter-cedere significa ‘fare un passo tra’, ‘interporsi’, in una compromissione attiva che coinvolge tanto il rapporto con Dio quanto il rapporto con gli uomini. Nell’intercessione il cristiano si apre al bisogno dell’altro facendone memoria davanti a Dio e ricevendo nuovamente l’altro da Dio illuminato dalla luce della volontà divina. L’icona dell’intercessore è Cristo crocifisso che presenta al Padre l’umanità. (Salmo 80 – Tu, Pastore d’Israele, ascolta…)
6) Preghiera di domanda: La domanda non è solo qualcosa che l’uomo fa, ma è una dimensione costitutiva del suo stesso essere: l’uomo è domanda, è appello. Con la preghiera di domanda il credente stabilisce un tempo di attesa tra il bisogno ed il suo soddisfacimento, pone una distanza tra sé e la sua situazione concreta: egli si innalza dal suo bisogno e lo trasfigura in desiderio. Impariamo quindi a desiderare, cioè a conoscere e disciplinare i nostri desideri, distinguendoli dai nostri bisogni e cercando di accordarli con il desiderio di Dio. Noi chiediamo i doni che colmino i nostri bisogni, e lo Spirito Santo ci porta ad invocare la presenza del Donatore, ovvero chiedere l’amore, desiderio del desiderio. (Salmo 130 – Dal profondo a te grido, o Signore…)
7) Preghiera di perdono: In Gesù Cristo si manifesta il senso pieno del perdono di Dio, frutto del suo amore gratuito, della sua potenza creatrice e della sua misericordia…una grazia che cambia il cuore dell’uomo e lo strappa dalla sua schiavitù, se l’uomo riconosce di essere peccatore, chiede perdono e accetta di essere invitato al banchetto della vita. (Salmo 51 – Pietà di me o Dio, nel tuo amore…)

sabato 24 luglio 2010

44 - XVII DOMENICA – PREGHIERA VERBALE E PREGHIERA VITALE - 25 LUGLIO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
La famiglia che prega…..vive!( Genesi 18,20-21.23-32 Colossesi 2,12-14 Luca 11,1-13 )

La preghiera, nella sua definizione più universale e condivisa da ogni religione, è dialogo con Dio.
Però mettere l’uomo in dialogo con Dio può essere un rischio. L’uomo nella preghiera può snaturare se stesso e Dio. Può ridurre Dio ad un suo bene di consumo, ad un facile rimedio alle proprie insufficienze e alle proprie pigrizie. E può ridurre se stesso a un essere che scarica le proprie responsabilità su un altro.
Per il vero credente la preghiera è legata essenzialmente alla fede. Una libera risposta al Dio che si rivela e che parla, un’azione di grazie per i grandi eventi che Dio compie per l’umanità. La preghiera è perciò prima risposta che domanda.
Inoltre per il cristiano la preghiera è partecipazione alla preghiera di Gesù. Con il ‘Padre nostro’ Gesù ci introduce nel segreto del Suo rapporto filiale con il Padre rivelandoci le grandi parole su cui intrattenerci nel colloquio con Lui. Gesù ci assicura che ogni preghiera sarà esaudita, purché sia piena di fiducia, e non manchi, se ce ne fosse di bisogno, l’insistenza. Il Padre, che sa di cosa abbiamo bisogno, non ci dà solo “cose buone”, ma anche il dono per eccellenza, lo Spirito Santo.
Dire che è inutile pregare perché Dio non ascolta…è una tentazione perché Gesù ha detto che sempre il Padre ascolta anche se non sempre fa quello che Gli si chiede…. o perché non è cosa buona per noi (nessuno si scandalizza se un padre nega al figlio diabetico il dolce anche se il figlio insiste, ci meraviglieremmo del contrario)…o perché il suo disegno d’amore e di salvezza è diverso (non dimentichiamo che il Padre ‘ha lasciato’ che i soldati romani massacrassero di botte Suo Figlio Gesù…).

Pregare insieme in famiglia è un momento fondamentale della vita familiare perché:
* ci apre il cuore verso l’altro/a…gli altri;
* crea comunione e condivisione;
* dona un momento di silenzio, di ascolto, di riflessione;
* scioglie le nostre diversità facendoci sentire figli dello stesso Padre;
* ci aiuta a ridimensionare i nostri contrasti mettendo prima di tutto il Regno di Dio;
* ci porta a perdonare le offese e saper chiedere scusa degli sbagli;
* attualizza quotidianamente il sacramento del matrimonio che abbiamo celebrato;
* nei primi giorni della settimana…rende presente e viva la messa domenicale;
* negli ultimi giorni della settimana…ci prepara alla messa domenicale;
* diventa un momento molto educativo e formativo per i figli………………
(aspetto i vostri contributi per continuare le motivazioni della preghiera in famiglia…..)

IL DIAVOLO ED IL CONTADINO
Un giorno il diavolo si recò in perlustrazione per vedere come gli uomini pregassero. Il suo giro fu breve – poiché gli uomini in preghiera erano ormai rari come le mosche bianche – e soddisfacente – poiché i loro gemebondi biascichii erano del tutto innocui.
Se ne stava tornando allegro a casa, quando notò in un campo un contadino che stava gesticolando. Incuriosito, si nascose dietro ad una zolla e stette ad osservare. L’uomo stava litigando violentemente con Dio: lo strapazzava, lo trattava senza riguardo, gliene diceva di tutti i colori. Il diavolo si sfregò le mani.
Ma in quel momento passò di lì un prete: “Buon uomo – disse al contadino – perché mai ti comporti così? Non sai che insultare Dio è peccato?”. “Reverendo, – rispose l’uomo – se me la prendo con Dio, è perché ci credo; se lo strapazzo, è perché ci sono affezionato; se grido, è perché so che mi ascolta!”. “ Tu vaneggi! – disse il prete allontanandosi”.
Ma il diavolo, che ne sapeva una più di un prete, fu molto allarmato: aveva scoperto un uomo capace ancora di pregare!

sabato 17 luglio 2010

43 - XVI DOMENICA: CASA CRISTIANA CASA OSPITALE - 18 luglio 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Vincere la solitudine all’interno della famiglia - ( Genesi 18,1-10 Colossesi 1,24-28 Luca 10,38-42 )
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Abramo è un modello di ospitalità e ne mostra i tratti fondamentali: prontezza (appena li vide, corse loro incontro), compie gesti di omaggio (si prostrò fino a terra), e di attenzione (si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero), considera un favore poter offrire accoglienza (se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre), vede come un diritto del forestiero essere ospitato (è ben per questo che voi siete passati), è sollecito nel prestare servizio personalmente e nel coinvolgere i familiari (corse lui stesso…presto…), è generoso e fa preparare molte cose (focacce…vitello tenero e buono…latte acido e latte fresco…), e resta disponibile a prestare altri servizi (stava in piedi presso di loro).
Ma quando si accoglie Dio-Gesù nella propria casa il primo dovere non è quello di “molti servizi” ma dell’ascolto fatto con attenzione e partecipazione. Marta e Maria non sono l’emblema di due tipi di vita (attiva e contemplativa) ma esempi concreti che illustrano il terzo e quarto tipo di terreno della parabola del seminatore(cfr Luca 8,4-15). Il preoccuparsi e l’agitarsi di Marta richiama “il seme caduto in mezzo alle spine” cioè “coloro che si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni della vita e non giungono a maturazione”. L’ascoltare di Maria ricorda invece il “seme caduto nel buon terreno” cioè “coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza”).
Dove si colloca il nostro modo di vivere, nel terzo o nel quarto tipo di terreno?

Quanto è importante imparare ad essere ospitali all’interno della vita di famiglia. Accogliere l’altro/a come dono, non abituarmi alla sua presenza, non dare per scontato quello che lui/lei fa per me, essere pronto ad aiutarlo/a nei momenti di difficoltà, essere interessati alla sua vita con discrezione e rispetto, sentire la sua presenza fisica, personale e spirituale dentro il mio corpo, la mia mente e la mia anima, trasformare i suoi difetti in qualità uniche particolari che fa di lui/lei quella persona unica di cui siamo innamorati, saper leggere nel suo sguardo i suoi desideri ed anche le sue voglie, saper dire grazie anche delle azioni più comuni ed ordinarie, saper condividere i suoi gusti con partecipazione e maturità……….
Quando non si è ospitali…anche in famiglia ci si sente soli…allora la televisione è sempre accesa ed il silenzio da molto fastidio…..Se si riesce a passare una serata in famiglia senza tv e non si va fuori di testa…facilmente i rapporti sono ancora vivi, in caso contrario…c’è da spegnere più spesso la tv….e vedere dove siamo!
“Sono lieto/a delle sofferenze che sopporto per te e completo nella mia carne quello che manca alla tua vita per il bene della nostra famiglia. Di essa sono diventato ministro=servo, secondo la missione affidatami da Dio per te…di realizzare cioè la Sua parola, il mistero d’amore nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato attraverso di noi nel sacramento che abbiamo celebrato con Lui…” è una parafrasi dell’inizio della lettura ai Colossesi!

mercoledì 7 luglio 2010

42 - XV DOMENICA: CHI AMA I FRATELLI RIVELA DIO - 11 luglio 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
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La famiglia è il luogo dove si impara ad amare gratuitamente (Deuteronomio 30,10-14 Colossesi 1,15-20 Luca 10,25-37)
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Nella parabola del buon samaritano Gesù trasforma la domanda del dottore della legge “Chi è il mio prossimo?”, che non coinvolge la nostra vita, in una domanda che ci tocca personalmente “Chi di questi tre (sacerdote, levita, samaritano) ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Se poi partiamo dalla domanda iniziale del Vangelo “Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” ci accorgiamo che il problema è molto serio e la conclusione di Gesù “Va’ e anche tu fa così” indica per tutti i cristiani una strada ben precisa….quella della compassione = patire insieme, condividere la sofferenza.
Con la sua parabola Gesù ci chiede un cambio di mentalità. Invita a lasciarci investire della medesima misericordia che muove il pastore a cercare la pecora smarrita, il padre a correre incontro al figlio perduto….I figli di Dio sono resi capaci di amare gratuitamente, come Dio ama: “farsi prossimo” è stata la ragione profonda della Sua visita nel cuore della nostra umanità, il mistero più sconvolgente della venuta di Dio nella nostra carne.
La compassione porta alla solidarietà come ce la descrive Giovanni Paolo II: “La solidarietà non è un sentimento di vaga compassione e di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti”.

Anche in famiglia dobbiamo imparare a “farsi prossimo”, a provare vera compassione….Come?!?

Mentre sfogliava i suoi dossier matrimoniali, il diavolo notò con dispetto che c’era ancora una coppia, sulla terra, che filava d’amore e d’accordo. Decise di fare un’ispezione. Si trattava in realtà di una coppia comune. Eppure sprigionava tanto amore che attorno ad essa pareva ci fosse una eterna primavera.
Il diavolo volle conoscere il segreto di quell’amore!
“Nessun segreto, gli spiegarono i due! Viviamo il nostro rapporto come una gara: °quando uno dei due sbaglia….è l’altro che se ne assume la colpa!
°quando uno dei due fa bene….è l’altro che ne ha le lodi!
°quando uno dei due soffre……è l’altro che ne ha consolazione!
°quando uno dei due gioisce…..è l’altro che ne ricava piacere!
…….Insomma, facciamo sempre a chi arriva per primo!”
Al diavolo tutto ciò parve scemo….e se ne andò senza far loro del male.
Ed è così che possono ancora esistere delle coppie felici sulla terra!

venerdì 2 luglio 2010

41 - XIV DOMENICA: I DISCEPOLI MESSAGGERI DELLA SALVEZZA – 04 LUGLIO 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
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La famiglia primo testimone della bontà della salvezza ( Isaia 66,10-14c Galati 6,14-18 Luca 10,1-12.17-20 )
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Gesù chiama per mandare. L’essere discepoli non è un privilegio per sé, ma un servizio per il Regno di Dio. La bontà e la misericordia del Padre arrivano agli uomini attraverso la testimonianza di coloro che ne hanno fatto esperienza nella propria persona…….
Spesse volte la Parola di Dio per toccare il nostro cuore usa immagini prese dalla vita coniugale e familiare. Per esempio la lettura di Isaia gioca su intense simbologie materne: Gerusalemme è la madre capace di offrire ai suoi figli vita, alimento e protezione. La metafora di una città dai caratteri femminili, ora di “donna”, ora di “madre”, ora di “figlia”, costituisce una tradizione ampiamente presente nei profeti. Il testo di oggi riesce a farci percepire forti sensazioni, quando descrive in modo vivo e somatico il tenero rapporto che la madre (Gerusalemme) intrattiene con i suoi figli. Si parla dell’atto di nutrire le sue creature (“sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni”), della partecipazione piena della madre alla gioia dei figli che rientrano nelle sue mura, di tenere e amorevoli affettuosità (“portati in braccio e sulle ginocchia accarezzati”). E’ interessante notare come dietro queste affettuose premure materne ci si rivela la presenza del Signore stesso che si prende cura del suo popolo (“come una madre consola un figlio, così Io vi consolerò”).
C’è un’altra perla nella Parola di oggi sulla quale e bene fermarci: “rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Questo vuol dire che ciascuno di noi è stato pensato, voluto ed amato sin dall’eternità, vuol dire che Qualcuno ci ha disegnato sulle palme delle Sue mani. L’Architetto, che ha ideato il mondo e l’umanità all’alba dei tempi, è lo stesso che, donando la vita a ciascuno di noi, ne garantisce il compimento nel tempo e nello spazio: Egli conosce il progetto e la chiave di volta per realizzarlo, ma si appella alla libera decisione di ciascuno perché il disegno si compia.
A tutti è concesso il dono dell’esistenza per conoscere e giungere alla Vita vera, alla Vita che non muore. L’amore che abbiamo realizzato in terra in tutte le occasioni e in tutte le forme possibili, è la manifestazione più pura e più duratura del nostro essere partecipi alla Vita della Trinità, fonte unica di carità piena.
Notiamo che “sono scritti” è un verbo al presente-passivo: l’iscrizione nel libro della Vita è opera di Dio ed è tale non dopo la nostra morte, ma nel qui ed ora della storia, perché il Salvatore ha già compiuto l’opera della salvezza. Sta a noi esercitare la libertà in modo di essere parte attiva nel meraviglioso piano d’amore che Dio sta realizzando con il suo Regno e non piuttosto per autoescluderci.
La famiglia è il luogo dove queste verità sono vissute quotidianamente. Che bello pensare che i nostri due nomi sono scritti in Cielo e che Qualcuno crede nel nostro amore al di là delle nostre povertà e lo sostiene con la sua presenza e con la sua grazia! Che bello pensare che quando doniamo la vita ad un figlio/a…..con Dio scriviamo il suo nome nel Libro della Vita che mai finisce!

sabato 26 giugno 2010

40 - XIII DOMENICA: CRISTIANO E’ CHI HA SCELTO CRISTO E LO SEGUE - 27 Giugno 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Chiamati a condividere la vita dell’altro/a - (I Re 19,16b.19-21 Galati 5,1.13-18 Luca 9,51-62)


In tutte le religioni i grandi maestri di spirito hanno avuto discepoli, assidui al loro insegnamento e preoccupati di raccogliere le loro parole. Questo fenomeno lo troviamo anche nella Bibbia, quantunque si configuri in modo del tutto particolare vivendo il popolo d’Israele in un rapporto di alleanza e di fede. L’alleanza non si fonda su tradizioni da maestro a discepolo, ma su se stessa. Certo il popolo eletto ha bisogno di guide che lo orientino nella lettura di fede degli eventi. Ma questa necessità è provvisoria ed i profeti stessi auspicano un avvenire in cui Dio stesso ammaestri i cuori dei suoi fedeli senza la mediazione di maestri terreni e tutti saranno discepoli di Dio.
Dio incontra la persona umana nelle situazioni più diverse, nelle sue paure e perplessità, e anche nei suoi slanci di generosità, ma chiede comunque di fare un cammino che è al tempo stesso esigente e liberante. Questo ci porta a riflette sul senso della sequela cristiana: come cristiani siamo chiamati a condividere il destino di Gesù. La fede sta nel riconoscere Gesù e nell’accettarLo con una adesione decisa alla sua persona. Solo da qui può nascere un sentimento di gioia interiore.
Anche la vita di coppia, soprattutto se vuol vivere il sacramento del matrimonio, si caratterizza per queste dinamiche. Ci sono momenti in cui i rapporti sono caratterizzano dallo schema “maestro/a – discepola/o” . Nelle faccende della casa ed in cucina generalmente la moglie è più esperta del marito, nei lavori manuali avviene il contrario; se uno è infermiere….l’altro si deve far curare; se uno ha studiato da ragioniere è più facile che se ne intenda di amministrazione; nella sensibilità educativa la donna è più perspicace dell’uomo…. Non dobbiamo avere vergogna di imparare lungo tutta la nostra vita.
Ma il rapporto di coppia si gioca fondamentalmente su altre due parole: alleanza e fede. Senza una vera alleanza ed un rapporto fondata sulla fede reciproca anche la convivenza terrena avrà rapidamente fine. Un camminare con l’altro/a basato unicamente su motivi fisico-umani conduce fatalmente alla catastrofe della separazione. Sono l’alleanza e la fede che trasformano il rapporto di coppia in un’adesione assoluta, incondizionata e definitiva alla persona con cui abbiamo celebrato il nostro matrimonio….e questa scelta va fatta tutti i santi giorni nessuno escluso se si vuole arrivare a celebrare le nozze d’argento, d’oro, di platino………..
Il credere realmente nell’altro/a trova la sua verifica nell’amore quotidiano sponsale e familiare. E’ questo amore che ci trasforma in persone libere, mature ed in pace con se stesse e gli altri.
Una donna abbandonata dopo 5 anni di matrimonio mi ha chiesto: “Che ci ho guadagnato ad avere amato mio marito per 8 anni (5 di matrimonio + 3 di fidanzamento)!”..….Questa domanda la sento parallela ad una fatta a me qualche anno fa: “Se poi di là non c’è niente che fregata che ti sei preso!”…..Nessuna fregata perché la mia vita non la cambierei con quella di nessuno. Mi ha dato croci e gioie in giuste proporzioni….mi ha offerto esperienze straordinarie di amore e di amicizia…più di così non potevo avere dalla vita per quello che sono io, anzi mi sembra di avere avuto molto di più di quello che pensavo!
L’amore non cade mai nel nulla ma sempre nelle mani di Dio che è amore il quale saprà ricompensare in una forma straordinaria chi ha sofferto per amore….già in questa vita. Chi ha vissuto nella coerenza, nell’onestà una vita d’amore vero è in pace con Dio, con se stesso e con gli altri….e se ascoltiamo questa piccola verità tutto si illumina di una Luce nuova.

venerdì 18 giugno 2010

39 - XII DOMENICA: LA MORTE COME STRADA ALLA VITA – 20 giugno 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per la persona amata. (Zaccaria 12,10-11;13,1 Galati 3,26-29 Luca 9,18-24)

A fondamento di ogni vita di coppia sta questo detto evangelico che Gesù rivolge a tutti: “Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. Molte coppie sembrano ad un famoso disegno dove ci sono due asini legati da una corda troppo corta con due mucchi di fieno uno a destra e l’altro a sinistra…..ognuno tira dalla sua parte rendendo impossibile il mangiare! Quando in famiglia ognuno pensa a se stesso…mette al primo posto il suo io….la vita familiare diventa impossibile, l’amore coniugale se ne va in ricerca di qualche altra coppia che abbia il coraggio di metterlo al primo posto…..Finalmente i due asini si sono guardati negli occhi e, stanchi di lottare, si sono messi d’accordo e sono andati a mangiare prima il mucchio di fieno di sinistra poi quello di destra…alla fine sono tutti e due ben sazi. La vita trattenuta è destinata a sfiorire e marcire….la vita donata diventa fonte inesauribile che disseta sé e gli altri. E’ ancora Gesù che dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo…..se invece muore porta molto frutto”. Nella famiglia dove si fa a gara a chi ama per primo e di più…si respira aria di eterna primavera. Ripetiamolo…..queste non sono belle poesie ma l’essenza dell’amore e, dato che la vita affonda le sue radici nell’amore, la sorgente della vita.
L’identità della propria persona difficilmente è colta dalla “gente”….perchè spesso si ferma alle apparenze e alle tradizioni…E’ nel rapporto vissuto all’interno della propria vita familiare che emerge la mia identità di sposo, di sposa, di genitore...E’ lì dove il mio amare entra in contatto vivo con l’altro e da questo incontro ne esce una verità nuova, spesso diversa, del mio modo di voler bene, del mio modo di esprimere attenzione e disponibilità, del mio modo di farmi compagno di viaggio inseparabile ed indispensabile, del mio modo di offrire gratuitamente amicizia vera e vitale, del mio modo di accogliere l’amore dell’altro scoprendolo anche là dove non appare immediatamente visibile…..
La morte violenta di Gesù ha due facce: da una parte rivela la potenza terribile del peccato, e dall’altra parte la potenza positiva dell’amore più forte della morte. La morte violenta di Cristo, in quanto atto di amore assoluto, è insieme la rivelazione piena di Dio all’uomo e dell’uomo a se stesso.
Solo quando i due sposi sono disposti a morire l’uno per l’altro, e lo fanno concretamente in ogni gesto quotidiano ed in ogni scelta dalla più piccola alla più grande, la vita esplode in ciascuno di loro ed in tutta la famiglia.

domenica 13 giugno 2010

38 - XI DOMENICA: L’AMORE GRATUITO VINCE IL PECCATO – 13 giugno 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

La persona umana liberata dall’amore di Dio, diventa liberante

Il perdono annuncia che Dio è più grande del nostro cuore, che la sua benevolenza è più forte della nostra colpa, che dall’incontro tra il nostro gemito di peccatori con l’amore che perdona può scaturire una novità di vita.
Nella tradizione della Chiesa non solo perdono ma anche il movimento del peccatore verso la richiesta di perdono è mosso dal Signore! La consapevolezza di essere perdonato richiede umiltà, capacità di riconoscere l’impossibilità di costruire la propria vita contando unicamente sulle proprie energie, disponibilità al perdono vero degli altri…..
Il perdono non solo sta alla base della mia vita personale, ma è di particolare rilevanza negli ambiti primari dell’esistenza umana. Nella famiglia si giocano due relazioni: quella tra uomo e donna (marito e moglie) e quella tra generazioni (genitori e figli e viceversa).
Marito e moglie: dopo che nel fidanzamento si sono conosciuti a fondo e hanno deciso di affrontare la vita insieme, non sempre vedono realizzarsi quel dono, quell’accoglienza reciproca che hanno manifestato nella celebrazione del sacramento del matrimonio. Per vivere la loro fedeltà reciproca nel tempo, finchè morte non li separi, hanno bisogno di perdonarsi l’un l’altra; non per sentirsi autorizzati a compiere gesti contrari alla fedeltà, ma per superare quegli ostacoli che quotidiana-mente si presentano dovuti alla diversità di carattere, di educazione familiare, di mentalità, di sesso……L’essersi scelti reciprocamente non toglie ai coniugi di dover affrontare problemi di convivenza….alla base della cui soluzione sta sempre ilk perdono scambievole.
Genitori e figli: le difficoltà tra le generazioni sono, spesse volte, maggiori di quelle della coppia. Ritrovare il giusto equilibrio nel passaggio dalla vita di famiglia all’autonomia ed indipendenza è un’arte educativa e di crescita difficile da raggiungere in pienezza. Sarebbe importante che nessuno si chiudesse nel proprio mondo ma che i genitori si ricordassero di quando erano figli, e che i figli si proietassero in genitori di domani (“quando sarò io papà o mamma questo comportamento, questa azione mi piacerebbe in mio figlio o figlia?!?”). Il perdono ricompone i conflitti tra libertà personale e dipendenza dagli altri.
Alcune considerazioni finali:
° il perdono, prima di un dovere cristiano, è un diritto della persona offesa;
° perdonare non è solo dimenticare…ma portare con l’altra persona i suoi sbagli;
° il perdono è parte essenziale dell’amore: chi non perdona…non sa amare;
° distinguere molto bene il “chiedere scusa” dal “perdonare”…difficilmente il 100% della colpa è tutta da una parte! Quando ci si perdona ognuno deve chiedere scusa della parte di colpa propria…fosse anche solo l’uno %;
° i genitori, quando sbagliano, devono chiedere scusa ai propri figli anche se hanno solo un anno;
° avere il coraggio di chiedere scusa apertamente e non con gesti indiretti (più disponibilità, silenzio….) è segno di maturità umana e cristiana;
° attenzione alle offese indirette (attacco la tua famiglia di origine per offendere te), alle offese personali (si condanna il peccato…mai il peccatore), ai pregiudizi (sei sempre quello/a….);
° attenzione a voler mettere indosso agli altri i propri vestiti o a pensare che la realtà sia quella che vediamo noi…non abbiamo occhi dietro la faccia per cui vediamo solo a 180° e la realtà ha almeno due facce una delle quali io non la vedo ma l’altro sì;
° la ragione ed il torto non sono legati all’età ma alla verità che spesso va cercata;
° quando una persona soffre, è in difficoltà, piange, si sente giù…mettiamocela sulle spalle, come ha fatto spesse volte Gesù personalmente con noi, e lasciamola riposare nel nostro cuore…ci saranno altri momenti per chiarire le varie situazioni.

37 - FESTA DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – 06 giugno 2010


LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA

Il pane e il vino per la vita della famiglia

Il banchetto è un fatto così profondamente umano che mostra in tutti i popoli e in tutte le religioni un significato familiare e sociale, di solidarietà umana e di culto, e ha persino la capacità di simboleggiare la comunione con le persone defunte e con Dio. Tale significato e capacità, già presente nella Antica Alleanza, acquistano un accrescimento immenso nella Nuova, nella “Cena del Signore”!
La festa di oggi ci ricorda due momenti fondamentali per la vita della famiglia: il mangiare insieme e il lasciarsi mangiare!
Il mangiare insieme: come il mangiare è una necessità della vita umana così il mangiare insieme è una necessità della vita familiare! Purtroppo oggi le occasioni di mangiare tutti insieme sono diventate veramente poche, per questo vanno curate con attenzione particolare, preparando la tavola con gusto in modo da esprimere il desiderio di mangiare insieme. Tutti i famigliari devono vedere, arrivando a tavola, che qualcuno ha pensato a loro personalmente! Ecco perché sarebbe importante che lo si facesse a turno perché fosse concesso a tutti di testimoniare questo messaggio di amore! Dato che, come abbiamo ricordato sopra, le occasioni sono poche è importante che la televisione sia spenta, che si stia tutti a tavola, che sia data a tutti l’opportunità di parlare e di raccontare la propria giornata. La domenica poi il pasto dovrebbe essere l’occasione per un momento di preghiera insieme, per trasmetterci il senso della festa e della bellezza di essere famiglia.
Il lasciarsi mangiare: Gesù ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Questo lasciarsi mangiare si concretizza in tanti piccoli e grandi gesti. L’amore rende commestibile tutto ciò che facciamo per gli altri famigliari, Quanto Gesù ha fatto nell’ultima cena trasformandosi in pane di vita e in vino della salvezza…noi lo possiamo fare diventando “buoni come il pane”, donando “allegria come il vino” , facendo gli altri famigliari partecipi in profondità della nostra vita!....L’abbondanza con cui Dio sazia la nostra fame…di amore (ne sono avanzate ben 12 ceste, dice il Vangelo) è segno che chi si dona con generosità e gratuità non finirà mai il pane nella cesta della sua vita!

36 - FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITA’ – 30 maggio 2010

LA PAROLA DOMENICALE LETTA IN FAMIGLIA
Dio comunione-famiglia di Tre Persone

Con questa festa vogliamo iniziare a leggere insieme la Parola domenicale tenendo come punto di riferimento la famiglia.
Guardando alla vita di Dio conosciamo meglio chi siamo e come dobbiamo vivere dato che siamo fatti ad “immagine e somiglianza di Dio”! Il fatto che Dio sia comunione piena-totale-assoluta ( è stato coniato un termine apposito per indicare questa comunione…ipostatica ) di Tre Persone (Padre e Figlio e Spirito Santo) ci rimanda alla famiglia umana come piccola icona della Trinità, come luogo speciale della rivelazione del Mistero della Trinità. La parola mistero non vuol dire favola, realtà infantile, verità incomprensibile o nascosta…. Ma verità della vita di Dio che per la nostra piccola mente umana è troppo grande, intensa, profonda. Le verità della vita di Dio noi le contempliamo, le celebriamo, le meditiamo, le preghiamo….ma restano sempre per la nostra mente “misteriose”!
Il Padre si rivela e si comunica per mezzo del Figlio, Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Il dinamismo di questa rivelazione sta in questo: Dio ci si è messo tutto per salvarci. Ci si sono impegnate le Tre Persone divine, con aspetti e modalità personali distinte, per un’opera che è un tutt’uno come un tutt’uno è Dio. Padre e Figlio e Spirito Santo si rivelano proprio facendoci conoscere ciò che Ciascuno fa per noi. Ogni Persona è totalmente attenta e disponibile alle Altre Due e vive per rendere felici le Altre Due.
Dalla Trinità attingiamo le regole fondamentali della famiglia umana: comunione, amore, disponibilità, accoglienza, solidarietà, benevolenza, fedeltà, rispetto…..Quando guardiamo alle altre persone della nostra famiglia l’occhio deve essere libero, il cuore aperto, la mente senza pregiudizi (quanto è difficile questo atteggiamento), il dominio di se stessi ben vigile, l’interesse partecipe, le mani ricolme di perdono, il sorriso accogliente……tutte favole!?!?! No! Siamo alla fonte della vita umana. Chi fa questo vive e fa vivere la sua famiglia! Chi non fa questo non vive e non fa vivere la propria famiglia! Ma è difficile….vorrei dire quasi impossibile!?!?! Vero se mi metto da solo, ma se ci mettiamo insieme…Gesù stesso si fa presente (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”) e con Lui tutto diventa possibile.

venerdì 27 novembre 2009

35 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 10

Elementi comuni a tutte le forme d’amore: conoscenza.
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Non è possibile rispettare una persona senza conoscerla: la cura e la responsabilità sarebbero cieche, se non fossero guidate dalla conoscenza. Conoscere sarebbe una parola vuota se non fosse animata dall’interesse. Ci sono molti gradi di conoscenza; il conoscere, in quanto aspetto dell’amore, non si ferma alla superficie, ma penetra nell’intimo. È possibile solo se riesco ad annullarmi, a vedere l’altro quale veramente è. Posso capire, ad esempio, se una persona è adirata, anche se non lo dimostra apertamente, ma se la conosco a fondo, mi accorgo che è ansiosa e preoccupata, che si sente sola, che ha un senso di colpa. Allora mi rendo conto che la sua ira altro non è che la manifestazione di qualcosa di più profondo, e l’ansia, manifestazione di sofferenza, e non di collera.
Il conoscere è intimamente legato al problema dell’amore. Il bisogno di fondersi con l’altro essere, per superare la barriera dell’isolamento, è legato a un altro bisogno tipicamente umano: quello di penetrare “il segreto dell’uomo”. Mentre la vita, nel suo aspetto strettamente biologico, è un mistero, l’uomo, nel suo aspetto umano, è un abisso insondabile, sia per se stesso che per tutti i suoi simili.
Noi crediamo di conoscerci, eppure, nonostante i nostri sforzi, non ci conosciamo affatto; crediamo di conoscere i nostri simili, eppure non li conosciamo, perché noi non siamo un oggetto, e neppure i nostri simili lo sono. Più penetriamo nel nostro intimo, o nell’intimo di un altro essere, più la mèta ci sfugge. Eppure non possiamo fare a meno di desiderare di penetrare nel segreto dell’animo umano, nel suo più profondo nucleo.
La via per conoscere “il segreto”, è l’amore. Amore è penetrazione attiva dell’altra persona, nella quale il mio desiderio di conoscere è placato dall’unione. Nell’atto della fusione io la conosco, conosco me stesso, conosco tutti, e non conosco niente. Conosco nell’unica maniera possibile per l’uomo: attraverso l’esperienza dell’unione, non attraverso l’esperienza del pensiero. L’amore è l’unico mezzo per conoscere, poiché nell’atto dell’unione è la risposta alla mia domanda. Nell’altro essere trovo me stesso, scopro me stesso, scopro tutti e due, scopro l’uomo.
Il desiderio di conoscere noi stessi e i nostri simili è stato espresso nel motto delfico: “Conosci te stesso”. È l’origine di tutta la psicologia. Ma poiché il desiderio è di conoscere tutto dell’uomo, il suo segreto più intimo, questo desiderio non può essere soddisfatto in modo banale, superficiale. Anche se ci conoscessimo mille volte meglio non arriveremmo mai fino in fondo. Continueremmo a restare un enigma per noi stessi così come i nostri simili resterebbero un enigma per noi. L’unico modo per conoscere profondamente un essere è l’atto di amore; questo atto supera il pensiero, supera le parole. È il tuffo ardito nell’esperienza dell’unione. Ma, per conoscere pienamente nell’atto d’amore, devo conoscere psicologicamente la persona amata e me stesso, obbiettivamente, devo vederla qual è in realtà, abbandonare le illusioni, il quadro contorto che ho di lei. Solo conoscendo obbiettivamente un essere umano, sono in grado di penetrare l’essenza più profonda nell’atto d’amore.

martedì 17 novembre 2009

34 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 9

Elementi comuni a tutte le forme d’amore: rispetto.
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La responsabilità sopra ricordata, potrebbe facilmente deteriorarsi nel dominio e nel senso di possesso, se non fosse per una terza componente dell’amore: il rispetto. Rispetto non è timore né terrore; esso denota, nel vero senso della parola (respicere = guardare), la capacità di vedere una persona com’è, di conoscerne la vera individualità. Rispetto significa desiderare che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è. Il rispetto, perciò, esclude lo sfruttamento; voglio che la persona amata cresca e si sviluppi secondo i suoi desideri, secondo i suoi mezzi, e non allo scopo di servirmi. Se io amo questa persona, mi sento uno con lei, ma con lei così com’è, e non come dovrebbe essere per adattarsi a me. È chiaro che il rispetto è possibile solo se ho raggiunto l’indipendenza; se posso stare in piedi o camminare senza bisogno di grucce, senza dover dominare o sfruttare nessuno. Il rispetto esiste solo sulle basi della libertà: “l’amore è figlio della libertà” come dice una vecchia canzone francese; l’amore è figlio della libertà, mai del dominio.

venerdì 13 novembre 2009

33 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 8

Elementi comuni a tutte le forme d’amore: responsabilità.

Oggi, per responsabilità spesso s’intende il dovere, qualche cosa che ci è imposto dal di fuori. Ma responsabilità, nel vero senso della parola, è un atto strettamente volontario; è la mia risposta al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Essere “responsabile” significa essere pronti e capaci di “rispondere”. Giona non si sentiva responsabile degli abitanti di Ninive. Egli, come Caino, poteva domandare: “Sono il custode di mio fratello?”. La persona che ama risponde. La vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo. Si sente responsabile dei suoi simili, così come si sente responsabile di se stesso. Questa responsabilità, nel caso della madre e del bambino, si riferisce soprattutto alle cure materiali; nell’amore tra adulti, si riferisce principalmente ai bisogni psichici dell’altra persona.

martedì 10 novembre 2009

32 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 7

Elementi comuni a tutte le forme d’amore: premura.
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L’amore è premura soprattutto nell’amore della madre per il bambino. Noi non avremmo nessuna prova di questo amore se la vedessimo trascurare il suo piccolo, se lei tralasciasse di nutrirlo, lavarlo, curarlo; e restiamo colpiti dal suo amore se la vediamo assistere il suo bambino. Non c’è differenza anche nell’amore per gli animali o per i fiori. Se una donna ci dicesse di amare i fiori, e noi la vedessimo dimenticare di innaffiarli, non crederemmo nel suo “amore” per i fiori. “Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo”. Là dove manca questo interesse, non esiste amore. Questo concetto è stato magnificamente descritto nel libro di Giona. Dio ha detto a Giona di andare a Ninive ad avvisare gli abitanti che essi saranno puniti, a meno che non riparino i loro peccati. Giona sfugge la sua missione perché teme che il popolo di Ninive si penta e che Dio lo perdoni. È un uomo dotato di un forte senso dell’ordine e della legalità, ma privo di amore. Tuttavia, nel suo tentativo di fuga, si ritrova nel ventre di una balena, simbolizzando lo stato d’isolamento e cattività al quale la sua mancanza di amore e di solidarietà l’hanno portato. Dio lo salva, e Giona va a Ninive. Predica ai suoi abitanti come Dio gli ha detto, e la cosa che temeva accade. Gli uomini di Ninive si pentono dei loro peccati, riparano ognuno a modo suo, e Dio li perdona e decide di non distruggere la città. Giona è deluso e amareggiato; lui voleva “giustizia”, e non pietà. Alla fine trova un po’ di conforto all’ombra di una pianta che Dio ha fatto crescere per proteggerlo dal sole. Ma quando Dio fa dissecare la pianta, Giona è depresso e si lamenta rabbiosamente con Dio. Dio risponde: “Tu hai avuto pietà sotto la pianta per la cui crescita tu non hai lavorato; essa è cresciuta in una notte, ed è morta in una notte. E io non dovrei risparmiare Ninive, la grande città, nella quale vivono più di centoventimila abitanti che non sanno distinguere la mano destra da quella sinistra?”. La risposta di Dio a Giona deve essere intesa simbolicamente. Dio spiega a Giona che l’essenza dell’amore è “lavorare” per qualche cosa, “fare crescere qualche cosa”, che amore e lavoro sono inseparabili. Si ama ciò per cui si lavora, e si lavora per ciò che si ama.

giovedì 5 novembre 2009

31 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 6

Che cosa dà una persona all’altra?

Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita. Ciò non significa necessariamente che essa sacrifichi la sua vita per l’altra, ma che le dà ciò che di più vivo ha in sé; le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale. In questo dono di se stessa, essa arricchisce l’altra persona, sublima il senso di vivere dell’altro sublimando il proprio. Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita. Ma nel dare non può evitare di portare qualche cosa alla vita dell’altra persona, e colui che riceve si riflette in essa; nel dare con generosità, non può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno. Dare significa fare anche dell’altra persona un essere che dà, e entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Nell’atto di dare qualcosa nasce, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambi. Ciò significa che l’amore è una forza che produce amore; l’impotenza è incapacità di produrre amore. Se amate senza suscitare amore, vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l’espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente. Ma non soltanto in amore dare significa ricevere. L’insegnante impara dai suoi discepoli, l’attore è stimolato dal suo pubblico, lo psicanalista è curato dal paziente (ammesso che essi non si trattino reciprocamente come oggetti ma comunichino tra loro in modo genuino e produttivo).
È inutile sostenere che sentire l’amore come un atto di dare dipende dal carattere dell’individuo. Al contrario, presuppone la conquista di una posizione prevalentemente produttiva; in quest’orientamento l’individuo ha vinto l’indipendenza, l’onnipotenza narcisista, il desiderio si sfruttare gli altri o di tesaurizzare, e ha tratto la fede nei propri poteri umani, il coraggio da fare assegnamento nel conseguimento delle proprie mète. Nella misura in cui queste qualità mancano, egli ha paura di dare se stesso, e quindi di amare.

lunedì 2 novembre 2009

30 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 5

Amare è un sentimento attivo: è dare.
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L’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto “dare” e non ricevere. Che cosa significa dare? La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi “cedere” qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa, sente l’atto di dare in questo modo. Il “tipo commerciale” è disposto a dare, ma solo in cambio di ciò che riceve; dare senza ricevere, per lui significa essere ingannato. La gente arida sente il dare come un impoverimento. La maggior parte degli individui di questo tipo, di solito si rifiuta di dare. Alcuni trasformano in sacrificio l’atto di dare. Sentono che solo per il fatto che è penoso dare, si dovrebbe dare; la virtù, per loro, sta nell’accettare il sacrificio. Per loro, la regola che è meglio dare anziché ricevere significa che è meglio soffrire la privazione piuttosto che provare la gioia.
Per la persona attiva, dare ha un senso complementare diverso. Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto mi sento vivo.

giovedì 29 ottobre 2009

29 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 4

L’amore è un’arte…
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Questo atteggiamento – che niente è più facile che amare – ha continuato a essere il concetto prevalente sull’amore, nonostante l’enorme evidenza del contrario. Non vi è impresa o attività che sia iniziata con simili speranze e illusioni, e che tuttavia cada così regolarmente, come l’amore. Se ciò avvenisse per qualsiasi altra attività si sarebbe impazienti di conoscere le ragioni del fallimento, o d’imparare a comportarsi meglio, oppure si abbandonerebbe quell’attività. Ma l’ultima ipotesi è improbabile, in materia d’amore; soltanto un mezzo sembra esista per evitare il fallimento del proprio amore; esaminare le ragioni e studiare il significato della parola ”amore”.
Il primo passo è di convincersi che l’amore è un’arte così come la vita è un’arte: se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l’ingegneria. Quali sono i passi necessari per imparare un’arte? Possiamo dividerne il processo in due parti: teoria e pratica. Per l’arte della medicina, prima devo conoscere il corpo umano e la patologia. In possesso di questa conoscenza teorica, posso diventare un maestro solo dopo una gran pratica, finché i risultati della mia scienza e i risultati della pratica non siano fusi in uno: il mio intuito, l’essenza della padronanza di qualsiasi arte. Ma, oltre a conoscere teoria e pratica, c’è un terzo fattore necessario per diventare maestro in qualunque arte: non deve esserci al mondo nient’altro di più importante. Questo vale per la musica, per la medicina, per l’amore. E forse, qui sta la risposta alla domanda perché la nostra civiltà cerca così raramente d’imparare quest’arte, a onta dei suoi fallimenti; nonostante la ricerca disperata d’amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuna per conoscere l’arte dell’amore.
Può darsi che solo queste cose siano considerate degne di essere apprese da chiunque voglia guadagnare denaro e prestigio, e per l’amore giovi “solo” all’anima e sia un lusso, richiedendo spreco di energia.

martedì 27 ottobre 2009

28 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 3

Perché si crede che non ci sia nulla da imparare in materia d’amore?
È la confusione tra l’esperienza iniziale d’innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva, e si sentono vicine, unite, questo attimo di unione è una delle emozioni più eccitanti della vita. È ancora più meravigliosa e miracolosa per chi è vissuto solo, isolato, senza affetti. Il miracolo di questa intimità improvvisa è spesso facilitato se coincide, o se inizia, con l’attrazione sessuale. Tuttavia, questo tipo d’amore è per la sua stessa natura un amore non duraturo. Via via che due soggetti diventano bene affiatati, la loro intimità perde sempre di più il suo carattere miracoloso, finché il loro antagonismo, i loro screzi, la reciproca sopportazione uccidono ciò che resta dell’eccitamento iniziale. Eppure, all’inizio, essi non sanno questo; scambiano l’intensità dell’infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell’intensità del loro sentimento, mentre potrebbe solo provare l’intensità della loro solitudine.

venerdì 23 ottobre 2009

27 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 2

Perché si crede che non ci sia nulla da imparare in materia d’amore?
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È la supposizione che il problema dell’amore sia il problema di un oggetto, e non il problema di una facoltà. La gente ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, o dal quale essere amati, sia difficile. Strettamente legata a questa idea è una caratteristica della civiltà contemporanea, basata sul desiderio di comperare, sull’idea di uno scambio proficuo. La felicità dell’uomo moderno consiste nell’emozione di guardare vetrine e negozi, di acquistare tutto ciò che può permettersi, sia a contanti che a rate. Egli (o ella) guarda la gente nello stesso modo. Per un uomo, una ragazza attraente, e per una donna, un uomo attraente, sono gli oggetti della loro ricerca. “Attrattiva” generalmente significa un simpatico complesso di qualità desiderabili. Ma ciò che in particolare rende attraente una persona, tanto fisicamente che mentalmente, dipende dalla moda del tempo. Due persone si innamorano, certe di aver trovato sul mercato l’oggetto migliore e più conveniente, considerando i limiti dei loro valori di scambio. Spesso, come nella compravendita, le possibilità nascoste che possono essere sviluppate giocano un ruolo considerevole in questo contratto. In una civiltà in cui prevalgono gli orientamenti commerciali e in cui il successo materiale è il valore predominante, c’è poco da sorprendersi se i rapporti d’amore seguono lo stesso modello di “scambio” che regola la vita pratica.

lunedì 19 ottobre 2009

26 - CONOSCERE PER CAPIRSI N. 1

Perché si crede che non ci sia nulla da imparare in materia d’amore?

La maggior parte della gente ritiene che amore significhi “essere amati”, anziché amare; di conseguenza, per loro il problema è come farsi amare, come rendersi amabili, e per raggiungere questo scopo seguono parecchie strade. Una, preferita soprattutto dagli uomini, consiste nell’avere successo, nell’essere ricchi e potenti quanto lo possa permettere il livello della loro posizione sociale. Un’altra, seguita particolarmente dalle donne, è di rendersi attraenti, coltivando la bellezza, il modo di vestire, ecc. Una terza via, seguita da uomini e donne, è di acquisire modi affabili, di tenere conversazioni interessanti, di essere utili, modesti, inoffensivi. Molti dei modi per rendersi amabili sono gli stessi impiegati per raggiungere il successo, per “conquistare gli amici” e la gente importante. Come dato di fatto, quel che la gente intende per “essere amabili”, è essenzialmente un insieme di qualità.

lunedì 12 ottobre 2009

25 - 12 OTTOBRE 1997 BEATIFICAZIONE DI PADRE GIOVANNI BATTISTA PIAMARTA

Papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato il 12 ottobre 1997. Questo il suo discorso: "Padre Piamarta, seguendo l’esempio di Cristo, seppe portare tanti fanciulli e giovani ad incontrare lo sguardo amoroso ed esigente del Signore. Quanti, grazie alla sua opera pastorale, poterono avviarsi con gioia nella vita, avendo appreso un mestiere e soprattutto avendo potuto incontrare Gesù ed il suo messaggio di salvezza! L’opera apostolica del novello Beato è poliedrica ed abbraccia molti campi del vivere sociale: dal mondo del lavoro a quello agricolo, dall’educazione scolastica al settore dell’editoria. Egli ha lasciato una grande impronta di sé nella Diocesi di Brescia e nell’intera Chiesa. Dove questo straordinario uomo di Dio attingeva l’energia sufficiente per la sua molteplice attività? La risposta è chiara: la preghiera assidua e fervorosa era la sorgente dell’ardore apostolico instancabile e dell’attrattiva benefica che esercitava su tutti coloro che avvicinava".
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Padre Piamarta (1841-1913) è rimasto orfano di mamma a 9 anni. Nella sua vita ha sempre cercato di essere famiglia per i ragazzi che non l'avevano e li ha aiutati a credere nella vita sviluppando le proprie capacità attraverso l'educazione e la scuola.

24 - COME UTILIZZARE L’ALFABETO DELL’AMORE!

1. Leggere insieme una lettera alla settimana e cercare insieme come concretizzarlo nella propria vita familiare.
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2. Giocare con i propri nomi! Esempio: Angelo Loredana
Lettere comuni: ALNEO
Lettere proprie del marito: G
Lettere proprie della moglie:RD
Leggere insieme prima le lettere in comune poi quelle proprie. Non avere fretta di leggere tutte le lettere … servono vari incontri.
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3. Si inizia come sopra (n° 2) … solo che, dopo aver trovato le lettere si cercano personalmente gli aggettivi che qualificano la propria vita di coppia e si giustifica all’altro/a le scelte fatte. Poi insieme si leggono gli aggettivi del blog.
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4. Ognuno si mette davanti alle lettere dell’alfabeto e scrive il proprio alfabeto. Poi lo si confronta con quello dell’altro/a. Infine si vede quello pubblicato sul blog … e si cerca una sintesi. E’ un lavoro che può durare vari mesi.
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5. Ognuno sceglie tra gli aggettivi proposti nel blog quello che meglio qualifica ed il più mancante la propria storia di coppia. Si vanno a leggere i quattro aggettivi e si apre un confronto per migliorare il proprio rapporto.
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6. Ogni coppia può trovare il suo modo di giocare con questo alfabeto!

martedì 22 settembre 2009

23 - L'ALFABETO DELLA VITA

Z
zeppo

‘‘Chi ama è paziente e generoso. Chi ama non è invidioso, non si vanta, non si gonfia di orgoglio. Chi ama è rispettoso, non cerca il proprio interesse, non cede alla collera, dimentica i torti. Chi ama non gode dell’ingiustizia, la verità è la sua gioia. Chi ama tutto scusa, di tutti ha fiducia, tutto sopporta, mai perde la speranza” (1a Cr 13,4-7).

La fibra più dura si scioglie al fuoco dell’amore. Se non si scioglie vuol dire che l’amore non è forte abbastanza. A volte scopro che il mio intimo è come un posto irto di aghi e di spilli.
Come accogliere l’altro se non si può riposare pienamente?
Un cuore agitato di preoccupazioni, di rabbia e di gelosia, causa ferite a chi vi entra. Devo creare in me spazi liberi per invitare l’altro a entrare e riposare. Ciò significa una interiorità dolce, un cuore di carne, una bocca zeppa di miele, una mente sovraccarica di bontà, una volontà dove si possa camminare a piedi nudi. Spesse volte non costa nulla essere gentili e molto si riceve in cambio.

22 - l'ALFABETO DELL'AMORE

V
visibile


‘‘Gli occhi sono come lampada per il corpo; se i tuoi occhi sono buoni, tu sarai totalmente nella luce” (Mt 6,22). “Dio nessuno l’ha mai visto. Però se ci amiamo gli uni gli altri, egli è presente in noi, e il suo amore è veramente perfetto in noi” (1a Gv 4,12).
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Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.
Chi ama non può non dimostrarlo. Ma, a diversità dell’adolescente, l’adulto dovrebbe sapere andare alla fonte di queste attenzioni d’amore. Solo quando questi due sforzi (il mio dimostrarti visibilmente amore e il tuo saper scoprire ciò che si nasconde dietro) entrano in dialogo permanente… tutto diventa più semplice. Dove non arrivi tu arrivo io, e dove non arrivo io arrivi tu.
Tu mi ricorderai la data del nostro matrimonio ed io, anche se mi troverò senza fiori perché i negozi sono chiusi, saprò tirar fuori dal “mio giardino” la sorpresa più bella.
Dà più soddisfazione dipingere un quadro che averlo già fatto. L’amore sta nel non considerare terminato il quadro cioè nel non dare per scontato un amore, che invece richiede sempre continui investimenti di pensieri, di affetti, di segni.
Non dimentichiamo che quando l’amato ride tocca a lui svelarmi la ragione della sua gioia, ma quando piange tocca a me scoprire la causa del suo dolore.

21 - L'ALFABETO DELL'AMORE

U
universale


‘‘Se uno dice “Io amo Dio” e poi odia suo fratello, è bugiardo… Se uno non ama il prossimo che si vede, certo non può amare Dio che non si vede” (1a Gv 4,20). “Non ha più importanza essere Greci o Ebrei, circoncisi o no, barbari o selvaggi, schiavi o liberi: ciò che importa è Cristo e la sua presenza in tutti noi… Al di sopra di tutto ci sia sempre l’amore, perché è soltanto l’amore che tiene perfettamente uniti” (Col 3,11.14).

Se una persona ama solo un’altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico dove l’interesse personale, spesso egocentrico, sta alla base del suo comportamento.
Tanti credono che sia prova della intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona “amata”. Tutto ciò è vero per le persone che ritengono che il problema dell’amore sia un problema di un oggetto e non di una facoltà.
Normalmente si ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, o dal quale essere amati, è difficile. È come quell’uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l’arte, sostiene che deve solo aspettare l’oggetto adatto e che dopo dipingerà meravigliosamente.
Chi ama veramente una persona, ama il mondo, ama la vita. Se posso dire a un altro “ti amo” devo essere in grado di dire “amo tutto in te”, “amo il mondo attraverso te”, “amo te attraverso me stesso”.
Troppe volte l’amore coniugale muore perché è senza aria, senza respiro; le finestre e le porte sono chiuse e la piantina dell’amore si autoconsuma e muore. Il mio amore riempie unicamente il tuo cuore, si dona tutto a te ma non si ferma perché attraverso di te si riversa su ogni persona che incontri e inonda il mondo intero.
Come un vaso zeppo di un preziosissimo profumo riversa naturalmente verso gli altri ciò che ancora riceve, così il tuo amore attraverso di me si espande su ogni persona.
Solo in questo modo i nostri quotidiani gesti d’amore diventano un romanzo d’amore che merita di essere messo nella storia dell’umanità.

20 - L'ALFABETO DELL'AMORE

T
totale


‘‘Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). “Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze… Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,37.39).

Siamo molto abituati a sezionare le persone. Il naso sì, le orecchie no; l’occhio sinistro sì, il destro no; guarda che capelli; mamma… che brutto carattere!
L’amato va accolto nella sua totalità e a lui mi devo donare totalmente. Se per caso mi fosse concesso di amare una persona escludendo una piccola parte di me stesso… quante volte al giorno sposterei il confine di questo non amore?!
Solo quando due persone si donano con totalità nasce la nuova unità d’amore. Il sapere che l’altro è in cammino con me verso l’amore con tutto il suo tempo, con tutte le sue energie e capacità, mi dà serenità perché non devo cercare il “momento giusto” per dirgli “ti amo”, né devo fare anticamera per chiarire un problema e tantomeno devo fissare un appuntamento se ho voglia di sfogarmi. L’amato diventa il signore di tutta la mia vita che trova in lui fecondità, amore e rispetto.

19 - L'ALFABETO DELL'AMORE

S
sensibile


‘‘Qualsiasi altro peccato che l’uomo commette resta esterno al suo corpo; ma chi si dà all’immoralità pecca contro se stesso. Dovete sapere che voi stessi siete il tempio dello Spirito Santo” (1a Cr 6,18s). “L’uomo sappia donarsi alla propria moglie, e così pure la moglie si doni al proprio marito” (1a Cr 7,3).

Il sesso è una parte importante del mondo sensibile personale. Quando voglio fare una poesia d’amore devo conoscere bene tutte le parti del discorso per non correre il pericolo di banalizzare quel fantastico “ti amo”.

lunedì 21 settembre 2009

18 - L'ALFABETO DELL'AMORE

R
riconciliante

‘‘Se stai portando la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì l’offerta davanti all’altare e vai a far pace con tuo fratello, poi torna e presenta la tua offerta” (Mt 5,23s) “E se vi arrabbiate, attenti a non peccare; la vostra ira sia spenta prima del tramonto del sole” (Ef 4,26).

Per ricominciare devo riconciliarmi (spesso anche una buona confessione serve a dare respiro all’amore coniugale!). Chiedere scusa e perdonare sono caratteristiche quotidiane dell’amore.
Per riconciliarmi non devo misurare l’altro con il mio metro perché corro il pericolo di mettergli addosso il mio vestito che, quasi certamente, è o troppo largo o troppo stretto. L’amore dà ragione a chi fa il primo passo.

17 - L'ALFABETO DELL'AMORE

Q
quotidiano

‘‘Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano” (Rom 8,28). “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia… Non affannatevi per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,33s).

Per misurare la capacità di amare di una persona, non bisogna guardarla nelle grandi occasioni, ma nella vita quotidiana.
Il quotidiano è ciò che trasforma gli atti d’amore in virtù, la quale sa mettere un freno alle mie pretese. Desiderare è una cosa, pretendere è un’altra. Uno apporta speranza, l’altro può arrecare dolore. È vivendo come dono ognuno dei 1440 minuti di cui è fatta una giornata e ognuno dei 365 giorni di cui è fatto un anno che la mia vita diventa inno d’amore.
Basta un istante per fare un eroe; ma occorre tutta una vita per fare un uomo che sa amare.

16 - L'ALFABETO DELL'AMORE

P
paziente


‘‘Siate… allegri nella speranza, pazienti nelle tribolazioni, perseveranti nella preghiera… Se è possibile, per quanto dipende da voi vivete in pace con tutti” (Rom 12,12.18).

Stufo di attendere, il bimbo incominciò ogni mattina a dare un piccolo strappo al germoglio nato da nove giorni. Voleva aiutarlo a crescere. Ma al settimo strappo gli rimase in mano la piantina. Si mise a piangere ma era troppo tardi!
La pazienza sviluppa la capacità di vedere l’altro com’è, conoscendone la sua vera individualità e di desiderare che cresca e si sviluppi per quello che è. (Continua alla lettera R).

sabato 19 settembre 2009

15 - L'ALFABETO DELL'AMORE

O
orante

‘‘Pregate sempre, senza stancarvi mai” (Lc 18,1). ‘‘Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio’‘ (Lc 18,27).
‘‘Chiedete e riceverete! Cercate e troverete! Bussate e la porta vi sarà aperta" (Lc 11,9).
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La natura umana esce sconvolta dal peccato originale. Dal "homo homini frater" del paradiso terrestre si passa all’ ‘‘homo homini lupus" del mondo; dal ‘‘diliges proximum tuum sicut teips um” (Lv 19,18; Mc 12,31) come legge fondamentale della creazione, si passa al “mors tua, vita mea” di tanti comportamenti pseudo-umani. L’amore è impossibile alla persona umana, ma nulla è impossibile a Dio-Amore. Ogni giorno nella preghiera devo chiedere con insistenza a Lui di donarmi il suo Spirito che mi fa capace d'amare.

venerdì 18 settembre 2009

14 - L'ALFABETO DELL'AMORE

N
nuovo

‘‘Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli se vi amate gli uni gli altri’‘ (Gv 13,34s).

Quando si ama profondamente una persona, non si arriva mai ad abituarvisi. Ogni gesto fatto con amore e accolto nell’ amore è sempre nuovo. Dare per scontato anche la più quotidiana delle azioni è scambiare l’amato come sopramobile o animale domestico, è permettere alla noia di entrare in casa nostra: quando ciò avviene, presto o tardi, se ne va l’amore.
Non è normale aver lasciato un paio di calzini sporchi e trovarli puliti nel cassetto; ma quante volte mi dimentico di dire ‘‘grazie”!

13 - L'ALFABETO DELL'AMORE

M
misericordioso
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‘‘Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre nostro che è nei cieli ... Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri Dio tratterà voi’‘. (Lc 6,36 -38).
‘‘Non rendete a nessuno male per male. Preoccupatevi di fare il bene dinnanzi a tutti ‘‘ (Rom 12,17).
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Se ci potessimo affacciare alla soglia della coscienza degli altri, e ci apparissero nude le loro anime, le nostre beghe, i nostri rancori si scioglierebbero in una immensa pietà. L’amore per essere un’eterna primavera ha un segreto: viverlo come una gara in cui ciascuno vuole arrivare per primo. Quando uno dei due sbaglia, è l’altro che se ne assume la colpa; quando uno dei due fa bene, è l’altro che ne ha le lodi; quando uno dei due gioisce, è l’altro che ne ricava piacere; quando uno dei due ha un difetto, è l’altro che lo copre col suo amore. Spesso si dice ‘‘ti amo nonostante i tuoi difetti’‘ ma è certamente più vicino alla verità ‘‘ti amo per i tuoi difetti”.

12 - L'ALFABETO DELL'AMORE

L
libero
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‘‘Comportatevi da uomini liberi, ma non usate la vostra libertà come un velo per coprire la malizia . . . rispettate tutti ‘‘ (1a Pt 2, 16s).
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Senza libertà non esiste l’amore, senza l’ amore non ha senso la libertà. Non è libero colui che fa ciò che vuole, ma colui che sa camminare con coerenza verso la meta prefissata. Non è libero colui che fa fare all’altro ciò che vuole, ma colui che sa dare il meglio di se stesso anche se si sta realizzando il contrario di ciò che lui pensava. Non è libero colui che scarica sull’altro le conseguenze dei propri sbagli, ma colui che sa riconoscere la propria colpa in ciò che l’altro sbaglia. Il mio amore dovrebbe semplificarti la vita non complicartela.

giovedì 17 settembre 2009

11 - L'ALFABETO DELL'AMORE

I
inesauribile

‘‘Amiamoci gli uni gli altri, perchè l’amore viene da Dio. Chi ha quest’amore è diventato figlio di Dio e co-nosce Dio. Chi non ha questo amore, non conosce Dio perchè Dio è amore”.(1a Gv 4, 7s).

Amare è essere pronti e capaci di rispondere al bisogno, espresso o inespresso, dell’ altro. La persona che ama indovina sempre quando l’altro ha bisogno di lui ed è disposta ad affrontare anche l’impossibile. Ciò di cui abbiamo estremo bisogno è sentire che qualcuno ha bisogno di noi. Quando mio figlio viene con un bicchiere di acqua mi viene subito sete! Quando la persona amata ha bisogno di un bicchiere di acqua, lascio ogni cosa (anche la televisione) e corro!

mercoledì 16 settembre 2009

10 - L'ALFABETO DELL'AMORE

H
....................

‘‘Chi vuole avere una vita felice, chi vuole vivere giorni sereni, tenga lontana la lingua del male, con le sue labbra non dica menzogne‘‘ (1a pt 3, 10).
‘‘Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo‘‘ (Gc 3,2).
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Una lettera muta ci introduce nell’affascinante mondo del silenzio. Le parole non dicono, nè possono sempre dire tutto nell’ amore. Allora il silenzio prende il loro posto e diventa presenza. ‘‘Sono qui. Se hai bisogno di me non hai che da parlare. Se il tuo problema lo vuoi tenere per te, non importa. Rispetto la tua intimità. Non cercherò di intromettermi, di essere indiscreto e invadente. Già il solo fatto che tu sia qui e che tu non mi voglia o non possa parlarmi significa qualcosa: che tu misuri la complessità del tuo problema in base alla mia presenza.
Ed io mi accontento di servirti da unità ‘di misura’ “.
Il silenzio, a volte, è indispensabile. La prossima volta che sentirò la necessità di parlare con te in maniera indisponente o offensiva, manderò giù il rospo e starò zitto. Amarti non mi dà il diritto ad essere maleducato.

09 - L'ALFABETO DELL'AMORE


G
gioioso

“Se metterete in pratica i miei comandamenti sarete radicati nel mio amore... Vi ho detto questo perchè la mia gioia sia anche la vostra, e la vostra gioia sia perfetta” (Gv 15,10s).

Noi siamo resi felici o infelici non dalle circostanze della vita, ma dal nostro atteggiamento verso di essa. La vita dovrebbe essere una festa! Non dovrebbe essere necessario ricorrere a momenti particolari per ricordarsi di questo fatto. Saggia è la persona che trova sempre una buona ragione per fare di ogni giorno un evento.
A tutti piace giocare. Divertirsi è istintivo e universale. Il giovane marito si avvicina furtivamente alla moglie e la costringe al tappeto facendole solletico e bisbigliando paroline affettuose. ‘ ‘Che fai? Smettila ! ‘‘ lo implora lei. ‘ ‘Mi rovini la messa in piega!”.
La giovane moglie fa un nodo alle gambe del pigiama del marito così che quando lui cerca frettolosamente di infilarselo, casca per terra. ‘‘Molto divertente’‘ dice lui irritato, ‘‘pensavo fossi cresciuta. Dovresti avere ben altro a cui pensare’‘ . Vanno a finire così le giocose intimità che potrebbero invece portare allegria e spontaneità a un rapporto d’amore.
Se riusciamo a riservare un po’ del nostro tempo al gioco, la nostra vita cambierà senza alcuna spesa. I suoi benefici sono svariati: educativi, fisici, psicologici. Per una vita adulta felice e gratificante contano anche la varietà e l’intensità delle nostre esperienze di gioco.

08 - L'ALFABETO DELL'AMORE


F
fedele

‘‘L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una cosa sola. Così essi non sono più due ma un unico essere. Perciò l’uomo non separi ciò che Dio ha unito‘‘ (Mt 19,5s). ‘‘Si tratta qui di una grande e misteriosa verità ‘‘ (Ef 5,32).
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‘‘Ti amo" ripetuto anche milioni di volte non basta! ‘ ‘Ti amo per sempre!”. Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno. Se l’amore fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. Una sensazione viene e va. Come posso sapere che durerà per sempre, se non sono cosciente e responsabile della mia scelta?
L’amore è essenzialmente un atto di volontà, una scelta di vita. Da qui nasce la fedeltà umana. Se poi vuoi essere fedele ad una persona che se ne è andata, allora devi alzare il tuo cuore e tuffarlo nella fedeltà di Dio che non rinnega mai nessuno dei suoi figli, neanche se hanno sbattuto la porta e se nesono andati. Lui è l’unico Padre fedele che pazientemente aspetta il loro ritorno.
Lo sposo o la sposa che è stato abbandonato/a e rimane fedele al suo matrimonio è l’immagine più vera e viva di questo Padre. E' la parte più misteriosa del sacramento del matrimonio.

07 - L'ALFABETO DELL'AMORE

E
elastico

"Il vostro amore sia sincero! Fuggite il male, seguite con fermezza il bene... Siate felici con chi è nella gioia. Piangete con chi piange. Andate d'accordo tra voi" (Rom 12,9.15s).


C’è un limite sia verso il segno più come verso il segno meno oltre il quale non si può andare; all’interno di questi estremi l’amore ha una capacità sorprendente di adattamento. Per questo è affascinante ad ogni età e in ogni stagione. Devo rinunciare all’idea di volerti cambiare. Se ti desidero nella mia vita, la cosa migliore che possiamo fare per entrambi è che io ti accetti come sei. Dopo tutto l'amore è progredire insieme in una crescita reciproca.